UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI PADOVA
FACOLTÀ DI LETTERE E FILOSOFIA
CORSO DI PERFEZIONAMENTO IN STUDI INTERCULTURALI
TESINA DI PERFEZIONAMENTO
Incomprensioni e conflitti tra identità nella dinamica interculturale
Perfezionanda: dr. Franca Pullia
Fin dall’inizio, si era stabilito che l’obiettivo di questo lavoro fosse quello di proporre dei tentativi di risoluzione per quei casi in cui, a causa della divergenza delle rispettive rappresentazioni e sistemi di valori, si creano dei malintesi o addirittura dei conflitti tra gli attori della dinamica interculturale. Si presentava, d’altra parte, la necessità di approfondire dei concetti imprescindibili per un’analisi di una relazione di questo tipo, quali l’identità (nonché il ruolo fondante della religione nei meccanismi di definizione identitaria), l’intercultura (che, a differenza della multicultura, presuppone l’esistenza di un rapporto e non di una semplice giustapposizione tra i portatori dei diversi sistemi culturali di riferimento), nonché la considerazione delle dinamiche sociopolitiche che regolano i processi migratori. Data l’imprescindibilità di un approfondimento di tutti questi concetti ai fini di una descrizione delle situazioni di incomprensione e conflitto nella dinamica interculturale, la ricerca si è notevolmente ampliata e arricchita di tematiche da affrontare, finendo col risultare molto differente dal modo in cui era stata inizialmente concepita.
Poiché si tratta di un lavoro di poche pagine, non si può pretendere che esso fornisca un quadro completo ed esaustivo di tutte le problematiche che la dinamica interculturale può generare. Si è tentato, piuttosto, di far sì che questa ricerca offrisse degli spunti di riflessione e delle proposte metodologiche in merito, mettendo a punto una sorta di “panoramica” delle varie questioni e proponendo delle idee e degli spunti per un’eventuale ricerca futura.
Nell’ambito di una riflessione sui conflitti tra identità è necessario innanzitutto chiarire che cosa si intende per “dinamica interculturale”. Infatti, è condizione necessaria perché si generi un conflitto il fatto che due o più soggetti portatori di differenti culture di riferimento si relazionino reciprocamente, in un contesto che li metta “l’uno di fronte all’altro”.
Così l’antropologo Antonio Marazzi si riferisce all’intercultura, opponendola alla statica e sterile multicultura: “l'attenzione rivolta agli aspetti dinamici e alle possibilità positive di intervento e di trasformazione sociale di una realtà culturalmente composita - afferma - ha portato (…) a preferire da parte di alcuni il concetto - e il termine corrispondente - di “interculturale” anziché “multiculturale”. Secondo tale orientamento, quest'ultimo termine suggerisce una situazione statica e priva di incontri reciprocamente fertili, di semplice convivenza tra gruppi di diversa origine; mentre l'intercultura indicherebbe conoscenza e scambi reciproci, con conseguente arricchimento culturale sia dei singoli gruppi sia della società in generale." [2] La prospettiva interculturale è dunque caratterizzata dalla dinamicità (laddove il termine “multicultura” indica una situazione statica e sostanzialmente immutabile), presupponendo un incontro “produttivo” tra i vari soggetti, un incontro nel quale le mutue identità siano ridefinite ai fini della ricerca di nuovi “stili di interazione”.
Analizzando il sistema delle interdizioni alimentari codificate dall’ebraismo, l’antropologa britannica Mary Douglas [23] ha elaborato una serie di riflessioni particolarmente interessanti a proposito dei meccanismi di definizione dell’identità. La Douglas ha infatti affermato che, nel processo di identificazione dei Semiti (la cui identità etnica coincide con quella religiosa) è fondamentale l’esistenza di un meccanismo di purificazione all’interno del quale venga eliminato tutto ciò che è ritenuto alla base di una contaminazione. Pertanto, in un processo di definizione identitaria, è “impuro” e “sporco” (e di conseguenza è “tabuizzato”) tutto quello che è reputato estraneo e “disordinato” perché non corrispondente alle categorie tassonomiche di una società.
Le cosiddette “gabbie identitarie” classificano pertanto come potenziale agente di disordine e contaminazione tutto ciò che non corrisponde esattamente all’ordine che ci siamo dati per definirci, ed è per questa ragione che la violazione dei tabu (non soltanto alimentari) costituisce per chi li ha codificati un fatto tanto grave e inconcepibile.
Le interdizioni religiose sono dunque fondamentali per i meccanismi di definizione dell’identità: infatti il sistema religioso si costruisce in relazione all’Altro dall’uomo, e rappresenta un sistema condiviso che si trasmette nel corso delle generazioni e all’interno del quale il gruppo si riconosce. Il sistema religioso sussiste quando corrisponde a determinati criteri: dev’essere organizzato, strutturato, condiviso da un gruppo sociale, deve possedere una gerarchia, un sistema di culti e un sistema di idee. Esso costituisce una “demarcazione” sorta per tenere separata l’alterità in un meccanismo di difesa che però può degenerare con estrema facilità, trasformandosi in prevaricazione. Questo si verifica tanto nelle cosiddette “religioni etniche” (quelle cioè in cui identità etnica e identità religiosa coincidono) quanto, a maggior ragione, in quelle universalistiche (che, avendo la pretesa di essere universali, non possono nemmeno concepire un dialogo con l’alterità).
