Università
degli Studi di Padova
Facoltà di Lettere e Filosofia
Master
in Studi Interculturali
a. a. 2001/2002
Tesina di approfondimento
La logica del dono
1. Il MAUSS e il terzo paradigma
2. Originalità ed attualità del dono
2.1. Il dono nella società moderna occidentale
2.2. Il dono in una società africana
3. Il dono nella cooperazione internazionale
“Da’ a chiunque ti chiede; e a chi prende del tuo, non richiederlo. Ciò che volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro. Se amate coloro che vi amano che merito ne avrete? Anche i peccatori fanno lo stesso. E se fate del bene a coloro che vi fanno del bene, che merito ne avrete? Anche i peccatori fanno lo stesso. E se prestate a coloro da cui sperate di ricevere, che merito ne avrete? Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto. Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e il vostro premio sarà grande e sarete figli dell’Altissimo; perché egli è benevolo verso gli ingrati e i malvagi.” (Vangelo di Luca 6, 30-35)
Ai cristiani questo brano del vangelo chiede molto, chiede di amare, di donare un po’ di se stessi addirittura ai nemici, a coloro che richiedono sempre qualcosa senza restituire niente. Il vostro premio sarà grande nel regno dei cieli, ma qui in terra è un dono totalmente gratuito, perché “gratuitamente avete ricevuto e gratuitamente siete chiamati a dare”.
Il donatore, in questo caso, si sente in debito verso Dio per ciò che ha ricevuto e perciò è chiamato a dare senza sperare nulla in cambio. Per giustizia coloro che hanno di più donano, condividono, con coloro che hanno di meno.
Per tutti noi, credenti o non credenti, donare tempo, affetto, ascolto, fiducia, denaro a coloro che fanno parte della nostra famiglia, degli amici, della sfera degli affetti, è una cosa normale e umana.
Se pensiamo alla sfera pubblica, invece, dei rapporti con i nostri colleghi di lavoro, con i nostri clienti, con il barista o con l’impiegato delle poste, spesso l’approccio è prettamente utilitaristico. Agisco in base a un calcolo di costi e benefici, riesco a dare nella misura in cui ricevo in cambio qualcosa.
Nelle società occidentali odierne tale logica mercantile, del calcolo razionale, raffigurata nell’homo oeconomicus, guida le nostre azioni in tutti gli ambiti di vita eccetto la sfera del privato nella quale, diamo libero sfogo a ciò che è spontaneo e gratuito.
Al di là di un rapporto verticale col divino, al di là dei precetti di fede, a livello orizzontale, laico, interpersonale è così illusorio e “romantico” poter pensare di agire in base ad una logica del dono con tutte le persone che incontriamo?
Al di là di quello che siamo obbligati a dare, per legge o per interesse personale, esiste una sfera dell’agire in cui scegliamo gratuitamente e spontaneamente di dare stringendo legami umani e sociali profondi?
Nelle pagine che seguono ho descritto sinteticamente la logica del dono così come viene presentata dagli studiosi del MAUSS (Mouvement Anti-Utilitariste dans les Sciences Sociales) sottolineandone gli aspetti di originalità ed attualità sia nella società moderna occidentale che nella mia esperienza personale di società africana del Kenya dove ho svolto lo stage del Master.
Ho cercato, inoltre, di evidenziare nella cooperazione allo sviluppo la differenza tra l’atteggiamento di aiuto verso i paesi del Sud del mondo e il dono così come definito dal Mauss.
Il MAUSS Mouvement Anti-Utilitariste dans les Sciences Sociales viene fondato in Francia agli inizi degli anni Ottanta da un gruppo di studiosi (tra cui Alain Caillé, G. Berthoud -economista di Losanna- J.T. Godbout –Canada- A. Salsano -Università di Torino- S. Latouche -XI Università di Parigi) che si ispirano esplicitamente al celebre antropologo e sociologo francese Marcel Mauss, allievo di Durkheim.
All’inizio il movimento si raccoglie attorno ad un foglio che costituisce più un’occasione di comunicazione e di scambio che non una pubblicazione scientifica, il “Bulletin du Mauss”, ma verso la fine degli anni Ottanta il bollettino si trasforma in una rivista vera e propria, la “Revue du Mauss”, che ospita in un’ottica multi ed interdisciplinare i contributi di sociologi, economisti, antropologi, storici, psicologi, filosofi.
