UNIVERSITA' DEGLI STUDI DI PADOVA
Facoltà di Lettere e Filosofia
Corso di Perfezionamento:
Master in Studi Interculturali
TESINA DI APPROFONDIMENTO:
IMPORTANZA E APPLICAZIONE DELLA
PEDAGOGIA INTERCULTURALE
Dott.ssa Alessandra Gatta
INDICE :
PRIMA PARTE: LA PEDAGOGIA INTERCULTURALE
Aspetti generali
La pedagogia interculturale nella scuola: nella scuola materna
nella scuola elementare
nella scuola media
nella scuola superiore
SECONDA PARTE: UN ESEMPIO DI PEDAGOGIA
INTERCULTURALE APPLICATA DA UNA O.N.G
Motivazioni del progetto
Descrizione del "Progetto Mazengo"
BIBLIOGRAFIA
PRIMA PARTE : LA PEDAGOGIA INTERCULTURALE
Aspetti generali
L'approccio interculturale all'educazione si sviluppa a partire dagli anni settanta, allorché i Paesi del nord Europa si trovano a gestire i problemi posti dalla massiccia immigrazione favorita dal boom economico del decennio precedente. "Essa trae origine nell'ambito delle cosiddette "pedagogie compensative" che in quel periodo si affermarono in seno ai sistemi formativi per cercare di colmare e recuperare gli svantaggi socioculturali dei soggetti più "deboli" rispetto ad uno standard di prestazioni scolastiche ben definito, e si sviluppa in stretta relazione con i provvedimenti assunti in tema di educazione degli adulti, finalizzati all'integrazione di questi nel contesto geo-politico di approdo" [1]
La pedagogia riconosce come fattore specificante nella vita dell'uomo la presenza degli altri uomini. La relazione sociale appare da questo punto di vista costitutiva degli eventi che la pedagogia prende in considerazione. Nei "fatti/atti educativi" esiste un rapporto asimmetrico tra un soggetto agente (educatore, maestro, insegnante, ecc.), in una posizione che si dice educativa, ed un secondo, anch'esso agente, in posizione di apprendimento. Le proprietà della socialità e dell'asimmetria non sono tuttavia ancora sufficienti. Una terza proprietà, definibile come "intenzione educativa" permette di raggiungere intensivamente una specificità sufficiente a risolvere il problema della definizione dell'universo oggettuale della pedagogia" . [2]
Se assumiamo dunque che la Pedagogia sia una scienza pratico-prescrittiva e che il suo oggetto di studio specifico sia l'educazione, non possiamo ritenere che le varie pedagogie che si sono sviluppate negli anni (pedagogia sociale, pedagogia speciale, pedagogia sperimentale, pedagogia degli adulti, metodologia e didattica) abbiano un diverso ed esclusivo oggetto di indagine. Rispetto all'educazione esse pongono semmai sottolineature specifiche, studiano in profondità aspetti particolari, che trovano tra loro numerosi punti di intersezione se non di sovrapposizione.
La pedagogia interculturale in particolare studia l'educazione, cioè quel rapporto asimmetrico tra un educatore ed un minore, intenzionato a promuovere, in quest'ultimo, una serie di capacità (a livello di sapere, saper essere e saper fare) che hanno una valenza "interculturale".
La pedagogia interculturale quindi, definisce un ambito disciplinare di studio e di ricerca teorica e operativa molto complesso, che fa uso di categorie filosofiche, sociologiche, antropologiche, psicologiche, linguistiche, oltre che pedagogiche di cui si è cominciato a parlare in seguito a fenomeni di ordine sociale (le nuove ondate immigratorie), politico ed economico che si sono venute delineando nel corso degli ultimi decenni, collegati alla presenza di decine di migliaia di adulti e bambini immigrati. Il loro arrivo e la loro permanenza nel paese ospite comporta il manifestarsi di necessità vitali e di bisogni materiali legati alla prima accoglienza, alla sopravvivenza, al lavoro, all’abitazione per soddisfare i quali gli immigrati entrano in contatto con le strutture territoriali: scuola, enti locali, ASL, associazioni del volontariato, ecc.