A questo proposito Remotti [24] , rifacendosi al pensiero filosofico di Hume, distingue il socievole e conciliante politeismo, che rappresenta un sistema aperto, disposto ad accogliere divinità originariamente appartenenti ad altre società e culture, dal rigido monoteismo. Questo non è altro che il prototipo dell’identità: se noi siamo certi del nostro monoteismo, come possiamo pensare di tollerarne un altro? [25] : “coloro stessi che si armano a difesa dell’unicità del proprio dio, e quindi del principio della propria identità” finiscono “per produrre un’alterità intollerabile: da reinglobare o da sterminare” [26] . Remotti osserva inoltre che le cosiddette “religioni del libro”, avvalendosi di una codificazione scritta, sono portatrici di un’identità molto più forte rispetto alle religioni a trasmissione orale: il testo scritto, infatti, la “inchioda”, staccandola dal “’flusso’ (…) e dal turbinio delle possibilità alternative ( ) per fissarle in una forma perenne (o quasi)”. [27]
Alla luce di queste riflessioni, si può affermare che, gli scontri identitari, essendo spesso determinati dalla incompatibilità dei rispettivi sistemi religiosi di riferimento, non sono facilmente risolvibili: e, se il gruppo dominante tende all’eliminazione dell’altro, i portatori di un’identità debole mettono in atto dei meccanismi rituali di resistenza, elaborati affinché il loro sistema di riferimento non venga sopraffatto completamente.
Su questa radicalizzazione delle proprie pratiche autofondanti (spesso alla base di gravi e problematici “incidenti culturali”) da parte dei gruppi minoritari si tornerà più oltre: però si ritiene opportuno sottolineare come molto spesso sia il nostro atteggiamento etnocentrico e prevaricatore a generare quelle forme estreme di resistenza identitaria che tanto fatichiamo ad accettare. Come afferma Francesco Susi, spesso gli immigrati vorrebbero avere la possibilità di comunicare con noi (…). Ma spesso è proprio il nostro atteggiamento, che tende a rifiutarli e a emarginarli, a far sì che loro si arrocchino in una propria identità rigidamente definita: “la radicalizzazione della loro identità culturale originaria è proporzionale alle difficoltà e ai rifiuti che si frappongono al loro inserimento” [28] .
Perché vi sia una reale dinamica interculturale è dunque necessario che entrambi gli “attori” del rapporto siano disposti a venirsi incontro, rinunciando alla sicurezza garantita dalle loro reciproche “costruzioni identitarie”; tuttavia questo dialogo è particolarmente arduo, a causa dell’enorme difficoltà che rimettere in gioco se stessi comporta.
In ogni caso, nel prendere in considerazione la dinamica interculturale, non si può prescindere dalla disparità del rapporto in gioco; al di là del fatto che, come si è già più volte sottolineato, le identità in ballo non si trovano sullo stesso piano (fin dai tempi della scoperta delle Americhe gli Europei utilizzavano la forza dei loro simboli identitari ai fini di una sopraffazione, dato che “in essi la verità” risultava “fissata per sempre e per tutti” [29] ), in un contesto migratorio le difficoltà sono ancora maggiori per i portatori di un’“identità debole”. Chi abbandona i propri modelli culturali di riferimento per addentrarsi in una realtà che non conosce (realtà che spesso tenderà a non voler riconoscere la sua identità e i valori su cui essa si costruisce, non proponendo con essa una negoziazione, ma negandola tout court) si trova in una condizione di gran lunga più critica rispetto a chi non subisce un analogo processo di “sradicamento” e di “trapianto” (anche se di fatto anche noi che ce ne stiamo “a casa nostra”, nell’ambito di queste relazioni, subiamo un processo che potremmo chiamare di “sradicamento da noi stessi”).
Questa situazione genera nell’immigrato la cosiddetta “reazione nostalgica”: per lui si tratta di un vero e proprio choc culturale. In questo senso il termine choc non va inteso tanto nel senso di “fenomeno che genera incomprensione reciproca”, ma va visto piuttosto come quella reazione, ben più forte e dolorosa della semplice nostalgia, “che subentrerebbe negli emigrati dopo aver lasciato il proprio paese” [30] e che, in alcuni casi, può sfociare nella patologia.
Nel mondo contemporaneo, caratterizzato dal “meticciato”, ormai tutto viene incessantemente rimesso in discussione: la dinamica interculturale consiste proprio in una reciproca ridefinizione identitaria che presupponga un adattamento reciproco degli attori in gioco [31] . In questo senso noi occidentali dobbiamo essere pienamente consapevoli che anche il nostro sistema di valori è soggetto a un inarrestabile mutamento da cui non possiamo proteggere la nostra identità precostituita. “Anche coloro che nascono, vivono e moriranno nel medesimo luogo, partecipano di un movimento di dislocazione collettiva attraverso i mass media e le nuove tecnologie comunicative” [32] ; anche noi che ce ne stiamo nel nostro paese, essendo a nostra volta attori all’interno delle dinamiche interculturali, siamo dunque “immigrati in loco”.
Tuttavia è innegabile che, in un rapporto che ridefinisca – a volte in modo traumatico – le rispettive identità degli attori in gioco, lo choc sia più grave e di difficile superamento per coloro la cui identità, nel rapporto di forza in atto, è più debole. Si è già visto che questa debolezza, all’interno della dinamica, è causata da ragioni di ordine socio-economico, quelle stesse che hanno indotto il singolo a lasciare il suo paese. L’etnopsichiatra Roberto Beneduce, che si sta occupando diffusamente di queste tematiche, ha affermato che questo trauma consiste nella perdita dei legami fondamentali dell’immigrato con il suo paese nativo e con la rete di affetti e ricordi che lì aveva costruito. [33] Ma, cosa ancora più grave, “l’orizzonte delle grandi aggregazioni umane contemporanee, scandito dai processi dell’urbanizzazione, della “globalizzazione” e della “mondializzazione” economica, sembra essere caratterizzato (…) quasi ovunque dalla inesorabile mise en abîme di questi legami, dalla perdita della loro pregnanza e dalla fragilizzazione di tutto quanto dà loro valore (il senso della continuità generazionale, i significati dell’affiliazione ad un gruppo o ad una “classe d’età”, i dispositivi che partecipano alla costruzione di una memoria comune). Ovunque si guardi, - aggiunge – quei processi sembrano in grado (…) di indebolirne il grado di pertinenza e la possibilità di riproduzione” [34] .
