Università degli Studi di Padova
Facoltà di Lettere e Filosofia
Master in Studi Interculturali

a. a. 2001/2002

Tesina di approfondimento

Lo sforzo sulla via di Allah

Paola Padovan

 


Da un anno o poco piu’ a questa parte, alla luce di quegli avvenimenti che hanno tanto inevitabilmente quanto inaspettatamente creato uno spartiacque tra la storia del prima e quella del dopo, si e’ ritornati a parlare un po’ ovunque, sollecitati soprattutto dai fiumi di inchiostro versati nell’ansia di ricercare e raccontare il “vero dell’attualita’”, di fondamentalismo islamico, di terrorismo, di integralismo, di “guerra santa”.

Credo non ci sia nessun occidentale oggi che non sia portato ad associare a quest’ultima espressione, “guerra santa”, una serie di rappresentazioni e di stereotipi, costruiti e fissati da secoli nel nostro immaginario collettivo dai condizionamenti politico-religiosi e dalle scelte storiche che hanno segnato il nostro passato, legati ad un particolare contesto, e carichi pertanto di significati naturalmente, direi quasi necessariamente, gia’ codificati con accezioni negative.

Parlare di “guerra santa” porta quasi spontaneamente ad immaginare un esercito di “infedeli” in marcia verso la conquista e la dominazione dei regni cristiani, o anche, senza andare cosi’ indietro nel tempo, ci porta a pensare un’invasione, chi lo sa se solo cultural-religiosa e non invece anche politico-militare, possibile e temibile nel presente a partire proprio da questa nostra Europa, o tutt’al piu’ dall’America, per opera dei tanti e sempre piu’ numerosi mussulmani che vi si stanno stabilendo.

Naturalmente sono stati particolari contesti storico-politici che hanno radicato e diffuso quest’espressione, a prescindere dai quali non e’ possibile ne’ contestualizzarla ne’ spiegarla.

Spiegarla, si’, perche’ come tutte le espressioni tradotte da una lingua lontana alla tradizione occidentale per mentalita’, religione e cultura, puo’ essere incorsa in forzature o errate interpretazioni, facilmente strumentalizzabili poi, e solitamente anche di immediata presa al grande pubblico. 

Con l’espressione “guerra santa”, infatti, si e’ voluto tradurre la parola araba, piu’ volte usata e spiegata dal Corano, di “jihad”.

Nel suo significato letterale questa parola si deve intendere come lo “sforzo”, l’“impegno”, in quanto deriva dal verbo  a radice trilittera “jahada”, “sforzarsi”. E’ una parola usata nei paesi arabi anche nel linguaggio comune e non solo in senso prettamente religioso.

Sicuramente e’ un termine molto presente nel Corano, che se ne serve in piu’ occasioni e con piu’ sfumature diverse.

Ecco a titolo d’esempio, alcuni passi tratti da varie sure del Corano in cui si parla di jihad:

“Combattete per la causa di Allah contro coloro che vi combattono, ma senza eccessi, perche’ Allah non ama coloro che eccedono” (sura II,190) 

“Combattano dunque sul sentiero di Allah coloro che barattano la vita terrena con l’altra. A chi combatte per la causa di Allah, sia ucciso o vittorioso, daremo presto ricompensa immensa” (sura IV, 74)

“O voi che credete, temete Allah e cercate il modo per giungere a Lui, e lottate per la Sua Causa, affinche’ possiate prosperare” (sura V 35)

“Metterete sullo stesso piano quelli che danno da bere ai pellegrini e servono il Sacro Tempio e quelli che credono in Allah e nell’Ultimo Giorno e  lottano per la Sua causa? Non sono uguali di fronte ad Allah. Allah non guida gli ingiusti.

Coloro che credono, che sono emigrati e che lottano sul sentiero di Allah con i loro beni e le loro vite hanno i piu’ alti gradi presso Allah. Essi sono i vincenti” (sura IX,19-20)

“O voi che credete! Perche’ quando vi si dice: “Lanciatevi [in campo] per la causa di Allah”, siete [come] inchiodati sulla terra? La vita terrena vi attira piu’ di quella ultima? Di fronte all’altra vita il godimento di quella terrena e’ ben poca cosa.” (sura IX, 38)

“Quanto a coloro che fanno uno sforzo per Noi, li guideremo sulle Nostre vie. In verita’ Allah e’ con coloro che fanno il bene.” (sura XXIX, 69) [1]

Come si puo’ notare queste citazioni rivelano concetti e contenuti interessanti che richiederebbero un’accurata spiegazione, in ragione soprattutto delle apparenti contraddizioni che certe affermazioni portano in se’, per poter essere colti e magari anche approfonditi con la giusta importanza.

E questi qui riportati non sono che un esiguo esempio dei passi in cui il Corano parla di Jihad, neppure tra i piu’ equivoci o soggetti a facili malintesi.

Ci sono, ad esempio, dei versetti, ripetuti in piu’ sure, che la generale opinione pubblica occidentale, negativa nei confronti dell’Islam, ha piu’ volte citato e incriminato per il loro spirito bellicoso e vendicativo.

Recita, infatti il Corano alla sura II, 193:

“Combatteteli finche’ non ci sia piu’ persecuzione e il culto sia reso solo ad Allah. Se desistono non ci sia ostilita’ a parte coloro che prevaricano.”

O ancora alla sura IX, 29:

“Combattete contro coloro che non credono in Allah, e nell’Ultimo Giorno, e che non vietano quello che Allah e il suo Messaggero hanno vietato, e quelli, tra la gente della Scrittura, che non scelgono la religione della verita’, finche’ non versino umilmente il tributo e siano soggiogati.” [2]

Non e’ difficile immaginare come i detrattori dell’Islam, e le “genti della Scrittura” (ebrei e cristiani) in particolar modo, abbiano usato questo genere di versetti contro i discepoli di Maometto per accusarli di usare forme violente ed estreme di proselitismo. 

Ora, per cercare di fare un po’ di luce su questa delicatissima questione, si puo’ cominciare innanzitutto provando a contestualizzare il o i versetti incriminati e, solitamente, estrapolati da un contesto piu’ ampio e complesso.

C’e’ da dire anzitutto che il Corano, cosi’ come racconta le Tradizione e insegnano i teologi musulmani o i dottori della legge, e’ stato rivelato a Maometto nell’arco di 27 anni, dal 610  al 632, anno della sua morte.

Durante questo periodo di tempo la prima comunita’ musulmana al seguito del profeta ha visto succedersi le tappe piu’ significative ed importanti della sua storia, a partire dalla sua istituzione e fino alla definitiva sconfitta delle tribu’ politeiste, soprattutto di meccani, che ne avevano messo a rischio la sicurezza e l’incolumita’.

