Università degli Studi di Padova
Facoltà di Lettere e Filosofia
Master
in Studi Interculturali
a. a. 2001/2002
Tesina di approfondimento
L'allattamento nelle donne immigrate
Il caso senegalese
Francesca Carolo
“ Ma quando mi accorgerò che il mio bambino sta nascendo?”
“Quando dalla sabbia che stringi nel pugno uscirà acqua,
allora nascerà il tuo bambino”
“Quando
il muro davanti a te da bianco diventerà verde
il tuo bambino verrà
da te”
(Proverbi senegalesi)
Premessa
La popolazione straniera residente in Italia al 1° gennaio 2001, secondo i dati Istat, era di 1.464.589 presenze ripartite in 792.591 maschi e 671.998 femmine. Rispetto al 1° gennaio 2000 questi dati attestano un aumento del 13,5% dovuto al saldo demografico e alla differenza fra iscrizioni e cancellazioni anagrafiche. Entrando nello specifico sappiamo che dal 1993 al 2000 i nati da genitori stranieri sono stati 112.102, concentrati per lo più nelle zona settentrionale della penisola. In questo arco di tempo le nascite hanno mostrato un continuo aumento. Il Nord-Est ha visto, nel 2000, nascere da genitori stranieri 7.080 bambini che vanno ad inserirsi fra i 71.574 minori che costituiscono il 21,6% della totalità degli stranieri residenti. Nelle regioni di Nord-Est e di Nord-Ovest si sono concentrate il 65% delle nascite da genitori stranieri, segno dello stabilizzarsi dei migranti in queste zone.
Accanto a questo restano da considerare l'aumento della presenza straniera femminile e dei permessi di soggiorno rilasciati per ricongiungimento familiare: tutte queste osservazioni convergono nella già citata tendenza alla stabilizzazione del fenomeno.
Bilancio
demografico della popolazione straniera residente in italia. Anni 1994-2000
Dati Istat
Le tabelle riportate forniscono una rapida schematizzazione della situazione
evidenziando alcuni elementi utili in seno alla mia ricerca: innanzitutto la
costante crescita della popolazione straniera. Essa è imputabile ad una
pluralità di fattori che vanno dal saldo migratorio sempre chiuso in
positivo, alle nascite in aumento, alle regolarizzazioni, agli aggiustamenti
burocratici.
Anno
2000. Bilancio demografico della popolazione straniera residente, per ripartizione
Dati
Istat
Non sfuggirà poi il saldo demografico, largamente positivo, e la bassa
incidenza dalla mortalità. La popolazione straniera presa in esame è
tendenzialmente giovane, concentrata in quella fascia d'età in cui le forze
da mettere in gioco sono ancora vitali e la fertilità elevata.
Inoltre c'è da considerare la rilevanza dei minori, in aumento sia per
il numero dei nuovi nati, sia per la componente minorile che giunge entro la
categoria dei ricongiungimenti familiari.
Se con lo zoom volessimo cambiare scala e scendere in ambiti più ridotti,
vedremmo che il Veneto ospita al 1° gennaio 2000 117.045 stranieri, di essi
67.012 somo maschi, 50.033 femmine. In provincia di Vicenza la presenza degli
stranieri è calcolata in 28.921 unità.
La provincia di Vicenza conosce un'immigrazione datata, il fenomeno qui é
rilevante sia per l'aspetto temporale che per l'aspetto quantitativo. Risulta
interessante costatare che nel 1986 Vicenza era in vetta alle statistiche sulla
natalità straniera (4,8%). L'incidenza media nazionale delle nascite
da almeno un genitore straniero era di 1,1% nel 1986, cresciuta a 3,1% nel 1993
[1] . Puntualizzo che questi dati,
per loro stessa definizione, non includono i nati da genitori stranieri che,
attraverso il matrimonio, abbiano acquisito cittadinanza italiana.
In particolare, i nati da genitori stranieri nell'ULSS n° 6 di Vicenza nel
2000 sono stati circa 400.
Queste premesse servono a spiegare, in parte, la scelta dell'argomento di ricerca:
visto lo stabilizzarsi delle presenze migranti, visto l'aumento di nati stranieri,
ritengo non sia marginale considerare forme e modi di allevamento dei figli
in un contesto “altro”. Porre attenzione a questo, fin dalle prime fasi di inculturazione,
potrebbe essere utile per una comprensione migliore delle fasi successive, così
da prevenire o curare con maggior cognizione di causa eventuali disagi del bambino/ragazzo.
Mentre, soffermando la nostra attenzione sulle madri, una maggiore comprensione
sarebbe utile per migliorare il loro accesso ai servizi, realizzare strategie
più efficaci di comunicazione, e apprendere, con umiltà, qualcosa
di nuovo.
La mia ricerca verte sulla percezione e sulle modalità di allattamento
nella popolazione immigrata femminile, concentrandosi in particolare sulla popolazione
di origine senegalese. I motivi che hanno mosso il mio interesse sono molteplici:
dagli interessi personali passando per il desiderio di verificare alcune impressioni
raccolte fra gli operatori sanitari fino a curiosità antropologiche.
