II Giornata
Diritto alla salute e mediazione interculturale
Salute e intercultura
a cura di Maria Soster
La seconda giornata, intitolata "Diritto alla salute e mediazione interculturale",
si propone l'obiettivo di rintracciare quei luoghi in cui può prendere
forma un possibile intreccio tra salute e pratiche interculturali.
In tale contesto un discorso sulla salute necessiterebbe di diventare anche
una riflessione sulle politiche sanitarie, cioè necessiterebbe di offrire
un percorso attraverso le modalità con cui agiscono quelle strutture
sociosanitarie che offrono assistenza ed orientamento agli immigrati, siano
essi regolari, irregolari o clandestini. Una riflessione su queste strutture
sarebbe utile anche per enucleare l'interpretazione della categoria "salute"
messa in luce dal confonto-scontro-incontro tra diverse culture. Non vorrebbe
essere un'affermazione troppo forte, perché qui non c'è lo spazio
per giustificarla e sostenerla, ma si potrebbe ritenere che salute e, di conseguenza,
malattia siano in realtà dei prodotti culturali, la cui relatività
e i cui differenti significati risaltano proprio grazie all'incontro di soggetti
che hanno reazioni ed atteggiamenti diversissimi in circostanze che, però,
sono comuni.
Gli interlocutori della giornata coprono varia ambiti della pratica interculturale:
si va dall'Ospedale San Gallicano, nella figura di uno dei suoi medici, il dott.
Luigi Toma, all'Associazione NAGA, di Milano, con il suo gruppo di Etnopsichiatria
rappresentato dalla dott.ssa Anna Felcher, alla dott.ssa Maja Danon della Pharos
Foundation di Amsterdam.
Il coordinamento della giornata e della successiva tavola rotonda sono affidati
alla dott.ssa Mara Mabilia, antropologa e docente del Master in Studi Interculturali.
Salute deriva dal latino salus, astratto arcaico di salvus (da cui l'italiano
'salvo'). Il dizionario etimologico Giacomo Devoto (
25)
sottolinea che il significato di questo termine, riguardante l'interezza, l'integrità,
fu poi assimilato dal latino totus. Salvus, cioè, finì per riguardare
anche il tutto, l'intero, l'anima ed il corpo, uniti senza scissione concepibile.
Così per estensione, si può dire che salvus stesso si riferisca
a questa integralità che prevede perciò una non distinzione anima-corpo,
una pienezza accompagnata ad un sentimento di una propria appartenenza, completamente
integrata ed in armonia con l'ambiente in cui si vive e con cui si interagisce.
Ma salus rimanda anche al latino salvere, che richiama quella rosa di significati
che vanno dallo 'star bene', allo 'stare sano', all' 'essere in buona salute'
fino al 'sii felice'. Di conseguenza salus, oltre che rimandare al tutto, all'intero,
richiama anche quello star bene connesso alla felicità. Se lo star bene
ha un senso solo se intrecciato ad una interezza e ad un essere felici, il benessere
non sembra semplicemente legato al buon funzionamento degli organi e degli apparati
del nostro corpo, ma ad un sentimento di star bene diffuso che disconosce qualsiasi
scissione. Ciò porterebbe a dire che non esistono medicine per l'anima
e medicine per il corpo: o si parla di una corporeità in cui materiale
e spirituale non possono sussistere come distinti (neanche dall'ambiente stesso
in cui sono inseriti), oppure l'individuo è costretto a vivere di scissioni,
pensandosi come parte o come composto di parti e non come uno ed unico. Le pratiche
che prendono vita, a ridosso del fenomeno migratorio, aiutano a comprendere
più a fondo che cosa si intenda con salute e con bisogno di salute.
Il fenomeno della migrazione dai paesi più poveri verso i paesi più
ricchi è una conseguenza di quel libero movimento di merci, persone e
capitali che è all'origine (ma anche conseguenza) del contemporaneo fenomeno
del 'villaggio globale'. Tuttavia, paradossalmente, le persone circolano più
difficilmente di merci e capitali, a meno che non circolino come forza-lavoro,
cioè mercificati. Se la richiesta di immigrati da impiegare nel settore
lavorativo è alta, tuttavia è ancora difficilmente pensabile la
modalità di una loro accoglienza che non li riduca semplicemente alla
categoria di risorsa umana. Perciò da un lato occorre accettare l'inesorabilità
di questo movimento perché si assiste all'agevolazione dei flussi sovranazionali
rientranti nel fenomeno 'globalizzazione'. Dall'altro, tuttavia, i paesi che
divengono le principali mete di queste immigrazioni, possono diventare vittima
di quel processo che riduce l'altro, l'immigrato, a semplice minaccia, perché
ritenuto nemico. Questo atteggiamento giustifica titoli che richiamano antiche
paure, come Gli immigrati non sono untori (
26),
che evidenzia l'associazione tra immigrazione e devianza (
27).
La figura dello straniero, se da un lato è accettata in quanto ritrova
un suo impiego e posto nel settore produttivo, dall'altro è allontanata
perché ritenuta incarnazione di una differenza minacciosa ed incontrollabile,
che prende le diverse forme della criminalità o della malattia.