E’ una storia di rivelazioni, di precetti, di insegnamenti, percio’, quella che si trova nel Corano, ma e’ anche una storia di guerre, di strategie militari, di esortazioni divine all’affermazione e alla vittoria sulle tribu’ nemiche, sulle genti pagane ed infedeli.

L’Arabia ai tempi di Maometto, d’altronde, era una terra abitata da popolazioni tribali, generalmente seminomadi e politeiste nonostante i loro frequenti e pacifici contatti con le comunita’ ebraiche o cristiane presenti lungo le vie carovaniere e stanziate, le prime soprattutto, nelle citta’ piu’ ricche e sviluppate (a Medina, per esempio, risiedevano ben tre diverse tribu’ ebraiche).

Per imporsi e “convertire” queste comunita’ a Maometto non sarebbe bastata percio’ la predicazione e l‘annuncio della  rivelazione ricevuta da Allah. Si trattava in fondo di ridurre una popolazione frammentata e divisa in tante piccole comunita’, si’ autosufficienti ma politicamente ed economicamente deboli, in un solo popolo, gia’ legato dall’appartenenza allo stesso gruppo etnico, e parlante quindi la stessa lingua, ma bisognoso di un nuovo denominatore comune capace di tenere assieme gruppi spesso divisi o comunque diversi nelle loro specificita’ culturali, e percio’ anche cultuali, nelle loro tradizioni, nei loro usi e costumi.

La religione, la fede in un solo ed unico Dio, piu’ potente di tutte le divinita’ fino ad allora costruite dall’uomo, che manifesta la sua grandezza facendosi conoscere personalmente, servendosi di un profeta, alle sue creature: ecco cio’ che avrebbe potuto fare di queste genti un unico e grande popolo.

Non c’e’ da stupirsi percio’ se nel Corano si legge di Allah che incita la sua gente a sconfiggere gli infedeli, la chiama a raccolta, le ordina di far cessare la “fitna”, la persecuzione cui e’ da tempo sottoposta per opera degli arabi pre-islamici, e si preoccupa anche di fissare le norme sul trattamento dei prigionieri e sulla convivenza con le genti di altre fedi qualora queste vengano sconfitte e battute dai musulmani.   

Allah, infatti, non e’ vendicativo; “se desistono non ci sia ostilita’” recita appunto il versetto citato poco sopra a proposito della conquista e della sottomissione degli infedeli.

Quanto invece a ebrei e cristiani, Allah ordina si’ che siano combattuti, fino a che pero’ “non versino umilmente il tributo e non siano soggiogati”.

E’ utile a questo punto fare una precisazione circa questo tributo e i modi in cui venivano trattate le “genti del Libro” presso le comunita’ musulmane.

Il pagamento della “jizya”, il tributo di capitolazione, appunto, con il quale giudei e cristiani riconoscevano lo stato islamico, conferiva loro lo status di “dhimmiy”, di protetti, in base al quale ottenevano il diritto di vivere in pace e in sicurezza nello stato islamico.

Come fa notare il Piccardo nel suo commento al Corano, non si trattava affatto di una forma di discriminazione, perche’ il pagamento del tributo li esentava dalla decima, riservata invece ai credenti, e anche dal servizio militare. [3]      

Come si puo’ notare, gia’ questa spiegazione, pur sommaria e parziale, di alcuni dei versetti “incriminati” del Corano, permette di far luce su alcune delle forzature, se non certamente giustificabili, per certi versi pero’, almeno storicamente, capibili, che hanno deviato e allontanato la civilta’ occidentale, o per meglio dire cristiana, da una corretta e imparziale interpretazione della parola di Allah rivelata a Maometto.

Ma allora, proprio nel tentativo di dare una giusta interpretazione del concetto di jihad e del suo uso nel testo sacro, come si puo’ o si deve leggere questa parola e il suo significato?

Uno studio attento del Corano e dei detti attribuiti a profeta, gli hadith, ha permesso ai teologi (ammesso che di teologi musulmani si possa propriamente parlare nonostante le limitazioni e i divieti degli ulama (dottori della legge) alla ricerca esegetica e filologica sulla “parola di Dio”) e agli studiosi di islamologia di definire almeno tre diverse maniere di intendere la jihad.

Sicuramente un ruolo fondamentale nella teologia islamica ha il concetto di jihad nella sua accezione di “sforzo militare”.

Naturalmente e’ fondamentale tener conto, a questo proposito, quanto e’ gia’ stato detto circa il rapporto dell’Islam e la guerra, ed e’ altresi’ necessario fare delle ulteriori puntualizzazioni.

Sicuramente il Corano ci presenta un Dio, signore, padrone, giudice del suo popolo, severo, esigente, giusto, temibile nei suoi comandi e nelle sue punizioni, ma mai vendicativo, mai spietato, mai crudele.

Allah incita alla lotta, ma non ama gli eccessi e non vuole soprattutto che si combatta senza una valida ragione.

“A chi crede in Allah e nel giorno del Giudizio –recita un hadith- e’ vietato procurare alcun male al proprio prossimo; gli e’ invece fatto obbligo di essere gentile, specialmente con gli stranieri e di dire la verita’ ed astenersi dalla menzogna…”

Questo sforzo militare puo’ essere interpretato percio’ come un’esortazione alla guerra di difesa, (“combattete contro coloro che vi combattono”, si legge infatti nel Corano), guerra che possiede pertanto una sua positivita’, che e’ lecita agli occhi di Dio se condotta nelle limitazioni da lui previste. Ma, pur se di difesa, sempre di guerra si tratta, che in quanto tale porta in se’ tutte le ripercussioni e le conseguenze di ogni guerra. A meno che pero’, e questo fatto e’ importante per superare cio’ che di ancestrale e radicato e’ rimasto nell’interpretazione che dell’islam ha dato la nostra cultura, non si sappia e non si voglia risalire alla particolare battaglia  o vicenda storica cui quel o quei versetti fanno esplicito riferimento, e al contesto dell’epoca, direi quasi della situazione particolare, nella quale quegli stessi versetti sono stati rivelati. Allora, una guerra tra tribu’ avverse combattuta in nome e per volere di Dio, non e’ poi cosi’ tanto lontana da quanto appartiene alla tradizione e alla rivelazione di ebrei e cristiani,  e in particolare a quanto si legge nel Pentateuco o nei libri storici dell’Antico Testamento.   

Ma la parola jihad non e’ da intendersi solo nella sua accezione di sforzo militare.