In sintesi si può affermare che la dinamica interculturale è doppiamente “sbilanciata”: la subordinazione di alcuni paesi rispetto ad altri, strettamente correlata con il processo di globalizzazione e di mondializzazione, non soltanto determina il fenomeno dell’emigrazione-immigrazione, ma condiziona molto pesantemente questo processo di reciproca ridefinizione delle identità, “marginalizzando” i valori di riferimento dei protagonisti dell’emigrazione anche nei contesti di accoglienza.
Le conseguenze di questo duplice sbilanciamento saranno inevitabili: la parte più debole, avvertendo un serio pericolo – per usare un lessico demartiniano [35] – di “crisi della presenza”, cercherà di mettere in atto dei meccanismi rituali che tenderanno a salvaguardare la propria identità a rischio.
Nel concreto, ciò significa che quegli stessi rituali che noi, dal nostro punto di vista di occidentale, tendiamo, a seconda dei casi, a irridere o a “demonizzare” (dalle interdizioni alimentari alla criticatissima pratica dell’infibulazione), spesso si radicalizzano; e ciò avviene proprio a causa del nostro prepotente atteggiamento di “nuovi colonizzatori” che pretendono, come facevano i conquistadores spagnoli, di negare un’identità agli altri (all’epoca ci si chiedeva se gli abitanti delle Americhe fossero degli animali o degli esseri umani) imponendo a viva forza la loro.
Oltre a subentrare negli immigrati in rapporto alla “reazione nostalgica” [45] , i cosiddetti choc culturali (detti anche “incidenti critici”) sono strettamente legati a tutte le difficoltà insite nella dinamica interculturale, verificandosi in occasione di “un rapporto interpersonale, fra soggetti culturalmente differenti (non solo rispetto alla nazionalità o all’esperienza migratoria, ma per tutte le caratteristiche: status, ruolo sociale, religione, ecc.)” [46] . La ricercatrice Margalit Cohen-Émérique definisce questo fenomeno come “una reazione di spaesamento, o, ancor più, di frustrazione o di rigetto, di rivolta e di ansietà, o, in senso positivo, una sorpresa, una fascinazione; in una parola, un’esperienza emozionale e intellettuale che appare presso coloro i quali, collocati per occasione o per professione al di fuori del proprio contesto socioculturale, si trovano coinvolti in un incontro con l’estraneo” [47] . Secondo questa accezione, lo choc culturale sorge in una situazione di incomunicabilità e di incomprensione tra esponenti di diverse culture piuttosto che in occasione di un vero e proprio conflitto. Tuttavia il meccanismo che lo genera non è diverso da quello che sta alla base di dinamiche conflittuali, ben più gravi ed esemplari dei semplici fraintendimenti: si intenderanno come “conflittuali” quelle situazioni di vero e proprio scontro tra persone i cui rispettivi valori basilari collidono secondo modalità difficilmente risolvibili.
In realtà la distinzione tra “malinteso” e scontro non è sempre così netta: si tratta in entrambi i casi di “incidenti culturali” che si verificano secondo gli stessi meccanismi (gli scontri tra le identità di appartenenza degli attori in gioco) e vengono risolte con simili modalità (la negoziazione). In questo contesto, tuttavia, si è scelto di operare una distinzione tra incidenti critici e situazioni conflittuali per rendere tanto il quadro d’insieme quanto i singoli episodi narrati più chiari e facilmente analizzabili.
Un metodo che, a partire dal decentramento, consenta di risolvere le situazioni caratterizzate dall’incomprensione e dall’incomunicabilità è stato messo a punto da Margalit Cohen-Émérique; esso prende il nome di “metodo degli choc culturali” o “metodo degli incidenti critici” (il termine “critico” denota il fatto che questi choc sono rivelatori della propria cultura di riferimento) [48] . Tale procedimento, consentendoci di far emergere le nostre “immagini guida”, ovvero le rappresentazioni, i sistemi di valori e le prassi interne alla nostra formazione, ci facilita indubbiamente la distinzione delle rispettive “zone di incomprensione”: tali zone riguardano tutte quelle rappresentazioni che noi tendiamo a dare per scontate ma che in realtà variano a seconda dei valori culturali di riferimento, come i ruoli dell’uomo e della donna, l’educazione dei figli, la concezione del tempo e dello spazio, il posto da assegnare al religioso e al sacro nella vita quotidiana, i valori riguardanti la persona. [49] Quando nella dinamica interculturale ci si trova ad affrontare uno di questi temi il rapporto è dunque particolarmente “a rischio”.
Spesso alla base dell’incomprensione di colui che interagisce con noi vi sono i più banali stereotipi e pregiudizi; questi “schermi” o “filtri” mentali, figli della concezione dell’altro esclusivamente in base alla sua identità (meccanismo – come si è già visto - assolutamente riduttivo), ci impediscono di considerare la situazione per quello che è, non facendo altro che complicarla ulteriormente [50] . Analizzare una situazione partendo da un’idea preconcetta, inoltre, tende a non farci vedere tutto quello che non le corrisponde esattamente.
a) gli attori in presenza all’interno della dinamica interculturale; la loro identità di riferimento, la modalità dei loro rapporti e di quelli che regolano i loro gruppi di appartenenza.
b) la situazione in cui si svolge la scena, ovvero il contesto fisico, sociale, psicologico, e gli antecedenti della situazione.