“La pubblicazione nel 1993 del primo numero della nuova serie semestrale della “Revue du Mauss”, Ce que donner veut dire , preceduta nel 1992 da quella del libro di J. Goudbout e A. Caille’ L’Espirit du don , ha certamente segnato una tappa importante nella riflessione dei maussiani, poiché stabiliva che l’universalità del dono, messa in evidenza con molta cautela da Marcel Mauss per le società arcaiche, poteva valere anche per la società contemporanea.
Non che tutto si riduca al dono, certo. Ma, come mostrano queste due opere, nonostante le apparenze, il dono è lungi dal costituire in essa il fenomeno semplicemente residuale che molti vogliono vedervi. Al di là o al di qua del mercato (che funziona in base al contratto) e dell’economia pubblica (che funziona in base alla redistribuzione), il dono si trova al cuore di una terza rete di circolazione dei beni e servizi, quasi mai percepita in se stessa ma altrettanto essenziale quanto le prime due: la rete della socialità. In questa terza rete i beni sono messi al servizio della creazione e del consolidamento del legame sociale, e ciò che importa in primo luogo non è tanto il valore d’uso o il valore di scambio quanto quel che si potrebbe chiamare il valore di legame.” [1] .
Ma, facendo un passo indietro, cerchiamo di definire cos’è un paradigma e di individuare e descrivere meglio quelli che il Mauss indica come primo e secondo paradigma. Per paradigma, nelle scienze sociali, si intende “un modo condiviso da molti di interrogare la realtà sociale e di immaginare risposte significative sul piano positivo e normativo a tali domande” [2] . Più semplicemente un modo largamente condiviso di leggere la realtà sociale.
Il primo paradigma è quello denominato individualismo metodologico o paradigma utilitaristico, secondo il quale gli individui sono gli unici soggetti della società e l’azione individuale risponde a calcoli razionali ed interessati dei singoli individui.
L’immagine è quella dell’homo oeconomicus attualmente dominante nel campo delle scienze umane e sociali.
Tale tendenza al riduzionismo economicista impedisce di cogliere l’esistenza di altre categorie e di altri motori dell’azione sociale. Essa, infatti, contesta l’esistenza stessa del dono in quanto non è possibile che sia totalmente gratuito, risponde sempre ad un aspettativa di “ritorno”, e non è spontaneo o libero in quanto è spinto da calcoli razionali su ciò che si ottiene in cambio.
Il secondo paradigma è quello olistico denominato anche culturalismo, funzionalismo, istituzionalismo. Al contrario del precedente, esso cerca di spiegare tutte le azioni, individuali e collettive, analizzandole come altrettante manifestazioni dell’influenza esercitata dalla totalità sociale sugli individui. Secondo questo paradigma i fenomeni sociali non sono l’intreccio dei calcoli razionali dei singoli individui, ma sono comandati da una totalità sociale che preesiste agli stessi ed è infinitamente più importante di loro.
In questo secondo caso il dono è possibile solo in presenza di una regola di reciprocità che gli preesiste e che la società deve far rispettare. Insiste quindi sul carattere obbligatorio del dono.
Attualmente l’olismo sembra svolgere un ruolo nettamente meno importante nelle scienze sociali rispetto all’individualismo metodologico, ma se si pensa ai collegamenti con il culturalismo, lo strutturalismo e larghe parti del marxismo la sua importanza è tutt’altro che trascurabile.
Per i maussiani è dunque chiaro che non ci troviamo in un universo in cui tutto è regolato dalla consuetudine ed in cui tutti sono obbligati ad agire in un determinato modo, ma non viviamo neanche in un universo in cui ogni azione è regolata dal calcolo egoistico degli individui, separati e reciprocamente indifferenti. L’olismo conosce soltanto l’azione tradizionale e l’individualismo conosce soltanto l’azione strumentale.