Esiste infatti un significato piu’ generico ed importante di jihad, citato nel Corano con l’espressione di “jihad ‘ala nafs”, da tradursi come “sforzo su se’ stesso”.

Si tratta di una lotta morale individuale, per il bene, verso il compiacimento di Allah.

E’, a differenza dello sforzo militare richiesto all’intera comunita’, un obbligo individuale, un dovere etico e religioso proiettato ad un  modello di vita ideale: quella del profeta.

Qualsiasi atto (la parola, gli scritti, il comportamento con gli altri) che tenda al raggiungimento della volonta’ di Allah, all’istituzione del bene, del rispetto, della giustizia, della tolleranza, dei comandi e della legge divina, tutto questo e’ jihad. Ogni comportamento nella vita sociale, nel rapporto con gli altri (musulmani e non) che va al di la’ dell’ordinarieta’ della vita comune e dell’assolvimento degli obblighi religiosi, rappresenta “lo sforzo sulla via di Allah”.

C’e’ un versetto del Corano in cui questo significato di sforzo morale e’ reso con estrema chiarezza e semplicita’, ed e’ quello in cui si dice:

Quanto a coloro che fanno uno sforzo per Noi, li guideremo sulle Nostre vie. In verita’ Allah e’ con coloro che fanno il bene. (sura XXIX, 69)

 Il Corano e’ un lungo monologo divino, in cui Allah usa per parlare di se’ la prima persona ma al plurale maiestatis. Quel “Noi” e’ Lui, e coloro che si impegnano, si sforzano, di fare il bene sono con Lui gia’ in cammino lungo la strada che proprio a Lui conduce.

In questo “fare il bene” sono sottintese naturalmente tutta una serie di azioni e di  scelte morali che riguardano il singolo e il suo rapporto sia con Dio che con la comunita’.

Se pero’ e’ solo in Allah e con Allah che l’uomo trova salvezza e giustizia eterna, uno dei modi in cui un musulmano puo’ operare il bene, pensando agli altri prima ancora che a se’ stesso, e’ parlare dell’Islam e farlo conoscere a chi non e’ ancora suo fratello nella fede e non conosce ancora, pertanto, la salvezza che viene da Dio: anche questo, dopotutto, e’ jihad.

Comunque, quale sia l’accezione (sforzo militare, sforzo su se’ stessi, sforzo missionario) che si intende sottolineare parlando di jihad, o il contesto entro il quale viene usata questa parola, fare jihad e’ un obbligo di tutta l’umanita’, anche [4] grazie al quale, nel giorno del giudizio, Dio, che condanna sia chi si rifiuta di farla sia chi eccede perche’ non sa perdonare o compie atti proibiti, decide della vita futura di ogni uomo.

La vita oltre la morte e’ percio’ strettamente legata alla condotta morale che il credente ha dimostrato nell’arco della sua vita terrena.

C’e’ cosi’, alla fine dei tempi, tanto una ricompensa suprema, un premio divino che dispensa gioia senza fine, godimenti e pace per l’eternita’, quanto un castigo e una punizione eterna che danna l’uomo e lo confina tra i dolori e le sofferenza dell’inferno.

Compenso per l’uomo giusto, per l’uomo che si e’ sottomesso alla volonta’ di Dio ( si ricordi che la parola Islam cosi’ come l’aggettivo “muslim”, musulmano, hanno la stessa radice trilittera ‘s-l-m’ che significa appunto sottomissione) e’ la vita eterna nei giardini dell’Eden.

Il luogo del Paradiso e la rappresentazione che ne da’ il Corano, sono molto importanti ai fini di una corretta comprensione della teologia islamica e dello stesso concetto di jihad.

E’ utile, a questo proposito, fare qualche citazione:

“Quanto a coloro che, uomini o donne, operano il bene e sono credenti, ecco coloro che entreranno nel Giardino e non subiranno alcun torto, foss’anche del peso di una fibra di dattero. (sura IV, 124)

Questo passo contiene in se’ un concetto molto importante, quello della giustizia divina, che rendera’ conto di tutti, uomini e donne (si noti, contro certe forme estreme di fondamentalismo e di discriminazione tra i sessi in vigore presso alcuni –e non pochi, a dire la verita’- paesi musulmani, che anche alle donne sono aperte le porte del paradiso!) secondo il giusto e i meriti di ciascuno.

E ancora:

Annuncia a coloro che credono e compiono il bene che avranno i Giardini in cui scorrono ruscelli. Ogni volta che sara’ loro dato un frutto diranno: “Gia’ ci era stato concesso!”. Ma e’ qualcosa di simile che verra’ loro dato; avranno spose purissime e cola’ rimarranno in eterno. (sura II, 25)

Un descrizione ancora piu’ particolareggia del paradiso islamico e ricca di suggestioni, si legge alla sura LVI, 1-38:

Quando accadra’ l’Evento, la cui venuta nessuno potra’ negare, abbassera’ [qualcuno e altri] innalzera’! Quando la terra sara’ agitata da una scossa, e le montagne sbriciolate saranno polvere dispersa, sarete allora [divisi] in tre gruppi: i compagni della destra…, e chi sono i compagni della destra? I compagni della sinistra…, e chi sono i compagni della sinistra? I primi…, sono davvero i primi! Saranno i ravvicinati [ad Allah], nei Giardini delle Delizie, molti tra gli antichi, pochi tra i recenti, su divani rivestiti d’oro, sdraiati gli uni di fronte agli altri. Vagheranno tra loro fanciulli di eterna giovinezza, [recanti] coppe, brocche e calici di bevanda sorgiva, che non dara’ mal di testa ne’ ebbrezza; e i frutti che sceglieranno, e le carni d’uccello che desidereranno. E [ci saranno cola’] le fanciulle dai grandi occhi neri, simili a perle nascoste, compenso per quel che avranno fatto. Cola’ non sentiranno ne’ vaniloqui ne’ oscenita’, ma solo “Pace, Pace”. E i compagni della destra; chi sono i compagni della destra? [Saranno] tra i loti senza spine, e banani dai caschi ben colmi, tra ombra costante, e acqua corrente, e frutti abbondanti, inesauribili e non proibiti, su letti elevati. Le abbiamo create perfettamente, le abbiamo fatte vergini, amabili e coetanee, per i compagni della destra.

Naturalmente i compagni della destra sono i salvati, i meritevoli, i timorati di Allah, quelli cioe’ che sono degni di entrare nei giardini del Paradiso; ai compagni della sinistra, invece, i dannati, toccheranno le fiamme dell’Inferno.