In che modo viene vissuto l'allattamento in un nuovo contesto culturale?
L'allattamento è una pratica legata a fattori culturali e sociali
[2] . Esiste una vasta gamma di atteggiamenti
e credenze su come allattare, sulla bontà o meno del colostro, o del
latte, sugli alimenti proibiti o raccomandati alle madri, sulla durata dell'allattamento,
sulla relazione da tenere col bambino, sull'atteggiamento materno a seconda
dello status sociale [3] , etc..
Inoltre l'allattamento si colloca nelle prime fasi di inculturazione extrauterina
del bambino, alla base di un sistema di scelte e strategie che determineranno
fortemente la formazione dell'identità del bambino/uomo e il suo inserimento
sociale. Al tempo stesso, volgendoci verso il punto di vista della donna, l'allattamento
nel soggetto migrante implica una mediazione fra due culture, fra nuovi rapporti
di genere, fra sollecitazioni volte ad un'acculturazione spesso difficile da
capire, etc., il tutto senza un adeguato supporto [4]
.
Inizialmente ho cercato di delineare la situazione relativa all'allattamento nel
contesto di arrivo, evidenziando l'attuale sforzo di acculturazione volto a sostenere
e diffondere l'allattamento al seno nei primi quattro-sei mesi di vita del bambino.
Parallelamente ho cercato di raccogliere informazioni sulle caratteristiche dell'allattamento
nei paesi di provenienza dei flussi migratori, in particolare sull'Africa Subsahariana
e, più precisamente, sul Senegal.
Molto materiale è stato reperito tramite internet, altro tramite ricerche
bibliografiche. Nella fase di raccolta di informazioni mi sono rivolta ad alcuni
esperti di allattamento. In particolare ho contattato Adriano Cattaneo, epidemiologo
attivo presso il Burlo Garofolo di Trieste, impegnato anche nel CUAMM e in Paesi
in via di sviluppo. Le sue indicazioni bibliografiche si sono rivelate preziose
e il suo incoraggiamento determinante nei numerosi ostacoli incontrati durante
la ricerca.
La fase successiva della ricerca puntava alla raccolta di dati statistici sulla
durata dell'allattamento nella popolazione immigrata: in questo senso la ricerca
non ha prodotto frutti. Esistono statistiche discordanti a proposito della situazione
italiana, esistono rilevazioni sui Paesi di proveninenza, ma nulla più.
Ho contattato alcune operatrici dell'ULSS 6 di Vicenza cercando di rilevare
la loro percezione riguardo l'allattamento nelle donne immigrate. L'impressione
che ne è emersa è che esistano delle difficoltà. Pare che
le donne allattino di meno, per motivi che vanno dal desiderio di raggiungere
quanto prima una completa copertura contraccettiva, utilizzando il contraccettivo
orale (incompatibile con l'allattamento), a esigenze lavorative, all'insaurarsi
di processi imitativi fondati, probabilmente, su un'erronea interpretazione
del modello di allattamento italiano [5]
.
Il punto centrale del mio lavoro prevedeva l'incontro con le donne immigrate
per cogliere, attraverso interviste e colloqui, il loro modo di vivere l'allattamento
in un contesto culturale altro, e di rilevare se ci fossero problemi o meno
in tale pratica.
Per questo aspetto intendevo appoggiarmi ad alcuni Consultori Familiari dell'ULSS
6. Consapevole del fatto che le donne immigrate, qualora utilizzino tali strutture,
lo fanno essenzialmente in caso di gravidanza e interrompono la frequenza dopo
il parto, ritenevo che l'occasione migliore per incontrare le neo-mamme fosse
rappresentata dalle vaccinazioni obbligatorie. Per motivi legati alla lentezza
con cui le modalità di accesso mi venivano svelate e al ballo di rimandi
in cui mi sono trovata invischiata, ho dovuto abbandonare questa strada. Il
modo più efficace e rapido per contattare le donne mi è parso
andare direttamente da loro. In questo percorso sono stata indirizzata a una
donna senegalese madre di due figli e presidente dell'associazione delle donne
senegalesi. Già nel corso del nostro primo incontro F. si è rivelata
un'informatrice privilegiata: per la disponibilità al racconto, per la
precisione con cui rispondeva alle mie domande, per la generosità delle
descrizioni, e per il suo farsi portavoce di altre donne. Inoltre il suo negozio
costituiva un punto di attrazione e di aggregazione per le sue connazionali,
offrendomi così l'occasione di ampliare la fonte delle mie informazioni.
Alla fine di questo percorso disponevo delle osservazioni necessarie per abbozzare
le prime riflessioni sulle pratiche dell'allattamento fra la popolazione immigrata
senegalese. Questo, lungi dall'essere un punto di arrivo e lungi da pretese
di esaustività, intende essere un primo passo verso un progetto più
ampio che mi piacerebbe avere la possibilità di realizzare. Quello, cioè,
di condurre un'osservazione quantitativa e, soprattutto, qualitativa sull'allattamento
nelle donne immigrate su più ampia scala.
