Università
degli Studi di Padova
Facoltà di Lettere e Filosofia
Master
in Studi Interculturali
a. a. 2001/2002
Tesina di approfondimento
IL LAVORO NEL TERZO SETTORE
Uno sguardo alla realtà italiana, veneta e padovana
Mariagrazia Comunian
Introduzione
CAPITOLO I
Il ruolo dell'impresa non profit nel welfare state italiano.
- La crisi del welfare state o stato assistenziale.
- Il welfare mix .
- La legittimazione del terzo settore.
CAPITOLO II
La realtà del Terzo Settore in Italia.
- Il primo censimento italiano delle imprese non profit pubblicato nel 2001.
- La rilevanza occupazionale. · L'attività
lavorativa e le sue caratteristiche di soggettività.
CAPITOLO III
Uno sguardo alla realtà veneta e padovana, con particolare attenzione
alle realtà di accoglienza e di inserimento degli stranieri.
- Principali aree di attività degli organismi del terzo settore a Padova.
- Immigrazione in Veneto: peculiarità. ·
Presentazione di varie associazioni che si occupano di stranieri sul
territorio padovano.
Conclusioni.
Introduzione
Prima di intraprendere
questo lavoro di approfondimento relativo al Master in Studi Interculturali,
da me frequentato nell'anno accademico 2001-2002, mi sono interrogata lungamente
su quale potesse essere l'argomento più interessante da studiare e poi
rielaborare con la stesura di una tesina. Ho deciso che avrei cercato di delineare
un quadro d'insieme del Terzo Settore, per comprenderne limiti e prospettive,
e che inoltre avrei approfondito l'argomento relativo alle associazioni che
si occupano degli immigrati sul territorio padovano. Nel fare questo ho avuto
ben presente anche ciò che credo essere l'atteggiamento comune a chi
si interessa di intercultura, ossia il desiderio di coinvolgere qualcun altro
delle proprie esperienze o, semplicemente, del proprio entusiasmo. Spero quindi
che questa breve tesina potrà dare qualche spunto in più o qualche
chiarimento ad altri, frequentanti del Master o meno, nell'ottica della condivisione
e della relazione interpersonale, fondata su interessi comuni.
Veniamo ora alla rapida
presentazione dei temi trattati: nel primo capitolo viene introdotto il sistema
del welfare state , accennando alle sue origini e alla sua recente crisi,
questo nel quadro generale degli argomenti che intendo sviluppare. Sta maturando
un processo per cui, da una logica statalista si procede verso quello che viene
chiamato il welfare mix , cioè un sistema misto dove stato, società
civile, in questo caso rappresentata dal terzo settore, e il mercato collaborano
per raggiungere lo stesso programma. Si parlerà quindi del terzo settore
che, a suo grande vantaggio, ha la capacità di mobilitare le risorse
locali fuori da una logica esclusivamente mercantile e burocratica e dunque
molto più vicina ai bisogni della gente e alle sue aspettative. Esso
ha inoltre, la capacità di organizzare servizi senza separarli dalla
comunità, ma anzi facendo in modo che la comunità stessa li senta
propri. La formula concreta nella realizzazione di questi progetti misti tra
pubblico e privato, è il contracting-out: l'ente pubblico può
ricoprire il ruolo di finanziatore ed essere al contempo acquirente di prestazioni
sociali che vengono fornite da agenzie private o privato-sociali. Nel secondo capitolo vorrei inquadrare
la realtà del settore non profit e delle sue potenzialità occupazionali.
Non profit, non perché non può fare o non fa utili o non paga
salari e stipendi, ma perché non distribuisce utili e quindi non remunera
i proprietari del capitale. Ho dato anche uno sguardo a ricerche piuttosto recenti
che riguardano questo settore. La mia attenzione si soffermerà sulle
caratteristiche del lavoro in questo settore. Dall'osservazione di dati e di
fatti, mi sembra possibile affermare che chi lavora all'interno del settore
rivendica riconoscimenti formali, ma il tema caratterizzante sicuramente è
che gli individui apportano un contributo anche notevole a titolo ha aspetti
più o meno marcatamente gratuito, perché sono interessati e sensibili
al perseguimento delle finalità dell'organizzazione e dunque alla possibilità
di esercitare un controllo consapevole sull'organizzazione stessa.
È necessario tenere insieme le
motivazioni e gli obiettivi sociali con la capacità di valorizzare al
meglio le risorse. Il collegamento con la cittadinanza attiva e solidale è
fondamentale. L'impresa sociale supera la separazione che c'è nell'impresa
tradizionale tra produttore e consumatore: la comunità si fa in qualche
modo imprenditrice e da utente contribuisce anche a produrre servizi. Di questo,
gli aspetti positivi sono: coinvolgimento, disponibilità a lavorare con
minori costi e particolare cura nello svolgimento del lavoro.
Nel terzo ed ultimo capitolo vorrei
sottolineare quale sia l'importanza e la rilevanza occupazionale del settore
non profit nell'ambito regionale e, più in particolare, in quello padovano.
Non sempre è noto quanto siano ampi e diversificati i settori di intervento
che questo settore racchiude al suo interno, per non parlare dell'accoglienza
alle persone migranti, fatto di grande interesse e attualità. Tutto ciò
senza prescindere dagli aspetti salienti dell'immigrazione in Veneto, la sua
importanza, ma anche la sua complessità sociale e culturale. In chiusura
intenderei proporre alcune delle esperienze più significative, a mio
avviso, nell'accoglienza e nell'assistenza a immigrati extracomunitari sul panorama
cittadino padovano.
CAPITOLO
I
IL RUOLO DELL'IMPRESA
NON PROFIT NEL WELFARE MIX STATE
La
crisi del welfare state o stato assistenziale.
Lo stato sociale
si afferma, nei paesi democratici a economia capitalistica dell'Occidente, a
partire dal secondo dopoguerra ed è legato ai processi di modernizzazione
sociale. Il periodo che va dal 1950 al 1980 è stato denominato “l'età
d'oro del welfare” perché l'estensione universale dei diritti sociali,
insieme alle conseguenze di una dinamica demografica contenuta e dello sviluppo
economico, hanno determinato un aumento mai visto prima delle spese pubbliche
per la protezione sociale e la diffusione di un benessere che fino ad allora
era stato privilegio di pochi e ristretti gruppi di persone.
Dopo la seconda guerra
mondiale si afferma dunque il ruolo dello Stato come garante del benessere e
della protezione sociale. Potremmo definire lo Stato assistenziale come un sistema
politico-amministrativo che assume come proprio compito la soddisfazione di
bisogni fondamentali dei cittadini. Lo Stato si fa così garante del buon
funzionamento del sistema sociale, in termini di crescita e di stabilità
economica, di democrazia politica, di ridistribuzione del benessere e di integrazione
fra le diverse componenti della società.
I primi anni novanta
hanno tuttavia sentenziato, in tutti i paesi occidentali, la definitiva fine
delle illusioni che vedevano lo stato assistenziale come unico garante della
sicurezza individuale in termini di assistenza sociale e sanitaria. L'assistenza,
la sanità, l'educazione, le garanzie del lavoro e la sicurezza personale
sono oggi, da un lato, sottoposte a misure restrittive e tagli di spesa, perché
considerate non più sostenibili, dall'altro sembrano inadeguate rispetto
all'entità dei problemi ai quali dovrebbero rispondere.