Presentato in questi termini il Paradiso dei musulmani appare come un luogo di piaceri materiali, sensuali, luogo in cui e’ la carne, piu’ che lo spirito, ad essere gratificata tanto dalla presenza delle giovani vergini ( a beneficio, pero’, soltanto dei desideri maschili) quanto da cibi e bevande ( tra le quali e’ compreso anche il vino, proibito in vita ai musulmani) raffinate ed esclusive.

Una lettura di questo genere, pero’, si rivela ancora una volta fuorviante e mistificante.

Come ricorda uno dei versetti sopra citati, cio’ di cui godra’ l’uomo nella vita del Paradiso e’ solo simile alle felicita’ che gli sono state concesse nella vita terrena. La vita eterna e’ specchio solo apparente di quella che gli uomini sperimentano sulla terra, e ben diversa e’ la qualita’ di quello che verra’ loro offerto da Dio nell’aldila’.

Percio’, cio’ che nel Corano si legge a proposito dei giardini del paradiso, non e’ e non potra’ mai essere racconto fedele di un luogo, o piuttosto di uno stato di vita, che l’uomo non conosce ancora e non ha mai visto.

Sicuramente si trattera’, per il credente, di una situazione di estrema beatitudine e bellezza (qual e’ in fondo l’uomo che non sogna di raggiungere l’eterna felicita’), situazione che soddisfera’ tutto quanto la vita terrena gli ha negato, o gli ha concesso solo in piccola parte.

Per uomini abituati alle ristrettezze e alle difficolta’ della vita nel deserto, il giardino del Corano, rinfrescato dall’acqua e ricco di frutti, diventa piu’ che mai metafora felice di un’oasi di serenita’, di ricchezza e di pace.

Ma limitarsi ad un’interpretazione cosi’ poco metafisica od escatologica del testo sacro e’ senz’altro riduttivo e  limitante.

Purtroppo le ingiuste ironie della critica occidentale sulla forma del Paradiso islamico hanno contribuito a diffondere un’idea di Eden che non tiene conto di alcuni importanti contenuti teologici rivelati ancora una volta dalle pagine del Corano.   

E’ scritto infatti alla sura IX, 72 che:

Ai credenti e alle credenti, Allah ha promesso i Giardini in cui scorrono i ruscelli, dove rimarranno in perpetuo, e splendide dimore nei giardini dell’Eden; ma il compiacimento di Allah vale ancora di piu’: questa e’ l’immensa beatitudine!

Ora, cos’e’ questo compiacimento di Allah?

Si tratta innanzitutto di qualcosa di piu’ importante delle bellezze e dei piaceri cui avranno accesso i credenti, i salvati, nella vita futura. Credo non sia sbagliato interpretarlo come la soddisfazione, il rallegramento, di Allah per la nuova e perfetta felicita’ in cui si troveranno a vivere coloro che gli si sono sottomessi, che hanno accolto la sua parola di verita’ e si sono sforzati, lottando contro se’ e contro quanto o quanti tentavano di allontanarli dalla causa di Allah, di farla conoscere e di testimoniarla al mondo.

Questo non significa che la felicita’ di Dio e’ riposta nelle azioni degli uomini: che Dio sarebbe se le cose stessero cosi? Il suo compiacimento e’ bensi’ gioia provata per l’uomo che ha accettato di farsi salvare. Di questo Dio si compiace: di aver dato pace e salvezza eterna a color che gli sono stati servi fedeli.

“Avranno una dimora di Pace presso il loro Signore. Egli e’ il loro alleato per quello che hanno fatto”, recita il Corano alla sura VI, 127, e si riferisce ad una Pace con la P maiuscola, totale, assoluta e certamente non piu’ messa in pericolo dalle passioni e dagli istinti che abitano la natura degli uomini. 

Giustizia, salvezza, Pace e vita eterna: ecco quali sono gli orizzonti ultimi, le realta’ escatologiche cui il buon musulmano guarda a realizzazione e glorificazione della sua esistenza di uomo e di credente.

Certo Dio e’ Grande e Misericordioso, ma e’ indubbio che riuscire ad entrare nei Giardini dell’Eden richiede sacrifici, rettitudine e soprattutto spirito di totale sottomissione alla volonta’ di Dio.

Non tutti i credenti, percio’, riescono a compiere uno sforzo morale cosi’ impegnativo e totalizzante (totalizzante perche’, se realizzato ai massimi livelli, condiziona radicalmente la vita di un uomo), o, per meglio dire, sono pochi coloro che, non accontentandosi di osservare soltanto i cinque obblighi fondamentali richiesti ad ogni musulmano, si sottomettono a Dio fino al punto da dare la propria stessa vita per testimoniare la Verita’ e la Giustizia che solo da Lui hanno origine.

A costoro, testimoni fino al martirio della Sua parola, Allah riconosce un posto d’onore nei cieli: essi, modelli del vivere secondo i dettami di Dio cosi’ come i profeti e i martiri che li hanno preceduti, saranno tra i piu’ vicini al Signore e godranno da subito della gioia del paradiso senza dover attendere il Giorno del Giudizio.

Quello di martirio e’ un concetto tanto importante quanto facilmente mistificabile all’interno della tradizione teologica islamica.

Il mujahidin [5] che, partecipando alla lotta sulla via di Allah, trova la morte per mano del nemico, si guadagna il Paradiso e diventa altresi’ esempio per l’intera comunita’. Il suo martirio (in arabo shahada, che significa vedere, essere testimone, diventare un modello) e’ prova della sua totale sottomissione a Dio e dello sforzo attraverso il quale ha creduto nella verita’ a lottato per essa.

Da quanto detto si intuisce lo stretto legame che intercorre tra martirio e jihad. Certo si puo’ lottare anche senza diventare martiri; ma testimoniare di essere pronti anche al sacrificio finale per la causa della giustizia, sacrificio che non deve essere inteso soltanto come morte fisica, ma che puo’ significare anche la rinuncia interiore e spirituale a tutto cio’ che distoglie il credente dallo sforzo sulla via di Allah, e’ gia’ fare jihad in modo pieno e completo.

L’idea, pero’, di essere pronti a morire per la causa di Allah, proprio per le implicazioni politico-sociali e le facili forzature cui si presta, e’ stata oggetto di manipolazioni passate e presenti che ne hanno corrotto la primitiva interpretazione, strumentalizzandola secondo una logica preoccupata solo al raggiungimento di obiettivi particolari e faziosi.

Oggi, piu’ che mai, sono troppo spesso alla ribalta della cronaca internazionale storie di terrorismo, di attentati e di stragi, portate a segno dalle frange piu’ radicali e pericolose di un certo estremismo islamico; stragi compiute da attentatori suicidi in nome di Allah.