Seguendo questi eventi, l’espressione “pedagogia interculturale” è entrata gradatamente in uso nel lessico specialistico dell’educazione e della scuola ma anche nel lessico comune. In Italia, così come anche in altri paesi europei, indica già da qualche anno un orientamento di pensiero con una sua letteratura specifica, che intende rispondere agli interrogativi che giungono al mondo dell’educazione dalla complessità sociale. Il campo di applicazione della pedagogia interculturale è riconducibile alle azioni educative e didattiche che vengono attuate nelle scuole e in altri contesti formativi rivolti agli adulti attraverso progetti di classe o di interclasse, di istituto o che coinvolgono più istituti; attraverso percorsi educativi mirati a colmare i bisogni linguistici e di apprendimento degli studenti di particolari etnie ed anche attraverso sperimentazioni curricolari rivolte a tutti gli allievi di classi plurietniche. Il campo di applicazione della pedagogia interculturale si esplica anche in azioni sociali attuate attraverso modelli di intervento differenziati di recupero che coinvolgono la scuola ed altre istituzioni, in primo luogo gli enti locali, alcuni Organismi Non Governativi (ONG), varie associazioni collegate col mondo religioso e laico.
Pur essendo una disciplina che ha così largo raggio di applicazione e una vasta gamma di valenze educative, non si può correre il rischio di confonderla e "snaturarla" etichettandola come un generico modo di pensare.
Educazione interculturale non significa immaginare di non appartenere a nessuna cultura o immaginare di appartenere a più culture senza riconoscersi in nessuna; non significa preoccuparsi di un generico pacifismo; non si riduce a momenti in cui si affrontano temi legati all'intercultura (in altre parole non è la memoria che si fa in una giornata particolare).
Educazione interculturale è aiutare chi si educa a rendersi disponibile ad incontrarsi con l'altro, con le sue differenze; è aiutare l'altro a rendersi disponibili all'interazione, alla conoscenza, alla comprensione (dell'altro nella sua differenza e nella sua specificità) e al dialogo.
Sono questi, senza dubbio, atteggiamenti che si costruiscono a partire dalla scuola materna, aiutando il bambino e il ragazzo a superare le difficoltà dell'incontro con l'altro, sollecitando in lui il desiderio di conoscenza e comprensione dell'altro. Fondamentale sarà stimolare in lui un atteggiamento di confronto che supera ogni forma di etnocentrismo patologico.
Si deve tendere quindi a stimolare la nascita di un proficuo dialogo che porti all'incontro di soggettività diverse (nessuna delle quali deve rinunciare alla propria identità, a ciò che possiede) in modo tale che i soggetti coinvolti possano arricchirsi reciprocamente da questo incontro; a prendere coscienza che educarsi in prospettiva interculturale non significa perdere la propria identità, smarrirsi nell'altro, ma anzi comprendere che l'altro, con la sua differenza, costituisce per ciascuno di noi un'occasione di arricchimento.
Perché questo avvenga è fondamentale curare gli effetti di qualsiasi forma di etnicità patologica, da intendersi come la distorta coscienza di un'appartenenza ad una cultura, come esaltazione incondizionata della propria cultura.
Il provvedimento educativo più efficace sarà un'adeguata educazione etnica finalizzata a far sì che da un lato il soggetto che si educa prenda coscienza di tutta la negatività racchiusa in un etnocentrismo patologico e se ne tenga lontano, dall'altro sappia discernere l'importanza di un "etnocentrismo positivo" (sinonimo quest'ultimo di etnocentrismo critico, atteggiamento che consente di discernere aspetti positivi e negativi della cultura di appartenenza.). Un tale etnocentrismo si accompagna al senso del limite della propria cultura e non può che muovere dalla comprensione della cultura e dell'etnicità dell'altro. L'etnocentrismo critico è quell'atteggiamento responsabile e consapevole (frutto di una sana opera educativa) che concepisce la differenza dell'altro come occasione unica per la realizzazione della propria autenticità umana.
Da quanto affermato nasce una riflessione: sembra quasi superfluo parlare di educazione interculturale perché d'ora in poi dunque, l'educazione o sarà interculturale o non sarà vera educazione. Non si riesce cioè a concepire un'educazione autentica quando trascura i problemi dell' interculturalità, problemi che in fondo hanno cambiato il nostro modo di essere esseri umani.
