Università degli Studi di Padova
Facoltà di Lettere e Filosofia
Master in Studi Interculturali

a. a. 2001/2002

Tesina di approfondimento

IL LAVORO NEL TERZO SETTORE

Uno sguardo alla realtà italiana, veneta e padovana

Mariagrazia Comunian


Introduzione

CAPITOLO I
Il ruolo dell'impresa non profit nel welfare state italiano.
- La crisi del welfare state o stato assistenziale.
- Il welfare mix .
- La legittimazione del terzo settore.

CAPITOLO II
La realtà del Terzo Settore in Italia.
- Il primo censimento italiano delle imprese non profit pubblicato nel 2001.
- La rilevanza occupazionale. · L'attività lavorativa e le sue caratteristiche di soggettività.

CAPITOLO III
Uno sguardo alla realtà veneta e padovana, con particolare attenzione alle realtà di accoglienza e di inserimento degli stranieri.
- Principali aree di attività degli organismi del terzo settore a Padova.
- Immigrazione in Veneto: peculiarità. · Presentazione di varie associazioni che si occupano di stranieri sul territorio padovano.

Conclusioni.


Introduzione

Prima di intraprendere questo lavoro di approfondimento relativo al Master in Studi Interculturali, da me frequentato nell'anno accademico 2001-2002, mi sono interrogata lungamente su quale potesse essere l'argomento più interessante da studiare e poi rielaborare con la stesura di una tesina. Ho deciso che avrei cercato di delineare un quadro d'insieme del Terzo Settore, per comprenderne limiti e prospettive, e che inoltre avrei approfondito l'argomento relativo alle associazioni che si occupano degli immigrati sul territorio padovano. Nel fare questo ho avuto ben presente anche ciò che credo essere l'atteggiamento comune a chi si interessa di intercultura, ossia il desiderio di coinvolgere qualcun altro delle proprie esperienze o, semplicemente, del proprio entusiasmo. Spero quindi che questa breve tesina potrà dare qualche spunto in più o qualche chiarimento ad altri, frequentanti del Master o meno, nell'ottica della condivisione e della relazione interpersonale, fondata su interessi comuni.

Veniamo ora alla rapida presentazione dei temi trattati: nel primo capitolo viene introdotto il sistema del welfare state , accennando alle sue origini e alla sua recente crisi, questo nel quadro generale degli argomenti che intendo sviluppare. Sta maturando un processo per cui, da una logica statalista si procede verso quello che viene chiamato il welfare mix , cioè un sistema misto dove stato, società civile, in questo caso rappresentata dal terzo settore, e il mercato collaborano per raggiungere lo stesso programma. Si parlerà quindi del terzo settore che, a suo grande vantaggio, ha la capacità di mobilitare le risorse locali fuori da una logica esclusivamente mercantile e burocratica e dunque molto più vicina ai bisogni della gente e alle sue aspettative. Esso ha inoltre, la capacità di organizzare servizi senza separarli dalla comunità, ma anzi facendo in modo che la comunità stessa li senta propri. La formula concreta nella realizzazione di questi progetti misti tra pubblico e privato, è il contracting-out: l'ente pubblico può ricoprire il ruolo di finanziatore ed essere al contempo acquirente di prestazioni sociali che vengono fornite da agenzie private o privato-sociali.

Nel secondo capitolo vorrei inquadrare la realtà del settore non profit e delle sue potenzialità occupazionali. Non profit, non perché non può fare o non fa utili o non paga salari e stipendi, ma perché non distribuisce utili e quindi non remunera i proprietari del capitale. Ho dato anche uno sguardo a ricerche piuttosto recenti che riguardano questo settore. La mia attenzione si soffermerà sulle caratteristiche del lavoro in questo settore. Dall'osservazione di dati e di fatti, mi sembra possibile affermare che chi lavora all'interno del settore rivendica riconoscimenti formali, ma il tema caratterizzante sicuramente è che gli individui apportano un contributo anche notevole a titolo ha aspetti più o meno marcatamente gratuito, perché sono interessati e sensibili al perseguimento delle finalità dell'organizzazione e dunque alla possibilità di esercitare un controllo consapevole sull'organizzazione stessa.

È necessario tenere insieme le motivazioni e gli obiettivi sociali con la capacità di valorizzare al meglio le risorse. Il collegamento con la cittadinanza attiva e solidale è fondamentale. L'impresa sociale supera la separazione che c'è nell'impresa tradizionale tra produttore e consumatore: la comunità si fa in qualche modo imprenditrice e da utente contribuisce anche a produrre servizi. Di questo, gli aspetti positivi sono: coinvolgimento, disponibilità a lavorare con minori costi e particolare cura nello svolgimento del lavoro.

Nel terzo ed ultimo capitolo vorrei sottolineare quale sia l'importanza e la rilevanza occupazionale del settore non profit nell'ambito regionale e, più in particolare, in quello padovano. Non sempre è noto quanto siano ampi e diversificati i settori di intervento che questo settore racchiude al suo interno, per non parlare dell'accoglienza alle persone migranti, fatto di grande interesse e attualità. Tutto ciò senza prescindere dagli aspetti salienti dell'immigrazione in Veneto, la sua importanza, ma anche la sua complessità sociale e culturale. In chiusura intenderei proporre alcune delle esperienze più significative, a mio avviso, nell'accoglienza e nell'assistenza a immigrati extracomunitari sul panorama cittadino padovano.

 

CAPITOLO I

IL RUOLO DELL'IMPRESA NON PROFIT NEL WELFARE MIX STATE

La crisi del welfare state o stato assistenziale.

 

Lo stato sociale si afferma, nei paesi democratici a economia capitalistica dell'Occidente, a partire dal secondo dopoguerra ed è legato ai processi di modernizzazione sociale. Il periodo che va dal 1950 al 1980 è stato denominato “l'età d'oro del welfare” perché l'estensione universale dei diritti sociali, insieme alle conseguenze di una dinamica demografica contenuta e dello sviluppo economico, hanno determinato un aumento mai visto prima delle spese pubbliche per la protezione sociale e la diffusione di un benessere che fino ad allora era stato privilegio di pochi e ristretti gruppi di persone.

Dopo la seconda guerra mondiale si afferma dunque il ruolo dello Stato come garante del benessere e della protezione sociale. Potremmo definire lo Stato assistenziale come un sistema politico-amministrativo che assume come proprio compito la soddisfazione di bisogni fondamentali dei cittadini. Lo Stato si fa così garante del buon funzionamento del sistema sociale, in termini di crescita e di stabilità economica, di democrazia politica, di ridistribuzione del benessere e di integrazione fra le diverse componenti della società.

I primi anni novanta hanno tuttavia sentenziato, in tutti i paesi occidentali, la definitiva fine delle illusioni che vedevano lo stato assistenziale come unico garante della sicurezza individuale in termini di assistenza sociale e sanitaria. L'assistenza, la sanità, l'educazione, le garanzie del lavoro e la sicurezza personale sono oggi, da un lato, sottoposte a misure restrittive e tagli di spesa, perché considerate non più sostenibili, dall'altro sembrano inadeguate rispetto all'entità dei problemi ai quali dovrebbero rispondere.