Li chiamano, prendendo a prestito un termine giapponese diventato tristemente famoso durante la seconda guerra mondiale, kamikaze, uomini disposti a perdere la propria vita facendo saltare in aria autobus, luoghi pubblici (dal mercato, al ristorante, alle sale da ballo), o luoghi simbolo del potere contro cui si spinge la loro lotta senza quartiere.

Stando a quanto predicano i loro maestri e sostenitori, il gesto cosi’ compiuto avrebbe valore di martirio, e li innalzerebbe a modello di testimoni della parola e della causa di Allah. A loro cioe’ toccherebbero gli stessi privilegi e onori che Dio ha elargito ai suoi profeti e servi piu’ fedeli: le gioie del Paradiso e un posto per l’eternita’ accanto a Lui.

Il Corano pero’ non prevede affatto l’esistenza di uomini kamikaze; questa forma di suicidio-martirio non e’ contemplata dal testo sacro. A farla nascere, e poi fiorire, sarebbe stata invece un’interpretazione deformata delle scritture risalente al tempo dell’ayatollah Khomeini, poi fatta propria da molte scuole coraniche.

Ma non si riesce a cogliere la logica e l’orizzonte in cui inscrivere la degenerazione del suicidio-martirio  se non si ricercano le radici stesse entro cui e’ nata, oltre che i modi e i tempi che le hanno consentito di trovar credito e fortuna in alcuni paesi e realta’ del mondo islamico.

Alla base di questa pericolosissima forzatura teologica c’e’ un fenomeno ben piu’ vasto e complesso che passa sotto il nome di fondamentalismo islamico, termine di per se’ non propriamente legittimo, visto che prende a prestito un concetto della tradizione cristiana per indicare una tendenza nuova e peculiare al mondo islamico contemporaneo.

Nato in ambito protestante agli inizi del ‘900, il termine fondamentalismo e’ stato usato per indicare le correnti di pensiero che ritengono il testo sacro depositario delle Verita’ non solo riguardanti il problema della salvezza del genere umano, ma anche i principi di funzionamento della societa’ nella sua interezza. Ogni tentativo di interpretare la Parola con l’ausilio della ragione umana e degli strumenti scientifici, e’ percio’ dal fondamentalista duramente criticato e rifiutato: il testo sacro, parola di Dio, rivelata nella sua assoluta grandezza e perfezione, non puo’ essere sottoposto a indagini o riletture di nessun tipo, perche’ cio’ che Dio ha voluto far conoscere di se’ agli uomini e’ tutto custodito nel suo messaggio, per nulla mediato dalla presenza dell’interlocutore privilegiato che ha raccolto e trascritto il lungo monologo del suo Signore.

Ora, questo fenomeno si e’ diffuso, a partire dalla seconda meta’ del secolo scorso, in maniera via via crescente anche nei paesi arabi dove si e’ poi contraddistinto in forme e modi ad essi peculiari.

Se si vogliono scoprire le ragioni storiche che hanno dato origine al malessere e alla crisi culturale, prima ancora che politica, su cui si e’ innestata la svolta fondamentalista, non si puo’ che risalire alla profonda lacerazione nella tradizione islamica causata dall’abolizione, dopo la caduta dell’impero ottomano nel 1922, del califfato, e quindi all’immediata separazione del potere religioso da quello politico, separazione che ha poi dato avvio ad un tentativo di modernizzazione di tipo occidentale, su larga scala, per opera di alcune e’lites musulmane sopravvissute al crollo dell’impero.

Non sembri fuorviante, ai fini del discorso complessivo sul concetto di jihad, questa digressione sul significato e sul valore del fondamentalismo islamico; si vedra’ poi, infatti, quanto sia decisiva, direi imprescindibile, per cogliere un quarto e ultimo modo di intendere la jihad, nato proprio al suo interno e in risposta a sue precise e rigorose teorizzazioni.

I movimenti fondamentalisti si sono schierati da subito contro qualsiasi ipotesi di modernizzazione della vita sociale e politica secondo modelli percepiti come estranei alla propria tradizione culturale e religiosa.

Di fronte ai tentativi, piu’ o meno importanti, di occidentalizzazione del mondo islamico, i fondamentalisti hanno fatto ricorso, percio’, a tutte le armi in loro possesso per fermare quello che ai loro occhi appariva come un tradimento dei valori e dei principi da Dio stesso affidati al Profeta a fondamento della vita dell’intera comunita’.

Possiamo dire che il loro movimento si articola a partire da tre tesi e obiettivi fondamentali: l’applicazione della legge islamica (shari’a) in ogni comunita’ islamica; l’unificazione dei paesi a maggioranza islamica in un’unica realta’ politico-religiosa nuovamente guidata da un califfo; e la ripresa da parte del califfato restaurato del sogno originario di un’islamizzazione del mondo intero.

Questi sono i fini; quali invece i mezzi per portarli a compimento?

Qui la questione si fa piu’ complessa, perche’ se e’ vero che questo fondamentalismo ha una radice chiaramente musulmana, non e’ vero invece che ogni sua manifestazione sia necessariamente estremista o peggio ancora terrorista.

Relegare il fondamentalismo soltanto a movimento di fanatici o di tradizionalisti e’ ingiusto e riduttivo. Per molti aspetti, infatti, esso rappresenta sicuramente un “appassionato tentativo di porsi di fronte alla crisi complessiva del mondo musulmano” [6] , che non va come tale ne’ sottovalutato ne’ deriso.

Se lo si analizza da vicino si puo’ osservare come al suo interno agiscano ben tre diverse correnti, ciascuna dotata di una sua genesi storica, di un suo contesto socio-economico, e di una sua struttura concettuale di riferimento: si tratta, rispettivamente, del movimento del risveglio, del riformismo e del radicalismo.

Accenno brevemente ai primi due, per poi dedicare piu’ spazio all’analisi del terzo, movimento entro il quale trovano fondamento gli estremismi e le teorie del terrorismo islamico.

Col termine risveglio si indicano quei movimenti islamici che sono emersi nel XVIII e XIX secolo. Confinati in aree periferiche, al di fuori della portata dell’autorita’ centrale, la loro base sociale e’ stata prevalentemente tribale, e il loro tentativo di fondo quello di purificare l’Islam, rinnovandolo, dagli usi pagani e dalle influenze straniere.

Al contrario, il riformismo islamico e’ stato un movimento urbano, nato nel XIX secolo e durato fino al XX. I suoi leaders erano funzionari statali, intellettuali o ulama tenacemente contrari alle interpretazioni tradizionali della religione e in aperto dialogo con la cultura e le filosofie europee nel tentativo di confrontarsi con cio’ che veniva considerato l’intollerabile condizione di declino dell’Islam.