La crisi del welfare
state appare davvero irreversibile, a seguito anche di
tutta una serie di trasformazioni
sociali ed economiche che hanno minato alla base la capacità di risposta
del welfare state alle esigenze dei cittadini, creando ulteriori frammentazioni
e momenti di tensione. Vale al pena di richiamare le trasformazioni che sono da
considerare in primis fattori di crisi. Pensiamo, per esempio, all'invecchiamento
demografico e alle profonde trasformazioni sopravvenute nei rapporti familiari
che sempre più spesso producono povertà ed esclusione. Consideriamo
inoltre la crescita della partecipazione femminile al mercato del lavoro ( che
crea tutta una catena di nuovi bisogni di servizi da erogare per un mondo femminile
sempre più impegnato in campo lavorativo), e inoltre consideriamo la crisi
del modello economico basato sulla produzione industriale e sul consumo di massa
e la nascita di un modello di sviluppo basato sul terziario: un aspetto che ha
profondamente ristrutturato i modi di produrre e di fruire dei beni o servizi
forniti.
Nella società
post-industriale c'è bisogno di coniugare, in un modo nuovo, crescita
economica e benessere sociale: lo Stato non appare più in grado di far
fronte alla domanda di taluni servizi contando solo sulle proprie risorse. In questo contesto la
recente riscoperta del terzo settore assume un
significato nuovo, che risiede sia nel riconoscimento dell'efficacia dell'organizzazione
non profit, sia nell'individuazione di un ruolo diverso, non più limitato
a quello di risorsa complementare all'intervento dello stato. Il terzo settore
viene individuato come un attore delle politiche di welfare che concorre a pari
titolo con le istituzioni pubbliche nella gestione e nella realizzazione dei servizi
richiesti dalla cittadinanza.
Ciò che è in gioco non
è una riduzione, ma un cambiamento nella visione funzionale dello Stato.
Occorre soprattutto un recupero forte delle funzioni statali di programmazione
socio-assistenziale, tanto più necessario oggi in cui le risorse scarse,
l'insufficiente dotazione gestionale e strutturale dei servizi, la quota crescente
di domanda insoddisfatta impongono un paziente lavoro di coordinamento ( Ascoli
U., Disuguaglianza e stato sociale: riflessioni sulla crisi del welfare
italiano , Donzelli, Roma, 1996 ). Sarà necessario definire le priorità
relative agli interventi statali, svilupparne strumenti di valutazione, intraprendere
azioni di razionalizzazione dei sistemi di offerta dei servizi e abbattere gli
sprechi. Tutto ciò sembra realizzarsi in quello che definiremo come
welfare mix.
Il welfare mix. Il concetto di
welfare mix appare semplice ed intuitivo: esso indica
una situazione in cui la produzione di servizi sociali e di interesse collettivo
è garantita da una pluralità di soggetti istituzionali (pubblica
amministrazione, organizzazioni non profit e imprese for profit), con ruoli
parzialmente sovrapposti e in parte diversi dove, di norma, la pubblica amministrazione
svolge il compito principale, ma non necessariamente esclusivo, di finanziatore,
e le imprese e le organizzazioni private svolgono soprattutto quello di produttori.
I soggetti pubblici e quelli privati si vengono così a trovare in una
situazione di complementarità e grazie a questa situazione è possibile
attuare una serie di strategie molto interessanti.
In primo luogo si ha
l'occasione per aggirare la rigidità burocratica ed essere molto meno
condizionati dal vincolo amministrativo degli enti pubblici; in secondo luogo
il disagio sociale, non più trattato in termini centralistici e standardizzati,
riassume la sua vera dimensione ed è in grado di ottenere risposte più
puntuali in tempi più brevi.
Il welfare mix così
concepito è in grado di far corrispondere puntualmente domanda e offerta
di prestazioni sociali. Corollario di tale trasformazione
del sistema di welfare, è la valorizzazione del settore non profit come
soggetto pienamente partecipe nella realizzazione di politiche di welfare all'interno
delle quali non è più il solo livello istituzionale che decide
dove e quando intervenire, ma le linee guida degli interventi sono decise secondo
un approccio partecipativo, assicurando quindi all'intero sistema del welfare
state quell'ancoraggio democratico di fondo che le disfunzioni strutturali dello
stato assistenziale avevano affievolito ( Ascoli U., (a cura di) Il welfare
futuro: manuale critco del terzo settore, Carrocci,
Roma, 1999 ).
Le dimensioni assunte
dal settore non profit, testimoniano praticamente in tutti i paesi occidentali,
in modo più che palese, come le argomentazioni utilizzate per legittimare
la compartecipazione delle agenzie solidaristiche alla realizzazione delle politiche
di welfare, hanno trovato larghissimo consenso sia a livello di pianificazione
che di implementazione. Si viene così finalmente a rispondere alle diffuse
esigenze di iniziative sociali che siano espressione diretta di una esigenza
di organizzazione delle attività assistenziali provenienti dal basso.
La crescita di importanza
del moderno non profit è cosa recente, dopo che per decenni il settore
si era identificato sostanzialmente con il volontariato di ispirazione religiosa
o con il movimento cooperativo. La situazione italiana sembra iscriversi pienamente
negli scenari europei di privatizzazione, ma nel contempo sembra pure distinguersi
dagli altri paesi dell'Europa mediterranea per una maggiore consistenza, crescita
e vitalità delle varie tipologie in cui si articola il terzo settore,
così come per una sua maggiore legittimazione pubblica.
La legittimazione
del terzo settore.
Fino alla metà
degli anni Ottanta, il settore delle organizzazioni senza fine di lucro ricopriva
nel nostro paese un ruolo assolutamente marginale nell'attuazione delle politiche
di protezione sociale.
La situazione di monopolio
strategico-gestionale di servizi sociali da parte degli operatori pubblici,
ha per decenni chiuso le porte a qualsiasi tipo di innovazione o suggerimento
proveniente dalla società civile che non si attenesse rigidamente agli
interessi delle formazioni politiche dominanti e soprattutto al modello burocratico
di gestione della politica statale.
Dagli anni Ottanta si
è iniziata una sperimentazione su vasta scala di interventi misti di
politica sociale tra enti pubblici ed esperienze consolidate di solidarietà
organizzata. Questo processo si è esplicitato soprattutto attraverso
il mutamento della forma organizzativa dei servizi, che sono passati da una
gestione esclusivamente diretta, alla delega di produzione ad agenti
esterni all'amministrazione pubblica, secondo la formula del contracting-out
che prevede il finanziamento dell'erogazione dei servizi, con l'autorità
locale che paga l'organizzazione privata per le prestazioni effettuate.
Il ruolo crescente,
ma soprattutto nuovo, assunto dal settore non profit nell'ambito delle politiche
del welfare mix è testimoniato, oltre che da indicazioni di tipo quantitativo,
dalle trasformazioni qualitative che ne hanno caratterizzato lo sviluppo. La
dinamica del settore si è innanzitutto contraddistinta per la nascita
di organizzazioni di piccole dimensioni, molto più flessibili ed attrezzate
delle tradizionali non profit di grandi dimensioni, ad interagire con una domanda
complessa e segmentata come è quella attuale. Sono cresciute poi, sia
la specializzazione che le competenze professionali delle agenzie non profit,
elementi questi che potenziano il ruolo produttivo e la funzione imprenditoriale
delle esperienze solidaristiche.
