L'organizzazione Pharos Foundation (Paesi Bassi) si occupa
di salute in una società multietnica. Nel corso dell'intervento ci si
concentrerà soprattutto sulla metodologia sviluppata da Pharos per fare
fronte ai problemi di salute mentale tra i richiedenti asilo/rifugiati politici
presenti in Olanda.
Le persone che fanno richiesta di asilo politico in Olanda provengono dai seguenti
paesi (dati del febbraio 2001): Iraq (11.329), ex-Jugoslavia (6.175), Afganistan
(7.814), Somalia (5.077), Iran (4.956), altri paesi (44.234).
La maggior parte lascia o è costretta a lasciare l'Olanda (alcuni vi
restano come clandestini), altri vengono ospitati nei centri d'accoglienza in
attesa di completare la procedura per ottenere lo status di rifugiato politico.
L'età media non è alta: il 46% ha meno di 20 anni, il 16% ha tra
i 20 e i 29 anni, il 24 % tra i 30 e i 39 anni, il 12% tra i 40 e i 59 anni
e solo il 2% ha più di 60 anni. Ogni anno arrivano 15.000 minori non
accompagnati.
La procedura per ottenere l'asilo politico prevede: l'entrata in Olanda, il
primo esame (si tratta di un colloquio in cui si prende in esame la storia personale,
la storia famigliare, ecc. Nel caso le informazioni fornite dai richiedenti
non risultassero soddisfacenti, la nuova legge prevede la possibilità
di immediata espulsione), un esame approfondito, la decisione, la possibilità
di appello. Nel caso in cui la domanda venga accolta viene dato il permesso
di stabilirsi in Olanda, nel caso in cui non venga accolta si provvede all'espulsione
del richiedente asilo.
Pharos ha sviluppato il seguente schema che elenca i fattori di rischio a cui
i richiedenti asilo sono sottoposti:
| Contesto | persecuzione esperienza di violenza e guerra partenza forzata perdite ("losses") |
| Situazione famigliare | problemi di coppia e problemi relazionali difficoltà a riunire il nucleo famigliare sentirsi impossibilitati ad aiutare e ad assistere i figli lontananza dei parenti contatti con i parenti difficili o impossibili membri della famiglia dispersi o uccisi |
| Procedura di asilo | troppo lungo - esito incerto |
| Alloggio | alloggi precari assegnati senza possibilità di scelta isolati dai connazionali |
| Posizione economica e sociale | disoccupazione (70%) marginalizzazione discriminazione |
Quando si pensa al vissuto di chi fugge dalla propria terra
per trovare rifugio in Europa, vengono in mente subito delle immagini di persecuzione
(Iraq), violenza e guerra (Bosnia: 5 anni di inferno), o l'accumulo di circostanze
difficili da sopportare: freddo, fame, paura, sporcizia. La situazione famigliare
dei rifugiati spesso è molto difficile: lo stress e la disperazione vengo
proiettati sulla moglie e i figli, infatti molti matrimoni falliscono. Quando
sono rimasti membri della famiglia nel paese d'origine oppure si trovano in
un altro paese, è difficile ottenere il ricongiungimento famigliare:
solo il richiedente asilo con status A (il 4%) ha il diritto di chiederlo.
La permanenza nei centri di accoglienza può durare anche anni ed in questo
tipo di situazione non è facile aiutare i figli; risulta difficile essere
un modello per i propri figli come illustra anche il caso di un adolescente
che ha lasciato gli studi e si rivolge al padre, un rifugiato proveniente dall'Afganistan,
dicendogli: "tu hai studiato per anni, hai investito molte energie e guarda
come sei ridotto ora, vivi in un centro d'accoglienza e dipendi dal denaro pubblico".
I contatti con eventuali parenti sono scarsi: in caso di guerra, o quando sono
fuggiti di nascosto, non osano mettersi in contatto con i parenti, spesso non
sanno neppure se sono ancora vivi o in quali circostanze vivono. Se hanno la
sicurezza che siano morti e hanno avuto la possibilità di seppellirli
e di piangerli, si tratta di un evento traumatico che può essere elaborato.
Quando i famigliari sono invece dispersi e non c'è modo di rintracciarli,
come è il caso per molti clienti di Pharos, è quasi impossibile
accettarne la perdita. La storia di una anziana signora di 85 anni illustra
quello che viene anche chiamato "una storia senza fine": la signora
racconta che ancora ogni giorno le manca il figlio che ha perso durante la seconda
guerra mondiale in Russia. Pensa sempre a lui vedendolo ancora vivo che si nasconde
sottoterra da qualche parte oppure rinchiuso in prigione.
La procedura per l'ottenimento dell'asilo politico ha una lunga durata, a volte
anche 6 o 7 anni e durante questo periodo i rifugiati non possono rifarsi una
vita, non hanno un'occupazione, vivono con il denaro dell'assistenza sociale
dello stato (che è appena sufficiente per la sopravvivenza) e spesso
si sentono inutili. L'esito della procedura è incerto.