c) la reazione di choc, l’analisi dei sentimenti vissuti e, eventualmente, dei comportamenti suscitati da questo episodio.
d) le rappresentazioni, i valori, le norme, le concezioni, i pregiudizi, ovvero il quadro di riferimento della persona che ha vissuto lo choc (per la maggior parte dei casi, si tratta degli agenti incaricati dell’inserimento degli immigrati all’interno del paese d’accoglienza); questa operazione necessita di un decentramento.
e) l’immagine che chi ha vissuto lo choc si è costruito dell’altro gruppo, a partire dalle proprie rappresentazioni e dai propri pregiudizi (neutra, leggermente negativa, leggermente ridicola, negativa, molto negativa, stigmatizzata, positiva, molto positiva, reale, irreale).
f) Le rappresentazioni, i valori, le norme, le concezioni, i pregiudizi, ovvero il quadro di riferimento della persona o del gruppo che ha provocato la reazione di choc presso il narratore.
Si è già osservato come il procedimento di “segnificazione”, fondamentale per ribadire un’identità (etnica o religiosa), possa esplicitarsi in vari modi: attraverso dei tabu alimentari e non, tramite l’ostentazione di determinati simboli (dalla croce per i Cristiani, al chador per le donne musulmane, al turbante per i Sikh), oppure per mezzo di alcuni meccanismi di “segnificazione” corporale: tra queste prassi rientrano tanto la circoncisione degli uomini in determinati contesti culturali, quanto l’escissione, la clitoridectomia e l’infibulazione in altri.
Una prassi criticatissima, soprattutto da quando l’incidenza dell’immigrazione nel nostro paese ci ha reso la questione molto più vicina e familiare, è quella relativa alle mutilazioni genitali femminili [63] . Si tratta di un rituale in uso non soltanto presso i musulmani - particolarmente nella penisola arabica, in Medio Oriente e in Africa, anche se in molti altri stati islamici (Arabia Saudita, Iran, Iraq, Algeria, Marocco, Tunisia, Libia) non è comune - ; in realtà la mutilazione genitale femminile è praticata anche nell’ambito di altri contesti religiosi (presso molti animisti cristiani dell’Africa e molti Ebrei dell’Etiopia). Le mutilazioni genitali femminili sono principalmente di tre tipi: la circoncisione (che consiste nella recisione del prepuzio della clitoride); la clitoridectomia (che implica la rimozione della clitoride e di una parte – o della totalità – delle piccole labbra); l’infibulazione (che consiste nel taglio della clitoride, delle piccole labbra e di una parte delle grandi labbra: le parti rimanenti vengono cucite tra di loro per coprire l’orifizio vaginale). Generalmente queste mutilazioni vengono inflitte a bambine molto piccole (in genere dai tre agli otto anni) perché si ritiene che siano in grado di sopportare meglio il dolore (a questo proposito va comunque ricordato che quelli relativi alla percezione e alla sopportazione del dolore fisico sono concetti assolutamente relativi e variabili a seconda del contesto socio-culturale di riferimento). Questa prassi, a quanto pare già nota agli antichi Egizi, Fenici e Ittiti, pur non essendo prescritta dal Corano, rientra tuttavia nel complesso delle tradizioni islamiche; si tratta di un costume che spesso genera infezioni violente e atroci dolori sia durante il ciclo mestruale sia nei rapporti sessuali, suscitando in noi sdegno e orrore. Tuttavia, l’opposizione che gli occidentale hanno manifestato nei confronti di questa prassi, basandosi spesso su presupposti “astorici” e su atteggiamenti figli dell’“evoluzionismo culturale”, si è rivelata in molti casi inefficace, a volte addirittura controproducente. La rappresentazione di tutte le donne del Terzo Mondo come una categoria universale e astorica costituita da persone generalmente deboli e sottomesse (come erano deboli e sottomesse le donne occidentali durante il secolo scorso) è semplicistica, pregiudiziale e presuppone un atteggiamento evoluzionista [64] . Ciò non significa che, in nome di un superficiale relativismo culturale, dobbiamo accettare in modo asettico tutte le prassi che derivano dalle “altre” culture, calpestando i nostri valori basilari: tuttavia non c’è nulla di più controproducente del voler imporre determinati comportamenti a persone che spesso scelgono di avvalersi di questi meccanismi rituali (e di radicalizzarli) proprio per cercare di tenere in vita la loro identità, opponendola al “neocolonialismo” arrogante dell’imperialismo occidentale. D’altra parte, la mutilazione non costituisce proprio una delle forme più evidenti di quel processo di “segnificazione” che Remotti descriveva come massimo meccanismo di definizione identitaria [65] ? Se noi occidentale vogliamo intervenire su questo tema, dobbiamo innanzitutto cercare di “storicizzare” la questione, senza pregiudizi o generalizzazioni di sorta; in secondo luogo, dobbiamo capire qual è il significato di questa prassi per chi ne fa uso e quali conseguenze sul piano sociale deve pagare una donna che non ha subito la mutilazione genitale: essa andrebbe inevitabilmente incontro all’isolamento sociale (anche in questo si riscontra una notevole analogia tra questa prassi e quella della circoncisione maschile presso i Banande, società in cui un uomo non circonciso è reputato talmente impuro da essere trattato alla pari di un lebbroso, e non troverà mai nessuna donna disposta a sposarlo [66] ). Edvige Bilotti afferma giustamente che, se ci si vuole opporre a queste pratiche, è necessario farlo avendo ben chiara la situazione, e manifestando sensibilità e comprensione nei confronti del contesto socio-culturale in cui esse si sono sviluppate [67] : in passato la campagna promossa dall’Occidente contro le mutilazioni genitali femminili era stata criticata proprio dalle femministe africane, le quali avevano denunciato l’“ignoranza” del mondo occidentale