Definizioni preliminari
Per allattamento esclusivo al seno (exclusive breastfeeding) si intende
l'utilizzo esclusivo di latte materno senza altri cibi, senza utilizzare né
acqua né altri liquidi, eccetto medicinali o vitamine, per i primi quattro-sei
mesi di vita. L'espressione allattamento predominante [6]
si usa nei casi in cui l'allattamento al seno non sia esclusivo,
ma ammetta l'impiego di infusi, tisane, succhi di frutta. Allattamento complementare
quando il bambino ingerisce anche cibi solidi. Infine, nel caso in cui si ricorra
a sostituti, si parla di allattamento artificiale . Questa puntualizzazione
mi sembra tanto più necessaria quanto maggiori discrepanze emergono dalle
statistiche sul fenomeno, causate per lo più da divergenze di metodi
e definizioni [7]
.
Ho trovato arduo ricavare
un'impressione esaustiva del fenomeno, pare, anzi, che la situazione sia molto
confusa con dati oscillanti da picchi di ottimismo a baratri di pessimismo.
Del resto se non c'è accordo terminologico fra gli “addetti ai lavori”,
neppure le donne percepiranno con chiarezza questi concetti, inficiando l'attendibilità
dei dati raccolti attraverso i questionari.
Il contesto di arrivo
Negli ultimi anni l'attenzione sul tema dell'allattamento da parte di alcune
organizzazioni internazionali, quali l'UNICEF e l'Organizzazione Mondiale della
Sanità (OMS), ha prodotto attività di sostegno e d'incoraggiamento
all'allattamento al seno. Secondo l'OMS Il lattante andrebbe nutrito esclusivamente
al seno per i primi quattro/sei mesi di vita, successivamente il latte materno
si dovrebbe affiancare agli alimenti introdotti con lo svezzamento fino a un
anno, per i Paesi a sviluppo avanzato, a due negli altri.
Per tutelare quello che viene considerato un diritto del bambino, L'OMS e l'UNICEF
hanno elaborato nel 1981 il “Codice per la commercializzazione dei sostituti
del latte materno”. Esso è stato sottoscritto dai Paesi membri dell'OMS
che si sono impegnati ad attuarne il contenuto attraverso i propri governi.
I punti focali del documento vertono sul bisogno di un'adeguata informazione,
di sostegno, sulla necessità che gli operatori abbraccino la causa e
che non vengano dispensati campioni omaggio né alla madri né agli
ospedali. Vietano la pubblicità e lo stanziamento di incentivi economici
per il personale medico ai fini della sponsorizzazione del prodotto. Etichette
e materiale informativo devono essere chiari, riportare che il prodotto va usato
sotto parere medico e che in ogni caso il latte materno è il migliore
alimento per il lattante. Fino al 1997 130 Paesi avevano adottato leggi rispondenti
allo spirito del Codice. L'Italia nel 1994. Anche alcune multinazionali produttrici
di sostituti del latte materno avevano sottoscritto il Codice, tuttavia quotidianamente
si registrano clamorose infrazioni. Le infrazioni non accadono solo nei Paesi
in via di sviluppo, ma anche in quelli a sviluppo avanzato. In Italia ancora
oggi vengono date forniture di sostituti del latte agli ospedali [8]
, secondo un meccanismo di turnazione per cui si avvicendano tutti i
marchi produttori. E alla dimissione spesso le madri ricevono indicazione sull'eventuale
sostituto di turno cui potranno appoggiarsi. Questo accade attualmente anche
presso l'Ospedale San Bortolo di Vicenza.
La situazione è in trasformazione continua, in Italia negli anni Sessanta,
epoca in cui l'allattamento artificiale era di gran moda, segno dell'emancipazione
femminile, allattava al seno circa il 15% delle madri. Negli anni Settanta i
manuali di puericultura distribuiti alla dimissione dagli ospedali raccomandavano
di allattare al seno per i primi tre mesi, iniziando ad attaccare il bambino
dopo ventiquattro ore dalla nascita e intervallando le poppate di circa tre
ore e mezzo di giorno, e di sei ore la notte. Inoltre prevedevano che si attaccasse
il bambino ad un solo seno per poppata. Per accertarsi che il bambino avesse
mangiato a sufficienza si suggeriva di effettuare la doppia pesata, confrontando
i risultati ottenuti con le quantità raccomandate dai pediatri. Si trattava
di misure estremamente rigide, poco inclini a considerare le peculiarità
soggettive del lattante, e per niente fiduciose nelle sue capacità di
autoregolarsi. Negli anni Ottanta la situazione si era un po' evoluta: il bambino,
qualora si optasse per l'allattamento al seno, doveva essere attaccato al seno
il più presto possibile, subito dopo il parto o nelle ore immediatamente
successive. Le poppate avrebbero dovuto distanziarsi fra loro di tre ore e mezzo.
