Per qualche mese, ho avuto l’opportunità di affiancarle nel loro lavoro quotidiano. E’ stata un’esperienza oltremodo interessante, sotto molteplici aspetti, ma soprattutto mi ha dato modo d’incontrare delle persone di un’umanità bellissima e di confrontarmi da vicino con altre culture in uno scambio intellettuale ed emotivo denso e proficuo.

 

Migrare, errare, vagare, impulso feroce di un desiderio che parla confuse parole, esperienza che ci consegna nudi ad un’altra terra dove il mondo si squarcia in un gioco aperto e infinito di possibilità. Quest’apertura dolorosa ci restituisce forse a noi stessi e lo sguardo ridiviene capace di una purezza originaria.
I miei, i tuoi, i nostri passi solcano la terra ora nuda come me e te e lasciano un disegno del loro percorso, segni che si avvinghiano ad altri segni...

 

 

Perdersi, smarrirsi nei meandri di una città di cui non comprendiamo il linguaggio ci consegna ad una specie d’intima angoscia, è il nostro rapporto ordinario con le cose a venire meno, l’estraneità c’invade, estraneità rispetto ad un contesto ed estraneità rispetto a noi stessi.
Ma esiste anche un perdersi come condizione d’origine: "Smarrirsi è sempre un’esperienza latente. Passiamo gran parte del nostro tempo a conquistare, determinare, riconfermare le boa intorno alle quali muoverci, i punti di riferimento che determinano noi stessi come individui ambientati. Il rovesciamento di questa latenza, anzi l’uso di questa sensazione di pericolo possibile e imminente è il senso dell’avventura, la conquista di nuovi spazi... Perdersi in questi casi è la condizione d’origine, il bisogno e il terreno su cui si comincia e si ricomincia ad orientarsi. Dal perdersi all’orientarsi c’è un processo culturale, l’uso delle occasioni esterne, indifferenti per volgerle a nostro favore, il piegare l’estraneo a divenire accogliente, a permettere di dimorarvi." (La Cecla, 1988) Quando si percorrono le vie di un’altra città e nuove visioni, odori, profumi, nuove inquietudini e nuove passioni ci assalgono in una confusione percettiva inebriante che ci dà la vertigine di uno smarrimento non solo spaziale, fisico, ma anche identitario; nasce allora prepotente il desiderio di raccontare, di dare forma all’informe, di ordinare in qualche maniera un vissuto minacciato dalla sovrabbondanza di sensazioni.
Fotografare è anche un modo di appropriarsi delle cose che si guardano e d'instaurare un dialogo, di dare loro voce nell’attesa trepidante dell’istante fuggevole in cui le cose ci si rivolgono e vogliono essere viste, ascoltate, rapite, divorate.

La macchina fotografica oggetto bizzarro in grado di immortalare la rivelazione di un istante catturando un pallido riflesso di luce restituisce le cose ad un’altra esistenza, distogliendole dal flusso inarrestabile del tempo umano e votandole ad una fissità perentoria e ad un investimento di senso altro e inimmaginabile nella loro esistenza primaria. Corpi, eventi, architetture consegnate alla materialità lucida della carta, costrette ad un'immobilità innaturale nello spazio definito di un rettangolo, ci guardano a loro volta nella lontana fissità di un mondo parallelo, quello della visione perpetua, il mondo dell’immagine che, come in una grotta di Platone elevata a potenza, ci sorride ammiccando e rinviando ancora ad altro da sé.

Montfermeil, città del Grand Ensemble di Clichy sous Bois dove la concentrazione di immigrati raggiunge quasi il 50% della popolazione; estrema periferia est di Parigi, dove la prossimità spaziale di un luogo immaginato, sognato, diviene lontananza irraggiungibile, spazio utopico di un altrove, nient’altro che l’immagine spettacolarizzata delle cartoline illustrate con la Tour Eiffel e gli Champs Elysées.