rivendicando contro di essa un “diritto alla differenza” che aveva esasperato ancor più la diffusione della prassi. Sempre a proposito dell’infibulazione e delle altre mutilazioni genitali femminili, l’etnopsichiatra Roberto Beneduce afferma che, in un contesto interculturale, il problema non è tanto quello di schierarsi a favore o contro questa prassi, quanto piuttosto quello di aiutare i suoi genitori e più tardi anche la bambina stessa colpita da questa mutilazione a ritrovare un proprio equilibrio e un nuovo sistema di riferimenti che li protegga dalle sfide messe in atto da quelle identità. Egli afferma inoltre che il fatto di parlare in modo più sereno di queste pratiche può favorire anche una comunicazione con le persone che le hanno subite, ponendo le basi per una diversa rappresentazione nel nostro (e nel loro) immaginario. [68] Anche l’antropologa Matilde Callari Galli propone un modo per affrontare la questione nel complesso quadro di una dinamica interculturale: in nome al nostro irrinunciabile valore secondo cui a un minore non devono essere inflitte torture fisiche e umiliazioni, essa suggerisce che l’escissione venga praticata nel nostro paese (in ambito ospedaliero) soltanto alle donne adulte e consenzienti che ne facciano richiesta, cercando d’altra parte di sostenere gruppi e associazioni che, pur essendo sorte in quei paesi in cui le mutilazioni sessuali sono fortemente radicate, cercano di opporsi a esse [69] . In ogni caso si tratta di un problema talmente complesso e spinoso da necessitare di un approccio multidisciplinare, che preveda interventi tanto di tipo legislativo (che comunque, nei paesi a forte immigrazione come la Francia e l’Inghilterra sono già stati messi in atto, rispettivamente nel 1989 e nel 1991) quanto di tipo educativo. Un'altra questione fortemente critica, che, pur non tirando in ballo un valore basilare come l’integrità corporale, ha scosso le coscienze di molti occidentali, è quella relativa all’uso del chador nei nostri paesi da parte delle donne musulmane. Nel 1989 tre liceali di Creil, in Francia, furono cacciate da scuola perché indossavano il velo in classe; ostentando questo simbolo religioso esse si erano contrapposte alla tradizionale laicità dello stato francese. È in vigore ormai dal 1994 una Circolare del Ministero della Pubblica Istruzione che vieta tutti i simboli di ostentazione religiosa nelle scuole statali francesi, in nome della salvaguardia della “laicità”, principio basilare dello stato d’oltralpe. Ma la tradizionale suddivisione tra la sfera civica e la sfera religiosa in vigore nei paesi occidentali non costituisce affatto una regola assoluta: quando, in una dinamica interculturale, ci relazioniamo a qualcun altro (l’“incidente” sorge in particolare con le persone di cultura magrebina), dobbiamo tenere conto del fatto che, nel suo sistema di rappresentazioni, il fatto religioso può essere fondante. Nell’Islam, l’iman è a tempo stesso capo politico e religioso, e in quei paesi la religione è parte basilare della vita pubblica oltre che di quella privata. Pertanto, da un lato l’affermazione della necessità che nelle scuole pubbliche i programmi ministeriali siano non confessionali e che nelle aule non si esibiscano crocifissi o altri simboli religiosi è fondamentale per la democrazia; ma d’altra parte, visto il peso diverso assunto dal “religioso” nel mondo occidentale e nel mondo islamico, proibire anche ai singoli individui l’esibizione di quei simboli può costituire un’azione estremamente etnocentrica, dal momento che si corre il rischio di privilegiare “l’homo oeconomicus razionale delle società occidentali rispetto all’homo religiosus” di altri contesti [70] . In tal caso, inoltre, bisognerebbe “stare ben attenti a evitare ogni azione unilaterale, vissuta come una discriminazione da parte di una popolazione che avrebbe tutte le ragioni per sentirsi esclusa” [71] : in tal senso, proibire agli studenti l’esibizione di un crocifisso comporterebbe non poche difficoltà (non ultimo il fatto che, vista la funzione decorativa che le croci spesso assumono, potrebbe essere difficile distinguere i “simboli di ostentazione religiosa” dai semplici ornamenti). È vero che per i musulmani “la libertà si gioca sulla possibilità di una presa di distanza critica rispetto a questa tradizione” [72] ; d’altra parte, la politica basata sull’assimilazione degli immigrati promossa dalla Francia [73] rischia seriamente di far sparire determinate identità culturali, appiattite su una generica concezione di “umanità” stabilita dagli occidentali. Il rischio che si corre è dunque quello di imporre la nostra idea di libertà anche al nostro prossimo in modo indiscriminato, correndo ancora una volta il rischio di radicalizzarne le posizioni e irrigidirne l’atteggiamento nei nostri confronti. Infatti, respinte dalle scuole pubbliche, le ragazze che vorranno indossare il velo (e che sceglieranno di esibirlo a maggior ragione per opporsi all’“imperialismo culturale occidentale” [74] , mettendo in atto un meccanismo di “resistenza identitaria”) si iscriveranno a scuole coraniche: qui manterranno rigidamente la loro identità prestabilita e non avranno la possibilità di rapportarsi con la società degli ospitanti in una dinamica interculturale. Un caso per certi versi analogo a quello che si è appena preso in esame è quello relativo a un altro simbolo di “appartenenza identitaria”: il turbante che copre i capelli dei Sikh del khalsa (letteralmente significa “ciò che è puro”; questi Sikh costituiscono una “chiesa di santi soldati”, fondata da Govind Singh nel 1699). Il turbante avvolge i loro capelli, tenuti insieme da un pettine che li raccoglie in una crocchia: questo pettine (il kangha) costituisce uno dei cinque segni esteriori della loro fede. [75] È noto un caso