Per tranquillizzarsi circa la quantità di latte ingerita, la madre avrebbe
potuto, talvolta, effettuare la doppia pesata, in ogni caso il miglior criterio
di valutazione sarebbe stato la crescita del bambino.
Attualmente la tendenza è quella di incoraggiare l'allattamento al seno
ritenendolo l'ideale sia per la salute della madre che per quella del bambino,
questo è quanto accade, in linea di principio, anche nell'ULSS 6. Il
latte materno andrebbe preferito perché è specie specifico, capace
di adattarsi e di soddisfare a tutte le esigenze del bambino. Allattando al
seno la madre fornisce al piccolo gli anticorpi necessari a difendersi dalle
infezioni, previene difetti ortodontici e carie dentaria, previene l'appendicite,
migliora l'acuità visiva, lo mette al riparo da rischi di reazioni allergiche.
Il latte materno è perfettamente digeribile, sterile, pronto alla temperatura
giusta. In più allattare al seno serve a saldare il rapporto madre-figlio.
La suzione, inoltre, aiuta l'utero a contrarsi favorendo il ritorno alla normalità,
si è dimostrato che nelle madri che hanno allattato c'è una minore
incidenza del tumore alla mammella, del tumore all'ovaio e dell'osteoporosi
senile [9] .
Nell'ospedale di Vicenza le madri che esprimono il desiderio di allattare al
seno possono attaccare il neonato a pochi minuti dalla nascita. Durante i tre
giorni di degenza dalle ore 6,00 alle 24,00 mamme e bambini stanno assieme.
Il rooming-in ha lo scopo di non interrompere lo stretto rapporto creatosi
nei mesi della gravidanza e di agevolare l'instaurarsi dell'allattamento. Non
esistono orari fissi, la madre allatta a richiesta. Durante la poppata si alternano
entrambi i seni, viene bandita la pratica della doppia pesata fiduciosi nella
capacità del neonato di autoregolarsi, e timorosi che la bilancia crei
pericolose ansie nelle madri.
Anche le modalità igieniche con cui si allatta sono cambiate, mentre un
tempo si usava detergere i capezzoli con tonici sgradevoli al gusto, ora il seno
viene offerto “al naturale”.
Durante la mia ricerca
mi sono rivolta al reparto di Ostetricia e Ginecologia dell'Ospedale San Bortolo
di Vicenza per ottenere dei dati sull'allattamento. Risulta che alla dimissione
tutte le mamme dichiarano di allattare al seno. In realtà questo dato
ha un valore puramente programmatico. La degenza dura, infatti, tre giorni per
il parto eutocico, cinque per il cesareo. Nella maggior parte dei casi la montata
lattea non soppraggiunge che al terzo giorno, di conseguenza al momento della
dimissione l'allattamento non è ancora, di fatto, cominciato. Fra dicembre 1998 e febbraio
1999 nell'ULSS 6 [10] la percentuale
di madri che allattava al seno era 63,3% [11]
al primo mese, 47,4% al terzo mese, mentre allattava
fino al sesto mese il 39,4% delle madri. Se confrontato con i dati raccolti dall'Associazione
Culturale Pediatri nel 1994
MESE |
TOTALE | NORD | CENTRO | SUD |
I |
66.8% | 72.1% | 78.5% | 56.2% |
III |
46.2% | 50% | 53.2% | 39% |
VI |
31.3% | 33.4% | 33.6% | 27.5% |
si vede che il Veneto ha una percentuale iniziale di allattamento materno leggermente inferiore alla media nazionale, più cospicua la differenza con la media del Nord: ben sei punti percentuali. Relativamente al terzo mese i dati sono un po' più elevati della media nazionale, ma più bassi rispetto all'area del Nord, mentre al sesto mese l'andamento del Veneto si eleva al di sopra non solo del Nord, ma anche dei dati relativi alle altre ripartizioni della Penisola.
La percentuale di coloro che ricorrevano ad un allattamento misto sono contenute in tutti gli intervalli di tempo considerati, inferiori sia a coloro che allattavano al seno, sia a coloro che utilizzavano latte artificiale.
Concludendo ritengo di poter sostenere che il contesto di arrivo si caratterizza, negli ultimi decenni, per una continua evoluzione e trasformazione. Il diversificarsi degli atteggiamenti verso l'allattamento sommandosi a significative trasformazioni sociali ed economiche ha prodotto un divario nelle modalità e nella percezione dell'allattamento nelle ultime generazioni di donne [12] . In questo momento è operativo un robusto programma di acculturazione volto a sostenere l'allattamento al seno. Le forze dispiegate a questo scopo ripercorrono al contrario le stratificazioni della gerarchia sanitaria e si riversano sulla popolazione in modalità differenziate a seconda delle specificità di chi si pone come tramite. La volontà di sostenere l'allattamento al seno non comporta un indolore ritorno ad uno stato di natura, anche perché l'allattamento va molto oltre l'aspetto biologico. Implica, invece, la consapevolezza che le donne vanno incoraggiate, seguite, consigliate, mettendo in gioco, oltre alle competenze professionali, tempo e pazienza, valori aggiunti e vincolati alla volontà e alla convinzione dei singoli. La promozione dell'allattamento al seno verte sui benefici che essa porta non solo ai bambini, ma anche alle madri. I protagonisti dell'allattamento sono due, la madre non è un mero strumento di nutrizione, è, o dovrebbe poter essere, attrice consapevole e libera di scegliere senza che il suo benessere fisico e mentale diventi secondario rispetto a quello del figlio.
