1 - Sguardi etnosemiotici in clinica transculturale
a cura di Luisa Pagano
Introdotto da Filippo Casadei, Istituto S. Gallicano IRCCS, Roma; coordinato da Luisa Pagano.
L'introduzione al laboratorio è stata fatta dal Dott.
Filippo Casadei dell'Istituto Scientifico San Gallicano di Roma, collaboratore
del Servizio di Medicina Preventiva delle Migrazioni, del Turismo e di Dermatologia
Tropicale. Tale servizio, a partire dagli anni ottanta, ha sviluppato un'attività
di accoglienza e cura alle persone più emarginate, italiane, immigrate
e nomadi, senza fissa dimora, escluse dall'accesso alle cure sanitarie perché
povere, ignoranti o clandestine. Fra i primi ambulatori pubblici di Roma ad
offrire prestazioni mediche gratuite ai bisognosi, il Servizio ha rappresentato
un punto di riferimento per l'assistenza, la cura e la ricerca clinica scientifica,
epidemiologica, sociale, antropologica delle popolazioni migranti e a maggior
rischio di esclusione sociale.
Il Dott. Filippo Casadei fa parte di un équipe di professionisti (psicologo,
dermatologo, internista, infettivologo) che si occupano dello studio delle malattie
psicosomatiche in pazienti stranieri, rifacendosi alla pratica del Dott. Tobi
Nathan a Parigi. Nella pratica quotidiana del suo lavoro ambulatoriale, il Dott.
Casadei fa molto ricorso al sostegno dei mediatori culturali per affrontare
i casi dei suoi pazienti. Parlando a braccio della sua esperienza lavorativa,
il Dott. Casadei ha sollecitato il gruppo dei partecipanti con dei casi di studio
reali.
I partecipanti al laboratorio sono stati circa 30, rappresentati di associazioni
locali che lavorano con la popolazione immigrata, studenti di psicologia, mediatori
culturali, insegnanti. Dopo un breve giro di presentazione dei partecipanti
ed uno scambio di esperienze sul tema, il gruppo è stato diviso in piccoli
sottogruppi, con il compito di discutere i casi di studio sottoposti dal Dott.
Casadei. I casi si rifacevano alla reale esperienza lavorativa del Dott. Casadei
e mettevano in luce i diversi aspetti della mediazione interculturale in ambito
medico (spesso intesa dal paziente straniero come supporto psicologico) e della
psicosomatica. Per sintetizzare i concetti espressi nella sua relazione, il
Dott. Casadei ha citato un piccolo dialogo tra il guardiano e Creonte.
Guardiano: "È all'orecchio o all'anima che la mia voce ti fa male?".
Creonte: "Perché raffiguri il luogo del mio dolore?".
La discussione è stata molto animata ed è servita ai partecipanti
per ottenere un confronto più approfondito sulle singole esperienze di
mediazione culturale in ambito sanitario, ed in generale a sostegno del processo
di integrazione della popolazione immigrata, verificare approcci e metodologie,
confrontarsi sui problemi in comune.
Al termine della discussione di gruppo, ogni gruppo ha presentato le soluzioni
individuate al problema posto dai casi di studio, mettendo in rilievo l'importanza
della presenza del mediatore interculturale fin dal primo momento in cui il
paziente straniero si rivolge alle strutture medico-sanitarie. È importante
che tra il paziente, il medico ed il mediatore si instauri un rapporto di fiducia,
evitando però il rischio di delegare al mediatore il rapporto con il
paziente. È fondamentale che il paziente venga accolto a dovere, che
il medico capisca il percorso di vita del paziente e le cause della decisione
di emigrare e che lo aiuti a prendere coscienza del disagio.
2 - Psiche e migrazione. L'esperienza della
Pharos Foundation for Refugee Health Care, Amsterdam
a cura di Anke Miltenburg
Introdotto da Maja Danon, Stichting Pharos, Utrecht (Paesi Bassi); coordinato da Anke Miltenburg.
Nel suo intervento, in sessione plenaria durante la mattina,
Maja Danon ha presentato la sua organizzazione che in Olanda si occupa della
salute in una società multietnica. Maja Danon si è specializzata
in salute mentale e rifugiati/richiedenti asilo utilizzando l'approccio multidimensionale.
Il laboratorio ha approfondito i contenuti esposti nella relazione in plenaria
della mattina e si è svolto nel pomeriggio, in inglese con traduzione
consecutiva in italiano.
Dopo un breve giro di introduzione dei circa 12 partecipanti al laboratorio,
Maja Danon ha presentato un caso da lei seguito come collaboratrice dell'équipe
minori di Pharos.
Caso di studio
Il caso presentato riguarda un bambino di 8 anni di nome Jerry che viene seguito
da Pharos su indicazione del servizio psicologico della scuola che Jerry frequenta
e che ha constatato che i problemi di Jerry sono di tipo sociale. Da due anni
Jerry ha dei problemi comportamentali a scuola. Ultimamente questi problemi
sono peggiorati: ha regolarmente degli attacchi di rabbia, entra in conflitto
con il suo insegnante, litiga di frequente e arriva a picchiare i suoi compagni
di classe, lascia la scuola senza permesso durante l'orario di lezione e spesso
è molto stanco e si addormenta a scuola.
L'approccio di Pharos al trauma è multidimensionale e nei colloqui si
valuta quindi tutta la storia e la situazione famigliare nel suo complesso (storia
famigliare, vita famigliare attuale, procedura seguita per ottenere l'asilo
politico, alloggio, posizione socio-economica).