di “incidente culturale” verificatosi poco tempo fa nel nostro paese, per la precisione ad Arzignano, in provincia di Vicenza. Un Sikh, che andava in motorino col turbante e sprovvisto di casco, si è visto comminare una multa da un vigile urbano anche dopo avergli spiegato la ragione della sua infrazione al codice della strada. Il caso ha destato molte polemiche e vivaci discussioni sull’opportunità o meno di punire con una contravvenzione una persona il cui sistema religioso di riferimento collide, in certi punti, con la legislazione del paese ospitante. In alcuni paesi, come in Canada e in Inghilterra, i Sikh sono esonerati dall’obbligo di portare il casco quando viaggiano in motorino: in questo senso essi diventano una sorta di “comunità ospite” nel paese di accoglienza, con delle regole autonome che vengono rispettate dalla normativa vigente; questa legislazione potrebbe però essere interpretata nei termini di una “deresponsabilizzazione” nei confronti della loro integrità fisica e della loro sicurezza sulla strada. Del resto la strategia adottata dall’Inghilterra nei confronti degli immigrati è quella dell’“inserimento”: l’immigrato e le sue particolarità culturali vengono “tollerate”, ma egli viene considerato come uno straniero a tutti gli effetti e a titolo permanente e irriducibile (ciò genera una “ghettizzazione”, e questo meccanismo finisce col produrre minoranze chiuse in se stesse). In Italia, paese di recente immigrazione, non è stata ancora elaborata una normativa in tal senso; pertanto in situazioni del genere deve intervenire un negoziatore che cerchi di mediare la situazione. Margalit Cohen-Émérique ha definito la mediazione come un tentativo di regolamento dei conflitti che tenta di collocarsi all’interno dei reciproci “margini di adattamento” degli attori della dinamica interculturale; essa deve tentare di stabilire un’evoluzione all’interno del rapporto, andando oltre la “meccanicità” dei rispettivi modelli culturali. [76]Nel caso specifico, il conflitto nasce dal fatto che noi Italiani riteniamo fondamentali la sicurezza l’integrità fisica del motociclista, mentre per i Sikh può essere prioritario sottolineare l’appartenenza a una specifica identità religiosa. Forse il primo passo verso una risoluzione di conflitti di questo tipo potrebbe essere quello di “andare incontro” a chi sceglie di non indossare il casco con delle campagne per la sicurezza sulle strade che li menzionino esplicitamente, esortandoli a utilizzare altri mezzi di trasporto più sicuri. Un passo ulteriore potrebbe essere quello di elaborare per loro dei caschi appositi, proposta forse difficile da realizzare, ma teoricamente non troppo differente da soluzioni che altri paesi europei hanno già adottato con successo per risolvere casi analoghi. La Graveney School di Londra, che prevede, come molte scuole britanniche, che gli studenti indossino un’uniforme, ha stabilito la possibilità per i ragazzi di religione Sikh di portare il turbante e per le ragazze musulmane di utilizzare il chador: l’unica condizione imprescindibile è che questi simboli rechino i colori della scuola. [77]
È ora possibile trarre alcune conclusioni a proposito delle modalità con cui affrontare le incomprensioni e i conflitti che inevitabilmente sorgono all’interno di una dinamica interculturale. In questi casi bisogna cercare di andare oltre due atteggiamenti opposti ma ugualmente limitanti; va evitato tanto un atteggiamento etnocentrico quanto un banalizzante relativismo culturale. Il primo è funzionale alla protezione della nostra identità, ma il fatto di escludere “l’altro da sé” in un meccanismo di “purificazione identitaria” degenera ben presto nel razzismo; individuando nelle tradizioni altrui arretratezza e barbarie, l’etnocentrismo rivela un evoluzionismo di fondo, e finisce per generare una chiusura e un’ostilità ancora maggiore nei nostri confronti da parte degli immigrati: di fronte all’arroganza degli occidentali “neocolonialisti”, quanti si identificano nelle identità minoritarie finiscono per applicare dei meccanismi di resistenza, esasperando, per superare il rischio di una “perdita della presenza”, quegli stessi rituali che noi pretenderemmo di abolire. D’altra parte va evitata anche una superficiale accettazione di tutti i costumi altrui in nome di un relativismo culturale “esasperato quanto banale” [78] .
Mediante l’analisi delle situazioni di conflitto, degli incidenti critici e degli choc culturali si è tentato in questo breve lavoro di proporre delle “negoziazioni” miranti, se non ad annullare il conflitto, perlomeno a “smorzarne i toni”. D’altra parte, “frammentare i singoli episodi” e analizzare le situazioni caso per caso secondo un’ottica “decostruzionista” può essere molto utile, ma sempre tenendo conto del fatto che l’incidente non fa che mettere a nudo delle incomprensioni già esistenti anche se latenti; esse derivano principalmente dal fatto che la dinamica interculturale non è un rapporto paritario, ma uno scontro tra un’identità forte e un’identità debole, e che pertanto la situazione di partenza, generata da un forte squilibrio socio-economico, è già di per sé fortemente critica: quello interculturale è un rapporto di forza, che mette in gioco due parti che non stanno sullo stesso piano. Per questa ragione, uno degli obiettivi dell’intercultura è quello di passare dalle “identità fossilizzate” al reperimento di stili di interazione.Infine, bisogna sottolineare come, per tentare di risolvere questo genere di problematiche, sia necessario ricorrere a un approccio multidisciplinare, ricorrendo a metodi desunti da materie disparate quali la storia delle religioni, l’antropologia, l’etnopsichiatria, la psicologia, la giurisprudenza: ciò conferma ancora una volta il carattere interdisciplinare dell’intercultura.