La crisi del welfare state appare davvero irreversibile, a seguito anche di

tutta una serie di trasformazioni sociali ed economiche che hanno minato alla base la capacità di risposta del welfare state alle esigenze dei cittadini, creando ulteriori frammentazioni e momenti di tensione. Vale al pena di richiamare le trasformazioni che sono da considerare in primis fattori di crisi. Pensiamo, per esempio, all'invecchiamento demografico e alle profonde trasformazioni sopravvenute nei rapporti familiari che sempre più spesso producono povertà ed esclusione. Consideriamo inoltre la crescita della partecipazione femminile al mercato del lavoro ( che crea tutta una catena di nuovi bisogni di servizi da erogare per un mondo femminile sempre più impegnato in campo lavorativo), e inoltre consideriamo la crisi del modello economico basato sulla produzione industriale e sul consumo di massa e la nascita di un modello di sviluppo basato sul terziario: un aspetto che ha profondamente ristrutturato i modi di produrre e di fruire dei beni o servizi forniti.

Nella società post-industriale c'è bisogno di coniugare, in un modo nuovo, crescita economica e benessere sociale: lo Stato non appare più in grado di far fronte alla domanda di taluni servizi contando solo sulle proprie risorse.

In questo contesto la recente riscoperta del terzo settore assume un significato nuovo, che risiede sia nel riconoscimento dell'efficacia dell'organizzazione non profit, sia nell'individuazione di un ruolo diverso, non più limitato a quello di risorsa complementare all'intervento dello stato. Il terzo settore viene individuato come un attore delle politiche di welfare che concorre a pari titolo con le istituzioni pubbliche nella gestione e nella realizzazione dei servizi richiesti dalla cittadinanza.

Ciò che è in gioco non è una riduzione, ma un cambiamento nella visione funzionale dello Stato. Occorre soprattutto un recupero forte delle funzioni statali di programmazione socio-assistenziale, tanto più necessario oggi in cui le risorse scarse, l'insufficiente dotazione gestionale e strutturale dei servizi, la quota crescente di domanda insoddisfatta impongono un paziente lavoro di coordinamento ( Ascoli U., Disuguaglianza e stato sociale: riflessioni sulla crisi del welfare italiano , Donzelli, Roma, 1996 ). Sarà necessario definire le priorità relative agli interventi statali, svilupparne strumenti di valutazione, intraprendere azioni di razionalizzazione dei sistemi di offerta dei servizi e abbattere gli sprechi. Tutto ciò sembra realizzarsi in quello che definiremo come welfare mix.

 

Il welfare mix.

Il concetto di welfare mix appare semplice ed intuitivo: esso indica una situazione in cui la produzione di servizi sociali e di interesse collettivo è garantita da una pluralità di soggetti istituzionali (pubblica amministrazione, organizzazioni non profit e imprese for profit), con ruoli parzialmente sovrapposti e in parte diversi dove, di norma, la pubblica amministrazione svolge il compito principale, ma non necessariamente esclusivo, di finanziatore, e le imprese e le organizzazioni private svolgono soprattutto quello di produttori. I soggetti pubblici e quelli privati si vengono così a trovare in una situazione di complementarità e grazie a questa situazione è possibile attuare una serie di strategie molto interessanti.

In primo luogo si ha l'occasione per aggirare la rigidità burocratica ed essere molto meno condizionati dal vincolo amministrativo degli enti pubblici; in secondo luogo il disagio sociale, non più trattato in termini centralistici e standardizzati, riassume la sua vera dimensione ed è in grado di ottenere risposte più puntuali in tempi più brevi.

Il welfare mix così concepito è in grado di far corrispondere puntualmente domanda e offerta di prestazioni sociali.

Corollario di tale trasformazione del sistema di welfare, è la valorizzazione del settore non profit come soggetto pienamente partecipe nella realizzazione di politiche di welfare all'interno delle quali non è più il solo livello istituzionale che decide dove e quando intervenire, ma le linee guida degli interventi sono decise secondo un approccio partecipativo, assicurando quindi all'intero sistema del welfare state quell'ancoraggio democratico di fondo che le disfunzioni strutturali dello stato assistenziale avevano affievolito ( Ascoli U., (a cura di) Il welfare futuro: manuale critco del terzo settore, Carrocci, Roma, 1999 ).

Le dimensioni assunte dal settore non profit, testimoniano praticamente in tutti i paesi occidentali, in modo più che palese, come le argomentazioni utilizzate per legittimare la compartecipazione delle agenzie solidaristiche alla realizzazione delle politiche di welfare, hanno trovato larghissimo consenso sia a livello di pianificazione che di implementazione. Si viene così finalmente a rispondere alle diffuse esigenze di iniziative sociali che siano espressione diretta di una esigenza di organizzazione delle attività assistenziali provenienti dal basso.

La crescita di importanza del moderno non profit è cosa recente, dopo che per decenni il settore si era identificato sostanzialmente con il volontariato di ispirazione religiosa o con il movimento cooperativo. La situazione italiana sembra iscriversi pienamente negli scenari europei di privatizzazione, ma nel contempo sembra pure distinguersi dagli altri paesi dell'Europa mediterranea per una maggiore consistenza, crescita e vitalità delle varie tipologie in cui si articola il terzo settore, così come per una sua maggiore legittimazione pubblica.

 

La legittimazione del terzo settore.

Fino alla metà degli anni Ottanta, il settore delle organizzazioni senza fine di lucro ricopriva nel nostro paese un ruolo assolutamente marginale nell'attuazione delle politiche di protezione sociale.

La situazione di monopolio strategico-gestionale di servizi sociali da parte degli operatori pubblici, ha per decenni chiuso le porte a qualsiasi tipo di innovazione o suggerimento proveniente dalla società civile che non si attenesse rigidamente agli interessi delle formazioni politiche dominanti e soprattutto al modello burocratico di gestione della politica statale.

Dagli anni Ottanta si è iniziata una sperimentazione su vasta scala di interventi misti di politica sociale tra enti pubblici ed esperienze consolidate di solidarietà organizzata. Questo processo si è esplicitato soprattutto attraverso il mutamento della forma organizzativa dei servizi, che sono passati da una gestione esclusivamente diretta, alla delega di produzione ad agenti esterni all'amministrazione pubblica, secondo la formula del contracting-out che prevede il finanziamento dell'erogazione dei servizi, con l'autorità locale che paga l'organizzazione privata per le prestazioni effettuate.

Il ruolo crescente, ma soprattutto nuovo, assunto dal settore non profit nell'ambito delle politiche del welfare mix è testimoniato, oltre che da indicazioni di tipo quantitativo, dalle trasformazioni qualitative che ne hanno caratterizzato lo sviluppo. La dinamica del settore si è innanzitutto contraddistinta per la nascita di organizzazioni di piccole dimensioni, molto più flessibili ed attrezzate delle tradizionali non profit di grandi dimensioni, ad interagire con una domanda complessa e segmentata come è quella attuale. Sono cresciute poi, sia la specializzazione che le competenze professionali delle agenzie non profit, elementi questi che potenziano il ruolo produttivo e la funzione imprenditoriale delle esperienze solidaristiche.