L'Africa Subsahariana si caratterizza per una complessa articolazione fra zone
rurali e zone urbane, fra tradizione e rapida trasformazione economica, urbanistica,
sociale e culturale. In ciò s'inserisce da un lato una radicata consuetudine
ad allattare a lungo, dall'altro, una serie di massicce campagne di promozione
dell'allattamento artificiale che hanno alterato forme e modi dell'allattamento
materno.
Uno studio pubblicato nel 1981 dall'OMS basato su dati relativi al ventennio
1960-1980 ha mostrato processi di trasformazione dell'allattamento al seno sia
all'interno di aree geografiche differenti, sia entro i gruppi sociali delle
aree considerate. Sono state individuate tre fasi nell'evoluzione dell'allattamento:
1.
Fase tradizionale caratterizzata da alta fraquenza e lunga durata dell'allattamento
2.
Fase di trasformazione con diminuzione della frequenza e della durata dell'allattamento
3.
Fase di ripresa con aumento della prevalenza e della durata
Il grafico scompone la popolazione in tre gruppi sociali: élite, popolazione
urbana e rurale. La situazione di partenza rappresenta la fase tradizionale
(tappa 1). Successivamente l'élite si fa promotrice di un cambiamento
(tappa 2) riducendo durata e prevalenza dell'allattamento al seno. Si innesca
un processo imitativo dapprima fra la popolazione urbana (tappa 3), quindi fra
quella rurale (tappa 4). La situazione diventa omogenea (tappa 5) quindi si
assiste ad un'inversione di tendenza guidata, ancora una volta, dall'élite
sociale e seguita rispettivamente dalla popolazione urbana e da quella rurale.
Fonte:
Davanzo, 1995:10
Nei paesi d'origine, in particolare in quelli in via di sviluppo, le multinazionali
investono considerevoli sforzi per scoraggiare l'allattamento al seno attraverso
molteplici operazioni di marketing che vanno dalla distribuzione di campioni
omaggio alle strutture sanitarie e alle madri, alla corruzione di amministratori
a pubblicità aggressive. Tutto questo sforzo sfocia, ogni anno, nella
morte di circa un milione e mezzo di bambini [13]
. Spingere all'allattamento artificiale, soprattutto nel Sud del mondo,
significa imporre un onere economico che le famiglie non sono in grado di sostenere,
ed innescare forme di economicizzazione del latte con conseguente inadeguatezza
nutritiva del lattante. Significa veder impiegata per la preparazione del latte
acqua non pura, significa creare un consumo supplementare di acqua e legna per
la sterilizzazione di tettarelle e poppatoi, e concesso che questo avvenga,
significa lasciare alla mercé di mosche e insetti questi stessi oggetti.
Ne conseguono enormi danni per la salute dei neonati: malnutrizione, infezioni,
diarrea, indebolimento immunitario, etc.
L'allattamento in Senegal
Entriamo ora nel caso specifico del Senegal. Dalle parole delle mie informatrici
e dal materiale consultato è emersa una tendenza ad allattare a lungo.
Il prolungamento dell'allattamento costituisce un metodo di distanziazione delle
nascite e può protrarsi fino a due anni. La madre viene aiutata e sostenuta
dal gruppo delle donne. Se risiede lontano dai propri parenti, saranno le donne
della famiglia del marito ad occuparsi di lei. La solidarietà e la disponibilità
sono totali: la neo-mamma è aiutata nelle faccende, nella preparzione del
cibo, si agevola il suo riposo accudendo al bambino. Si tratta di una rete di
supporto molto importante, in cui l'offerta e la ricezione d'aiuto si collocano
in un ciclo di reciprocità continua.
La madre trascorre molto tempo assieme al figlio, spesso dorme insieme a lui.
L'allattamento al seno, unitamente a questi fattori, facilita l'instaurarsi
di un profondo legame fra madre e figlio, su questo legame insistono molto le
mie informatrici. Fra le donne è molto radicata l'idea che l'allattamento
al seno sia la scelta migliore per il bambino. I bambini nutriti al seno sono
più robusti e forti, più intelligenti e sensibili. Questi dati
costituiscono un'evidenza per le madri che abbiano avuto esperienza di bambini
allattati al seno e artificialmente. Distrazione, mancanza di rispetto e attenzione
verso i genitori da parte dei figli, non solo in tenera età, ma anche
in età adulta, vengono imputati alle diverse pratiche di allattamento.