Si è pure modificata,
e in modo sostanziale, la composizione delle entrate economiche delle organizzazioni
non profit che ha visto ridotto al minimo storico il peso delle donazioni e
dei contributi ed aumentare in modo inversamente proporzionale il peso delle
entrate da vendita di servizi al settore pubblico. Le attività delle
organizzazioni non profit che operano in partnership con l'ente pubblico
nella produzione di servizi sociali, riguardano una molteplicità di ambiti
di intervento: dalla gestione di case di cura per anziani all'inserimento sociale
di persone svantaggiate, dall'assistenza di soggetti portatori di handicap all'ospedalizzazione
domiciliare.
Non tutte queste attività
sono però semplicemente suppletive all'intervento pubblico, in alcuni
ambiti il servizio offerto è di tipo realmente innovativo rispetto all'azione
delle pubbliche amministrazioni.
Dall'inizio degli anni
novanta si sono avuti vari interventi legislativi che, che istituzionalizzando
e regolarizzando formalmente la pratica del contracting-out di servizi pubblici
alle agenzie solidaristiche, hanno riconosciuto al settore non profit il ruolo
di partner istituzionale del settore pubblico nella realizzazione di politiche
di sostegno sociale. Tra le suddette norme vanno ricordate quelle che regolano
la possibilità di delegare a soggetti di natura privata l'erogazione
di servizi pubblici (legge 142 del 1990), l'apertura del procedimento amministrativo
alla partecipazione dei privati e dei soggetti ideatori di progetti articolati
(legge241 del 1990), la legge sulle organizzazioni di volontariato (legge 266
del 1991) e sulle cooperative sociali (legge 381 del 1991), con le rispettive
applicazioni a livello regionale e provinciale. Si ricorderanno pure le numerose
normative a carattere comunale nonché la possibilità di erogare
dalla normativa in materia di contratti pubblici rivolti alle cooperative sociali
di inserimento lavorativo.
Il motivo portante di
questi disegni normativi può essere riassunto nell'idea che le relazioni
più continuative e strutturate tra pubblico e privato sociale vadano
regolate per mezzo del contratto tipo, o della convenzione per l'erogazione
di servizi di interesse collettivo. La convenzione è stata concepita
dal legislatore come un'operazione contrattuale di natura associativa che viene
redatta sulla base di una trattativa privata allo scopo di coinvolgere direttamente
i soggetti non profit nell'identificazione e nel sostegno dei bisogni a cui
gli apparati pubblici intendono dare risposta. Grazie a questi sistemi strutturati
si ottengono principalmente due vantaggi: il primo è il fatto che le
relazioni contrattuali su basi formali conferiscono all'ente pubblico la possibilità
di programmare gli interventi di partnership in modo più razionale di
quanto non accadesse in passato e di sovrintendere alle linee guida dei progetti,
lasciando al privato la responsabilità dell'azione diretta. Il secondo
vantaggio è che, grazie all'accesso stabile e strutturato ai finanziamenti
pubblici, il settore non profit può uscire definitivamente dalla gabbia
della precarietà.
Nel momento in cui le
agenzie solidaristiche riescono a disporre di risorse economiche assicurate
per un determinato periodo di tempo, è possibile adempiere alle necessarie
operazioni di qualificazione dei sistemi organizzativi: pianificare gli interventi
con sufficiente dimensione temporale, offrire ai propri operatori l'opportunità
di un lavoro meno precario, e quindi disporre di forza lavoro stabilmente impegnata
consente lo svolgimento di compiti operativi che presuppongono lo sviluppo di
competenze qualificate e professionali. L'intero settore si struttura così
per rispondere alla domanda continuativa ed esigente per passare da una posizione
di marginalità verso una posizione nodale, connotata da competenze specialistiche
ed abilità professionali che permettono alle organizzazioni solidaristiche
di dialogare da pari a pari con il settore pubblico ( Borzaga C., Terzo
settore e occupazione, un'analisi critica del dibattito , ISSAN, Trento,
1996 ).
Ogni attore, nel contracting-out
ha la sua legittimazione e ha compiti e responsabilità proprie da svolgere:
l'operatore è colui che attiva il processo, mentre le agenzie solidaristiche
agiscono utilizzando creatività, flessibilità, professionalità
e radicamento nel contesto sociale e locale della zona in cui operano. Inoltre
il rapporto contrattuale garantisce allo Stato un importante abbassamento dei
costi, grazie alla quasi totale eliminazione degli sprechi, alla elevata flessibilità
delle persone impiegate per svolgere determinati compiti, alla concorrenza tra
privati per fornire il servizio migliore rispetto al prezzo pagato; inoltre,
a maggior garanzia, il contratto qualora non sia onorato, permette che entrino
in gioco i meccanismi della risoluzione dello stesso.
LA REALTÁ DEL TERZO SETTORE IN ITALIA
Il primo censimento italiano delle imprese non profit pubblicato nel 2001
La crescita delle organizzazioni
del terzo settore dal punto di vista della loro professionalizzazione interna,
ha visto crescere in rapida progressione la manodopera impiegata: in Italia
nel 1991 essa veniva stimata, all'interno del settore non profit, intorno a
416.000 addetti a tempo pieno, cui andavano aggiunti almeno altri 600.000 volontari
attivi. Del totale degli addetti circa la metà operava in servizi socio-sanitari.
In generale, si può
affermare che all'inizio degli anni Novanta, il terzo settore italiano giocava
un ruolo ancora piuttosto secondario, ma non irrilevante, nell'ambito del sistema
economico e del modello di welfare . In alcuni settori di attività
(come sanità, educazione e soprattutto formazione professionale) le organizzazioni
del terzo settore operavano in stretta connessione con l'assai più ampio
sistema pubblico di fornitura di servizi, rappresentato principalmente dal sistema
sanitario nazionale o dal sistema scolastico pubblico. Di conseguenza, esse
dipendevano in maniera massiccia dai finanziamenti di origine pubblica, così
come i loro servizi non si distinguevano molto da quelli forniti dalla pubblica
amministrazione. In altri comparti, come quello dei servizi sociali, le organizzazioni
non profit hanno spesso integrato una insufficiente fornitura pubblica di servizi,
giocando anche un ruolo pionieristico in alcune aree di bisogno ( come le tossicodipendenze,
per esempio). In altri settori ancora, come l'ambiente e la tutela dei diritti
umani e civili, le organizzazioni non profit rappresentavano spesso il solo
giocatore in campo.
Molte sono le ragioni
che hanno determinato la crescente attenzione prestata alle organizzazioni non
profit nel contesto italiano ed internazionale: il loro significativo peso economico,
la buona capacità di creare occupazione, la consistente presenza nella
produzione di beni e servizi cruciali per la qualità della vita delle
nostre società, la collaborazione con gli enti pubblici nell'erogazione
di servizi, la capacità di produrre coesione sociale e di dare risposte
importanti alle aspettative individuali delle persone, per garantire una convivenza
civile, ordinata e ricca, appunto, di qualità.
I dati rilevati con
il censimento delle imprese non profit italiane del 2001, nel complesso, mettono
in luce che le istituzioni del terzo settore si configurano come un insieme
molto diversificato. In gran parte parliamo di una realtà costituita
da unità di dimensioni molto esigue, a volte domiciliate presso famiglie,
comuni, ospedali o altri enti e da istituzioni di dimensioni molto grandi, con
un numero considerevole di addetti e con una struttura organizzativa complessa.
Vediamo, in estrema
sintesi, alcuni dei dati che sembrano interessanti per avere un quadro della
situazione attuale.
Il numero delle organizzazioni
non profit (212.412 al 31 dicembre 1999) risulta essere pari a circa al metà
delle imprese a scopo di lucro operanti negli stessi settori di specializzazione
(450.000 circa): di queste circa i ¾ sono concentrate nei settori della
cultura, dello sport e della ricreazione.