Esiste, dunque, un terzo paradigma quello del dono o della socialità che non intende negare gli altri due punti di vista ma li ingloba. Esso non vede il legame sociale provenire solo dal basso, a partire da individui separati, ne’ solo dall’alto, da una totalità sociale sovrastante, ma da interrelazionali orizzontali. “Ragionare in termini d’interazionismo del dono è adottare un punto di vista radicalmente immanente, orizzontalista, e mostrare come i termini opposti, la base e il vertice, si producano o si riproducano a partire dallo stesso movimento”.
Il paradigma del dono si esplica nelle tre articolazioni di donare, ricevere, ricambiare. Volendolo rappresentare graficamente, il sistema di dono apparirebbe come una catena, o, come sostiene Godbout, una spirale, una sequenza non chiusa, che può però essere interrotta in qualunque momento, uscendo dal sistema e sottraendosi al rapporto.
Al dono non è estranea una certa dose di interesse, di qualsiasi tipo sia, anche non necessariamente economico o strumentale, che è quello più facilmente sacrificato. La restituzione esiste, il gesto del dono è gratificante di per sé, riceve una ricompensa immediata dal piacere stesso del dono. Ma la restituzione materiale è differita nel tempo e non risponde alla legge dell’equivalenza mercantile.
Il dono è infatti, per sua natura, intrinsecamente plurale, un sistema misto in cui le dimensioni dell’obbligo e della spontaneità, dell’interesse e della gratuità, della libertà e della costrizione, lungi dall’essere incompatibili, formano un intreccio inestricabile.
“Il dono può essere considerato il fenomeno sociale totale in quanto racchiude in sé tutte le istituzioni della società (religiose, giuridiche, morali, familiari, politiche,ecc.) e in esso si esprimono le diverse forme di scambio che regolano la società (contratto, diritto, reciprocità), il carattere volontario e l’obbligo, l’interesse individuale e collettivo” [3] .
E’ necessario, a questo punto, individuare una possibile definizione sociologica di dono come ogni prestazione di beni o servizi effettuata, senza garanzia di restituzione, al fine di creare, alimentare e ricreare il legame sociale tra le persone.
“Certo, può essere una buona tattica quella di opporre al paradigma del mercato un paradigma del dono, ma può anche essere pericoloso. Questo scetticismo circa un modello programmatico alternativo e questa diffidenza nei confronti di un rischio d'imperialismo del dono si basano in definitiva sul timore di quattro pericoli:
1) Pericolo di riprodurre l'universalismo della economia mercantile e di opporre all'universalismo etnocentrico ed etnocida della teoria economica un altro universalismo altrettanto pericoloso e riduttivo, che negherebbe in altro modo la diversità e la relatività culturali.
2) Pericolo di fare un nuovo sistema esplicativo, dunque un'altra scienza, trans‑storica. Senza dubbio, a differenza del mercato, la base non sarebbe più un'antropologia naturalistica povera, quella dell'homo oeconomicus. Tuttavia, una certa antropologia strutturale più complessa rompe pur sempre i legami con la storia.
3) Pericolo di sfociare in un'altra economia piuttosto che in una uscita dalla economia. L'altro paradigma sarebbe situato all'interno di una scienza economica, certo allargata, ma che non romperebbe veramente gli ormeggi con la tradizione, cioè in questo caso la modernità. L'autonomizzazione della sfera dello scambio sarebbe in certo modo mantenuta.
4) Pericolo infine di ricadere nella visione modernista/tecnocratica del cambiamento sociale come risultato dell'azione volontaristica e cosciente di una élite piuttosto che in una visione storica delle trasformazioni insensibili dell'immaginario, illuminate dalla critica della ideologia utilitaristica dominante. I responsabili utilizzerebbero il nuovo sapere, l'alternativa volontaristica, in modo altrettanto strumentale della scienza economica standard.
La necessaria critica dell'homo oeconomicus reclamata da molti non sbocca necessariamente in un homo donator che sarebbe sullo stesso piano” [4] .
Ho ritenuto sottolineare le preoccupazioni di Latouche in quanto ci ricordano che il paradigma del dono non vuole negare l’esistenza e l’importanza del mercato da una parte e dello Stato dall’altra, ma li ritiene limitanti e non in grado di creare legami sociali profondi e duraturi.