La dieta materna durante l'allattamento si arricchisce di un particolare cereale
capace di agevolare la produzione di latte, di piacevoli tisane e di nocciole
(i cereali, come tutti i carboidrati, forniscono energie, le nocciole sono ricche
di grassi, i liquidi sono indispensabili alla produzione lattea).
Si considera necessario integrare l'allattamento al seno con la somministrazione
di acqua, a piccole cucchiaiate. Questo servirebbe ad evitare che il bambino
si disidrati. L'acqua va servita regolarmente, e la bontà della madre
viene valutata anche in relazione allo scrupolo e all'attenzione con cui esegue
queste azioni. Da quanto detto è chiaro che l'allattamento, applicando
una categoria occidentale, non sia esclusivo, ma complementare.
Consultando le statistiche dell'Unicef [14]
sul periodo che va dal 1986 al 1995 si ricava che i bambini allattati
esclusivamente al seno in Senegal per i primi quattro mesi di vita sono stati
il 7% [15] . Mentre
quelli allattati al seno con l'aggiunta di acqua sono stati circa il 70%
[16] . Al primo febbraio 2002 sempre
l'Unicef [17] rileva che in
Senegal l'allattamento esclusivo nei primi tre mesi di vita riguarda il 24%
dei bambini. Sarebbe interessante approfondire le motivazioni di questa discrepanza.
Oltre all'introduzione di liquidi, vengono introdotti precocemente anche alimenti solidi, sotto forma di biscotti, creme di patata e pappe di riso disciolti nel latte. In questo modo il bambino si abitua ad altri alimenti alternativi o integrativi rispetto al latte materno. Si pone molta importanza su quest'aspetto per ragioni connesse al costante timore per la mortalità femminile e per lo scadimento del latte materno, per il suo diventare “non buono” o per il verificarsi di un'insufficiente produzione di latte. Il primo timore risulta fondato, la mortalità materna è di 560 donne ogni 100.000 nati, e le condizioni di vita delle donne sono messe a dura prova dai rapporti di genere, dal gravame di una pluralità di ruoli da espletare, da difficoltà d'ordine sanitario ed economico. Il secondo timore affonda le proprie radici in questioni strettamente culturali. Vengono rilevati segni evidenti della non bontà del latte quando il bambino lo rigetta, accusa dolori intestinali e scariche diarroiche. Spesso questi sintomi si verificano in concomitanza con una nuova gravidanza da parte della madre e la soluzione prevede la sospensione dell'allattamento. Questo interdetto può essere motivato, a mio parere, dalla necessità di preservare la salute della madre e del bambino in un contesto spesso caratterizzato da inadeguata nutrizione. Per ciò che riguarda il terzo timore esistono delle strategie di prevenzione basate sull'introduzione di alimenti che stimolano la galattopoiesi fra cui alcuni cereali, nocciole, tisane. Inoltre si cerca di arginare le conseguenze di una scarsa produzione materna attraverso un precoce svezzamento, in modo che la complementarietà di altri cibi soddisfi il bambino anche dove il seno materno sia carente.
Lo svezzamento comincia già al compimento dei primi mesi, su decisione
dei nonni paterni o del padre. Si sviluppa entro una serie di tentativi in cui
le dosi vengono aumentate progressivamente e gli effetti vengono costantemente
sorvegliati attraverso la verifica delle feci del bambino. In base alla loro consistenza
si riducono o aumentano i quantitativi di cibo. In generale è proprio la
fase dello svezzamento quella più delicata per la salute e per la sopravvivenza
del bambino.
Senza questi accorgimenti e integrazioni non sarebbe possibile allattare a lungo,
basti pensare alle molteplici incombenze femminili, all'ineguale accesso alle
risorse da parte dei due generi (evidenti se si pensa alla femminizzazione della
povertà). Infine è interessante notare come sia l'uomo a decidere
della gestione di un bene femminile: il latte, realizzando una forma di controllo
sulla donna.
Le
donne con cui ho parlato e quelle di cui ho avuto resoconti hanno dimostrato
una forte preferenza per l'allattamento al seno, giustificata dai benefici per
il bambino. Non hanno mai addotto fra i motivi della preferenza fattori a beneficio
della donna. Hanno espresso il loro desiderio di allattare anche in un contesto
ricco di problematiche, com'è il contesto di arrivo, hanno raccontato
la loro esperienza di madri in un Paese straniero.
Dato che queste donne hanno partorito in Italia, l'avvio dell'allattamento ricalca
le modalità previste dalle strutture ospedaliere. Attualmente viene chiesto
alla donna di esprimere il suo desiderio di allattare al seno o meno nella fase
preliminare al parto. La durata dell'allattamento al seno fra le mie informatrici
e le loro connazionali, oscilla fra gli 8 e i 12 mesi. Le cause dell'interruzione
dell'allattamento sono da ricercare nella mancanza di latte e nella stanchezza
materna. In un caso l'allattamento al seno non si è mai instaurato per
un errore del personale medico che, fidandosi del solo colore della pelle, ha
invertito le sorti di una senegalese sana con quelle di una ghanese sieropositiva.