Dai colloqui con Jerry e sua madre sono risultati i seguenti problemi:
Storia famigliare: la famiglia è composta da Jerry e sua madre, provenienti
da una grande città del Congo. La madre è analfabeta, parla solo
la lingua lingala. Jerry parla olandese. Hanno vissuto più di due anni
e mezzo in Olanda senza essere riconosciuti come rifugiati. Al momento dei colloqui
vivono in un centro d'accoglienza per richiedenti asilo politico.
In Congo hanno visto uccidere sotto i loro occhi la sorella di quattro anni
dai militari. Il padre (che era politicamente attivo) è stato arrestato
e più tardi, molto probabilmente, ucciso. La madre è stata rinchiusa,
torturata e ha subito abusi sessuali per un lungo periodo. In Congo abita, probabilmente,
ancora una sorella della madre, ma di lei non si hanno più notizie.
Problemi della madre: sono di tipo sociale (incertezza sull'esito della procedura
per ottenere l'asilo politico e quindi sulla possibilità di stabilirsi
per sempre in Olanda; mancanza di privacy nel centro d'accoglienza; mancanza
di un'occupazione che la fa sentire inutile) e di tipo psicologico (soffre di
stress post-trauma (PTSS nel DSM 4) con frequenti incubi e flash-back compulsivi
in cui rivive gli eventi drammatici del passato; depressione con attacchi di
rabbia e di pianto; perdita di fiducia in sé e negli altri; è
ansiosa e soffre di insonnia). Inoltre, accusa anche problemi fisici: mal di
testa e di stomaco ed in più si lamenta di dolori in tutto il corpo:
la donna dice di sentire come una bomba nel suo corpo che può esplodere
in qualsiasi momento. La madre si isola sempre di più dall'ambiente e
evita tutto quello che le ricorda ciò che ha vissuto. Si sente incapace
come madre. La scuola ha riferito che trascura emozionalmente il figlio e a
volte lo ha picchiato. C'è il sospetto che la madre abbia subito abusi
sessuali nel centro d'accoglienza. Ha iniziato a frequentare una chiesa protestante
dove ha trovato una qualche consolazione.
Problemi di Jerry: oltre ai problemi riscontrati a scuola, Jerry dimostra di
avere molto paura di "mostri" e non riesce a dormire durante la notte.
Si arrabbia facilmente e non riesce a controllare la sua rabbia diventando aggressivo.
Ha difficoltà a concentrarsi.
Analisi del caso:
Il metodo di Pharos prevede la stesura di un'analisi basata sull'individuazione
dei fattori di rischio e dei fattori di forza ("coping").
Come fattori di rischio sono stati individuati per il passato: stress accumulato
e traumi accumulati; per il presente: il vivere per un lungo periodo nei centri
d'accoglienza, l'incertezza sull'ottenimento dello status di rifugiato e quindi
sul futuro, la depressione della madre, la condizione di analfabetismo della
madre e l'essere stata probabilmente di nuovo vittima di violenza sessuale nel
centro d'accoglienza. Come fattori di forza sono stati individuati: la motivazione
della madre, la cura che ha di sé e del figlio, la fede, la rete di conoscenti.
Il trattamento prevedeva una seria di interventi finalizzati
a rafforzare i fattori di forza e a migliorare la possibilità di far
fronte ai fattori di rischio. I problemi di Jerry non sembravano direttamente
riconducibile al suo passato traumatico, ma sono indirettamente causati dal
trauma subito dalla famiglia e peggiorati dalle attuali circostanze di vita.
Maja Danon ha seguito Jerry con sedute di terapia creativa in cui venivano affrontati
col metodo del disegno questioni come: chi sono, chi sono i miei amici (nuovi
e vecchi), com'è la mia casa, il mio quartiere, cosa mi spaventa, ecc..
La madre faceva molta fatica a parlare degli eventi traumatici vissuti ed era
restia ad esaminare i propri problemi psichici attuali legandoli al suo passato.
Perciò è stato scelto un approccio misto basato sul miglioramento
della situazione di vita attuale. Tra gli interventi: è stata trovata
una nuova casa per madre e figlio, si è provveduto a contattare un avvocato
(per dare nuova vita alla procedura per l'ottenimento dell'asilo politico inserendo
nel dossier anche l'abuso sessuale: durante i colloqui iniziali con la commissione
la donna non ne ha parlato probabilmente perché affiancata da un interprete
maschio del servizio di interpretazione telefonica), lo psichiatra ha prescritto
farmaci anti-depressivi, è stato rinforzata e allargata "la rete
intorno alla famiglia" anche con l'aiuto della scuola di Jerry, delle associazioni
di aiuto ai rifugiati politici e della chiesa.
Dopo la discussione del caso di studio, i partecipanti si sono
divisi in due gruppi che avevano il compito di individuare e analizzare un caso
col metodo dei fattori di rischio - fattori di forza. Il caso poteva essere
la storia personale di uno dei partecipanti o scelto tra eventuali casi a conoscenza
dei partecipanti. Il primo gruppo ha preso in esame la storia personale di uno
dei partecipanti proveniente dalla Guinea Bissau, mentre il secondo gruppo ha
individuati alcuni casi a conoscenza dei partecipanti. Il lavoro di gruppo è
stato poi discusso in plenaria.