Ciò che crea legame sociale è la scommessa del dono: senza garanzia di restituzione che parte da una fiducia e una lealtà reciproca.
L’originalità del dono si manifesta, rispetto ai tradizionali paradigmi dell’individualismo e dell’olismo, in quanto la sua stessa esistenza implica che vi sia nella società un modo di circolazione dei beni diverso da quello analizzato dagli economisti.
L’utilitarismo economicista, tipico delle nostre società attuali, ci porta a vedere le azioni degli individui con l’unica logica del rapporto fine-mezzi. Se questo fosse vero non si spiegherebbe la necessità dell’individuo di avere relazioni sociali.
Il dono, inoltre, è diverso dagli altri paradigmi perché non postula l’uguaglianza dei cittadini (lo Stato) ne l’equivalenza mercantile (del libero mercato), ma si fonda su rapporti informali, dilatati nel tempo e in qualche maniera squilibrati.
“A differenza dello scambio mercantile”, sostiene Godbout, “il dono dunque non mette in rapporto entità uguali in diritto e a priori, o la cui equivalenza possa essere calcolata. Viceversa, nell’ambito di un universo percepito come radicalmente eterogeneo, intessuto di particolarità irriducibili, esso produce eguaglianza - o meglio parità - soltanto a posteriori o ex post, dopo aver postulato e segnalato una fondamentale differenza iniziale” [5] . In un’ottica interculturale il legame sociale creato dal dono è l’unico che valorizza le diversità degli individui.
Per quanto sia trascurato dai ragionamenti “seri” e bandito dalle conversazioni dell’uomo moderno occidentale, che si pretende razionale e cinico, il dono appartiene alla nostra realtà sociale. Ancora oggi continua a strutturare le relazioni fra le persone ed è un fenomeno niente affatto residuale né quantitativamente né qualitativamente.
Caillé afferma che la società moderna tende a separare due ambiti della vita umana che altre società provano forte ripugnanza a separare.
Il primo è quello della socialità primaria in cui i rapporti tra le persone sono più importanti del ruolo funzionale che le stesse svolgono all’interno della società. E’ l’ambito della famiglia, della socialità, dell’alleanza e dell’amicizia.
Il secondo è l’ambito della socialità secondaria che, viceversa, dà più importanza alla funzionalità degli attori sociali rispetto alla loro personalità. Nel mercato come nell’azione dello Stato la legge assoluta è quella dell’impersonalità: la legge della domanda e dell’offerta così come l’uguaglianza di tutti davanti alla legge non fa distinzione tra le persone.
Nessuno ha difficoltà a riconoscere l’esistenza di dinamiche di dono all’interno della socialità primaria. La famiglia è il luogo per eccellenza del dono, come dice Goudbout “in cui se ne fa l’apprendistato”. Lo stesso rapporto genitori-figli nasce dal dono della vita, il dono più grande e quello che instaura il rapporto più duraturo.
Nell’amicizia, a differenza che nella famiglia, ci si sceglie e quindi la scommessa è maggiore. Si instaura grazie ad una fiducia iniziale, irrazionale, carica di insicurezza data dalla mancanza di garanzia di un “ritorno”.
Per analizzare l’esistenza del dono nella socialità secondaria ci aiuterà la distinzione di tre momenti della creazione del legame sociale:
“il livello microsociologico dell’alleanza fra persone, il livello mesosociologico dell’alleanza delle persone con gruppi e dei gruppi fra di loro e il livello macrosociologico che è quello del rapporto delle persone e dei gruppi, e gruppi di gruppi, con la totalità simbolica che formano. L’operatore del primo livello è il dono, quello del secondo è quella che potremmo chiamare la ad-sociazione e il registro proprio del terzo è quello del politico [6] ”.
L’associazione, “operatore” del secondo livello, non opera né nell’ambito dell’economia privata o pubblica, né nella sfera politico-amministrativa. La caratteristica propria dell’associazione è quella di assolvere compiti funzionali all’interno della società mantenendo un forte legame personale tra gli individui, cioè partendo dal dono tra persone. Essa, cioè, subordina l’esigenza funzionale a un principio di personalizzazione, ricorrendo così a modalità tipiche della socialità primaria (pensiamo alle grandi associazioni quali l’AIDO per i donatori di organi, oppure l’AVIS per i donatori di sangue).