In conclusione ,è necessario che coloro che operano in contesti educativi scolastici e dell'extrascuola si adoperino affinché si creino le condizioni necessarie e sufficienti all'instaurarsi di rapporti di interazione fra chi arriva da lontano (indipendentemente dai motivi dell'immigrazione) e chi vive stabilmente in un luogo.
Perché l'interazione tra la società ospite e gli immigrati possa funzionare in un rapporto proficuo, entrambi devono proporsi come sistemi aperti: in questa prospettiva qualunque contesto formativo gioca un ruolo di primo piano.
E' fondamentale riconoscere il valore delle mescolanze, degli incontri, degli incroci che si originano dal movimento di individui (adulti o ragazzi) verso altri individui (adulti o ragazzi) e perciò di culture verso altre culture.
E' indispensabile che la pedagogia si collochi in prima linea nel rifiutare qualunque posizione che intenda rivendicare la "purezza della razza".
Occorre saper accettare realisticamente come educatori scolastici e dell'extrascuola che il rapporto fra "noi" e "gli altri" non si può mai dare per scontato e saper operare in modo che questo rapporto sappia trovare una sua collocazione positiva all'interno dei processi formativi
In concreto, partire da ciò che accomuna i bambini nelle esperienze ( famiglia, casa, giochi...) può essere l'aggancio per scoprire ciò che unisce, pur nelle diversità di vita.
I bambini si pongono tante domande sul mondo e sulle differenze, o perché
le vivono in classe, o perché in molte città si vivono le presenze di stranieri con curiosità e, talvolta, con diffidenza.
Rispondere alle loro domande, stimolarli con i racconti, i dialoghi, far capire che nel mondo ci sono cose che ci accomunano e che ci distinguono, serve a far superare le paure delle differenze.
L'intercultura comincia dove c'è dialogo, inteso come umiltà e capacità di ascolto. Ciò può avvenire in un'ottica di psicologia dell'età evolutiva che tenga
conto di alcune conoscenze ormai acquisite in questo campo. E' risaputo che
non ha senso educare alla pace se non vi è continuità comportamentale tra
i rapporti sociali vicini a noi e quelli distanti nello spazio.
Educare alla pace, non vuol dire essere acquiescenti, passivi e disinteressati a ciò che accade intorno a noi per "quieto vivere". Invece vuol dire incanalare l'aggressività, biologica e naturale, in un atteggiamento positivo e costruttivo, senza soffocare i bisogni della persona. Una persona valorizzata per ciò che è, attraverso la cooperazione e la negoziazione, anziché la competizione, la prevaricazione, sarà elemento di una società pacifica e solidale.
Il modello educativo più adatto non è né quello autoritario, né quello permissivo, bensì quello autorevole. Vale a dire: non evitare le punizioni (atteggiamento permissivo), agire sui comportamenti e non contro i bambini, operare per un clima sereno di fiducia e sicurezza.
La pedagogia interculturale nella scuola
Per analizzare il ruolo attuale della pedagogia interculturale nella scuola è utile riportare le "premesse generali" dei programmi dei vari ordini di scuola (materna, elementare, media, superiore) in merito all'interculturalità intesa nella sua eccezione più ampia.