I richiedenti asilo vivono in centri d'accoglienza oppure in case assegnate
dallo stato. Gli alloggi sono spesso di scarsa qualità, le persone non
hanno la possibilità di scegliere dove andare a vivere e in questo modo
accade frequentemente che i rifugiati abitano lontani dai parenti e sono isolati
anche dai connazionali. È invece molto importante per il benessere delle
persone che le famiglie stiano vicine, che si abbia la possibilità di
frequentare le case dei parenti e condividere tradizioni e abitudini culturali.
Le famiglie a cui viene assegnato una casa in paesini piccoli si sentono osservate
(come delle scimmie in gabbia…) e controllate (per esempio nei negozi:
"cosa compra oggi?").
Nonostante a livello economico sia un buon periodo per l'Olanda, i rifugiati
sono spesso disoccupati (durante la procedura non possono lavorare, né
studiare). La marginalizzazione è una delle conseguenze della disoccupazione:
se si è disoccupati si hanno meno possibilità di trovare un alloggio
migliore, di fare scelte, di avere potere. L'ultimo fattore di rischio nell'elenco
è la discriminazione: abbiamo tutti pregiudizi, delle immagini mentali,
a volte corrispondenti alla realtà, altre volte completamente sbagliate.
Maja Danon è d'origine croata e, per motivi di studio, 20 anni fa è
venuta in Olanda dove ha incontrato e sposato il suo attuale marito olandese.
Ora la gente le chiede: "la guerra è finita, quando tornerai a casa?",
anche se sanno che è arrivata molti anni prima che scoppiasse la guerra
in Croazia. Molto spesso le viene chiesto se non desidera tornare.
La Pharos Foundation ha sede a Utrecht e Amsterdam ed è
organizzata in 4 dipartimenti: prevenzione e formazione; consulenze a livello
regionale (che coordina in rete le organizzazioni che lavorano con rifugiati
a livello regionale); informazione e comunicazione; servizi sanitari ossia il
'team adulti' e il 'team minori' (quest'ultimo servizio verrà sospeso,
lo stato ha deciso di sospendere il finanziamento entro il prossimo anno).
Pharos opera a livello nazionale e sviluppa studi e metodi innovativi per migliorare
l'accesso ai servizi pubblici e la qualità dei servizi pubblici "normali"
che spesso mancano di conoscenze specifiche riguardo ai problemi di salute mentale
e psicosociale dei rifugiati.
I principali problemi nei servizi pubblici sono:
- Il quadro di riferimento concettuale: gli operatori sono bianchi, maschi,
di classe media. (Maja Danon commenta a proposito che anche i membri del consiglio
d'amministrazione e della direzione di Pharos sono tutti bianchi e cittadini
olandesi).
- Hanno un approccio specialistico nel formulare la diagnosi, cioè prendono
in esame o gli aspetti somatici o quelli psichiatrici, individuando e trattando
solo i sintomi (come la depressione), senza esaminare le cause e la storia del
paziente.
- Vedono solo il livello individuale, senza prendere in considerazione la famiglia
ed il sistema che circonda il paziente.
- Non vedono né valorizzano le strategie di sopravvivenza al trauma che
i pazienti mettono in atto.
Pharos ha un approccio integrale ed utilizza un anamnesi olistica, sviluppato
appositamente per pazienti rifugiati per ottenere un quadro completo dello stato
di salute e dei sintomi. Pharos utilizza il termine "trauma multidimensionale"
per indicare che il trauma è composto da più dimensioni:
- paese d'origine (cos'è successo, com'è la situazione in quel
paese)
- fuga (bambini che sono in fuga dalla nascita, la vita nei centri/campi)
- sistema d'accoglienza (sentirsi benvenuti, la possibilità di stabilirsi,
di crescita)
- shock culturale (non è sufficiente avere nozioni sulle altre culture,
è indispensabile formare gli operatori al contatto tra culture, per esempio
con una riflessione sulla propria cultura, abitudini, ecc.)
- perdite (hanno perso molto: paese d'origine, la lingua, senso dello humour,
rete sociale, casa, la posizione, quello che possedevano, ...)
- senza radici (come educare i figli, cosa trasmettere della propria cultura,
cosa della cultura d'accoglienza; anche per i bambini è difficile, spesso
essere forzati a mostrare una faccia fuori casa e un'altra faccia dentro casa
costa molta energia.
Tra i servizi di Pharos ci sono:
nuovi metodi in terapia per rifugiati; nuovi metodi di prevenzione; formazione
per operatori sanitari; centro di documentazione; pubblicazione di libri e una
rivista.
A livello internazionale esiste una rete di istituti specializzati nell'assistenza
a vittime di torture e atti violenti. Pharos partecipa a questa rete e sviluppa
e promuove un approccio sistematico al trauma come trauma multidimensionale.