L’associazione è in grado di creare legami e alleanze su grande scala. Opera in uno spazio pubblico-privato: il privato sociale.
Attualmente, a causa della crisi del sistema del welfare state, gli Stati occidentali si appoggiano sempre di più al privato sociale, al terzo settore, al volontariato per assolvere alla loro funzione di promotori del bene comune riducendo gli squilibri e le ingiustizie tra i cittadini.
Anche nell’associazione come nel dono possiamo ritrovare l’insieme di gratuità e interesse, libertà e dovere, spontaneità e obbligo. L’importante è che entrambi ci spingono ad entrare nella spirale del dare, ricevere, ricambiare che, in un clima di reciproca fiducia, crea un indebitamento reciproco positivo (Goudbout 1994). Ovvero tutti si sentono debitori verso tutti. Molte volte chi svolge servizi di volontariato afferma di ricevere molto di più di quello che si riesce a dare. Questo debito positivo spingerà a donare sempre di più.
Il politico, “operatore” del livello macrosociologico, nelle piccole società era identificabile con il legislatore che tracciava il confine tra i nemici e gli amici. Nelle società moderne è la comunità stessa, in un sistema democratico, che si “costituisce” per il tramite e l’intermediario dei rappresentanti eletti o accettati.
Più semplicemente, l’ultimo livello sociale è quello in cui la società stessa individua le modalità con le quali si creano legami sociali tra le persone e i gruppi e tra gruppi e gruppi.
Nello svolgimento del mio stage in Kenya, all’interno dell’Associazione Saint Martin, ho avuto l’opportunità di entrare in contatto con la comunità di Nyahururu, a 200 km a nord di Nairobi.
Nella mia esperienza personale, seppur limitata, ritengo poter rilevare nei rapporti e nei legami interpersonali della società keniota, l’esistenza di una logica dell’agire che si può delineare come logica del dono.
Innanzitutto, credo che le due sfere dell’agire sociale, cioè la socialità primaria e la socialità secondaria che nella società occidentale tendono ad essere separate, nella realtà africana si compenetrano.
All’interno della famiglia allargata è importante il rapporto personale, umano tra i singoli, ma è anche molto sentito il ruolo che ciascuno svolge, o è chiamato a svolgere in base alla tradizione culturale. Se un parente ha avuto fortuna nel lavoro ed è più benestante degli altri, sarà chiamato a condividere parte dei propri beni con i familiari che sono in necessità. In questo donare credo ci siano tutti gli elementi di gratuità, spontaneità, ma nello stesso tempo di obbligo e di interesse tipico del dono come definito dal MAUSS. Il legame interpersonale che nasce dall’atto del dono, dalla “scommessa” senza garanzia di restituzione, va al di là del legame di sangue e fa entrare entrambi nella spirale del donare, ricevere e ricambiare.
Se ci spostiamo all’esterno della famiglia nei rapporti all’interno della comunità le dinamiche sono simili. Mi è capitato di assistere alla richiesta da parte di alcuni rappresentanti della comunità ad una famiglia del luogo, di prendere in affidamento un bambino di strada. Mantenere e crescere un bambino è un costo, anche molto alto, ed è un dono che la famiglia fa non solo al bambino, ma all’intera comunità. Non c’è garanzia di restituzione e soprattutto l’importante è l’indebitamento reciproco che si instaura con la comunità.
Se pensiamo, inoltre, all’ospitalità, all’accoglienza che caratterizza molte culture dell’Africa, ne emergono gli elementi di gratuità e di dono. All’ospite, anche se è straniero, che arriva in comunità o in casa di qualcuno, viene offerto gratuitamente cibo, un posto dove ripararsi. Nessuno sa se un giorno l’ospite potrà ricambiare l’accoglienza, e non è importante, forse ricambierà con un’altra persona, ma è nato un legame ed entrambi sono entrati nella spirale del dare, ricevere e ricambiare.