Si è pure modificata, e in modo sostanziale, la composizione delle entrate economiche delle organizzazioni non profit che ha visto ridotto al minimo storico il peso delle donazioni e dei contributi ed aumentare in modo inversamente proporzionale il peso delle entrate da vendita di servizi al settore pubblico. Le attività delle organizzazioni non profit che operano in partnership con l'ente pubblico nella produzione di servizi sociali, riguardano una molteplicità di ambiti di intervento: dalla gestione di case di cura per anziani all'inserimento sociale di persone svantaggiate, dall'assistenza di soggetti portatori di handicap all'ospedalizzazione domiciliare.

Non tutte queste attività sono però semplicemente suppletive all'intervento pubblico, in alcuni ambiti il servizio offerto è di tipo realmente innovativo rispetto all'azione delle pubbliche amministrazioni.

Dall'inizio degli anni novanta si sono avuti vari interventi legislativi che, che istituzionalizzando e regolarizzando formalmente la pratica del contracting-out di servizi pubblici alle agenzie solidaristiche, hanno riconosciuto al settore non profit il ruolo di partner istituzionale del settore pubblico nella realizzazione di politiche di sostegno sociale. Tra le suddette norme vanno ricordate quelle che regolano la possibilità di delegare a soggetti di natura privata l'erogazione di servizi pubblici (legge 142 del 1990), l'apertura del procedimento amministrativo alla partecipazione dei privati e dei soggetti ideatori di progetti articolati (legge241 del 1990), la legge sulle organizzazioni di volontariato (legge 266 del 1991) e sulle cooperative sociali (legge 381 del 1991), con le rispettive applicazioni a livello regionale e provinciale. Si ricorderanno pure le numerose normative a carattere comunale nonché la possibilità di erogare dalla normativa in materia di contratti pubblici rivolti alle cooperative sociali di inserimento lavorativo.

Il motivo portante di questi disegni normativi può essere riassunto nell'idea che le relazioni più continuative e strutturate tra pubblico e privato sociale vadano regolate per mezzo del contratto tipo, o della convenzione per l'erogazione di servizi di interesse collettivo. La convenzione è stata concepita dal legislatore come un'operazione contrattuale di natura associativa che viene redatta sulla base di una trattativa privata allo scopo di coinvolgere direttamente i soggetti non profit nell'identificazione e nel sostegno dei bisogni a cui gli apparati pubblici intendono dare risposta. Grazie a questi sistemi strutturati si ottengono principalmente due vantaggi: il primo è il fatto che le relazioni contrattuali su basi formali conferiscono all'ente pubblico la possibilità di programmare gli interventi di partnership in modo più razionale di quanto non accadesse in passato e di sovrintendere alle linee guida dei progetti, lasciando al privato la responsabilità dell'azione diretta. Il secondo vantaggio è che, grazie all'accesso stabile e strutturato ai finanziamenti pubblici, il settore non profit può uscire definitivamente dalla gabbia della precarietà.

Nel momento in cui le agenzie solidaristiche riescono a disporre di risorse economiche assicurate per un determinato periodo di tempo, è possibile adempiere alle necessarie operazioni di qualificazione dei sistemi organizzativi: pianificare gli interventi con sufficiente dimensione temporale, offrire ai propri operatori l'opportunità di un lavoro meno precario, e quindi disporre di forza lavoro stabilmente impegnata consente lo svolgimento di compiti operativi che presuppongono lo sviluppo di competenze qualificate e professionali. L'intero settore si struttura così per rispondere alla domanda continuativa ed esigente per passare da una posizione di marginalità verso una posizione nodale, connotata da competenze specialistiche ed abilità professionali che permettono alle organizzazioni solidaristiche di dialogare da pari a pari con il settore pubblico ( Borzaga C., Terzo settore e occupazione, un'analisi critica del dibattito , ISSAN, Trento, 1996 ).

Ogni attore, nel contracting-out ha la sua legittimazione e ha compiti e responsabilità proprie da svolgere: l'operatore è colui che attiva il processo, mentre le agenzie solidaristiche agiscono utilizzando creatività, flessibilità, professionalità e radicamento nel contesto sociale e locale della zona in cui operano. Inoltre il rapporto contrattuale garantisce allo Stato un importante abbassamento dei costi, grazie alla quasi totale eliminazione degli sprechi, alla elevata flessibilità delle persone impiegate per svolgere determinati compiti, alla concorrenza tra privati per fornire il servizio migliore rispetto al prezzo pagato; inoltre, a maggior garanzia, il contratto qualora non sia onorato, permette che entrino in gioco i meccanismi della risoluzione dello stesso.


CAPITOLO II

LA REALTÁ DEL TERZO SETTORE IN ITALIA

Il primo censimento italiano delle imprese non profit pubblicato nel 2001

 

La crescita delle organizzazioni del terzo settore dal punto di vista della loro professionalizzazione interna, ha visto crescere in rapida progressione la manodopera impiegata: in Italia nel 1991 essa veniva stimata, all'interno del settore non profit, intorno a 416.000 addetti a tempo pieno, cui andavano aggiunti almeno altri 600.000 volontari attivi. Del totale degli addetti circa la metà operava in servizi socio-sanitari.

In generale, si può affermare che all'inizio degli anni Novanta, il terzo settore italiano giocava un ruolo ancora piuttosto secondario, ma non irrilevante, nell'ambito del sistema economico e del modello di welfare . In alcuni settori di attività (come sanità, educazione e soprattutto formazione professionale) le organizzazioni del terzo settore operavano in stretta connessione con l'assai più ampio sistema pubblico di fornitura di servizi, rappresentato principalmente dal sistema sanitario nazionale o dal sistema scolastico pubblico. Di conseguenza, esse dipendevano in maniera massiccia dai finanziamenti di origine pubblica, così come i loro servizi non si distinguevano molto da quelli forniti dalla pubblica amministrazione. In altri comparti, come quello dei servizi sociali, le organizzazioni non profit hanno spesso integrato una insufficiente fornitura pubblica di servizi, giocando anche un ruolo pionieristico in alcune aree di bisogno ( come le tossicodipendenze, per esempio). In altri settori ancora, come l'ambiente e la tutela dei diritti umani e civili, le organizzazioni non profit rappresentavano spesso il solo giocatore in campo.

Molte sono le ragioni che hanno determinato la crescente attenzione prestata alle organizzazioni non profit nel contesto italiano ed internazionale: il loro significativo peso economico, la buona capacità di creare occupazione, la consistente presenza nella produzione di beni e servizi cruciali per la qualità della vita delle nostre società, la collaborazione con gli enti pubblici nell'erogazione di servizi, la capacità di produrre coesione sociale e di dare risposte importanti alle aspettative individuali delle persone, per garantire una convivenza civile, ordinata e ricca, appunto, di qualità.

I dati rilevati con il censimento delle imprese non profit italiane del 2001, nel complesso, mettono in luce che le istituzioni del terzo settore si configurano come un insieme molto diversificato. In gran parte parliamo di una realtà costituita da unità di dimensioni molto esigue, a volte domiciliate presso famiglie, comuni, ospedali o altri enti e da istituzioni di dimensioni molto grandi, con un numero considerevole di addetti e con una struttura organizzativa complessa.

Vediamo, in estrema sintesi, alcuni dei dati che sembrano interessanti per avere un quadro della situazione attuale.

Il numero delle organizzazioni non profit (212.412 al 31 dicembre 1999) risulta essere pari a circa al metà delle imprese a scopo di lucro operanti negli stessi settori di specializzazione (450.000 circa): di queste circa i ¾ sono concentrate nei settori della cultura, dello sport e della ricreazione.