Nella scuola materna
Un'enunciazione di portata generale è contenuta negli Orientamenti didattici per la Scuola materna (3 giugno 1991): "L'accentuarsi delle situazioni di natura multiculturale e plurietnica, infine, di fronte alle quali si verificano talvolta atteggiamenti di intolleranza quando non addirittura di razzismo, può tradursi in occasione di arricchimento e di maturazione in vista di una convivenza basata sulla cooperazione, lo scambio e l'accettazione produttiva delle diversità come valori ed opportunità di crescita democratica". Ed in seguito si osserva: "Appare importante sviluppare nel bambino la libertà di pensiero, anche come rispetto della divergenza personale, consentendogli di cogliere il senso delle sue azioni nello spazio e nel tempo e di prendere coscienza della realtà, nonché della possibilità di considerarla e di modificarla sotto diversi punti di vista". Ma forse le indicazioni più interessanti le troviamo quando si illustra l'ultimo dei sei "campi di esperienza" del bambino e cioè "il sé e l'altro". Si dice infatti: "Le finalità specificamente considerate si volgono in primo luogo all'assunzione personalizzata dei valori della propria cultura nel quadro di quelli universalmente condivisi ed al rispetto attivo delle diversità. In secondo luogo, si rapportano alla presenza nel bambino di una capacità non soltanto di stare genericamente con gli altri, ma anche di comprendere, condividere, aiutare e cooperare, e prendono in considerazione il fatto che a questa età, in relazione con lo sviluppo cognitivo, si delinea un iniziale interesse per la sfera del giudizio morale. In terzo luogo, si riferiscono a strutture anche simbolico-culturali (organizzazioni sociali e politiche, sistemi morali, religioni) che nella loro pluralità e differenziazione hanno avuto ed hanno una presenza altamente significativa e rilevante nella vita dell'uomo, nella storia e nella cultura del nostro Paese (...). Il bambino, infatti, si pone e pone domande impegnative per ogni persona, e che per lui hanno anche una rilevanza cognitiva, alle quali si sono date e si continuano a dare differenti risposte, nei cui confronti è indispensabile sviluppare un atteggiamento di attenzione, comprensione, rispetto e considerazione. Pertanto, lungi dall'impedirle, dallo scoraggiarle o dal sentirsene turbati, occorre impegnarsi ad aprire con lui un dialogo franco, sincero ed ispirato ad una chiara sensibilità multiculturale (...). Va pure sviluppata, sul piano relazionale, comunicativo e pratico, la capacità di comprendere i bisogni e le intenzioni degli altri e di rendere interpretabili i propri, di superare il proprio esclusivo punto di vista, di accettare le diversità (in particolare quelle legate a disabilità fisiche e mentali) e ad assumere autonomamente ruoli e compiti. Un risalto del tutto particolare spetta all'educazione alla multiculturalità, che esige la maggior attenzione possibile per la conoscenza, il riconoscimento e la valorizzazione delle diversità che si possono riscontrare nella scuola stessa e nella vita sociale in senso ampio. A tale proposito è utile che l'insegnante si soffermi accuratamente sugli elementi di somiglianza che accomunano le esigenze proprie di ogni essere umano e sugli elementi di differenza riscontrabili nelle diverse risposte culturali, in modo da renderli comprensibili anche ai bambini (...) L'itinerario educativo va inteso e realizzato come un tirocinio morale non forzato, che conduce dalla semplice scoperta dell'esistenza dell'altro e dall'adattamento alla sua presenza al riconoscimento rispettoso dei suoi modi di essere e delle sue esigenze fino alla acquisizione di una effettiva capacità di collaborazione regolata da norme in un quadro di ideali condivisi (...) Una quarta articolazione riguarda lo sviluppo di un corretto atteggiamento nei confronti della religiosità e delle religioni e delle scelte dei non credenti, che è innanzitutto essenziale come motivo di reciprocità, fratellanza, impegno costruttivo, spirito di pace e sentimento dell'unità del genere umano in un'epoca di crescenti spinte all'interazione multiculturale ed anche multiconfessionale. Questa situazione rende particolarmente rilevante ogni intervento volto ad evitare le distorsioni (come l'assunzione di comportamenti di discriminazione) che possono conseguire all'assenza di una equilibrata azione educativa."
Nella scuola elementare
I programmi per la Scuola Elementare del 12 febbraio 1985 rilevano che "la Scuola deve operare... perché il fanciullo abbia basilare consapevolezza delle varie forme di diversità o di emarginazione allo scopo di prevenire e contrastare la formazione di stereotipi e pregiudizi nei confronti di persone e culture". Questi principi trovano convalida nella legge di riforma dell'ordinamento della Scuola elementare (L. 5-6-1990, n. 148) che inserisce, nelle finalità generali, "il rispetto e la valorizzazione delle diversità individuali, sociali e culturali". Si dice, in seguito, che il fanciullo sarà portato a rendersi conto che "tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali" (art. 3 Costituzione). La scuola è impegnata ad operare perché questo fondamentale principio della convivenza democratica non venga inteso come passiva indifferenza e sollecita gli alunni a divenire consapevoli delle proprie idee e responsabili delle proprie azioni, alla luce di criteri di condotta chiari e coerenti che attuino valori riconosciuti (...), sia progressivamente guidato ad ampliare l'orizzonte culturale e sociale oltre la realtà ambientale più prossima, per riflettere, anche attingendo agli strumenti della comunicazione sociale, sulla realtà culturale e sociale più vasta, in uno spirito di comprensione e di cooperazione internazionale, con particolare riferimento alla realtà europea ed al suo processo di integrazione (...). É dovere della scuola elementare evitare, per quanto possibile, che le "diversità" si trasformino in difficoltà di apprendimento e in problemi di comportamento, perché ciò quasi sempre prelude a fenomeni di insuccesso e di mortalità scolastica e conseguentemente a disuguaglianze sul piano sociale e civile.