Alla base di tutti questi movimenti una stessa domanda: l’Islam aveva perso perche’ era rimasto indietro rispetto all’Occidente o al contrario perche’ all’Occidente si era a suo modo troppo ravvicinato, dimenticando la purezza della fede dei padri?

E’ facile intuire come l’ultima corrente, quella del fondamentalismo radicale abbia sposato quest’ultima tesi, e affermato il bisogno di recuperare le proprie radici allontanando i frutti malati di un processo di rinnovamento politico e sociale in cui non si riconosceva e non voleva riconoscersi.

Si tenga presente che, a partire dal secondo dopoguerra, il mondo arabo era stato interessato anche dal processo di decolonizzazione che aveva portato alla creazione di nuovi stati-nazione sulle ceneri di quelle che per quasi due secoli erano state le colonie dei grandi imperi europei, veri giacimenti di materie prime e di raccolti a basso costo da rivendere nel mercato occidentale.

Quella che fino ad un momento prima, percio’, era stata una comunita’ gestita politicamente da un governo straniero, e regolata al suo interno da figure carismatiche custodi del culto e di tutti i valori etico-sociali, si trasforma all’improvviso in uno stato indipendente, che ha bisogno di trovare una salda coscienza nazionale, che necessita di un apparato burocratico e di un sistema giuridico autonomo rispetto alla legge coranica, che deve infine avviare complessi processi di modernizzazione della vita economica e sociale (dall’industrializzazione all’inurbamento delle masse contadine; dalla scolarizzazione alla rottura degli equilibri della famiglia patriarcale; dalle forme di rappresentanza e di associazione politica a garanzia della democrazia al nuovo ruolo pubblico della donna, e cosi’ via). 

L’ideologia del radicalismo rappresenterebbe allora proprio la risposta diretta alla comparsa di questi stati-nazione.

Si tratta di una storia a noi recente, tanto contemporanea al punto da scomodare l’attualita’.

Fino al 1970 il radicalismo islamico, volendo ricostruirne le tappe fondamentali, e’ piu’ una corrente intellettuale che un movimento politico. Si fanno risalire agli scritti del pakistano al-Mawdudi (1903-1979) pubblicati nel periodo tra le due guerre, alcuni dei suoi principi teorici.

Ma anche l’ambiente egiziano, con la nascita della Societa’ dei Fratelli Musulmani, prima, e sotto la leadership del loro continuatore Sayyid Qutb (1906-1966) poi, si e’ rivelato un terreno fertile per l’elaborazione di questo tipo di dottrine fondamentaliste, che presero piede presto anche in ambienti e gruppi religiosi non direttamente legati al contesto politico egiziano [7] .

Sarebbe qui troppo complesso entrare nel merito delle affermazioni ideologiche di questi pensatori; ma qualcosa e’ necessario comunque dire, soprattutto a proposito del loro modo di intendere la jihad.

Molte delle tesi estreme cui sono giunti, partono dal presupposto che il moderno imperialismo occidentale (fatto di capitalismo, di consumismo, di libero mercato, e anche –potremmo aggiungere oggi- di globalizzazione) e’ “imbevuto ancora dello spirito delle crociate  anche se non e’ piu’ in grado, come durante il MedioEvo, di mostrarsi nella sua vera sostanza” [8] .

Di qui l’idea di difendersi da tutto cio’ che mina le fondamenta dell’Islam, scegliendo lo scontro a campo aperto contro il nemico di sempre, nel tentativo di riportare la vittoria che, sola, permettera’ di realizzare l’islamizzazione del mondo intero.

Non sono, come succede per tutte le altre ideologie, gli interessi socio-economici o la brama di potere a motivare l’Islam nella sua lotta contro l’umanita’, ma e’ bensi’ per la causa di Dio che i piu’ “virtuosi” rifuggono dalle comodita’ della vita e concentrano tutta la loro attenzione alla sublime missione loro affidata da Dio stesso.

Si tratta ancora una volta di compiere uno sforzo sulla via di Allah, di fare jihad, che per Qutb pero’ diventa una forma di lotta politica per disarmare il nemico, in modo che l’Islam possa applicare la sua shari’a e diffondersi senza impedimenti a tutta l’umanita’.

Tanto al-Mawdudi che Qutb ponevano la jihad tra i primi doveri religiosi per un musulmano, soprattutto in un’epoca in cui la loro religione subiva attacchi da ogni parte. Di conseguenza ai loro occhi trascurarlo o non occuparsene affatto equivaleva a commettere un grave peccato.

Coloro, poi, che attribuivano a questo precetto divino soltanto uno scopo difensivo, ristretto per di piu’ all’ambito dei territori islamici, venivano da essi accusati di rinunciare, sotto la pressione delle influenze occidentali, ad un sacro dovere.

In una conferenza del ’39, al-Mawdudi rifiuto’ l’interpretazione occidentale di jihad come “guerra santa” ingaggiata da fanatici religiosi per convertire gli infedeli con la forza delle armi. Ma, allo stesso tempo, rimprovero’ anche tutti quei musulmani che, per difendersi dall’accusa di fanatismo, avevano ridotto il concetto di jihad a quello di autodifesa, preoccupati di mostrare l’anima pacifica della loro religione.

Altro che autodifesa o spirito pacifista: l’Islam era per lui una “ideologia rivoluzionaria” [9] e coloro che vi aderivano costituivano, di conseguenza, un vero e proprio “partito rivoluzionario internazionale”.

Lo scopo di questo partito rivoluzionario ed internazionale (qui non sfuggono certamente le analogie con il movimento ideologico a cui si ispiro’, per molti versi, questo radicalismo islamico) sarebbe stato allora quello di provocare una rivoluzione mondiale in nome dei principi dell’Islam.

Secondo questa visione ideologica, percio’, la jihad sarebbe il processo di “lotta rivoluzionaria” in grado di portare a termine gli obiettivi di questa nuova e ultima rivoluzione. E naturalmente, cosi’ concepita, non potrebbe che prevedere, e anzi privilegiare, tra le sue manifestazioni piu’ alte l’uso strategico della forza.

Queste idee non furono gettate al vento, ma trovarono in alcuni ambienti fondamentalisti chi le seppe riprendere e riorganizzare in forme concrete di lotta rivoluzionaria contro gli stati-nazione nati di recente nei paesi islamici e le potenze occidentali loro sostenitrici.

Cosi’, a partire dagli anni ’70 le azioni guidate da questo tipo di fondamentalismo radicale si moltiplicarono sia negli stati arabi, sia lontano da essi, in territorio nemico, qui soprattutto sotto la forma di atti terroristici studiati per destabilizzare e creare confusione nel campo avverso.