La forma giuridica preferenziale è l'associazione riconosciuta (63,6% del totale), meno numerose risultano essere le fondazione e le cooperative.

Il settore, nel complesso, impiega circa 4 milioni di persone (ovvero il 17% della popolazione attiva e il 10% di quella in età lavorativa), così suddivise: 3,2 milioni di volontari, 536.000 dipendenti, 80.000 collaboratori, 96.000 religiosi e 28.000 obiettori. La spesa complessiva risulta essere pari a 69 mila miliardi di Lire (pari al 3,2% del P.I.L.) e il giro di affari ammonta a circa 73mila miliardi di vecchie Lire.

Altro aspetto caratterizzante è la variegata realtà delle organizzazioni operanti: accanto alle 373 organizzazioni più grandi che impiegano il 41,5% degli addetti, si trovano una miriade di organizzazioni piccole e piccolissime, basate per la maggior parte sull'impiego del volontariato. La dislocazione territoriale vede la maggioranza delle organizzazioni collocate al Nord (51,1% del totale).

Il capitale umano del terzo settore è così distribuito: l'utilizzo dei dipendenti varia a seconda della forma giuridica. Istituti scolastici, universitari, ospedalieri e fondazioni si avvalgono più frequentemente di lavoratori dipendenti, mentre associazioni –riconosciute e non- e comitati, si avvalgono di dipendenti per quote inferiori a quella riferita al complesso delle istituzioni attive ed è molto più ampio il ricorso al volontariato. Tra le istituzioni che impiegano lavoratori con contratto di collaborazione coordinata e continuativa sono relativamente più frequenti le cooperative sociali e le fondazioni. I volontari sono molto presenti in attività filantropiche e nella promozione stessa del volontariato, nell'ambiente, nella cultura, sport e ricreazione, nella tutela dei diritti, nell'attività politica e nella solidarietà internazionale. I dipendenti e i lavoratori assunti con contratto di collaborazione coordinata e continuativa sono più numerosi nei settori dell'istruzione e della ricerca, dello sviluppo economico e sociale che include attività di addestramento, avviamento professionale e inserimento lavorativo e, infine, delle relazioni sindacali. L'analisi della composizione per genere delle persone coinvolte fa emergere la netta prevalenza femminile tra i lavoratori dipendenti, con una percentuale pari a 62,5% che sale a 80,3 per quelli a part-time. Nelle altre tipologie prevale invece la presenza maschile: in particolare, tra i volontari gli uomini sono il 65,5% ( Orioli A., (a cura di) Lavorare nel non profit, Il Sole 24 Ore, Milano, 1999 ).

La rilevanza occupazionale.

Il dibattito sull'occupazione nel terzo settore, ha ricevuto un impulso decisivo a partire dalla metà degli anni Novanta, destando l'interesse tra gli addetti ai lavori (studiosi, attori pubblici, dirigenti di organizzazioni non profit, giornalisti e operatori sociali). L'attenzione alle potenzialità occupazionali del settore dei servizi è cresciuta insieme alla consapevolezza che il settore manifatturiero è sempre meno in grado di creare posti di lavoro necessari ad assorbire l'intera offerta e quindi a contribuire a ridurre gli elevati livelli di disoccupazione che caratterizzano certa parte dei paesi europei e tra essi pure l'Italia.

È8, d'altro canto, difficile creare nel settore dei servizi sociali un mercato del lavoro con caratteristiche simili a quelle prevalenti nella produzione di beni e servizi privati. Infatti la contiguità con il lavoro informale, sia di familiari che di lavoratori irregolari, e la diffusione di lavoro volontario, rendono nebuloso il confine tra offerta di servizi lavorativi a titolo oneroso e non, che costituisce il prerequisito al formarsi di un mercato del lavoro “regolare”.

Per una parte rilevante dei servizi sociali non è semplice organizzare il lavoro e definire i contenuti delle prestazioni lavorative in modo da stabilire per ognuna di esse, con sufficiente precisione, un salario coerente con la produttività. Infatti, i compiti dei lavoratori non sono definibili a priori, perché troppo influenzabili dalle caratteristiche specifiche delle persone cui è indirizzato il servizio. È poi difficile controllare l'impegno dei lavoratori a causa dell'elevato contenuto relazionale delle prestazioni, dell'impossibilità di determinare con precisione le mansioni da svolgere; e per le stesse ragioni è complesso adottare forme di retribuzione capaci di incentivare l'impegno dei lavoratori.

Il settore dei servizi sociali è dinamico ed evolve verso una dimensione sempre più produttiva ed organizzata. La dinamicità è alimentata dal crescente pluralismo delle forma organizzative non profit laiche, mentre più lenta appare invece l'evoluzione del non profit religioso, specie di quello di più antica tradizione. Nelle regioni meridionali c'è una grande vitalità del terzo settore che attrae, più che al Nord, lavoratori con livelli medio-alti di scolarizzazione.

Per quanto riguarda la qualità dei posti di lavoro, l'analisi dei livelli e delle strutture retributive permette di affermare come, più che a una differenziazione tra pubblico e non profit, si sta assistendo al crearsi di due distinti mercati del lavoro: quello pubblico, con remunerazioni mediamente più elevate e marcate differenze tra lavoratori che ricoprono ruoli diversi, e quello privato. Quest'ultimo è caratterizzato, nel suo insieme, da retribuzioni medie molto simili e da strutture retributive molto diverse, soprattutto tra organizzazioni non profit laiche e imprese for profit: mentre le prime hanno adottato strutture retributive con differenziali minimi, le seconde tendono a remunerare i dirigenti molto più dei lavoratori. Va però sottolineato un aspetto discriminante assai significativo: il vantaggio retributivo dato dal settore pubblico, non sembra garantire una maggiore soddisfazione dei dipendenti. Il lavoratore non profit è più sensibile a leve quali la condivisione degli obiettivi dell'organizzazione in cui opera, l'autonomia, lo sviluppo, la qualità dell'ambiente lavorativo e quindi lo stipendio è soltanto uno dei tanti, ma non necessariamente il primo degli elementi da considerare nella valutazione della gratificazione personale.

Venendo al tema delle potenzialità occupazionali del settore non profit, si può affermare che, nonostante le molte difficoltà e incertezze con cui i produttori di servizi sociali devono ancora convivere, il settore non si colloca più, dal punto di vista delle condizioni di lavoro, all'ultimo posto nella gerarchia delle attività produttive. Anche se una parte minoritaria di occupati vi ha trovato lavoro perché priva di alternative, la maggioranza lo ha scelto consapevolmente, pur essendo in possesso di una preparazione professionale sufficiente per orientare la ricerca del lavoro verso altre occupazioni, oppure lasciando una precedente occupazione che garantiva, in molti casi, redditi più alti ( Borzaga C., Capitale umano e qualità del lavoro nei servizi sociali, Fondazione Italiana per il Volontariato, Roma, 1994 ).