Nella scuola media
Nei programmi d'insegnamento della scuola media, che risalgono al 6 febbraio 1979, troviamo un passaggio che potrebbe essere stato scritto oggi per la sua fortissima attualità: "Ponendo gli alunni a contatto con i problemi e le culture di società diverse da quella italiana, la scuola media favorirà anche la formazione del cittadino dell'Europa e del mondo, educando ad un atteggiamento mentale di comprensione che superi ogni visione unilaterale dei problemi e ci avvicini all'intuizione di valori comuni agli uomini pur nella diversità delle civiltà, delle culture e delle strutture politiche". Di grande interesse anche il paragrafo dove si parla dell'unità del sapere come "interdisciplinarità". Qui si osserva che: " I vari insegnamenti esprimono modi diversi di articolazione del sapere, di accostamento alla realtà, di conquista, sistemazione e trasformazione di essa, e a tal fine utilizzano specifici linguaggi che convergono verso un unico obiettivo educativo: lo sviluppo della persona nella quale si realizza l'unità del sapere (...). In tutte le discipline deve trovare spazio l'operatività, che non è solo compito dell'educazione tecnica e dell'educazione scientifica, al fine di superare la separazione tra attività intellettuale e attività manuale". E anche nel paragrafo finale sulla "socializzazione" troviamo una indicazione da non dimenticare: "Utile sarà anche un avvio alle metodologie del vivere in democrazia che educhi ad un dibattito tanto più corretto quanto più fondato sulla tolleranza e sul rispetto reciproci e su una conoscenza della realtà, la più documentata possibile e che valga ad evitare forme distorte di competitività".
Nella scuola superiore
Cito il progetto della Commissione Brocca, ossia i "Piani di studio della scuola secondaria superiore e programmi del biennio" (cfr. Editrice La Scuola, Brescia) e i "Programmi del triennio" (cfr. Annali della P.I., Editrice Le Monnier, Firenze). Come è noto gli indirizzi di scuola secondaria previsti dal progetto della Commissione sono, in ordine alfabetico, i seguenti: artistici, classico, economico, linguistico, professionali, scientifico, scientifico-tecnologico, socio-psicopedagogico, tecnologici. Gli indirizzi artistici, professionali e tecnologici hanno ulteriori suddivisioni interne. Nel biennio delle superiori (quelle riformate) le discipline sono a scuola superiore in questi termini: "Per i programmi vigenti nella Scuola secondaria superiore è necessario un sistematico impegno ad esplorare e interpretare le potenzialità interculturali di ogni disciplina. I recenti programmi sperimentali per la Scuola secondaria superiore (1992) riscontrano una "situazione socio-ambientale caratterizzata da forte complessità e da un accentuato pluralismo di modelli e di valori" e contengono significativi spunti di carattere interculturale nella trattazione delle varie discipline.
Essi si pongono così anche come possibile chiave di rilettura degli stessi programmi vigenti. Ad esempio i programmi di lingua straniera per il biennio propongono la finalità della "formazione umana, sociale e culturale mediante il contatto con altre realtà, in un'educazione interculturale che porti a ridefinire i propri atteggiamenti nei confronti del diverso da sé". Nella Scuola secondaria superiore, dove la presenza straniera è più limitata e meno problematica, assumono maggiore rilevanza il motivo del confronto culturale a distanza ed il tema della prevenzione e del contrasto del razzismo e dell'antisemitismo (v. c.m. 11-3-1993, n. 71 relativa al piano nazionale di aggiornamento e c.m. 25-1-1994, n. 20 relativa all'adozione dei libri di testo).