Montfermeil a colui che vi giunge per la prima volta appare solida e granitica come terra di nessuno, dimessa e fredda, non luogo di destinazione ma passaggio obbligato, la cui provvisorietà si consuma talvolta nel corso di più generazioni.
Luogo - nonluogo, non-abitato se abitare significa sentirsi parte di una porzione di spazio, abitarvi con il proprio corpo e il proprio sentire, riconoscersi in un paesaggio familiare e connotato affettivamente perché altri prima di me vi hanno abitato (genitori, nonni, coloro che mi hanno preceduto e dai quali discendo) e sono venuti a patti con la terra stabilendo delle regole e delle consonanze affettive che ora anch’io sento, seguo.
"Se un luogo può definirsi come identitario, relazionale, storico, uno spazio che non può definirsi né identitario, né relazionale, né storico, definirà un nonluogo. L’ipotesi che qui sosteniamo è che la surmodernità è produttrice di nonluoghi antropologici che non integra in sé luoghi antichi." (M. Augé, 1992)

La città ti assale con l’imponenza maestosa e derelitta al contempo dei suoi logements collectifs, grattacieli tristi di grigio cemento dai muri scrostati e imbrattati, incisi da rabbiosi graffiti e scritte indecenti.

Ma appena lo sguardo viene lasciato libero di vagare per le grandi strade ingombre di mozziconi di sigarette e intralciate dai rifiuti, i colori sgargianti e ostinati degli abiti delle donne africane emergono sotto gli informi giubbotti imbottiti, riparo effimero da un freddo nordico e pungente che penetra a fondo nella pelle; freddo della carne e freddo dell’anima che porta con sé il ricordo doloroso del tepore di una terra lontana.

 

 
"Arrivando a ogni nuova città il viaggiatore ritrova un suo passato che non sapeva più d'avere: l'estraneità di ciò che non sei più o non possiedi più t'aspetta al varco nei luoghi estranei e non posseduti." (I. Cavino, Le città invisibili)
La mia patria, la mia terra, la mia casa sono lontane in un luogo delle origini perduto, smarrito, forse per sempre. Sradicarsi: letteralmente svellere, strappare le radici dalla terra.
"Il trovarsi sradicati fa sentire non l’esilio, ma, prima di tutto l’espulsione. E poi l’incolmabile distanza e l’incerta presenza fisica del paese perduto. E qui comincia l’esilio, il sentirsi sull’orlo dell’esilio. L’esiliato è ormai egli stesso il suo passaggio, una specie di rivelazione che egli stesso può ignorare, e quasi sempre ignora. E’ colui che giunse, nel migliore dei casi, per dare a conoscere qualcosa di molto intimo, di così interno che il non esiliato, colui che sta nella sua casa, lo sentiva senza vederlo necessitandolo tanto..." (M. Zambrano, 1990)


I grandi agglomerati periferici che sorgono attorno alla città vengono definiti Ensemble o Grands ensembles: "sono i nuovi insediamenti periurbani ovvero gruppo di abitazioni nuove secondo il dizionario Larousse, dove non si vive affatto insieme e che non si situano mai al centro di nulla." (Augé, 1992)
 

Se abitare significa essere al centro di un luogo, apparentemente potrebbe risultare difficile rinvenire il cuore di una città concepita essenzialmente come periferia, priva forse di un centro vero e proprio ma dotata invero di più cuori o centri. Le piazze, le strade e gli spazi verdi incolti si animano i giorni di mercato e in particolari momenti della giornata quando la città si lascia invadere da un disordine vitale e l’allegria chiassosa dei bimbi che giocano si spande nelle strade risuonanti in una caotica babele linguistica o dalla rabbia di bande giovanili che deturpano in un impeto di collerica affermazione di sé e appropriazione dello spazio i portoni degli edifici e le vetrine dei negozi.

 
     
 
"C’è un proverbio africano che dice che l’umanità viene dalle gocce di latte, questo sta a significare che la donna riveste un ruolo essenziale nell’umanità. Non bisogna dimenticare che la donna aveva un ruolo importantissimo in molte società africane, non solo come madre ma anche come guida, come educatrice, come lavoratrice; è un ruolo che in anni recenti le è stato espropriato, le è stato tolto con violenza. Senza le donne una società è gravemente ferita."