La forma giuridica preferenziale
è l'associazione riconosciuta (63,6% del totale), meno numerose risultano
essere le fondazione e le cooperative.
Il settore, nel complesso,
impiega circa 4 milioni di persone (ovvero il 17% della popolazione attiva e
il 10% di quella in età lavorativa), così suddivise: 3,2 milioni
di volontari, 536.000 dipendenti, 80.000 collaboratori, 96.000 religiosi e 28.000
obiettori. La spesa complessiva risulta essere pari a 69 mila miliardi di Lire
(pari al 3,2% del P.I.L.) e il giro di affari ammonta a circa 73mila miliardi
di vecchie Lire.
Altro aspetto caratterizzante
è la variegata realtà delle organizzazioni operanti: accanto alle
373 organizzazioni più grandi che impiegano il 41,5% degli addetti, si
trovano una miriade di organizzazioni piccole e piccolissime, basate per la
maggior parte sull'impiego del volontariato. La dislocazione territoriale vede
la maggioranza delle organizzazioni collocate al Nord (51,1% del totale).
Il capitale umano del
terzo settore è così distribuito: l'utilizzo dei dipendenti varia
a seconda della forma giuridica. Istituti scolastici, universitari, ospedalieri
e fondazioni si avvalgono più frequentemente di lavoratori dipendenti,
mentre associazioni riconosciute e non- e comitati, si avvalgono di dipendenti
per quote inferiori a quella riferita al complesso delle istituzioni attive
ed è molto più ampio il ricorso al volontariato. Tra le istituzioni
che impiegano lavoratori con contratto di collaborazione coordinata e continuativa
sono relativamente più frequenti le cooperative sociali e le fondazioni.
I volontari sono molto presenti in attività filantropiche e nella promozione
stessa del volontariato, nell'ambiente, nella cultura, sport e ricreazione,
nella tutela dei diritti, nell'attività politica e nella solidarietà
internazionale. I dipendenti e i lavoratori assunti con contratto di collaborazione
coordinata e continuativa sono più numerosi nei settori dell'istruzione
e della ricerca, dello sviluppo economico e sociale che include attività
di addestramento, avviamento professionale e inserimento lavorativo e, infine,
delle relazioni sindacali. L'analisi della composizione per genere delle persone
coinvolte fa emergere la netta prevalenza femminile tra i lavoratori dipendenti,
con una percentuale pari a 62,5% che sale a 80,3 per quelli a part-time. Nelle
altre tipologie prevale invece la presenza maschile: in particolare, tra i volontari
gli uomini sono il 65,5% ( Orioli A., (a cura di) Lavorare nel non profit,
Il Sole 24 Ore, Milano, 1999 ).
La rilevanza occupazionale.
Il dibattito sull'occupazione
nel terzo settore, ha ricevuto un impulso decisivo a partire dalla metà
degli anni Novanta, destando l'interesse tra gli addetti ai lavori (studiosi,
attori pubblici, dirigenti di organizzazioni non profit, giornalisti e operatori
sociali). L'attenzione alle potenzialità occupazionali del settore dei
servizi è cresciuta insieme alla consapevolezza che il settore manifatturiero
è sempre meno in grado di creare posti di lavoro necessari ad assorbire
l'intera offerta e quindi a contribuire a ridurre gli elevati livelli di disoccupazione
che caratterizzano certa parte dei paesi europei e tra essi pure l'Italia.
È8, d'altro canto,
difficile creare nel settore dei servizi sociali un mercato del lavoro con caratteristiche
simili a quelle prevalenti nella produzione di beni e servizi privati. Infatti
la contiguità con il lavoro informale, sia di familiari che di lavoratori
irregolari, e la diffusione di lavoro volontario, rendono nebuloso il confine
tra offerta di servizi lavorativi a titolo oneroso e non, che costituisce il
prerequisito al formarsi di un mercato del lavoro “regolare”.
Per una parte rilevante
dei servizi sociali non è semplice organizzare il lavoro e definire i
contenuti delle prestazioni lavorative in modo da stabilire per ognuna di esse,
con sufficiente precisione, un salario coerente con la produttività.
Infatti, i compiti dei lavoratori non sono definibili a priori, perché
troppo influenzabili dalle caratteristiche specifiche delle persone cui è
indirizzato il servizio. È poi difficile controllare l'impegno dei lavoratori
a causa dell'elevato contenuto relazionale delle prestazioni, dell'impossibilità
di determinare con precisione le mansioni da svolgere; e per le stesse ragioni
è complesso adottare forme di retribuzione capaci di incentivare l'impegno
dei lavoratori.
Il settore dei servizi
sociali è dinamico ed evolve verso una dimensione sempre più produttiva
ed organizzata. La dinamicità è alimentata dal crescente pluralismo
delle forma organizzative non profit laiche, mentre più lenta appare
invece l'evoluzione del non profit religioso, specie di quello di più
antica tradizione. Nelle regioni meridionali c'è una grande vitalità
del terzo settore che attrae, più che al Nord, lavoratori con livelli
medio-alti di scolarizzazione.
Per quanto riguarda
la qualità dei posti di lavoro, l'analisi dei livelli e delle strutture
retributive permette di affermare come, più che a una differenziazione
tra pubblico e non profit, si sta assistendo al crearsi di due distinti mercati
del lavoro: quello pubblico, con remunerazioni mediamente più elevate
e marcate differenze tra lavoratori che ricoprono ruoli diversi, e quello privato.
Quest'ultimo è caratterizzato, nel suo insieme, da retribuzioni medie
molto simili e da strutture retributive molto diverse, soprattutto tra organizzazioni
non profit laiche e imprese for profit: mentre le prime hanno adottato strutture
retributive con differenziali minimi, le seconde tendono a remunerare i dirigenti
molto più dei lavoratori. Va però sottolineato un aspetto discriminante
assai significativo: il vantaggio retributivo dato dal settore pubblico, non
sembra garantire una maggiore soddisfazione dei dipendenti. Il lavoratore non
profit è più sensibile a leve quali la condivisione degli obiettivi
dell'organizzazione in cui opera, l'autonomia, lo sviluppo, la qualità
dell'ambiente lavorativo e quindi lo stipendio è soltanto uno dei tanti,
ma non necessariamente il primo degli elementi da considerare nella valutazione
della gratificazione personale.
Venendo al tema delle
potenzialità occupazionali del settore non profit, si può affermare
che, nonostante le molte difficoltà e incertezze con cui i produttori
di servizi sociali devono ancora convivere, il settore non si colloca più,
dal punto di vista delle condizioni di lavoro, all'ultimo posto nella gerarchia
delle attività produttive. Anche se una parte minoritaria di occupati
vi ha trovato lavoro perché priva di alternative, la maggioranza lo ha
scelto consapevolmente, pur essendo in possesso di una preparazione professionale
sufficiente per orientare la ricerca del lavoro verso altre occupazioni, oppure
lasciando una precedente occupazione che garantiva, in molti casi, redditi più
alti ( Borzaga C., Capitale umano e qualità del lavoro nei servizi
sociali, Fondazione Italiana per il Volontariato, Roma, 1994 ).