L'interculturalità esalta l'unità dell'educazione, tutela il pluralismo, integra e armonizza le differenze. E ciò è perfettamente in linea con le indicazioni ministeriali, secondo cui: "se correttamente interpretate, tutte le discipline curriculari - sia pure in forme diverse - promuovono nell'allievo comportamenti cognitivi, gli propongono la soluzione di problemi, gli chiedono di produrre risultati verificabili, esigono che l'organizzazione concettuale e la verifica degli apprendimenti siano consolidate mediante linguaggi appropriati. Nella loro differenziata specificità le discipline sono, dunque, strumento e occasione per uno sviluppo unitario, ma articolato e ricco, di funzioni, conoscenze, capacità e orientamenti indispensabili alla maturazione di persone responsabili e in grado di compiere scelte. Si tratta del resto di soddisfare l'esigenza che il preadolescente manifesta, passando da esperienze di vita più globali e di cultura più indifferenziate, proprie della scuola primaria, a quelle più articolate e specifiche della scuola secondaria di primo grado, sulla linea della necessaria ed appropriata pluralità delle discipline e dei contributi che esse forniscono. L'elaborazione di progetti interdisciplinari consente poi un ampliamento di prospettive e una convalida del discorso interculturale con un approccio a più voci, coinvolgente per gli alunni. La presentazione di altre culture in un'ottica interdisciplinare, che investa le espressioni letterarie, artistiche e musicali, gli elementi storici e geografici e gli aspetti della tecnica e del lavoro risulta assai più significativa. Più in generale l'allineamento temporale dello svolgimento dei programmi a livello secondario consente di cogliere gli intrecci delle correnti di pensiero, letterarie ed artistiche di determinati periodi storici. Collegamenti utili anche in funzione interculturale possono essere sviluppati tra gli insegnamenti relativi ai linguaggi non verbali che, nella terminologia dei programmi per la Scuola elementare, assumono la denominazione di "educazione all'immagine", "educazione al suono e alla musica" ed "educazione motoria". É anche da valorizzare l'ulteriore riferimento dell'educazione motoria alle attività ludiche. L'educazione alla convivenza democratica o civica, ponendosi come approccio trasversale alle discipline mette in luce la convergenza degli insegnamenti e si avvale degli interventi coordinati dei docenti per promuovere comportamenti civilmente e socialmente responsabili. Anche in questo ambito si possono seguire i fili conduttori dei diritti dell'uomo, della pace, della collaborazione internazionale, del rapporto con i Paesi in via di sviluppo, dell'equilibrio ecologico.
PARTE SECONDA : UN ESEMPIO DI PEDAGOGIA INTERCULTURALE APPLICATA DA UNA O.N.G.
Motivazioni del progetto
Verrà descritta una progettualità di intervento nelle scuole da parte di una organizzazione non governativa, il Cuamm- Medici con l'Africa. Il Cuamm è una o.n.g. che si occupa di cooperazione sanitaria in Africa ed è quindi particolarmente sensibile alle tematiche interculturali.
Durante gli anni scolastici passati numerosi sono stati i contatti avuti con diverse scuole, principalmente elementari e medie, ma anche con alcune scuole superiori.
Un’occasione di avvicinamento è stata offerta dalla rassegna del cinema africano; al Cuamm è stata chiesta una collaborazione per le proiezioni rivolte alle scuole. La richiesta consisteva nella presenza di un volontario Cuamm alla visione del film, insieme ad insegnati e scolari, al fine di intervenire durante la discussione guidata da un critico cinematografico, cogliendo e trattando un aspetto del film da lui vissuto nella propria esperienza africana, con l’obiettivo quindi di dare concretezza, attraverso la testimonianza vissuta, alla tematica stessa.