 
"Io sono Pakistana, anche se sono nata qui a Montfermeil" -l’identità si definisce a partire da un’appartenenza geografica, culturale e di questa si nutre per esistere e sottintende tutto un insieme di valori, credenze, convenzioni.- "Non sono mai stata al mio paese, ma è come se me lo portassi dentro, è racchiuso tra le pareti di casa mia, nei suoni dolci della lingua di mia madre e in quelli un po’ più aspri del dialetto del Nord che mia nonna mi ha insegnato quando ero bambina, nei colori degli abiti che indosso, nella mia pelle scura, nei miei occhi neri, nella condotta di vita che mi sforzo di seguire, nelle pagine del Corano che leggo la sera prima di addormentarmi."


"Quando abbiamo lasciato il Congo abbiamo deciso di venire in Francia, ai nostri occhi era il paese della democrazia, un po’ il simbolo dell’eleganza europea. Ora sto bene qui, mi piace il mio lavoro e ormai mi sono abituata a questo stile di vita frenetico ma, all’inizio, è stata dura. Avevo quasi l’impressione che uno strano e inspiegabile fenomeno avesse mutato il normale decorso del tempo accelerandone in modo vertiginoso il ritmo. Non mi sentivo più di abitare il tempo come in Africa ma di esserne investita, come se fosse un’entità esterna contro cui combattere. Qui il tempo non basta mai, anche arrivare puntuale al lavoro è un’impresa. Non mi piace nemmeno la metropolitana, soprattutto nelle fredde mattinate d’inverno, talvolta mi pare un mostro sotterraneo capace d’inghiottirmi; sono sempre sollevata quando il tragitto è finito e risalgo le scale che, dalle viscere della terra, mi riportano alla sua superficie; sebbene anche lì un’altra delusione mi attenda: un vento gelido che sferza le guance e un cielo grigio, slavato. Ma non è sempre così, ti ho raccontato solo gli aspetti negativi, in realtà mi piace vivere qui..."
 


"La mente locale" si costituisce a partire da un corpo che abita uno spazio, si tratta non solo di mente ma di un sentire, una percezione spaziale in cui l’intero corpo con in suoi sensi è coinvolto, "esiste cioè, una sensibilità allo spazio basata su di un contatto con il circostante sentito come malleabile e pieno di suggestioni" (La Cecla, 1988)

Alcuni antropologi e storici contemporanei propongono una lettura dell’architettura moderna come lobotomia spaziale.
Non solo nelle periferie o i quartieri ai margini delle grandi capitali ma anche nelle città italiane e europee osserviamo un tipo di architettura e di progettazione urbana pensata secondo criteri razionali e scientifici di organizzazione spaziale efficiente, geometrica che non tengano minimamente conto della facoltà umana creativa dell’abitare.
Molti edifici e palazzi che attorniano il centro storico delle città ormai ridotto a reliquia di un passato storico osannato da contemplare ma non più da vivere, disegnano un paesaggio urbano piatto, uguale, monotono nella sua prevedibilità che nulla o poco ci dice della peculiarità di una città o di un quartiere rispetto ad un altro.
E’ cosi’ che "la città, il paese, il territorio diventano indifferenti per il cittadino medio, quello che non ha il potere di mettere le mani sulla città e di mutare il volto dell’ambiente i n cui vive. Gli viene consentito di usarne, di fare al suo interno la propria nicchia. Ma la sua attività di abitare non è attività di creazione di luoghi. Egli è solo un utente...l’angoscia territoriale che ne deriva è la prefigurazione della perdita di appartenenza di un luogo ad un gruppo umano e viceversa... L’abitare da attività di creazione di luoghi si trasforma nella fortunata eventualità di trovare un posto dove essere alloggiati all’interno della griglia... Ciò che sulla carta di una città è solo un sistema di divisione razionale dello spazio secondo criteri di convenienza economica, diventa una gabbia dentro cui la vita di ogni giorno è sistemata."