I livelli mediamente
elevati di soddisfazione che si riscontrano tra i lavoratori permettono di affermare
che la possibilità di operare in questo settore, ha rappresentato per
molti l'occasione per migliorare l'equilibrio tra aspettative e condizioni oggettive
di lavoro. Il problema allora diventa non più quello di riconoscere il
ruolo del non profit, ma piuttosto quello di garantire il mantenimento nel tempo
delle caratteristiche su cui si fonda la loro specificità e soprattutto
di quelle che influenzano l'efficacia, la soddisfazione dei lavoratori e la
qualità dei servizi. Teniamo presente il fatto che molte espressioni
del non profit sono organizzate e strutturate in modo da garantire una buona
qualità dei servizi e una buona gestione dei rapporti di lavoro.
L'attività
lavorativa nel terzo settore e le sue caratteristiche di soggettività.
Fino alla fine degli anni Ottanta la differenza fra volontariato e terzo settore era ancora oggetto di discussione teorica e i due termini venivano utilizzati nel gergo comune praticamente come sinonimi. Con il termine volontariato, si intendeva un po' di tutto: volontariato individuale, volontariato organizzato, associazionismo, eccetera.
Oggi, al contrario, esiste una forte differenziazione all'interno del terzo settore e c'è la tendenza a chiarire che in esso si collocano soggetti che si diversificano sempre di più gli uni dagli altri, non solo per le specifiche modalità organizzative, ma anche per le particolari capacità di fare welfare , ossia di progettare, produrre e distribuire servizi di pubblica utilità.
Diremo, per fornire
una prima differenziazione, che le organizzazioni di volontariato puro, non sono
in grado di fornire quelle prestazioni continuative e professionalizzate che implicano
strutture, capitali, professionalità aggiornate e servizi resi in modo
continuativo; sono comunque centrali nel sistema di protezione sociale e nell'offerta
di servizi che potremmo definire di welfare leggero. Altri soggetti, che
producono servizi più strutturati, diremo di welfare pesante, sono
le imprese sociali, ossia, le associazioni più organizzate, le cooperative
sociali e gli enti di cooperazione internazionale. La nuova configurazione vede
inoltre la nascita di istituti di credito che promuovono e sostengono le attività
economiche non profit. Dunque il panorama è ricco e pluralistico.
Credo sia interessante,
a questo punto, descrivere quale sia la condizione lavorativa degli addetti
al settore, le loro aspettative, le caratteristiche dell'organizzazione del
loro lavoro e tutto quello che ho potuto comprendere dai testi letti, ma soprattutto
dall'esperienza diretta e dallo scambio di idee e di informazioni nato durante
lo svolgersi del mio stage, relativo al Master in Studi Interculturali ( per
le caratteristiche specifiche del quale rimando alla relativa tesina di approfondimento),
che si è svolto all'interno di una struttura articolata come le Acli.
Per quanto riguarda
l'incontro con il settore non profit e la decisione di farla divenire, successivamente,
la propria attività lavorativa, per molte delle persone da me incontrate,
ciò è avvenuto con una certa naturalezza, generalmente dopo esperienze
giovanili nel mondo dell'associazionismo, dell'animazione e del volontariato.
Tanto che mi pare possibile affermare che l'attività associativa sembra
essere il trampolino di lancio per il lavoro nel terzo settore, e questo perché
assume il ruolo di formazione extrascolastica e, inoltre, crea coesione intorno
a determinati temi e momenti aggregativi che sembrano accrescere il desiderio
di sviluppare le piccole esperienze e i piccoli interessi fino a renderli attività
professionale. Per molti altri, il primo approccio è stato determinato
dall'anno di servizio civile, che è un buon modo per avvicinarsi al settore.
In ogni caso ciò che risulta davvero determinante è la motivazione
personale , che talora può essere stato risvegliato e reso più
consapevole dalla frequenza a corsi di formazione molto specifici, o, ancora,
dal contatto con realtà sociali diversamente organizzate, magari dopo
viaggi di studio o di ricerca. Mi preme sottolineare qui come la ricerca del
lavoro in questo settore non si svolge mai in modo parallelo alla ricerca del
lavoro tradizionale. Il curriculum formale ben scritto non è sufficiente
per essere presi seriamente in considerazione. Ciò che viene preso in
grande considerazione sono le motivazioni, le caratteristiche personali e l'esperienza
nel settore, che sono quasi sempre svincolati dai titoli di studio e, aggiungerei
come fattore non secondario, la segnalazione da parte di qualche altro attore
già conosciuto e operante nel settore.
La formazione continua
è un altro degli elementi che caratterizzano i lavoratori di questo settore.
Infatti, molto spesso si ha l'impressione che contino di più le esperienze
acquisite sul campo e le esigenze da esse derivate, che non i titoli di studio
tradizionali e le impostazioni culturali nate da questi stessi percorsi culturali.
Gli operatori devono essere continuamente aggiornati sia dal punto di vista
legislativo sia per quanto riguarda tecniche, modi e conoscenze che permettano
di svolgere al meglio il proprio lavoro. Ecco perché per alcuni è
stato importante prendere un titolo strada facendo, magari un diploma diverso
da quello di cui erano già in possesso. La specializzazione viene vissuta
come un ulteriore mezzo per “stabilizzare” il proprio posto di lavoro, ma anche
come un'occasione di ulteriore crescita e di arricchimento personale e dell'impresa
sociale nella quale si opera.
Occorre infatti considerare
che queste tipologie di professioni hanno una dimensione di confronto reciproco,
di contatti e di relazioni sociali che appagano i bisogni di interazione e di
appartenenza, che sono profondamente diverse dalle relazioni che si instaurano
nel mondo for profit. Per questo motivo, quelli del terzo settore sono stati
definiti “lavori qualitativamente diversi”, sia per l'oggetto delle attività
che per il rapporto con i fruitori e gli utenti e per le forme organizzative
del lavoro svolto.
Consideriamo ora un
altro degli elementi fondanti di questo tipo di professioni: la necessità
di essere flessibili, tema che si aggancia di nuovo a quello della formazione
continua. L'impresa sociale e tutti i bacini di servizi alla persona, infatti,
costituiscono ambiti in cui l'apprendimento lungo tutto il corso della vita
e l'aggiornamento delle competenze diventano obiettivi imprescindibili per chi
deve rispondere a tutta una serie di disagi manifestati da una vasta e diversificata
utenza. Inoltre, la flessibilità nell'impiego del personale rappresenta
sicuramente una leva che genera qualità nei servizi resi. Pensiamo, per
esempio, al fatto che le organizzazioni non profit operano quasi sempre su progetti
estremamente diversi uno dall'altro, che devono essere seguiti e sviluppati
dal personale interno spesso con una grande alternanza di ruoli ( Stanzani C.,
La specificità relazionale del Terzo Settore , Franco Angeli,
Milano, 1998 ).
Per essere ancora più
chiara e diretta descriverò brevemente ciò che ho visto costituire
“la giornata tipo” di un lavoratore non profit. La parola d'ordine è
“occuparsi di tante cose”. Il ritmo del lavoro quotidiano è piuttosto
personale e basato fondamentalmente sui contatti: il telefono, la posta elettronica,
la stesura di lettere, i colloqui, le frequentissime riunioni, i coordinamenti
e i momenti di aggregazione e di condivisione con gli altri colleghi, sono queste
le attività che occupano la maggior parte del tempo. A ciò si
aggiunga la necessità di aggiornarsi e di approfondire varie tematiche
nei momenti di rielaborazione personale. Se l'organizzazione riveste poi una
certa dimensione, c'è anche un continuo accavallarsi di ruoli e di passaggi
da uno staff di lavoro all'altro. A questo proposito ho sentito spesso le persone
manifestare la soddisfazione di avere un lavoro sempre diverso e creativo, proprio
grazie alla necessità di un approccio ai problemi sempre più multidisciplinare.