I livelli mediamente elevati di soddisfazione che si riscontrano tra i lavoratori permettono di affermare che la possibilità di operare in questo settore, ha rappresentato per molti l'occasione per migliorare l'equilibrio tra aspettative e condizioni oggettive di lavoro. Il problema allora diventa non più quello di riconoscere il ruolo del non profit, ma piuttosto quello di garantire il mantenimento nel tempo delle caratteristiche su cui si fonda la loro specificità e soprattutto di quelle che influenzano l'efficacia, la soddisfazione dei lavoratori e la qualità dei servizi. Teniamo presente il fatto che molte espressioni del non profit sono organizzate e strutturate in modo da garantire una buona qualità dei servizi e una buona gestione dei rapporti di lavoro.

L'attività lavorativa nel terzo settore e le sue caratteristiche di soggettività.

 

Fino alla fine degli anni Ottanta la differenza fra volontariato e terzo settore era ancora oggetto di discussione teorica e i due termini venivano utilizzati nel gergo comune praticamente come sinonimi. Con il termine volontariato, si intendeva un po' di tutto: volontariato individuale, volontariato organizzato, associazionismo, eccetera.

Oggi, al contrario, esiste una forte differenziazione all'interno del terzo settore e c'è la tendenza a chiarire che in esso si collocano soggetti che si diversificano sempre di più gli uni dagli altri, non solo per le specifiche modalità organizzative, ma anche per le particolari capacità di fare welfare , ossia di progettare, produrre e distribuire servizi di pubblica utilità.

Diremo, per fornire una prima differenziazione, che le organizzazioni di volontariato puro, non sono in grado di fornire quelle prestazioni continuative e professionalizzate che implicano strutture, capitali, professionalità aggiornate e servizi resi in modo continuativo; sono comunque centrali nel sistema di protezione sociale e nell'offerta di servizi che potremmo definire di welfare leggero. Altri soggetti, che producono servizi più strutturati, diremo di welfare pesante, sono le imprese sociali, ossia, le associazioni più organizzate, le cooperative sociali e gli enti di cooperazione internazionale. La nuova configurazione vede inoltre la nascita di istituti di credito che promuovono e sostengono le attività economiche non profit. Dunque il panorama è ricco e pluralistico.

Credo sia interessante, a questo punto, descrivere quale sia la condizione lavorativa degli addetti al settore, le loro aspettative, le caratteristiche dell'organizzazione del loro lavoro e tutto quello che ho potuto comprendere dai testi letti, ma soprattutto dall'esperienza diretta e dallo scambio di idee e di informazioni nato durante lo svolgersi del mio stage, relativo al Master in Studi Interculturali ( per le caratteristiche specifiche del quale rimando alla relativa tesina di approfondimento), che si è svolto all'interno di una struttura articolata come le Acli.

Per quanto riguarda l'incontro con il settore non profit e la decisione di farla divenire, successivamente, la propria attività lavorativa, per molte delle persone da me incontrate, ciò è avvenuto con una certa naturalezza, generalmente dopo esperienze giovanili nel mondo dell'associazionismo, dell'animazione e del volontariato. Tanto che mi pare possibile affermare che l'attività associativa sembra essere il trampolino di lancio per il lavoro nel terzo settore, e questo perché assume il ruolo di formazione extrascolastica e, inoltre, crea coesione intorno a determinati temi e momenti aggregativi che sembrano accrescere il desiderio di sviluppare le piccole esperienze e i piccoli interessi fino a renderli attività professionale. Per molti altri, il primo approccio è stato determinato dall'anno di servizio civile, che è un buon modo per avvicinarsi al settore. In ogni caso ciò che risulta davvero determinante è la motivazione personale , che talora può essere stato risvegliato e reso più consapevole dalla frequenza a corsi di formazione molto specifici, o, ancora, dal contatto con realtà sociali diversamente organizzate, magari dopo viaggi di studio o di ricerca. Mi preme sottolineare qui come la ricerca del lavoro in questo settore non si svolge mai in modo parallelo alla ricerca del lavoro tradizionale. Il curriculum formale ben scritto non è sufficiente per essere presi seriamente in considerazione. Ciò che viene preso in grande considerazione sono le motivazioni, le caratteristiche personali e l'esperienza nel settore, che sono quasi sempre svincolati dai titoli di studio e, aggiungerei come fattore non secondario, la segnalazione da parte di qualche altro attore già conosciuto e operante nel settore.

La formazione continua è un altro degli elementi che caratterizzano i lavoratori di questo settore. Infatti, molto spesso si ha l'impressione che contino di più le esperienze acquisite sul campo e le esigenze da esse derivate, che non i titoli di studio tradizionali e le impostazioni culturali nate da questi stessi percorsi culturali. Gli operatori devono essere continuamente aggiornati sia dal punto di vista legislativo sia per quanto riguarda tecniche, modi e conoscenze che permettano di svolgere al meglio il proprio lavoro. Ecco perché per alcuni è stato importante prendere un titolo strada facendo, magari un diploma diverso da quello di cui erano già in possesso. La specializzazione viene vissuta come un ulteriore mezzo per “stabilizzare” il proprio posto di lavoro, ma anche come un'occasione di ulteriore crescita e di arricchimento personale e dell'impresa sociale nella quale si opera.

Occorre infatti considerare che queste tipologie di professioni hanno una dimensione di confronto reciproco, di contatti e di relazioni sociali che appagano i bisogni di interazione e di appartenenza, che sono profondamente diverse dalle relazioni che si instaurano nel mondo for profit. Per questo motivo, quelli del terzo settore sono stati definiti “lavori qualitativamente diversi”, sia per l'oggetto delle attività che per il rapporto con i fruitori e gli utenti e per le forme organizzative del lavoro svolto.

Consideriamo ora un altro degli elementi fondanti di questo tipo di professioni: la necessità di essere flessibili, tema che si aggancia di nuovo a quello della formazione continua. L'impresa sociale e tutti i bacini di servizi alla persona, infatti, costituiscono ambiti in cui l'apprendimento lungo tutto il corso della vita e l'aggiornamento delle competenze diventano obiettivi imprescindibili per chi deve rispondere a tutta una serie di disagi manifestati da una vasta e diversificata utenza. Inoltre, la flessibilità nell'impiego del personale rappresenta sicuramente una leva che genera qualità nei servizi resi. Pensiamo, per esempio, al fatto che le organizzazioni non profit operano quasi sempre su progetti estremamente diversi uno dall'altro, che devono essere seguiti e sviluppati dal personale interno spesso con una grande alternanza di ruoli ( Stanzani C., La specificità relazionale del Terzo Settore , Franco Angeli, Milano, 1998 ).

Per essere ancora più chiara e diretta descriverò brevemente ciò che ho visto costituire “la giornata tipo” di un lavoratore non profit. La parola d'ordine è “occuparsi di tante cose”. Il ritmo del lavoro quotidiano è piuttosto personale e basato fondamentalmente sui contatti: il telefono, la posta elettronica, la stesura di lettere, i colloqui, le frequentissime riunioni, i coordinamenti e i momenti di aggregazione e di condivisione con gli altri colleghi, sono queste le attività che occupano la maggior parte del tempo. A ciò si aggiunga la necessità di aggiornarsi e di approfondire varie tematiche nei momenti di rielaborazione personale. Se l'organizzazione riveste poi una certa dimensione, c'è anche un continuo accavallarsi di ruoli e di passaggi da uno staff di lavoro all'altro. A questo proposito ho sentito spesso le persone manifestare la soddisfazione di avere un lavoro sempre diverso e creativo, proprio grazie alla necessità di un approccio ai problemi sempre più multidisciplinare. Vicino a questi aspetti positivi, occorre però sottolineare, come si è già detto, che i livelli retributivi sono molto più bassi rispetto alle altre professioni impiegatizie. Questo fatto però non mi ha dato l'impressione di essere vissuto come un problema, forse perché per questi lavoratori la qualità della vita non si identifica nel tenore di vita, inteso come conseguenza diretta degli introiti economici.