"Abitare è una facoltà umana e la mente locale è l’espressione di questa facoltà: consiste nell’uso di uno spazio che solo chi vi appartiene come abitante può possedere fino in fondo. Laddove la griglia non è troppo stretta e si è smagliata, l’abitare rispunta fuori, ridefinisce anche lo spazio più squallido. L'invasione dei marciapiedi della cultura mediterranea, i graffiti sul metrò e sulle facciate dei palazzi.., l'esuberanza dei mercati marocchini e algerini nella banlieue parigina... Questo tipo di orientamento della realtà è a volte di una tale urgenza ed è nello stesso tempo soffocata a tal punto che il suo spazio è quello del vandalismo, dell'abbandono in massa dei superblocks multipiani progettati dalle pubbliche amministrazioni." (La Cecla, 1988)









"Mi piace il mercato qui a Montfermeil anche se non è grande come il mercato africano che si trova a Barbes nel 18° arrondissement. Là si può trovare davvero tutto ciò che occorre per preparare un vero Tajine e un vero cuscus. Una volta alla settimana porto le mie figlie a fare la spesa nel mercato di Barbes. Il viaggio non è agevole, da Montefermeil bisogna prendere l’autobus, poi la R.E.R e poi di nuovo un altro metrò ma sicuramente ne vale la pena. Adoro aggirarmi tra le bancarelle di cibo e abiti, là tutto è colore, sapore, odore. Sono felice per me ma soprattutto per le mie bambine, mi sembra di offrire loro qualcosa di prezioso e se mi soffermo a pensare perché ho questa sensazione, mi dico che è a causa delle stoffe sgargianti, della fragranza che emana dai sacchi di riso, del profumo dolce delle foglie di menta. Ecco è soprattutto l’odore, l’odore forte e confuso di tutto il cibo offerto e delle spezie, un profumo che non si troverà mai in un supermercato, un profumo che si porta con sé un pezzo di terra, della mia terra e anche questo cibo e queste spezie hanno fatto un lungo viaggio per giungere fin qui, proprio come me."
 



Abitare il mondo significa percorrerlo con i propri passi, ridefinire il proprio tragitto o lasciare che muti naturalmente, non ostacolarne i cambiamenti.
Sentire le proprie orme incidere la terra fresca, percepire il tepore del sole sulla pelle, lasciarsi andare a questo tutto o nulla che è la mia vita.
"Per una frazione di secondo, forse io provai quella estrema chiarezza che all'epilettico, dicono è dato di conoscere. In quel momento io persi completamente l'illusione del tempo e dello spazio: il mondo dispiegò il suo dramma simultaneamente, lungo un merdiano che non aveva più asse. In quella specie di eternità, arrischiata come sulla punta al grilletto più sensibile di un'arma, io sentivo che ogni cosa aveva la sua giustificazione, la sua giustificazione suprema... Sul merdiano del tempo non c'è ingiustizia; c'è soltanto la poesia del movimento, che crea l'illusione della verità e del dramma... Per una qualche ragione l'uomo cerca il miracolo, e per ottenere questo egli è pronto a guadare un fiume di sangue.., Ogni cosa si sopporta nella fiducia che dalla sera alla mattina accada qualcosa, un miracolo che ci renda soportabile la vita... Non so come, la constatazione che non c'era più nulla da sperare ebbe su di me un effetto salutare. Per settimane e mesi, per anni , anzi per tutta la vita, io avevo atteso che qualcosa succedesse, un evento estrinseco che alterasse la mia vita, ed ora all'improvviso... mi sentìi sollevato, mi sentìi come mi avesser tolto dalle spalle un grande peso. Mentre m'incamminavo verso Montparnasse decisi di lasciarmi andare alla corrente, di non fare la minima resistenza al destino, in qualsiasi forma si presentasse. Niente che m'era successo finora era bastato a distruggermi; nulla era andato distrutto, se non le mie illusioni. Io ero intatto. Il mondo era intatto." (Henry Miller, Tropico del cancro)



Dott.ssa Daniela Lucchesi - daniela.lucchesi@libero.it