Un altro momento di contatto si è manifestato in occasione delle mostre “Invisibile Africa”( mostra fotografica) e “Tunacheza” (mostra di giocattoli africani) : alcuni insegnanti si sono rivolti al Cuamm chiedendo visite guidate, dimostrando un palese interesse che hanno trasmesso anche agli scolari, alla scoperta di un mondo ancora troppo sconosciuto. Successivamente, terminate la mostre , alcuni insegnanti hanno chiesto l’intervento di volontari Cuamm all’interno delle scuole, con la richiesta di una testimonianza della propria esperienza africana oppure di una tematica specifica (per esempio l’esperienza della malattia nel bambino africano), da svolgere in relazione al proprio vissuto africano.
Tutto ciò ha fatto maturare la conclusione che sia interessante aprirsi al mondo dei giovani scolari: quello che si può portare nelle scuole è l'esperienza, il vissuto, l'operato dei medici con le loro famiglie che hanno vissuto e lavorato in Africa. I bambini apprendono dalle persone significative gli elementi culturali importanti e nell'ambito in cui crescono li condividono con gli altri. Il Cuamm ha realizzato un enorme bagaglio di esperienza che vuole cercare di trasmettere con semplicità attraverso le storie dei suoi medici, le immagini, gli oggetti dell'Africa, dando il messaggio che l'alterità non esiste se e non impregnata di identità. I medici Cuamm sono portatori di un'educazione interculturale mirante a promuovere la comprensione, lo scambio e il reciproco cambiamento, un' educazione allo sviluppo che ha come fondamento quello di espandere la coscienza di una solidale ed equa interdipendenza tra gli uomini.
Naturalmente in tutto questo il Cuamm non dimentica quella che è la sua natura specifica e cioè quella di un'organizzazione non governativa che si occupa di salute nei Paesi in via di sviluppo. L'ambito sanitario rimane perciò punto focale nella sua azione, anche all'interno delle scuole, intendendo la salute come "stato di ben-essere fisico, psichico e sociale, e non la semplice assenza di malattia o infermità".
Da questa riflessione e dalla precedente collaborazione con le scuole è nata l'esigenza di dare una struttura più organica e metodologica al bagaglio culturale ed esperenziale del Cuamm in un progetto di pedagogia interculturale.
Questo progetto nasce proprio dal tentativo di un gruppo di dottoresse rientrate dall'Africa e precedentemente coinvolte dalle scuole, di rendere più sistematico ed efficace quello che può essere l'apporto del Cuamm all'interno del mondo della scuola.
Premessa indispensabile prima di procedere nella descrizione del "Progetto Mazengo" ( dal nome di in bambino africano) è che questo progetto è in fase sperimentale e perciò passibile di modifiche.
La metodologia scelta è quella di trattare con il supporto di schede , disegni, diapositive ed oggetti, i molti aspetti che riguardano la vita di un bambino: la famiglia, la scuola, il gioco, il divertimento e la malattia, esperienza così frequente nel bambino africano e altrettanto insolita, per tipologia e gravità, per i bambini italiani. Importanza basilare riveste la testimonianza diretta dei volontari del Cuamm che con la loro presenza e i loro racconti possono rendere più vicina e palpabile una realtà altrimenti vissuta come lontana e irreale.
Descrizione del "progetto Mazengo"
Il progetto Mazengo è un percorso in cinque tappe con il coinvolgimento in prima persona degli alunni. Ci si propone di avvicinarli alla vita di un loro coetaneo che vive in un angolo di mondo geograficamente lontano, ma sempre più vicino a noi in questa era multietnica.
Il primo e il quarto incontro sono tenuti dall’insegnante che può utilizzare materiale preparato dal Cuamm. Gli altri tre incontri (un’ora e mezza circa) sono tenuti da volontari Cuamm con il supporto di materiale appropriato ( schede e diapositive e oggetti significativi).
I destinatari sono gli alunni del secondo ciclo delle scuole elementari e scuole medie
Primo incontro: E’ tenuto dall’insegnante di classe. Viene proposto ai ragazzi/e un questionario,che l'insegnate può sviluppare con la metodologia che ritiene più opportuna, che li porta a rivisitare la propria vita e a fare una prima riflessione. Si vuole inoltre, con disegni o formulazioni, indagare su quanto l’alunno conosce o immagina del coetaneo africano. Il materiale prodotto dagli alunni sarà consegnato ai volontari Cuamm che rielaborandolo lo useranno nel quinto incontro.