A conclusione di questo capitolo e di queste mie piccole osservazioni, mi pare di poter affermare che questo lavoro crei una mentalità aperta ad una più vasta comprensione della realtà. A ciò aggiungerei che i beni e i servizi offerti migliorano in genere la qualità della vita, offrono identità, mettono in campo soggettività umane, culturali e politiche, rispondono ad esigenze profonde della società e producono socialità, comunità e integrazione, ma va pure aggiunto come , tutto questo insieme di fattori rende il lavoratore del settore piuttosto soddisfatto della propria occupazione.


CAPITOLO III

UNO SGUARDO ALLA REALTÁ VENETA E PADOVANA: LE ASSOCIAZIONI CHE SI OCCUPANO DI ACCOGLIENZA E INSERIMENTO DEGLI STRANIERI.

Principali aree di attività degli organismi del Terzo Settore a Padova.

In questo capitolo vorrei presentare, necessariamente a grandi linee, quella che è la realtà padovana del non profit. Questo settore è caratterizzato da un gran numero di associazioni che si occupano degli ambiti e degli interventi più diversi: si può spaziare dal recupero dei disabili (A.N.P.HA e ALTA-ONLUS), ad attività di volontariato internazionale (AMICI DEI POPOLI) e ancora, ad associazioni per la tutela dei diritti delle donne (ASSOCIAZIONE MIMOSA) fino alla Banca Popolare Etica, che ha la sua sede proprio a Padova.

Mi preme sottolineare qui non solo la grande vitalità e varietà del settore, ma anche e soprattutto l'originalità di moltissime delle iniziative che meriterebbero un approfondimento più puntuale e diretto. Per tutti gli indirizzi utili e una breve descrizione delle associazioni locali, ma anche di quelle nazionali, che spesso hanno una sezione padovana, rimando ad uno strumento indispensabile per chi si avvicina al terzo settore, che è il catalogo degli espositori di “Civitas”, Mostra Convegno della Solidarietà dell'Economia Sociale e Civile, che si svolge ogni anno a Padova la prima settimana di maggio.

Questa breve introduzione credo sia necessaria proprio per comprendere ciò che avevo affermato nel secondo capitolo e cioè che all'interno di questo settore ci sono moltissime situazioni e attività che in vario modo hanno a che fare con la vita della cittadinanza.

Il terzo settore è un attore importante riguardo a nuove opportunità di lavoro, in una logica di risposta ai bisogni reali delle persone e della comunità. Il 9,5% delle organizzazioni presenti in Italia è localizzato nel Veneto, per un totale di oltre 21mila persone coinvolte a vario titolo: la nostra regione è seconda solo alla Lombardia.

La sperimentazione continua di nuove strade, che è la caratteristica tipica di tutto il Terzo settore, ne costituisce al di là dell'esito delle iniziative, uno dei principali valori. Inoltre, come abbiamo già detto nel secondo capitolo, la flessibilità organizzativa è uno degli elementi determinanti nella capacità di adeguare gli interventi alle esigenze estremamente mutevoli della società ( E. Schiavon, La casa che non c'è , Immigrati e terzo settore: un caso di studio a Padova. Tesi di laurea, corso di laurea in Lettere, indirizzo di etnologia, a.a. 2001-2002, pp.64-65.)

Pensiamo, per esempio alla presenza extracomunitaria, dalla prima emergenza alla progressiva stabilizzazione sul territorio, e come vi sia la tendenza a conferire a queste realtà associative, da parte delle istituzioni, una delega implicita ad occuparsi di una questione politicamente e socialmente scottante come l'immigrazione. Questo è l'ambito che cercherò di approfondire nel terzo ed ultimo capitolo, delineando prima le caratteristiche dell'immigrazione in Veneto e descrivendo poi l'attività delle organizzazioni che ho potuto conoscere direttamente e che si occupano principalmente di rispondere ai problemi posti dalla presenza degli immigrati nella nostra città.

 

Immigrazione in Veneto: peculiarità.

Da qualche decennio ormai anche l'Italia è toccata in pieno dal fenomeno delle migrazioni. Il confronto con culture e persone di diversa formazione e stile di vita è diventato una necessità sociale e non più una sorta di moda o di amore per l'esotismo.

A questo importante appuntamento arriviamo un po' in ritardo rispetto ad altri paesi europei per un insieme di ragioni storiche e politiche. Il ritardo, però, non è un buon motivo per agire da soli: infatti, per governare e comprendere questo fenomeno abbiamo bisogno di collaborare con le altre nazioni europee e con la Comunità internazionale nel suo insieme. Credo infatti che dai rapporti di interdipendenza nascano opportunità positive, risorse ed occasioni per costruire migliori relazioni sociali, nuove conoscenze e rispetto fra le persone e i popoli e questo sia che si parli di singole persone, sia che si parli di rapporti tra comunità o stati nazione.

Il nostro paese, dopo essere stato per anni terra di emigrazione, a partire dagli anni Settanta, e poi sempre più massicciamente, fino ai nostri giorni, è diventato terra di immigrazione. Questo accade quando gli altri stati europei hanno già creato da tempo norme di contenimento per la presenza di lavoratori stranieri.

In Europa gli immigrati sono circa 25 milioni, per la maggior parte in Inghilterra, Germania e Francia, paesi nei quali è forte la percentuale di popolazione immigrata residente, circa il 5% della popolazione totale. In Italia, invece, anche se il fenomeno dell'immigrazione è in forte aumento, risulta essere ancora esigua la percentuale degli stranieri in rapporto agli autoctoni. Secondo l'ISMU infatti, all'inizio del 2000 sono 1milione e mezzo gli immigrati presenti nel nostro paese, pari a meno del 3% della popolazione residente (Fondazione ISMU, Settimo rapporto sulle migrazioni 2001 , Franco Angeli, Milano).

Ciò che potremmo definire come l'anomalia del caso italiano è una certa, non quantificabile presenza di irregolari e di clandestini nel nostro territorio. L'Italia è infatti un paese “ponte” per la sua struttura geografica di penisola in mezzo al Mediterraneo, ma definibile anche come il paese che ricopre il ruolo di cerniera tra Europa e Paesi dell'Est, che negli anni Novanta hanno fornito un grandissimo numero di immigrati. L'Italia svolge dunque la duplice attrattiva di meta finale, ma anche di luogo di passaggio, di transito verso altri paesi dell'Unione Europea. Non dimentichiamo che, nel solo Veneto, sono presenti 160 nazionalità diverse.

Come riportato nell'anticipazione del dossier statistico Caritas 2002 sull'immigrazione italiana, elaborato su dati forniti dal Ministero dell'Interno, risulta il Marocco, con 158.094 permessi registrati, il primo paese a fornire immigrati, seguito dall'Albania (144.120), dalla Romania (75.377), dalle Filippine (64.215), dagli Stati dell'ex Jugoslavia (54.698).