Vicino a questi aspetti positivi, occorre però sottolineare, come si
è già detto, che i livelli retributivi sono molto più bassi
rispetto alle altre professioni impiegatizie. Questo fatto però non mi
ha dato l'impressione di essere vissuto come un problema, forse perché
per questi lavoratori la qualità della vita non si identifica nel tenore
di vita, inteso come conseguenza diretta degli introiti economici.
A conclusione di questo
capitolo e di queste mie piccole osservazioni, mi pare di poter affermare che
questo lavoro crei una mentalità aperta ad una più vasta comprensione
della realtà. A ciò aggiungerei che i beni e i servizi offerti
migliorano in genere la qualità della vita, offrono identità,
mettono in campo soggettività umane, culturali e politiche, rispondono
ad esigenze profonde della società e producono socialità, comunità
e integrazione, ma va pure aggiunto come , tutto questo insieme di fattori rende
il lavoratore del settore piuttosto soddisfatto della propria occupazione.
CAPITOLO III
UNO SGUARDO ALLA REALTÁ VENETA E PADOVANA: LE ASSOCIAZIONI CHE SI OCCUPANO DI ACCOGLIENZA E INSERIMENTO DEGLI STRANIERI.
Principali aree di attività degli organismi del Terzo Settore a Padova.
In questo capitolo vorrei
presentare, necessariamente a grandi linee, quella che è la realtà
padovana del non profit. Questo settore è caratterizzato da un gran numero
di associazioni che si occupano degli ambiti e degli interventi più diversi:
si può spaziare dal recupero dei disabili (A.N.P.HA e ALTA-ONLUS), ad
attività di volontariato internazionale (AMICI DEI POPOLI) e ancora,
ad associazioni per la tutela dei diritti delle donne (ASSOCIAZIONE MIMOSA)
fino alla Banca Popolare Etica, che ha la sua sede proprio a Padova.
Mi preme sottolineare
qui non solo la grande vitalità e varietà del settore, ma anche
e soprattutto l'originalità di moltissime delle iniziative che meriterebbero
un approfondimento più puntuale e diretto. Per tutti gli indirizzi utili
e una breve descrizione delle associazioni locali, ma anche di quelle nazionali,
che spesso hanno una sezione padovana, rimando ad uno strumento indispensabile
per chi si avvicina al terzo settore, che è il catalogo degli espositori
di “Civitas”, Mostra Convegno della Solidarietà dell'Economia Sociale
e Civile, che si svolge ogni anno a Padova la prima settimana di maggio.
Questa breve introduzione
credo sia necessaria proprio per comprendere ciò che avevo affermato
nel secondo capitolo e cioè che all'interno di questo settore ci sono
moltissime situazioni e attività che in vario modo hanno a che fare con
la vita della cittadinanza.
Il terzo settore è
un attore importante riguardo a nuove opportunità di lavoro, in una logica
di risposta ai bisogni reali delle persone e della comunità. Il 9,5%
delle organizzazioni presenti in Italia è localizzato nel Veneto, per
un totale di oltre 21mila persone coinvolte a vario titolo: la nostra regione
è seconda solo alla Lombardia. La sperimentazione continua
di nuove strade, che è la caratteristica tipica di tutto il Terzo settore,
ne costituisce al di là dell'esito delle iniziative, uno dei principali
valori. Inoltre, come abbiamo già detto nel secondo capitolo, la flessibilità
organizzativa è uno degli elementi determinanti nella capacità
di adeguare gli interventi alle esigenze estremamente mutevoli della società
( E. Schiavon, La casa che non c'è , Immigrati
e terzo settore: un caso di studio a Padova. Tesi di laurea, corso di laurea in
Lettere, indirizzo di etnologia, a.a. 2001-2002, pp.64-65.)
Pensiamo, per esempio
alla presenza extracomunitaria, dalla prima emergenza alla progressiva stabilizzazione
sul territorio, e come vi sia la tendenza a conferire a queste realtà
associative, da parte delle istituzioni, una delega implicita ad occuparsi di
una questione politicamente e socialmente scottante come l'immigrazione. Questo
è l'ambito che cercherò di approfondire nel terzo ed ultimo capitolo,
delineando prima le caratteristiche dell'immigrazione in Veneto e descrivendo
poi l'attività delle organizzazioni che ho potuto conoscere direttamente
e che si occupano principalmente di rispondere ai problemi posti dalla presenza
degli immigrati nella nostra città.
Immigrazione in
Veneto: peculiarità.
Da qualche decennio
ormai anche l'Italia è toccata in pieno dal fenomeno delle migrazioni.
Il confronto con culture e persone di diversa formazione e stile di vita è
diventato una necessità sociale e non più una sorta di moda o di
amore per l'esotismo.
A questo importante
appuntamento arriviamo un po' in ritardo rispetto ad altri paesi europei per
un insieme di ragioni storiche e politiche. Il ritardo, però, non è
un buon motivo per agire da soli: infatti, per governare e comprendere questo
fenomeno abbiamo bisogno di collaborare con le altre nazioni europee e con la
Comunità internazionale nel suo insieme. Credo infatti che dai rapporti
di interdipendenza nascano opportunità positive, risorse ed occasioni
per costruire migliori relazioni sociali, nuove conoscenze e rispetto fra le
persone e i popoli e questo sia che si parli di singole persone, sia che si
parli di rapporti tra comunità o stati nazione.
Il nostro paese, dopo
essere stato per anni terra di emigrazione, a partire dagli anni Settanta, e
poi sempre più massicciamente, fino ai nostri giorni, è diventato
terra di immigrazione. Questo accade quando gli altri stati europei hanno già
creato da tempo norme di contenimento per la presenza di lavoratori stranieri.
In Europa gli immigrati
sono circa 25 milioni, per la maggior parte in Inghilterra, Germania e Francia,
paesi nei quali è forte la percentuale di popolazione immigrata residente,
circa il 5% della popolazione totale. In Italia, invece, anche se il fenomeno
dell'immigrazione è in forte aumento, risulta essere ancora esigua la
percentuale degli stranieri in rapporto agli autoctoni. Secondo l'ISMU infatti,
all'inizio del 2000 sono 1milione e mezzo gli immigrati presenti nel nostro
paese, pari a meno del 3% della popolazione residente (Fondazione ISMU,
Settimo rapporto sulle migrazioni 2001 , Franco Angeli, Milano).
Ciò che potremmo
definire come l'anomalia del caso italiano è una certa, non quantificabile
presenza di irregolari e di clandestini nel nostro territorio. L'Italia è
infatti un paese “ponte” per la sua struttura geografica di penisola in mezzo
al Mediterraneo, ma definibile anche come il paese che ricopre il ruolo di cerniera
tra Europa e Paesi dell'Est, che negli anni Novanta hanno fornito un grandissimo
numero di immigrati. L'Italia svolge dunque la duplice attrattiva di meta finale,
ma anche di luogo di passaggio, di transito verso altri paesi dell'Unione Europea.
Non dimentichiamo che, nel solo Veneto, sono presenti 160 nazionalità
diverse.
Come riportato nell'anticipazione
del dossier statistico Caritas 2002 sull'immigrazione italiana, elaborato su
dati forniti dal Ministero dell'Interno, risulta il Marocco, con 158.094 permessi
registrati, il primo paese a fornire immigrati, seguito dall'Albania (144.120),
dalla Romania (75.377), dalle Filippine (64.215), dagli Stati dell'ex Jugoslavia
(54.698).