Volendo ricordare brevissimamente i fatti che fecero piu’ clamore nell’opinione pubblica internazionale, e che vengono tristemente rievocati ancor oggi spesso purtroppo attraverso nuove azioni terroristiche di rimostranza, si hanno in ordine di tempo: la rivoluzione iraniana del 1979 guidata da musulmani sciiti che porto’ alla nascita, sotto il comando dell’ayatollah Khomeini, di un regime teocratico fondato sulla legge islamica [10] ; l’ascesa del fondamentalismo afgano a partire dalla guerra contro l’invasore russo scoppiata nel ’79 e fino alla presa del potere da parte dei taliban nel ’92 (la fine del regime talebano a Kabul e delle sue retrive restrizioni in fatto di costumi e di vita sociale sono fatti d’attualita’); la nascita nell’82 in Libano del partito degli Hezbollah (il partito di Allah) di confessione sciita, deciso a fare del Libano una repubblica islamica sul modello di quella iraniana e di eliminare lo stato d’Israele; le sommosse algerine che portarono alla nascita prima, nell’88 del Fronte Islamico di Salvezza (FIS), e poi, negli anni novanta, come conseguenza alla guerra civile nella quale era caduto il paese in seguito alle azioni di protesta piu’ o meno radicali del FIS contro il regime militare al governo, del GIA (Gruppo Islamico Armato), un nuovo gruppo fondamentalista responsabile di numerosi attentati anche in Francia; la nascita nel 1988 in Palestina del movimento fondamentalista di Hamas [11] in aperta contrapposizione con l’Olp di Arafat e con il suo avvicinamento per via diplomatica al riconosciuto stato di Israele; e una serie infinita di attentati sia alla popolazione civile che a rappresentanti del potere politico, messi a segno nei luoghi e nelle situazioni piu’ disparate e impensabili in qualsiasi parte del mondo.

Non si puo’ dire percio’, alla luce di quella che e’ stata fino ad ora la storia del fondamentalismo islamico radicale, che le teorizzazioni dei suoi ideologi non siano state accolte e fatte proprie da molte delle scuole coraniche presso le quali si preparano e si formano i giovani mujihaidin .

Certamente non tutti gli ulama sono fondamentalisti, ne’ in tutte le scuole coraniche si insegna la lotta rivoluzionaria voluta da Dio a difesa dell’Islam e dei suoi principi contro la corruzione, la supremazia e ogni forma di violenza del mondo occidentale.

Pero’ la’ dove questi insegnamenti trovano menti, e spesso anche cuori (perche’ alcuni dei piu’ recenti atti terroristici hanno avuto a fondamento anzitutto delle motivazioni religiose, tanto valide da giustificare e richiedere un gesto estremo come il martirio) pronti ad accoglierli e a sacrificare la vita nell’ansia e nel desiderio di testimoniarli, tutto si fa possibile, anche cio’ che mai nessuno avrebbe immaginato potesse accadere.

Cosa aspettarsi dal futuro? Chi puo’ dirlo!

Certo i fatti di cronaca che ci propone ogni giorno l’attualita’ non lasciano spazio a rosee previsioni, ne’ ci rassicurano le affermazioni che arrivano continuamente dal mondo del fondamentalismo radicale.

A titolo d’esempio, voglio qui citare alcuni passaggi di un brano tratto da un sito di guerriglieri islamici in Cecenia, dal titolo “Il ruolo delle sorelle nel jihad”, brano che dimostra a quali eccessi possa giungere il fanatismo di questi gruppi.

Questo forse il ruolo piu’ importante che le donne possono giocare nel jihad: allevare i loro figli per diventare coraggiosi ed affettuosi, audaci e sensibili, e temere nessun altro all’infuori di Allah. La chiave e’ instillare questi valori in loro mentre sono neonati. […]

 – seguono dei suggerimenti pratici. Ne cito qualcuno-

Enfatizzate, mentre disciplinate giovani bambini, che non devono colpire un Musulmano, piuttosto perdonare, e solamente esibire la loro rabbia sui nemici di Allah che combattono contro i Musulmani. Insegnategli il significato di ‘Forte fra i miscredenti e compassionevole fra di loro’. Fate un fantoccio nemico (potrebbe essere un sacco da colpire, ad esempio) se dovete, ed incoraggiate i bambini (specialmente i maschi) ad usarlo e costruire la loro forza cosi’ come controllare e digerire la propria rabbia. […]

E’ una buona idea di cominciare ad introdurre i vostri figli ad una giovane eta’ (mediante giocattoli sicuri) al tiro al bersaglio. Rendete molto chiaro chi dovrebbe essere il loro bersaglio e chi NON dovrebbe essere. Questo puo’ essere fatto mediante pistole giocattolo e set di giocattoli militari […] Se potete risparmiare il tempo con i vostri figli e fare giochi militari con loro in maniera divertente, e renderli interessati, allora cio’ sara’ contato come jihad in se’ stesso (visto che la preparazione per il jihad e’ parte del jihad). Potete far pratica di fronte a loro usando i loro giocattoli. I bambini imparano imitando cio’ che gli adulti fanno. […] Nessun bambino e’ mai troppo giovane per essere iniziato all’addestramento del jihad in una forma o in un’altra. […] I bambini vanno aiutati a stabilire chiaramente quale sia la loro meta, tanto quanto quale non deve essere la loro meta, intraprendendo qualsiasi professione e sapendo che la loro meta e’ quella di servire Allah nel modo piu’ alto possibile (attraverso il jihad) e non con lo scopo di accumulare ricchezze e conforti fisici per proprio desiderio. Qui bisogna enfatizzare che a differenza della carriera intrapresa, persino con l’intenzione del jihad, l’addestramento fisico e’ sempre un dovere. Difatti l’addestramento militare e’ un diritto dei figli sui loro genitori. [12]

C’e’ poco da star allegri circa il futuro se le frange piu’ radicali di questo fanatismo religioso promuovono principi educativi di tal fatta! Qui, non si danno consigli di pedagogia, ne’ si insegna ai genitori quale metodo formativo adottare per aiutare la crescita dei propri figli: si educa, invece, alla cultura della guerra, all’odio contro il nemico, all’uso delle armi e della violenza anche in tenerissima eta’. Infatti, la’ dove il padre tarda ad entrare in scena, perche’ aspetta la maggiore eta’ del figlio o almeno l’inizio dell’adolescenza, trova spazio la madre, chiamata a guidarne la prima formazione, non meno importante per la crescita di ragazzi robusti, forti e soprattutto profondamente convinti delle proprie scelte religiose. 