Nel mercato del lavoro gli stranieri immigrati risultano essere il 3% e si trovano prevalentemente nelle industrie del Nord. Le comunità marocchina, jugoslava, albanese, rumena, ghanese, cinese, senegalese e macedone sono maggiormente impiegate nel settore industriale; fa eccezione la comunità nigeriana, maggiormente inserita nel terziario. Le comunità marocchina, albanese e rumena sono ai primi posti nell'impiego nel settore agricolo (ORIV, Osservatorio Regionale Immigrazione Veneto, Quaderni di ricerca 4, Venezia, 1999, p.11). A questi settori tradizionali dell'occupazione, prevalentemente maschile, si aggiunga il fenomeno recentemente oggetto anche di una importante sanatoria: quello cioè delle “badanti”: si pensi che solo in Veneto, si calcola che siano 15mila gli anziani curati a domicilio da queste collaboratrici. Le colf straniere che vivono nelle case degli italiani rappresentano un “esercito di invisibili”, almeno fino ad oggi. Si stima che siano 400mila le collaboratrici domestiche di questo tipo in Italia, di cui solo 114mila iscritte all'Inps e quindi con un regolare permesso di soggiorno.

Queste osservazioni e questi dati sono molto importanti per comprendere anche il tipo di insediamento degli immigrati, che non è limitato alle grandi città, di solito per la prestazione di servizi, come nel caso delle badanti o della ristorazione e dell'ambulantato, ma che è diffuso su tutto il territorio, seguendo l'andamento degli insediamenti industriali e artigianali, nonché delle zone agricole più produttive.

Il Veneto è la Regione del Nord Est con la più alta presenza di immigrati (120.515) e risulta al terzo posto in Italia dopo la Lombardia (265.883) e il Lazio (221.182). La prima provincia interessata è Vicenza, seguita nell'ordine da Verona, Treviso, Padova, Venezia, Belluno e Rovigo. Le cause principali che sembrano regolare i flussi migratori verso al nostra Regione sono la capacità attrattiva dell'economia, la conseguente necessità di manodopera, l'immagine (e per certi aspetti il mito) di un benessere facilmente raggiungibile e la vicinanza dei Paesi dell'Europa dell'Est, da cui proviene una porzione consistente di stranieri extracomunitari (B. Anastasia, I lavoratori extracomunitari, in Il mercato del lavoro nel Veneto. Tendenze e politiche. Rapporto 1999, a cura dell'Agenzia per l'impiego del Veneto, Milano, Franco Angeli, 1999, p.184)

Dai dati sulla popolazione, ottenuti basandosi sui permessi di soggiorno rilasciati e sulle iscrizioni all'anagrafe, si riscontrano complessivamente 120.515 stranieri (57,8% uomini, 42,2% donne); tale presenza, prevalentemente di extracomunitari, in Veneto è aumentata più del doppio nell'ultimo decennio, divenendo progressivamente più stabile. Molti dei permessi di soggiorno vengono infatti concessi per motivi di ricongiungimento familiare, indicando quindi una tendenza verso progetti migratori più stabili, che non prevedono a breve termine un rientro nella terra d'origine. Si stima che nel giro di vent'anni il 15% della popolazione del Nord Est sarà immigrata.

Il contesto lavorativo veneto, caratterizzato dallo sviluppo economico continuo, ricorre a manodopera extracomunitaria per soddisfare le richieste di un'area in cui le dinamiche economiche e le dinamiche demografiche si sono divaricate a vantaggio delle prime; perciò è divenuta via via più significativa l'incidenza degli avviamenti di extracomunitari sul totale delle assunzioni (nel 1993 era pari al 4%, nel 1998 è risultata pari all'8%). Come è accaduto nelle altre aree a sviluppo elevato, anche in Veneto, il funzionamento stesso del sistema economico dipende anche dal contributo migratorio (B. Anastasia, I lavoratori extracomunitari , cit., p.181). Il fenomeno è dunque irreversibile e quindi sempre più dovrà essere possibile per chi qui vive e partecipa attivamente al benessere economico del paese, godere anche di un benessere personale fatto di appartenenza e comprensione della società in cui è inserito. In questo campo credo abbiano un ruolo fondamentale le associazioni rivolte all'inserimento degli immigrati, ma anche le forme di associazionismo che vengono promosse dagli immigrati stessi.

La nostra società è, di fatto, multietnica e multiculturale, e quindi si rende necessario un approccio “positivo” e un reciproco rispetto e conoscenza fra le diversità culturali presenti. La scuola statale, ormai di fatto multiculturale, la casa, che spesso è un grosso problema per gli immigrati, e l'integrazione sociale, avvenuta o mancata, sono questioni davvero molto importanti, alle quali qui accenno solamente. Nei prossimi tempi lo stato sociale dovrà dare delle risposte concrete a queste problematiche e sono certa che, per farlo, dovrà ricorrere sempre più ad iniziative nate “sul campo”: locali e associative.

La comunità locale, infatti, è sempre più coinvolta in un processo di integrazione o di rifiuto di eterogeneità linguistiche e culturali presenti. I pericoli presenti nella nostra società sono: la tendenza a tenere separate e ghettizzare le persone appartenenti a culture straniere, nonché una grande difficoltà ad attivare politiche a sostegno del vivere civile, dove la legalità e la sicurezza siano riconosciute come patrimonio e ricchezza per tutti. La dimensione pubblica, lontana dalla realtà del quartiere e del paese, avrà sempre più bisogno di affidarsi, per creare coesione sociale e interventi mirati a risolvere i problemi dei singoli, a piccole organizzazioni legate al territorio, competenti per una limitata area d'azione. A mio avviso, allo Stato rimarranno lo sguardo d'insieme e la volontà politica nei piani di azione sociale, ma la risposta ai bisogni sempre più differenziati e mutevoli dei cittadini, non solo immigrati, partirà dal basso e quindi dalle organizzazioni che formano il Terzo Settore.

 

Alcune delle associazioni che si occupano di stranieri nel territorio padovano.

Per esigenze di praticità, dovrò limitare le presentazioni che seguono di qui a breve, alle realtà delle quali ho acquisito, almeno in parte, una conoscenza diretta. Questo non presuppone in alcun modo la pretesa di essere esauriente a proposito di un panorama così complesso e differenziato, come quello delle associazioni padovane che si occupano di immigrazione. Credo, tuttavia, che anche queste brevi presentazioni possano dare l'idea di quello che sta succedendo nella cittadinanza attiva organizzata. Ho pensato potesse essere utile fornire anche l'indirizzo delle associazioni e il loro recapito telefonico.