Il rapporto che un africano ha con il tempo, credo sia significativo. Per noi, per la nostra cultura utilitaristica, il “tempo è denaro” e lo dobbiamo utilizzare sempre per fare qualcosa da cui traiamo un’utilità diretta. Al di là delle profonde differenze nella distribuzione del tempo, date da una struttura economica e sociale molto diversa, credo sia significativa l’importanza che loro danno al dono del tempo.
Al di fuori della sfera delle amicizie e degli affetti familiari, quando incontriamo una persona noi siamo automaticamente portati a pensare se può valer la pena fermarsi a parlare oppure no. In Africa dedicare del tempo ai rapporti sociali, instaurare legami di conoscenza ed amicizia è comunque un investimento.
Questo modo di agire, all’interno della famiglia, nella comunità e con gli “estranei”, presuppone una profonda fiducia verso l’altra persona, un riconoscimento di un ruolo e di una importanza ad ogni persona all’interno della società.
Nella società africana dove è completamente assente qualsiasi tipo di sistema di welfare statale, il legame interpersonale, che si instaura tra gli individui o tra gruppi grazie al donare reciprocamente, costituisce la base della solidarietà e dell’uguaglianza tra le persone.
Una tipologia particolare di dono rilevata dal Mauss nella società moderna è quella del dono agli sconosciuti o agli estranei.
Proprio per la sua caratteristica di azione che non fa nascere ne’ consolida relazioni interpersonali stabili esce, a mio avviso, dalla definizione data precedentemente di dono. Doni agli estranei sono quelli effettuati dalla gente comune in occasione di catastrofi naturali o in corrispondenza di rovinosi avvenimenti politici, anche internazionali, i doni di carità; ecc. Per distinguerlo dal dono da qui in poi lo chiamerò aiuto.
L’aiuto non presuppone, e spesso non crea, nessun tipo di legame tra chi dona e chi riceve. E’ un sistema di delega che come elemento positivo ha il diffondere, in un certo senso, nella comunità lo spirito di solidarietà tra chi ha ricevuto di più, è più fortunato, e chi ha ricevuto di meno, è più sfortunato.
Molte organizzazioni non governative (Ong) di aiuto ai Paesi del Sud del mondo, per esempio, sono impegnate in progetti di sviluppo in loco e nello stesso tempo promuovono l’aiuto ad estranei nei paesi del Nord per raccogliere fondi. Il tentativo nel quale sono costantemente impegnate (le “adozioni a distanza” sono l’esempio emblematico) è di ridurre la distanza tra i donatori e i beneficiari, mediante la diminuzione del numero degli intermediari e la personalizzazione del rapporto.
Ciò che, a mio avviso, differenzia principalmente l’aiuto dal dono è che nel primo non è richiesto a chi da’ un riconoscimento, una fiducia, verso chi riceve che invece è tipico del legame interpersonale forte che si crea con il dono. Nell’aiuto chi riceve non entra nella spirale del dare, ricevere, ricambiare, l’atto dell’aiutare si conclude nel momento della ricezione. Nel dono l’obiettivo è il legame che si instaura perché si ritiene il ricevente in grado a sua volta di donare e di ricambiare.
Ritengo importante l’aiuto nella odierna società occidentale in quanto pone l’accento sulle disuguaglianze economiche esistenti tra i paesi del Nord e del Sud del mondo e perché potenzialmente è in grado di generare e diffondere atteggiamenti di solidarietà.
Allo stesso tempo credo, però, che sia fondamentale il riconoscimento delle differenze e delle potenzialità di chi riceve per un vero scambio reciproco in cui entrambe le parti sono arricchite dal legame che viene a crearsi.
Il vero atteggiamento del dono nella cooperazione internazionale è presente, a mio avviso, in coloro che lasciano la casa, gli affetti, le sicurezze per lavorare con la gente dei paesi del Sud del mondo. Esistono sempre le eccezioni. Sicuramente c’è chi si impegna in progetti di cooperazione non perché crede nelle potenzialità degli africani, o dei latinoamericani, ma perché parte da un sentimento di superiorità e di paternalismo. Ciononostante nascerà un legame più o meno sincero, più o meno profondo in cui entrambe le parti sentiranno di aver dato qualcosa e di aver ricevuto altrettanto.
A questo proposito ritengo importante riportare la provocatoria riflessione di S. Latouche sui rapporti Nord-Sud in particolare tra Europa e Africa.