Secondo incontro: Tempo previsto: un’ora e mezza circa
E’ tenuto da un esperto Cuamm. Viene proposta la giornata di Mazengo, bambino coetaneo degli alunni che vive in Tanzania. Puntualizzando tematiche come il lavoro, il gioco, la scuola, la famiglia, il cibo ecc. si racconta la vita del bambino africano.
La storia di Mazengo ,della sua famiglia, del villaggio e della sua vita è stata creata sulla base dell'osservazione diretta delle dottoresse durante la loro esperienza. Nel descrivere la giornata-tipo del bambino, così come nel descrivere l'esperienza della malattia, sono stati inseriti gli elementi ritenuti peculiari e distintivi della vita dei bambini africani. La scelta della Tanzania è dovuta alla radicata esperienza del Cuamm sul posto e alla situazione di relativa non emergenza che la caratterizza rispetto ad altri Stati africani.
Materiali utilizzati: diapositive e oggetti significativi.
Terzo incontro: tempo previsto un’ora e mezza circa.
E’ tenuta da un esperto Cuamm. Raccontando la storia di Mazengo ammalato, il medico Cuamm descrive il suo lavoro riportando il quadro generale sanitario dei Paesi in via di sviluppo
Materiali utilizzati: diapositive e oggetti significativi
Quarto incontro. Questo incontro è tenuto dall’insegnante che, con la metodologia che riterrà più opportuna ( testi scritti, disegni, lavori di gruppo, cartelloni....), verifica quanto il bambino ha appreso dagli incontri precedenti: le conoscenze acquisite riguardo alla vita quotidiana di Mazengo; l’ambiente in cui vive, la sua casa, la sua famiglia, la scuola, il gioco, il lavoro; l’esperienza della malattia.
Il secondo obiettivo di questo incontro è quello di dare la possibilità all’alunno di esporre ipotesi di soluzioni ( anche fantasiose e strane) alle varie problematiche emerse, rispondendo alle domande che i bambini stessi si potranno o che potranno essere suggerite ( pensi che Mazengo sia felice della sua vita? Secondo te che cosa Mazengo non cambierebbe assolutamente? Tu credi di poterlo aiutare, in che modo’ tu sei felice della tua vita? Che cosa vorresti di diverso? Che cosa non cambieresti? tu credi che Mazengo possa aiutarti? in che modo? Secondo te cosa si può fare o non fare per soddisfare i bisogni e i desideri dei bambini del mondo?).
L'obiettivo è quello di far emergere un'immagine più completa dell' Africa : un paese che è in grande difficoltà e che ha bisogno di aiuto, ma anche un paese che ha una sua identità, una sua ricchezza culturale, tanto da insegnare e da dare.
Quinto incontro: tempo previsto: un’ora e mezza circa. È tenuto dall’esperto Cuamm che deve essere in possesso del materiale prodotto dai ragazzi durante il primo e il quarto incontro. Tale materiale verrà studiato e rielaborato riprendendo tutte le tematiche svolte durante gli incontri per giungere a riflessioni che porteranno a proposte concrete di solidarietà.
L'obiettivo è quello di cercare di stimolare fin da piccoli nei ragazzi un atteggiamento critico senza delegare le soluzioni sempre ad altri rimanendo semplici spettatori
Bibliografia
F. Poletti, L'educazione interculturale, La Nuova Italia, Firenze, 1992.
G. Zanniello ( a cura di), Interculturalità, La Scuola, Brescia, 1992.
F. Rizzi, Educazione e società interculturale, La Scuola, Brescia,1992.
G. Vico, L'intercultura e i suoi problemi educativi, in AA.VV., Pedagogia interculturale, La Scuola, Brescia, 1992.
G. Dalle Fratte ( a cura di ), Teoria e modello in pedagogia, Armando, Roma,1986.
A. Niero, L.Pasqualotto,Educare.it, n.1 dicembre 2000, "Per una epistemologia della pedagogia interculturale".
[1] F. Poletti, L'educazione interculturale, La Nuova Italia, Firenze, 1992
[2] G.Dalle Fratte ( a cura di) , Teoria e modello in pedagogia, Armando, Roma, 1986