Nel mercato del lavoro
gli stranieri immigrati risultano essere il 3% e si trovano prevalentemente
nelle industrie del Nord. Le comunità marocchina, jugoslava, albanese,
rumena, ghanese, cinese, senegalese e macedone sono maggiormente impiegate nel
settore industriale; fa eccezione la comunità nigeriana, maggiormente
inserita nel terziario. Le comunità marocchina, albanese e rumena sono
ai primi posti nell'impiego nel settore agricolo (ORIV, Osservatorio Regionale
Immigrazione Veneto, Quaderni di ricerca 4, Venezia, 1999, p.11). A questi settori
tradizionali dell'occupazione, prevalentemente maschile, si aggiunga il fenomeno
recentemente oggetto anche di una importante sanatoria: quello cioè delle
“badanti”: si pensi che solo in Veneto, si calcola che siano 15mila gli anziani
curati a domicilio da queste collaboratrici. Le colf straniere che vivono nelle
case degli italiani rappresentano un “esercito di invisibili”, almeno fino ad
oggi. Si stima che siano 400mila le collaboratrici domestiche di questo tipo
in Italia, di cui solo 114mila iscritte all'Inps e quindi con un regolare permesso
di soggiorno.
Queste osservazioni
e questi dati sono molto importanti per comprendere anche il tipo di insediamento
degli immigrati, che non è limitato alle grandi città, di solito
per la prestazione di servizi, come nel caso delle badanti o della ristorazione
e dell'ambulantato, ma che è diffuso su tutto il territorio, seguendo
l'andamento degli insediamenti industriali e artigianali, nonché delle
zone agricole più produttive.
Il Veneto è la
Regione del Nord Est con la più alta presenza di immigrati (120.515)
e risulta al terzo posto in Italia dopo la Lombardia (265.883) e il Lazio (221.182).
La prima provincia interessata è Vicenza, seguita nell'ordine da Verona,
Treviso, Padova, Venezia, Belluno e Rovigo. Le cause principali che sembrano
regolare i flussi migratori verso al nostra Regione sono la capacità
attrattiva dell'economia, la conseguente necessità di manodopera, l'immagine
(e per certi aspetti il mito) di un benessere facilmente raggiungibile e la
vicinanza dei Paesi dell'Europa dell'Est, da cui proviene una porzione consistente
di stranieri extracomunitari (B. Anastasia, I lavoratori extracomunitari,
in Il mercato del lavoro nel Veneto. Tendenze e politiche. Rapporto 1999, a
cura dell'Agenzia per l'impiego del Veneto, Milano, Franco Angeli, 1999, p.184)
Dai dati sulla popolazione,
ottenuti basandosi sui permessi di soggiorno rilasciati e sulle iscrizioni all'anagrafe,
si riscontrano complessivamente 120.515 stranieri (57,8% uomini, 42,2% donne);
tale presenza, prevalentemente di extracomunitari, in Veneto è aumentata
più del doppio nell'ultimo decennio, divenendo progressivamente più
stabile. Molti dei permessi di soggiorno vengono infatti concessi per motivi di
ricongiungimento familiare, indicando quindi una tendenza verso progetti migratori
più stabili, che non prevedono a breve termine un rientro nella terra d'origine.
Si stima che nel giro di vent'anni il 15% della popolazione del Nord Est sarà
immigrata.
Il contesto lavorativo veneto, caratterizzato
dallo sviluppo economico continuo, ricorre a manodopera extracomunitaria per
soddisfare le richieste di un'area in cui le dinamiche economiche e le dinamiche
demografiche si sono divaricate a vantaggio delle prime; perciò è
divenuta via via più significativa l'incidenza degli avviamenti di extracomunitari
sul totale delle assunzioni (nel 1993 era pari al 4%, nel 1998 è risultata
pari all'8%). Come è accaduto nelle altre aree a sviluppo elevato, anche
in Veneto, il funzionamento stesso del sistema economico dipende anche dal contributo
migratorio (B. Anastasia, I lavoratori extracomunitari , cit., p.181).
Il fenomeno è dunque irreversibile e quindi sempre più dovrà
essere possibile per chi qui vive e partecipa attivamente al benessere economico
del paese, godere anche di un benessere personale fatto di appartenenza e comprensione
della società in cui è inserito. In questo campo credo abbiano
un ruolo fondamentale le associazioni rivolte all'inserimento degli immigrati,
ma anche le forme di associazionismo che vengono promosse dagli immigrati stessi.
La nostra società
è, di fatto, multietnica e multiculturale, e quindi si rende necessario
un approccio “positivo” e un reciproco rispetto e conoscenza fra le diversità
culturali presenti. La scuola statale, ormai di fatto multiculturale, la casa,
che spesso è un grosso problema per gli immigrati, e l'integrazione sociale,
avvenuta o mancata, sono questioni davvero molto importanti, alle quali qui accenno
solamente. Nei prossimi tempi lo stato sociale dovrà dare delle risposte
concrete a queste problematiche e sono certa che, per farlo, dovrà ricorrere
sempre più ad iniziative nate “sul campo”: locali e associative.
La comunità locale,
infatti, è sempre più coinvolta in un processo di integrazione
o di rifiuto di eterogeneità linguistiche e culturali presenti. I pericoli
presenti nella nostra società sono: la tendenza a tenere separate e ghettizzare
le persone appartenenti a culture straniere, nonché una grande difficoltà
ad attivare politiche a sostegno del vivere civile, dove la legalità
e la sicurezza siano riconosciute come patrimonio e ricchezza per tutti. La
dimensione pubblica, lontana dalla realtà del quartiere e del paese,
avrà sempre più bisogno di affidarsi, per creare coesione sociale
e interventi mirati a risolvere i problemi dei singoli, a piccole organizzazioni
legate al territorio, competenti per una limitata area d'azione. A mio avviso,
allo Stato rimarranno lo sguardo d'insieme e la volontà politica nei
piani di azione sociale, ma la risposta ai bisogni sempre più differenziati
e mutevoli dei cittadini, non solo immigrati, partirà dal basso e quindi
dalle organizzazioni che formano il Terzo Settore.
Alcune delle associazioni
che si occupano di stranieri nel territorio padovano.
Per esigenze di praticità,
dovrò limitare le presentazioni che seguono di qui a breve, alle realtà
delle quali ho acquisito, almeno in parte, una conoscenza diretta. Questo non
presuppone in alcun modo la pretesa di essere esauriente a proposito di un panorama
così complesso e differenziato, come quello delle associazioni padovane
che si occupano di immigrazione. Credo, tuttavia, che anche queste brevi presentazioni
possano dare l'idea di quello che sta succedendo nella cittadinanza attiva organizzata.
Ho pensato potesse essere utile fornire anche l'indirizzo delle associazioni
e il loro recapito telefonico.
Trovo di grande significatività
il progetto delle ACLI che si occupa di accoglienza, informazione e animazione
dei cittadini immigrati: il “Progetto Immigrazione”. Dal 1987 le ACLI hanno
iniziato ad occuparsi di stranieri, all'interno dello sportello “ Movimento
Primo Lavoro” e dal 1990, all'interno della più ampia organizzazione
delle Acli, si svolge questo servizio in forma dedicata e continuativa. Si progettano
e realizzano interventi sul territorio avvalendosi della collaborazione di animatori
stranieri e italiani. In collaborazione con altre realtà padovane, si
è costituita la cooperativa Nuovo Villaggio, che ha lo scopo di risolvere
i problemi relativi alle abitazioni degli immigrati (e che vedremo poi nel dettaglio).