L'allattamento praticato non è esclusivo: una madre che non integra il
proprio latte con altre sostanze (acqua) viene avvertita come distratta e svogliata.
Il concetto di allattamento esclusivo e complementare è di matrice occidentale,
non trova riscontro nella cultura senegalese, ed è chiaramente etnocentrico.
Tra l'altro anche le donne italiane spesso dimostrano scarsa dimestichezza con
questi concetti, soprattutto col primo: allattare in modo esclusivo per molte
donne significa impiegare solo latte materno, escludendo il latte in polvere,
non escludendo anche qualsiasi altro liquido.
Per armonizzare esigenze lavorative e necessità di allattamento si ricorre
ad integrazioni di latte artificiale o all'estrazione del latte materno da far
offrire da terzi al bambino. Del resto anche in Senegal le donne hanno incombenze
al di fuori della casa e necessitano spesso di lasciare il bambino a terzi.
Nella convinzione comune che il bambino risenta del distacco dalla madre anche
quando il latte materno gli viene offerto da terzi, si ritiene più agevole
sostituire il pasto in cui la madre è assente con latte in formula. Talvolta
la necessità della madre di allontanarsi porta a cercare di abituare
il bambino a non dipendere totalmente da lei, si dorme separati, si cerca di
stabilire degli orari in cui allattare. L'interruzione precoce dell'allattamento,
ad esempio verso i tre mesi, non viene colpevolizzata, in genere la madre allatta
finché ne ha la possibilità.
La mancanza del supporto familiare è molto sentita, il peso della maternità
è molto più gravoso, la depressione post-partum più accentuata,
e spesso tutto questo grava negativamente sui rapporti di coppia. Tuttavia la
solidarietà femminile sa creare, anche nel contesto di arrivo, forme
di sostegno in cui l'esperienza viene condivisa. L'associazione delle donne
senegalesi offre aiuto anche in questo ambito a madri prive di esperienza, o
a donne di recente immigrazione che rappresentano le madri a più alto
rischio di isolamento, colmando così anche certi problemi di comunicazione
e comprensione con le istituzioni. L'intraprendenza femminile in questo ambito
ricalca modalità della cultura d'origine, si tratta di una solidarietà
di genere che, spesso, giunge a coinvolgere anche le donne italiane e si caratterizza
per una intensa progettualità e operatività.
Le scelte sull'allattamento sono in parte guidate dalle convinzioni soggettive,
dall'esperienza e dalle competenze accumulate in Senegal. Permane anche nel
contesto di arrivo l'influenza maschile sulle scelte legate alla durata dell'allattamento
e all'inizio dello svezzamento. In genere si tratta del marito, il cui ruolo
può risultare rafforzato dalla recisione dei rapporti con la parentela.
Altra figura maschile rilevante è lo zio materno.
I consigli degli operatori sanitari spesso non vengono compresi, e per questo
non sono tenuti in grande considerazione. Il criterio temporale e la familiarità
giudicano della bontà di certe scelte. Nel vissuto soggettivo le donne
operano confronti e realizzano un comportamento lontano dall'acculturazione
passiva, rielaborano i dati disponibili e sanno creare una mediazione attiva
e tutt'altro che depauperante.
Le restrizioni alimentari suggerite dai pediatri durante l'allattamento vengono
a confliggere con l'esperienza maturata in Senegal e con gli insegnamenti tramandati
dall'esperienza femminile. Durante l'allattamento la madre dovrebbe nutrirsi
in modo variato, senza vietarsi degli alimenti di cui si nutriva durante la
gravidanza. Infatti durante la gestazione il feto assorbirebbe tutte le sostanze
nutritive ingerite dalle madre, abituandosi ad esse. Non si vede, perciò,
alcuna ragione per imporre restrizioni alimentari durante l'allattamento. Esse,
anziché essere vantaggiose, nuocerebbero al bambino che, disassuefandosi
a certi cibi, non sarebbe più in grado di assorbirli al loro reinserimento
nella sua dieta, esponendosi al rischio di intolleranze e allergie.
I tempi dello svezzamento, che viene iniziato verso i cincque-sei mesi, vengono
avvertiti come eccessivamente lunghi e si preferisce seguire la prassi consolidata
in Senegal di integrare il latte materno precocemente.
Generalmente le donne dimostrano una fiducia più formale che pratica
nei confronti del personale medico, la loro disobbedienza si radica nella resistenza
delle componenti culturali del contesto di partenza della cui efficacia sono
state testimoni.
Le impressioni rilevate contrastano con alcune raccolte presso gli operatori
sanitari. Riconduco il loro allarmismo al fatto che l'utenza con cui generalmente
interagiscono è in difficoltà, quindi essi hanno modo di rilevare
soprattutto situazioni di crisi.