“Certo, noi abbiamo già avuto molto dall'Africa. Senza parlare della razzia degli uomini, tratta dei negri o acquisto di atleti, del saccheggio dell'avorio o dei legni preziosi, l'Africa ci ha fecondati e continua a farlo nelle arti: musica e scultura in particolare. La potenza ammaliatrice dei ritmi africani e dei loro prolungamenti afroamericani del Nord, delle Antille o del Sud, non cessa d'influenzare la creazione musicale mondiale. (…)
Tuttavia, questi apporti, assimilati dalla megamacchina occidentale, trasformati in prodotti di consumo mercantile, sono stati doni non restituiti, regali in qualche modo sottratti. La restituzione non è avvenuta. La fecondazione reciproca non ha avuto luogo. Non solo Bach e Michelangelo non hanno penetrato l'arte africana, ma questa non ha potuto trarre profitto dal nostro riconoscimento parziale e lontano. La deculturazione ha continuato la sua opera mortifera con più forza che mai. Deprezzata anche agli occhi delle élites africane, che hanno interiorizzato il giudizio svalutante del colonizzatore, l'arte negra autentica ha perso in larga misura il suo significato e ha cominciato a degenerare. (…)
L'altra Africa non sa che farsene della nostra sollecitudine interessata; ha bisogno di riconoscimento, di fiducia, di comprensione, di dignità piuttosto che di razioni alimentari.
Chiedendo all'altra Africa di aiutarci a risolvere i nostri problemi materiali, sociali e culturali noi la riconosciamo come un vero partner. E così che possiamo contribuire a rafforzarla nel modo migliore. Se l'Africa è povera di quello di cui noi siamo ricchi, in compenso, essa è ancora ricca di quello di cui noi siamo poveri. (…)
Un mito africano presenta i rapporti tra bianchi e neri come il dialogo tra due maschere. La maschera del bianco ha orecchie piccolissime e una bocca enorme. La maschera del nero ha una bocca piccolissima e grandi orecchie. Il bianco è colui che sa tutto e vuol dare lezioni agli altri, ma non sa ascoltare. Il nero, la cui parola non è accolta, non può far altro che ascoltare per forza o per saggezza” [7] .
“L’insicurezza attanaglia tutti noi, immersi come siamo in un impalpabile e imprevedibile mondo fatto di liberalizzazione, flessibilità, competitività ed endemica incertezza, ma ciascuno di noi consuma la propria ansia da solo, vivendola come un problema individuale, il risultato di fallimenti individuali e una sfida alle doti e capacità individuali. (…) cerchiamo la salvezza individuale da problemi comuni. (…)
E così cerchiamo di trovare rimedio ai disagi dell’incertezza nella ricerca di sicurezza, vale a dire nell’integrità del nostro corpo e di tutte le sue estensioni e baluardi: la nostra casa, i nostri beni, il quartiere in cui viviamo. Nel fare ciò cresce in noi la diffidenza nei confronti di quanti ci circondano, e in particolare degli estranei. Gli estranei sono l’incarnazione stessa dell’insicurezza e di conseguenza impersonificano l’incertezza che tormenta la nostra vita” [8] .
Bauman dunque individua nell’insicurezza che attanaglia l’uomo di oggi la causa della diffidenza verso gli estranei, gli stranieri, tutti coloro che sono “diversi”. L’eterogeneità è dunque motivo di paure in quanto mina la nostra sicurezza. Ci rifugiamo in noi stessi, abbiamo grande fiducia in noi e nel nostro essere autonomi e indipendenti.
Per questo motivo spesso rifuggiamo dal dono perché rappresenta un pericolo. Il dono impone di mettere a disposizione del tempo e delle risorse e di impegnarsi ad instaurare e a gestire legami con gli altri. Può dunque spaventare per la sua caratteristica di coinvolgimento.
Per questo motivo siamo sempre abbastanza generosi quando ci si chiede di regalare soldi per opere caritatevoli, per Emergency o per Medici Senza Frontiere, l’importante è che non ci si chieda di mettere in discussione il nostro modello di vita.
Agire in una logica del dono significa riconoscere che tutti abbiamo qualcosa da dare e abbiamo bisogno di ricevere qualcos’altro.