Si tratta, fin da subito, di mettere in crisi o di far crollare il pregiudizio
secondo cui gli immigrati arrivano in Italia già ammalati. In realtà
è proprio il contrario. Sono i soggetti sani quelli che emigrano alla
ricerca di condizioni di vita migliori. Il peggioramento della loro situazione
si verifica di solito nel luogo in cui sono giunti, a causa di condizioni di
indigenza, di possibile promiscuità, di malnutrizione, fino ai casi estremi
di sfruttamento, come quelli legati alla prostituzione. Occorrerebbe a questo
punto far notare l'importanza di luoghi come gli ambulatori, i luoghi della
malattia. Questi infatti, come le scuole o i momenti di animazione interculturale,
i tre aspetti che in questa conferenza si sono voluti trattare, sono spazi in
cui i pregiudizi sullo straniero (e, di conseguenza, anche su di noi), trovano
una loro prima messa in discussione, favorendo il nascere di un nuovo stile
mentale, quell'apertura che è alla base di una genuina pratica interculturale.
In Italia varie sono le disposizioni di interesse sanitario che riguardano l'immigrazione
(
28). L'articolo 32 della
Costituzione italiana dice: "La Repubblica tutela la salute come fondamentale
diritto dell'individuo ed interesse della collettività e garantisce cure
gratuite agli indigenti […]". La salute viene perciò posta
come un diritto dell'individuo, cioè qualcosa che appartiene all'uomo
in quanto tale, derivante dall'affermazione di un generale diritto alla vita
e all'integrità fisica. Per le disposizioni più specifiche in
materia, il riferimento è la legge 40 del luglio 1998, poi confluita
nel Decreto Legislativo 286 del 25 luglio 1998, intitolata Testo Unico delle
disposizioni concernenti la disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione
dello straniero. Il Testo Unico sancisce la parità assoluta tra cittadini
italiani ed immigrati residenti regolarmente in Italia. La novità del
Testo Unito è una ben precisa considerazione di servizi per gli immigrati
clandestini ed irregolari, perché prevede per essi assistenza sanitaria,
cioè ambulatoriale, ospedaliera urgente o continuativa, se legata a malattie
o infortuni. Si provvede inoltre alla tutela di gravidanza e maternità,
la tutela dei minori, le vaccinazioni, le misure di profilassi internazionale,
la profilassi, la diagnosi e la cura delle malattie infettive e la bonifica
dei focolai.
Tuttavia difficilmente gli immigrati senza permesso di soggiorno accettano di
usufruire dell'assistenza sanitaria. Nonostante si possa insistere sul discorso
di una concessione più 'flessibile' della cittadinanza (
29),
slegandola dal principio della natività (
30),
occorre anche creare una lingua della malattia, che sappia comunicare, cioè,
letteralmente, mettere in comune, non tanto dei contenuti, quanto piuttosto
un atteggiamento, quello di un'apertura in ascolto, che sia in grado di rimettere
in movimento delle situazioni non comunicanti, cioè in apparenza chiuse
ad una possibile mediazione. A questa altezza deve proporsi di agire la mediazione
culturale. A parte la difficoltà che hanno nel focalizzare che per certi
disturbi ci sono delle strutture specifiche (fatto che comunque riguarda anche
coloro che risiedono regolarmente), gli immigrati non in regola temono infatti
di vedere denunciata alle autorità la loro situazione irregolare. A volte,
anche quando acconsentono, si difendono non rivelando il loro nome vero, cosa
che complica ulteriormente la loro situazione, visto che, se vi dovesse essere
una sanatoria, lo stesso libretto sanitario potrebbe essere un documento valido
per provare la loro presenza in Italia.
La difficoltà del rapporto con le strutture sanitarie, oltre a questa
iniziale diffidenza, ha però anche altre radici. Infatti gli immigrati,
in genere, hanno la sensazione di non potersi permettere di star male, dato
che dalla loro integrità, anche fisica, dipende la loro sopravvivenza
e la riuscita del loro progetto migratorio (
31).
La salute è quanto gli immigrati possono offrire in cambio della possibilità
di emigrare che viene loro offerta, "Il ruolo di malato è, dunque,
in antitesi con il ruolo di lavoratore, ed è anche per questo che gli
immigrati tendenzialmente ricorrono alle cure del medico soltanto in caso di
grave necessità" (
32).
Parlare della salute sposta allora l'attenzione su un potenziale 'star bene'
e sul suo significato. Salute e malattia, come si diceva nelle prime righe di
questo scritto, sono infatti anche dei prodotti culturali. Viene a definirsi
'malattia' ciò che è infatti socialmente riconosciuto come tale
e che, di conseguenza, porta a strutture che rispondano all'esigenza nata da
questa interpretazione dello star bene. Nella pratica interculturale è
complicato capire che cosa è per l'immigrato 'malattia', nel doppio senso
di malattia riconosciuta da noi come tale (che rimanda a certe prestazioni)
e per noi capire cosa intende lui per malattia (
33).
Questo richiede una forte collaborazione tra ambiti scientifici e disciplinari,
simili e diversi, quali medicina, antropologia, etnologia, psichiatria, scienza
delle religioni, alla ricerca di un possibile dire e dirsi dell'individuo malato
(e quindi dell'individuo sano) che sappia comprendere ad abbracciare un vissuto
culturale anche diverso, senza schiacciarlo di categorie ed interpretazioni
troppo occidentali, incapaci di cogliere una unicità perché schiave
di un linguaggio che non è capace di aprirsi ad un nuovo perché
è incapace di leggere i propri limiti.
Si parla perciò di bisogno di salute come richiesta di star bene. Non
si tratta solo di rispondere ad un disagio fisico. Si tratta di cominciare a
riflettere sullo spazio mentale dello star bene che vede la città stessa
coinvolta, perché in essa diventano attuali quelle pratiche che rispondono
a questa richiesta, a questo bisogno di star bene. La città deve riproporsi
come quel luogo in cui è possibile ricostituire una propria integrità,
attraverso un prendersi cura dell'individuo stesso, che sappia ricongiungere
star bene, essere felici e il complesso che questo comporta nella relazione
all'alterità.