AA.VV., Diritti universali e differenze culturali, Ricerca interdisciplinare di educazione civica svolta dalla classe I D del Liceo ginnasio “G. Berchet”, Milano, a.s. 1996/7.
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Introduzione
I. La dinamica interculturale . .
I. 1. Una definizione di intercultura .
I. 2. L’importanza delle condizioni socio-economiche della propria società di riferimento: rifiutare il culturalismo . .
II. Contro l’identità
II. 1. L’identità come “limite”
II. 2 La religione come meccanismo di definizione identitaria .
II. 3. La reazione nostalgica come consapevolezza della perdita della propria identità .
II. 4. Cercare degli “stili di interazione” . .
III. Choc culturali, conflitti e resistenze .
III. 1. La necessità di un decentramento .
III. 2. Lo choc culturale e il “metodo pedagogico degli incidenti critici” .
III. 3. Alcuni esempi di choc culturale
III. 4. La necessità della mediazione . .
III. 5 I conflitti e le resistenze da parte delle “identità deboli” .
Conclusioni
Riferimenti bibliografici.
Siti internet
di riferimento
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[2] A. Marazzi, Lo sguardo antropologico – Processi educativi e multiculturalismo, Roma 1998, p. 180.
[3] Cfr. G. Devereux, Ethnopsychanalise complémentariste, Paris 1985, cit. in R. Beneduce, Frontiere dell’identità e della memoria – Etnopsichiatria e migrazioni in un mondo creolo, Milano 1998, p. 74.
[4] V. Lanternari, Antropologia e imperialismo, in Antropologia e imperialismo e altri saggi, Torino 1974, pp. 349-410.
[5] Ibidem, p. 353.
[6] Ibidem, p. 354.
[7] Cfr. ibidem, p. 357.
[8] F. Susi, Prospettive interculturali, in idem (a cura di), Come si è stretto il mondo – L’educazione interculturale in Italia e in Europa: teorie, esperienze e strumenti, Roma 1999, pp. 7-25; cfr. p. 12.
[9] Ibidem.
[10] Ibidem.
[11] Susi, op. cit., cfr. p. 12.
[12] Cfr. ibidem, p. 15 e T. B. Jelloun, Prefazione dell’autore all’edizione italiana, in Le pareti della solitudine, tr. It. E. Volterrani, Torino 19972, pp. XIII-XIX; p. XVII.
[13] Il titolo di questo capitolo è preso a prestito da un saggio di Francesco Remotti (Contro l’identità, Roma-Bari 1996)
[14] Jelloun, Le pareti della solitudine, cit., p. XVII.
[15] Cfr. Remotti, Contro l’identità, cit., pp. 7-13.
[16] Cfr. ibidem, p. 100.
[17] Ibidem, p. 60.
[18] Cfr. Remotti, op. cit., p. 61.
[19] Ibidem.
[20] Cfr. ibidem, pp. 62-3.
[21] Cfr. ibidem, pp. 26-7.
[22] Ibidem, p. 33. È importante ricordare che l’etimologia stessa del termine tabu “deriverebbe da ta ‘segnare’ e pu ‘in maniera straordinaria, eccedente’” (Gilda della Ragione, Tabu, in G.Filoramo (diretto da) “Dizionario delle religioni”, Torino 1993, p. 723).
[23] Mary Douglas, Purezza e pericolo. Un’analisi dei concetti di contaminazione e tabù, tr. It. Alida Vatta, Bologna 1993, pp. 69-104. Cfr. anche Remotti, op. cit., pp. 26-7 segg.
[24] Remotti, Contro l’identità, cit., pp. 41 segg.
[25] Cfr. ibidem., p. 47.
[26] Ibidem, p. 48.
[27] Ibidem, p. 54.
[28] Susi, Prospettive interculturali, cit., p. 14.
[29] Remotti, Contro l’identità, cit., p. 54.
[30] A. Portera (sito 1F).
[31] Cfr. Beneduce, Frontiere dell’identità e della memoria, cit., pp. 14-5.
[32] Matilde Callari Galli, Antropologia per insegnare, cit., p.2
[33] Cfr. Beneduce, Frontiere dell’identità e della memoria, cit., pp. 32 segg.
[34] Beneduce, op.cit, p. 35.
[35] Cfr. E. De Martino, Fenomenologia religiosa e storicismo assoluto, in “SMSR”, 24-25 (1953-1954), pp. 1-25; cfr. inoltre M. Massenzio, Destorificazione istituzionale e destorificazione irrelativa in E. De Martino, in “SMSR”, 51 (1985), pp. 197-204.
[36] A questo proposito desidero ringraziare Ilaria Galletti della Caritas di Bologna (è la responsabile dell’accoglienza ai profughi della ex-Yugoslavia) per la gentilezza e la disponibilità che mi ha dimostrato nel fornirmi alcuni saggi e articoli di questa studiosa, altrimenti irreperibili. La Caritas bolognese aveva utilizzato questi materiali nell’ambito del “Progetto Odissea”, progetto pilota finalizzato alla formazione di operatori nell’ambiente migratorio, nella fattispecie proponendo giochi di ruolo, simulazioni e analisi guidate di incidenti critici.
[37] Cfr. Margalit Cohen-Émérique, Le choc culturel, méthode de formation et outil de recherche, in J. Demorgon – E.M. Lipiansky (a cura di), Guide de l’interculturel en formation, Paris 1999, pp. 301-15 (pp. 302-4); idem, L’approche interculturelle dans le processus d’aide, in “Santé mentale au Québec”, 13 (1993), pp. 71-92 (pp. 71-6); idem, Le choc culturel, in “Antipodes”, 130 (settembre 1995), pp. 8-36 (pp. 5-7).
[38] Beneduce, Frontiere dell’identità e della memoria, cit., p. 11.
[39] Cfr. ibidem., p. 10.