Trovo di grande significatività il progetto delle ACLI che si occupa di accoglienza, informazione e animazione dei cittadini immigrati: il “Progetto Immigrazione”. Dal 1987 le ACLI hanno iniziato ad occuparsi di stranieri, all'interno dello sportello “ Movimento Primo Lavoro” e dal 1990, all'interno della più ampia organizzazione delle Acli, si svolge questo servizio in forma dedicata e continuativa. Si progettano e realizzano interventi sul territorio avvalendosi della collaborazione di animatori stranieri e italiani. In collaborazione con altre realtà padovane, si è costituita la cooperativa Nuovo Villaggio, che ha lo scopo di risolvere i problemi relativi alle abitazioni degli immigrati (e che vedremo poi nel dettaglio). I servizi sono erogati principalmente ad Enti, associazioni, Istituzioni pubbliche ed ecclesiali più raramente ai lavoratori stranieri, in quanto ci si rivolge prevalentemente alle istituzioni che di essi si occupano. Le principali attività svolte sono: di animazione socio-culturale (nelle scuole per esempio, con progetti di educazione interculturale), di promozione e sostegno di servizi resi alla comunità (come segretariato sociale, corsi di lingua e di formazione professionale, nonché di accoglienza) e di progettazione rivolta alla cooperazione internazionale e allo scambio. Esiste anche un servizio Aclicolf per la tutela, l'orientamento, la formazione professionale di collaboratrici domestiche straniere (servizio che ho potuto constatare, nel corso del mio stage, essere molto frequentato ed attivo). Allo studio ci sono anche alcuni progetti per favorire l'aggregazione e l'entrata nel mondo del lavoro di donne arabe. La sede è in Via Pierobon 13/a, 35133 Padova e il telefono è lo 049/8643766.

Un'altra interessante forma associativa ha il nome di ARCI Solidarietà “Progetto Benvenuti” ed ha come finalità principale quella di coordinare associazioni e gruppi di volontariato laico, che condividano un impegno comune di responsabilità verso l'altro, i deboli e le differenze. Il Servizio è attivo dal 1992, si rivolge sia ad italiani che vogliano conoscere la realtà immigratoria, sia a stranieri che abbiano dei reali bisogni da soddisfare. Le principali attività svolte sono: di informazione e sensibilizzazione sui diritti del cittadino e sull'educazione interculturale e, soprattutto, di promozione e sostegno di servizi, quali il segretariato sociale, l'accoglienza, i corsi di lingua e di formazione per volontari e mediatori. L'indirizzo è via Dante, 41 – 049/8756326.

Veniamo ora all'Associazione “Unica Terra” che si costituisce formalmente all'inizio del 1990, come una risposta della società civile all'emergenza posta dal grosso flusso di immigrati presenti in città. Inizia l'istituzione di corsi di lingua, ben presto viene aperta una casa si Prima accoglienza e poi altri appartamenti di Seconda accoglienza, si attiva ben presto anche l'Ufficio di ascolto e iniziano dal 1992 le attività di aggregazione e formazione per migranti. I servizi sono rivolti agli italiani che intendano conoscere la realtà immigratoria padovana, e agli stranieri di varie nazionalità, con una prevalenza di persona originarie dalle zone del Maghreb e dell'Africa subsahariana. La finalità di questa associazione è quella di promuovere l'inserimento nella società locale degli immigrati favorendo iniziative di interscambio fra culture e persone. L'indirizzo è via Minio, 19 - 049/8644237.

Vale la pena di citare poi una forma associativa che riguarda gli immigrati direttamente, in quanto organizzata da loro stessi. Non è l'unico caso presente sul nostro territorio, ma mi sembra tra i più significativi. L'associazione in questione è l'AIE, Associazione Immigrati Extracomunitari e ha come finalità quella di auto promuovere gli immigrati. Nasceva nel 1988 come risposta spontanea degli immigrati alle situazioni di difficoltà e alla mancanza di una normativa che regolamentasse la presenza dei cittadini extracomunitari. Da quel momento in poi ha sempre lavorato alla promozione di iniziative di sostegno degli stranieri presenti a Padova in attiva collaborazione con altre Istituzioni e associazioni locali. Gli associati-utenti sono studenti e lavoratori stranieri, per lo più di origine maghrebina. I servizi offerti sono prevalentemente di: segretariato sociale ed educazione interculturale tramite, per esempio, mostre di prodotti artigianali e la conduzione di programmi radiofonici su emittenti locali. L'indirizzo è via del Padovanino, 1 – 049/664056.

Concludo questa breve rassegna, con la presentazione della Cooperativa Nuovo Villaggio, che si pone l'obiettivo di ricercare alloggi da affittare ed acquistare, per poi assegnarli ai soci immigrati e non. Il progetto di costituire questa cooperativa che facilitasse il reperimento di alloggi per i cittadini stranieri e mediasse fra proprietario ed affittuario, risale al 1991. Per al sua costituzione si sono associate quattro realtà già impegnate nell'ambito degli interventi a favore degli stranieri: ACLI, MOVI, Popoli Insieme e Unica Terra. La cooperativa è attiva dal 1994. L'utenza è costituita da italiani e stranieri in cerca di alloggio. L'attività principale è legata alla ricerca di alloggi e abitazioni a prezzi contenuti. L'indirizzo è via Cavalieri Buonaventura, 7 – 049/720768.

 

Conclusioni

Per più di mezzo secolo la nostra società ha riposto una fiducia incondizionata nell'estensione dei compiti dello Stato e nei suoi meritevoli effetti per l'intera collettività. In tempi più recenti questa fiducia si è incrinata anche per le difficoltà economiche e gestionali in cui si dibattono le amministrazioni pubbliche di tutti i Paesi a sviluppo avanzato. Sempre più evidenti risultano i limiti strutturali di sviluppo dello stato sociale moderno. Nell'indicare le possibili vie d'uscita a queste crisi, non solo di legittimità e fiscalità, ma soprattutto di valori, gli studiosi negli ultimi anni hanno sempre più fatto riferimento alle organizzazioni del non profit.

La spiegazione di questo fenomeno va ricercata nei profondi mutamenti in atto: sia di ordine sociale, culturale, come pure economico-strutturale, demografico e ideologico. Al problema della sostenibilità economica e a quello dell'efficienza, caratterizzanti i sistemi pubblici di welfare , si uniscono le difficoltà attraversate dalle società del mondo capitalistico, con tutti i problemi e i cambiamenti causati dalla crisi postindustriale e la consapevolezza che il soggetto pubblico è sempre meno in grado di rispondere con efficacia ad una domanda sociale crescente, eterogenea, complessa e continuamente mutevole fra vecchie e nuove emergenze.

La domanda di servizi e la sua crescente differenziazione hanno spinto sempre più le amministrazioni pubbliche a delegare la produzione di servizi sociali ad organizzazioni di terzo settore anche tramite la formula del contracting-out .

Tutta questa serie di fattori rende l'intero settore estremamente vitale e capace, in prospettiva, di crescere notevolmente anche sul piano dell'offerta occupazionale. Molti sono oggi i giovani interessati a farne parte ed essi cercano di specializzarsi e di inventarsi nuove occupazioni “sociali”. Non va sottaciuto il fatto che le organizzazioni non profit hanno come elemento qualificante la caratteristica di produrre beni relazionali, beni di cui oggi la nostra società ha estremamente bisogno. Quando allora si parla in astratto di qualità della vita, di modello di sviluppo alternativo e di uno stile di vita diverso, il terzo settore può essere la risposta concreta a questo tipo di bisogni. Il lavoratore che opera in questo settore ha il valore aggiunto di arricchire continuamente le proprie competenze e ha la percezione di fare qualcosa per se stesso e per gli altri, cercando di migliorare le condizioni di vita. Il lavoro è in genere precario, ma stimola continuamente l'intelletto umano, con la necessità di progettare e di confrontarsi continuamente con la sete di servizi che la società di oggi richiede. Non dimentichiamo l'importante ruolo di interlocutore, spesso unico, che questi operatori svolgono con le minoranze, con gli emarginati e gli immigrati.