I servizi sono erogati principalmente ad Enti, associazioni, Istituzioni pubbliche
ed ecclesiali più raramente ai lavoratori stranieri, in quanto ci si
rivolge prevalentemente alle istituzioni che di essi si occupano. Le principali
attività svolte sono: di animazione socio-culturale (nelle scuole per
esempio, con progetti di educazione interculturale), di promozione e sostegno
di servizi resi alla comunità (come segretariato sociale, corsi di lingua
e di formazione professionale, nonché di accoglienza) e di progettazione
rivolta alla cooperazione internazionale e allo scambio. Esiste anche un servizio
Aclicolf per la tutela, l'orientamento, la formazione professionale di collaboratrici
domestiche straniere (servizio che ho potuto constatare, nel corso del mio stage,
essere molto frequentato ed attivo). Allo studio ci sono anche alcuni progetti
per favorire l'aggregazione e l'entrata nel mondo del lavoro di donne arabe.
La sede è in Via Pierobon 13/a, 35133 Padova e il telefono è lo
049/8643766.
Un'altra interessante
forma associativa ha il nome di ARCI Solidarietà “Progetto Benvenuti”
ed ha come finalità principale quella di coordinare associazioni e gruppi
di volontariato laico, che condividano un impegno comune di responsabilità
verso l'altro, i deboli e le differenze. Il Servizio è attivo dal 1992,
si rivolge sia ad italiani che vogliano conoscere la realtà immigratoria,
sia a stranieri che abbiano dei reali bisogni da soddisfare. Le principali attività
svolte sono: di informazione e sensibilizzazione sui diritti del cittadino e
sull'educazione interculturale e, soprattutto, di promozione e sostegno di servizi,
quali il segretariato sociale, l'accoglienza, i corsi di lingua e di formazione
per volontari e mediatori. L'indirizzo è via Dante, 41 049/8756326.
Veniamo ora all'Associazione
“Unica Terra” che si costituisce formalmente all'inizio del 1990, come una risposta
della società civile all'emergenza posta dal grosso flusso di immigrati
presenti in città. Inizia l'istituzione di corsi di lingua, ben presto
viene aperta una casa si Prima accoglienza e poi altri appartamenti di Seconda
accoglienza, si attiva ben presto anche l'Ufficio di ascolto e iniziano dal
1992 le attività di aggregazione e formazione per migranti. I servizi
sono rivolti agli italiani che intendano conoscere la realtà immigratoria
padovana, e agli stranieri di varie nazionalità, con una prevalenza di
persona originarie dalle zone del Maghreb e dell'Africa subsahariana. La finalità
di questa associazione è quella di promuovere l'inserimento nella società
locale degli immigrati favorendo iniziative di interscambio fra culture e persone.
L'indirizzo è via Minio, 19 - 049/8644237.
Vale la pena di citare
poi una forma associativa che riguarda gli immigrati direttamente, in quanto
organizzata da loro stessi. Non è l'unico caso presente sul nostro territorio,
ma mi sembra tra i più significativi. L'associazione in questione è
l'AIE, Associazione Immigrati Extracomunitari e ha come finalità quella
di auto promuovere gli immigrati. Nasceva nel 1988 come risposta spontanea degli
immigrati alle situazioni di difficoltà e alla mancanza di una normativa
che regolamentasse la presenza dei cittadini extracomunitari. Da quel momento
in poi ha sempre lavorato alla promozione di iniziative di sostegno degli stranieri
presenti a Padova in attiva collaborazione con altre Istituzioni e associazioni
locali. Gli associati-utenti sono studenti e lavoratori stranieri, per lo più
di origine maghrebina. I servizi offerti sono prevalentemente di: segretariato
sociale ed educazione interculturale tramite, per esempio, mostre di prodotti
artigianali e la conduzione di programmi radiofonici su emittenti locali. L'indirizzo
è via del Padovanino, 1 049/664056.
Concludo questa breve
rassegna, con la presentazione della Cooperativa Nuovo Villaggio, che si pone
l'obiettivo di ricercare alloggi da affittare ed acquistare, per poi assegnarli
ai soci immigrati e non. Il progetto di costituire questa cooperativa che facilitasse
il reperimento di alloggi per i cittadini stranieri e mediasse fra proprietario
ed affittuario, risale al 1991. Per al sua costituzione si sono associate quattro
realtà già impegnate nell'ambito degli interventi a favore degli
stranieri: ACLI, MOVI, Popoli Insieme e Unica Terra. La cooperativa è
attiva dal 1994. L'utenza è costituita da italiani e stranieri in cerca
di alloggio. L'attività principale è legata alla ricerca di alloggi
e abitazioni a prezzi contenuti. L'indirizzo è via Cavalieri Buonaventura,
7 049/720768.
Conclusioni
Per più di mezzo
secolo la nostra società ha riposto una fiducia incondizionata nell'estensione
dei compiti dello Stato e nei suoi meritevoli effetti per l'intera collettività.
In tempi più recenti questa fiducia si è incrinata anche per le
difficoltà economiche e gestionali in cui si dibattono le amministrazioni
pubbliche di tutti i Paesi a sviluppo avanzato. Sempre più evidenti risultano
i limiti strutturali di sviluppo dello stato sociale moderno. Nell'indicare
le possibili vie d'uscita a queste crisi, non solo di legittimità e fiscalità,
ma soprattutto di valori, gli studiosi negli ultimi anni hanno sempre più
fatto riferimento alle organizzazioni del non profit. La spiegazione di questo
fenomeno va ricercata nei profondi mutamenti in atto: sia di ordine sociale,
culturale, come pure economico-strutturale, demografico e ideologico. Al problema
della sostenibilità economica e a quello dell'efficienza, caratterizzanti
i sistemi pubblici di welfare , si uniscono le
difficoltà attraversate dalle società del mondo capitalistico, con
tutti i problemi e i cambiamenti causati dalla crisi postindustriale e la consapevolezza
che il soggetto pubblico è sempre meno in grado di rispondere con efficacia
ad una domanda sociale crescente, eterogenea, complessa e continuamente mutevole
fra vecchie e nuove emergenze.
La domanda di servizi e la sua crescente
differenziazione hanno spinto sempre più le amministrazioni pubbliche
a delegare la produzione di servizi sociali ad organizzazioni di terzo settore
anche tramite la formula del contracting-out .
Tutta questa serie di fattori rende l'intero settore estremamente vitale e capace, in prospettiva, di crescere notevolmente anche sul piano dell'offerta occupazionale. Molti sono oggi i giovani interessati a farne parte ed essi cercano di specializzarsi e di inventarsi nuove occupazioni “sociali”. Non va sottaciuto il fatto che le organizzazioni non profit hanno come elemento qualificante la caratteristica di produrre beni relazionali, beni di cui oggi la nostra società ha estremamente bisogno. Quando allora si parla in astratto di qualità della vita, di modello di sviluppo alternativo e di uno stile di vita diverso, il terzo settore può essere la risposta concreta a questo tipo di bisogni. Il lavoratore che opera in questo settore ha il valore aggiunto di arricchire continuamente le proprie competenze e ha la percezione di fare qualcosa per se stesso e per gli altri, cercando di migliorare le condizioni di vita. Il lavoro è in genere precario, ma stimola continuamente l'intelletto umano, con la necessità di progettare e di confrontarsi continuamente con la sete di servizi che la società di oggi richiede. Non dimentichiamo l'importante ruolo di interlocutore, spesso unico, che questi operatori svolgono con le minoranze, con gli emarginati e gli immigrati.