[40] Matilde Callari Galli, Antropologia per insegnare, cit., p. 20.
[41] Ibidem.
[42] Cfr. ibidem, p. 90, e sito 1.
[43] Ibidem., p. 89.
[44] Cfr. Cohen-Émérique, L’approche interculturelle dans le processus d’aide, cit., pp. 76-7; cfr. idem, Le choc culturel, méthode de formation et outil de recherche, cit., p. 303.
[45] A. Portera, (sito 1E).
[46] Sito 1E. Cfr. inoltre Beneduce, Frontiere dell’identità e della memoria, cit., pp. 22-71.
[47] Cohen-Émérique, Le choc culturel, méthode de formation et outil de recherche, cit., p. 304 (la traduzione dal francese è mia).
[48] Cohen-Émérique, Le choc culturel, méthode de formation et outil de recherche, cit., p. 304
[49] Cfr. idem, L’approche interculturelle dans le processus d’aide, cit., p. 77
[50] Cfr. Cohen-Émérique, Choc culturel et relations interculturelles dans la pratique des travaileurs sociaux, in “Cahiers de sociologie économique et culturelle”, 2 (dicembre 1984), pp. 183-218, (p.189); idem, L’approche interculturelle dans le processus d’aide, cit., pp. 73-4; Per le definizioni di “pregiudizio” e “stereotipo” cfr. inoltre Callari Galli, Antropologia per insegnare, cit., pp. 92-5; cfr. Cohen-Émerique, Connaissance d’altrui et processus d’attribution en situations interculturelles, comunicazione personale dell’autrice, “Secondo convegno europeo dell’ARIC (Association pour la recherche interculturelle)”, 6-8 ottobre 1987, pp. 95-109 (pp. 96-100 e p. 106 in particolare). A. Memmi, Il razzismo – paura dell’altro e diritti della differenza, trad. it. Di Cristina Spano, Genova 1989.
[51] La “griglia di analisi degli choc culturali” è illustrata dettagliatamente da Cohen-Émérique (Le choc culturel, méthode de formation et outil de recherche, cit., p. 305).
[52] Cfr. Cohen-Émérique, Le choc culturel, mèthode de formation et outil de recherche, cit., pp. 306-8; cfr. inoltre idem, Le choc culturel, cit., pp. 9- 10.
[53] Cohen-Émérique, Le choc culturel, cit., p. 12-3.
[54] A proposito dell’etnocentrismo e della relatività della nostra idea di progresso è molto interessante il saggio di Claude Lévi-Strauss dal titolo Race et histoire, (Paris 1952).
[55] A proposito della separazione degli spazi ai fini di una definizione identitaria, cfr. anche Massenzio, Sacro e identità etnica. Senso del mondo e linea di confine, Milano 1994.
[56] Cohen-Émérique, Le choc culturel, pp. 16-9.
[57] Idem, Choc culturel et relations interculturelles dans la pratique des travaileurs sociaux, cit., p. 215.
[58] Idem, L’approche interculturelle dans le processus d’aide, cit., pp. 74-5.
[59] Cohen-Émérique, B- Gillardin, La tolérance face à la différence cela s’apprend, in “Intercultures”, 16 (gennaio 1992), pp. 77-92 (pp. 90-2).
[60] Cfr. sito 2.
[61] Cfr. sito 1C.
[62] Cohen-Émérique, L’approche interculturelle dans le processus d’aide, cit., pp. 86-7.
[63] Cfr. AA.VV., Diritti universali e differenze culturali, Ricerca interdisciplinare di educazione civica svolta dalla classe I D del Liceo ginnasio “G. Berchet”, Milano, a.s. 1996/7; Edvige Bilotti, La pratica della mutilazione genitale femminile, in “Un mare di donne”, 3 (gennaio-giugno 1997), pp. 7-18; Beneduce, Frontiere dell’identità e della memoria, cit., pp. 173-83. Cfr. inoltre le riflessioni di Francesca Bettini (sito 4).
[64] Cfr. Bilotti, Le pratiche della mutilazione genitale femminile, cit., pp. 7 e segg.
[65] Remotti, Contro l’identità, cit., p. 33.
[66] Remotti, op. cit., p. 33.
[67] Bilotti, Le pratiche della mutilazione genitale femminile, cit.
[68] Beneduce, Frontiere dell’identità e della memoria, cit., pp. 180-1.
[69] Callari Galli, Antropologia per insegnare, cit., pp. 101-3.
[70] Cohen-Émérique, Représentations et attitudes de certains agents de socialisation (travailleurs sociaux) concernant l’identité des migrants et de leurs enfants, in “Actes du 1er colloque de l’ARIC (Association pour la recherche interculturelle)”, 1986, p. 261.
[71] H. Pena-Ruiz, L’Europa ha bisogno di laicità, in “Le monde diplomatique”, VII, 6 (giugno 2000), p. 3.
[72] Ibidem.
[73] Cfr. Marazzi, Lo sguardo antropologico, cit., pp. 169-70; cfr. inoltre R. Bistolfi, Alla ricerca di un modello di integrazione europeo, in “Le monde diplomatique”, I, 8 (dicembre 1994), pp. 12-3.
[74] Bilotti, Le pratiche della mutilazione genitale femminile, cit., p. 7.
[75] Cfr. S. Piano, Sikh, in G. Filoramo (diretto da), “Dizionario delle religioni”, Torino 1993, pp. 699-700.
[76] Cfr. pp. 27-8 di questa tesina. Cfr. inoltre Cohen-Émérique, L’approche interculturelle dans le processus d’aide, cit., pp. 86-7.
[77] Cfr. AA.VV., Diritti universali e differenze culturali, cit.
[78] La definizione è di Beneduce (Frontiere dell’identità e della memoria, cit., p. 179).