Nel corso della ricerca è emerso che le donne immigrate (e non) spesso
denunciano la sbrigatività con cui il personale medico risolve le difficoltà,
lievi o gravi, che cospargono il percorso di chi allatta al seno, proponendo
troppo frettolosamente di passare al latte in formula. Questo è duvuto
ad approcci e convinzioni del soggetto in contrasto con le direttive OMS. Si
tratta, comunque, di un passaggio irreversibile, poiché la lattazione
si mantiene se continuamente stimolata, altrimenti cessa..
Ho avvertito un problema di comunicazione con il personale medico: anziché
impostare un dialogo si preferisce lasciar fluire il monologo del medico parallelamente
ad una pratica autonoma e dissidente da parte della madre. Forse se il personale
sanitario impostasse diversamente il consulto sarebbe possibile realizzare uno
scambio di esperienze costruttivo ed arricchente per entrambe le parti, soprattutto
permetterebbe di apprendere le giuste strategie d'intervento sanitario. Insomma
ci vorrebbe un po' di intercultura.
Concludendo
I dati raccolti sono un primo passo verso un'attenzione che, secondo me, è
sempre più necessaria. Le dinamiche culturali che influiscono sull'allattamento
sono molte, e molto ci sarebbe da indagare. Il mio è stato un tentativo
di incontro, un dialogo alla ricerca di una reciproca visibilità da cui
sono uscita arricchita, ma anche provata dai molti ostacoli incontrati sulla mia
strada. L'intercultura è anche fatica!
Ringrazio F. per avermi
socchiuso un mondo in cui le suggestioni possono stare accanto alla ricerca
di cause razionali, in una affascinante ambivalenza. Ringrazio tutte quelle
donne che hanno stretto la sabbia nel pugno fino a trarne un liquido amaro,
tutte le madri che hanno atteso di vedere verde e sentire il vagito dei figli.
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[Note
1] Metronomie a. III n. 6, Agosto 1996
[Note 2] Esistono delle ricerche che individuano un legame fra il livello di istruzione della madre e la sua collocazione sociale con la durata dell'allattamento.
[Note 3] Ad esempio in Camerun tendenzialmente le donne allattano per almeno due anni, solo le donne del capo possono.
[Note 4] Esistono molti studi sulla salute fisica e psicologica degli immigrati interessanti le riflessioni di Morrone, A.
[Note 5] Un'operatrice sanitaria durante una conversazione notava che le donne albanesi non desiderano allattare perché, a suo avviso, sono influenzate dall'immagine che i Media diffondono sull'allattamento. In Albania vedono i programmi italiani e questo le influenza molto. Starebbero cavalcando un'onda che da noi è gia passata decenni fa, sarebbero in uno stadio di trasformazione cui dovrebbe seguire una fase di maturazione e un ritorno al seno.
[Note 6] Definizione fornita dall'OMS.
[Note 7] Si veda l'intervento di A. Cattaneo al congresso organizzato da MAMI a Firenze il 16 e 17 marzo 2000 dal titolo: Allattamento e politiche per l'infanzia: dieci anni dopo la Dichiarazione degli Innocenti . Si veda inoltre Cattaneo, A., Davanzo, R., Ronfani, L., Are data on the prevalence and duration of breastfeeding reliable? The case of Italy , in Acta pediatrica 1999; 88:411-5.
[Note 8] Si veda in http://www.aifo.it/Italia/iniziative/convegno/atti/cattaneo Cattaneo, A., Campagna boicottaggio Nestlé
[Note 9] Davanzo, R.; Quintero Romero, S., L'allattamento al seno in Italia. Una sfida per il futuro , IRCCS Burlo Garofolo, Trieste, 1995.
[Note 10] Regione Veneto, Indagine sulla prevalenza e durata dell'allattamento materno nei primi sei mesi di vita dei nati nella Regione Veneto.
[Note 11] Riguardo la difficoltà di definizioni univoche si veda supra.
[Note 12] Le nonne sono vissute nell'angoscia della doppia pesata, e dell'eventuale “aggiunta” integrativa al latte materno, in contrasto con le direttive attuali. Esse spesso interpretano come leggerezza la fiducia delle madri nell'autoregolazione del bambino. Sarebbe interessante analizzare anche questo fenomeno.
[Note 13] Dati Unicef.
[Note 14] Dati consultati in: http://www.unicef.org/pon96/nubreast.htm (05/08/2002)
[Note 15] Lo stesso dato riferito al 1993 emerge in: http://www.who.int/nub/db_bfd.htm (05/08/2002)
[Note 16] Dati riportati in: Davanzo, R., Quintero Romero, S. (a cura di), L'allattamento al seno in Italia. Una sfida per il futuro , Trieste, 1995, Burlo. Cit. pag.11.
[Note 17] Dati consultati in: http://www.unicef.org/statis/Country_1Page149.html (27/09/2002)