Nel rapporto con persone provenienti da paesi e culture diverse dalla nostra, sia che avvenga nel loro paese di origine, all’interno di un progetto di cooperazione, sia che avvenga in Italia, l’approccio interculturale è quello che, nella consapevolezza delle reciproche debolezze e potenzialità si è disposti ad entrare nella spirale del donare, ricevere e ricambiare.
Ho ritenuto interessante approfondire il tema del dono in questa mia tesina finale del Master anche perché tra pochi giorni inizierò il mio impegno in un progetto triennale di cooperazione in Kenya, inviata dalla Diocesi di Padova.
L’obiettivo del progetto di Microcredito, nel quale lavorerò, è quello cercare di migliorare la qualità della vita di alcuni gruppi di famiglie della zona di Nyahururu.
Anche grazie alla riflessione sul dono ho capito che nel mio partire c’è un misto di gratuità e di interesse, di spontaneità e di obbligo (per questo Goudbout lo definisce il fenomeno sociale totale). I doni completamente gratuiti non sono propri dell’essere umano ma del divino.
La gratuità è data dal fatto che è sempre un “salto nel buio”, non ho nessuna garanzia di avere soddisfazioni professionali all’interno del progetto, ne’ di un arricchimento personale, umano.
Tra le motivazioni che mi spingono a partire c’è sicuramente il mio credere nella dignità di ogni essere umano, nel diritto di ognuno di vivere senza dover ogni giorno lottare per la sopravvivenza, dell’uguaglianza delle persone in quanto figli di un unico Dio. La motivazione di fede mi spinge anche a pensare che sia per me, cattolica che credo nel Vangelo, un dovere quello di condividere le mie ricchezze umani e materiali con coloro che hanno avuto meno fortuna di me.
Ma c’è anche la consapevolezza che in ogni individuo come in ogni cultura ci siano delle potenzialità enormi e che, grazie all’opportunità che mi è stata offerta e che ho scelto, avrò modo di incontrare e conoscere. Per questo motivo dico che nella mia adesione al progetto c’è anche dell’interesse in quanto so che ritornerò arricchita a livello professionale, a livello personale e anche a livello di fede.
Inoltre, come accennato nell’ultimo capitolo, il dono è importante anche per ciò che riesce a generare e a diffondere come atteggiamenti di solidarietà. Penso, per esempio, a molti amici che si domandano perché parto e se ne vale veramente la pena. Anche coloro che mi accoglieranno in Africa e che cammineranno con me nei prossimi tre anni sanno che ho lasciato tutto principalmente per loro e questo creerà un legame di indebitamento reciproco positivo che ci farà entrare nella spirale del donare, ricevere e ricambiare.
1. J.L. Amselle “Logiche meticce. Antropologia dell’identità in Africa e altrove” Bollati Boringhieri 1999.
2. A. Bassi “Dono e fiducia” Ed. Lavoro 2000.
3. Z. Bauman “Voglia di comunità” Ed. Laterza 2001.
4. A. Caillé “Il Terzo paradigma. Antropologia filosofica del dono” Bollati Boringhieri 1998.
5. J.T. Goudbout “Il linguaggio del dono” Bollati Boringhieri 1998.
6. J. Habermas, C. Taylor “Multiculturalismo. Lotte per il riconoscimento” Ed. Feltrinelli 1998.
7. S. Latouche “L’occidentalizzazione del mondo” Bollati Borignhieri 1992.
8. S. Latouche “L’altra Africa tra dono e mercato” Bollati Borignhieri 1997.
[1] A. Caillé Il terzo paradigma. Antropologia filosofica del dono. Bollati e Boringhieri, Torino1998.
[2] A. Caillé Op. Cit.
[3] J.T. Goudbout Lo spirito del dono Bollati e Boringhieri Torino 1993
[4] S. Latouche L’altra Africa. Tra dono e mercato. Bollati e Boringhieri, Torino 1997
[5] J.T. Goudbout Op. Cit.
[6] A. Caillé Op., cit.
[7] S. Latouche Op. Cit.
[8] Z. Bauman Voglia di comunità Ed. Laterza 2001.