Gia’ Qutb nei suoi scritti aveva sottolineato questo ruolo, solo apparentemente passivo, della donna rispetto alla jihad. Il Corano non chiarisce se essa sia obbligatoria anche per loro. Ma e’ indubbio che le donne, in quanto capaci di generare figli che da adulti lotteranno per la causa di Dio, sono fisiologicamente e psicologicamente chiamate alla procreazione, funzione che, a lungo termine, e in ragione soprattutto delle inevitabili perdite in vite umane che ogni guerra porta con se’, si rivela piu’ utile, per la comunita’, di un loro coinvolgimento diretto nella lotta.

E si potrebbe continuare per questa via ricordando gli scritti di altri fondamentalisti che hanno utilizzato la dottrina della jihad, non senza averla prima opportunamente portata agli eccessi, come pretesto per compiere azioni violente.

Ultimo, in ordine di tempo, ma non certo per l’efferatezza di cio’ che ha saputo ideare, l’uomo piu’ ricercato al mondo, Osama bin Laden, che gia’ nella Dichiarazione di jihad contro gli americani diffusa il 23 agosto del ’96, meglio nota col titolo Cacciate i politeisti dalla penisola Arabica, faceva appello ad una jihad generalizzata per scacciare l’occupante americano dalla “terra dei due Luoghi santi” e si rivolgeva in primo luogo alle forze armate del paese, invitandole a disobbedire agli ordini, e poi anche ai consumatori, incitandoli a boicottare i prodotti americani. Questa jihad –diceva ancora la dichiarazione- sarebbe naturalmente continuata fino all’instaurazione dello “stato islamico” nella penisola. [13]

Ma questa e’ la jihad del fondamentalismo radicale.

La comunita’ islamica condanna e prende le distanze da chi compie atti terroristici o dichiara guerra in nome di Allah, cosi’ come ribadisce che il vero significato di jihad non ha nulla a che fare ne’ con la violenza fisica e la guerra, ne’ tantomeno con il terrorismo.

C’e’ una frase che sintetizza bene il senso della definizione raccomandata dai teologi islamici contemporanei per la parola jihad, ed e’ proprio con questa frase che voglio terminare il mio discorso, confessando soltanto una speranza, quella che il radicalismo culturale -e dunque le sue fatali conseguenze- da qualsiasi parte esso provenga, sia finalmente soffocato, nell’orizzonte del villaggio globale, dall’affermazione di un nuovo progetto culturale in cui l’interconnesione tra identita’ e alterita’ [14] si accolga e si accetti finalmente come l’unica via percorribile.

“Un uomo che alza la sua arma contro un altro uomo, un uomo che uccide un uomo, non sono Guerra Santa. La vera Guerra Santa e’ pregare Allah e tagliare via i nemici della Verita’ dai nostri cuori. Dobbiamo sbarazzarci di tutto cio’ che e’ male all’interno di noi, di tutto cio’ che si oppone ad Allah. Questa e’ la guerra che dobbiamo combattere.” [15]


Bibliografia

Youssef M. Choueiri, Il fondamentalismo islamico, Bologna, Il Mulino, 1993

Gilles Kepel, Ascesa e declino. Storia del fondamentalismo islamico, Roma, Carocci, 2001

Il Corano, a cura di Hamza Roberto Piccardo, Roma, Newton & Compton editori, 1996.

Carlo Saccone, Allora Ismaele s’allontano’ nel deserto. I percorsi dell’Islam da Maometto ai nostri giorni, Padova, Messaggero di S. Antonio Editrice, 1999

Per la ricerca sono stati consultati anche  i seguenti siti web:

www.arabcomint.com

www.islmitalia.it

www.cesnur.org  (sito del Center for Studies on New Religions)

www.peopleofallah.org

http://qoqaz.bizland.com



[1] Il Corano, a cura di Hamza Roberto Piccardo, Roma, Newton & Compton editori, 1996.

[2] Ibidem.

[3] Ibidem, commento al versetto 29 della IX sura, p. 170.

[4] Naturalmente fare jihad non esime il credente dall’assolvimento dei cinque precetti fondamentali dell’Islam: la professione di fede, la preghiera, il digiuno nel mese del Ramadhan, l’elemosina e il pellegrinaggio alla Mecca.

[5] Con questo nome vengono chiamati appunto coloro che partecipano alla lotta per la causa di Allah, coloro cioe’ che fanno jihad.

[6] Youssef M. Choueiri, Il fondamentalismo islamico, Bologna, Il Mulino, 1993, p.31

[7] Paese in cui queste forme di fondamentalismo furono guardate con sospetto e duramente perseguite. I Fratelli musulman, infatti, furono dichiarati fuorilegge dal presidente Nasser e brutalmente soppressi nel 1954, mentre Qutb venne impiccato sempre sotto Nasser il 29 agosto del 1966.

[8] S. Qutb, Ma’alim fi al-Tariq, Beirut, dar al-Shuruq, 1981, p. 202 in Y. Choueiri, Fondamentalismo islamico, cit., p.125.

[9] A. al-Mawdudi, Jihad in Islam, Lahore, Islamic pubblications, 1976, in Y. Choueiri, Fondamentalismo islamico, cit., p. 175.

[10] Puo’ essere interessante ricordare qui il modo di intendere la jihad dell’ayatollah Khomeini. Lui affermava cha “la verita’ e’ offuscata da tanti veli: lussuria, vanagloria, amore del potere, egoismo. Una volta eliminati questi veli, la luce di Dio risplendera’ nell’anima del credente. La caduta di questi veli, o peccati mortali, e’ chiamata jihad maggiore. La sua pratica stimola il credente ad impegnarsi attivamente nel mondo. Questo impegno consiste nel ripulire la societa’ dalla depravazione, dalla corruzione, e dai governi tirannici: il compimento di altri compiti e’ il jihad minore”, in  Y. Choueiri, Fondamentalismo islamico, cit., p. 202.

[11] A proposito di jihad, nella Carta di Hamas, diffusa il 18 agosto dell’88, si legge che: “…non vi sara’ soluzione alla causa palestinese se non tramite la jihad. Quanto alle iniziative, alle proposte e altre conferenze internazionali, non si tratta che di perdite di tempo e di attivita’ inutili”, in Gilles Kepel, Ascesa e declino. Storia del fondamentalismo islamico, Roma, Carocci, 2001, p. 186.

[12] Tratto dall’articolo “Il ruolo delle donne nel jihad” pubblicato su: http://qoqaz.bizland.com

[13] Ad Osama bin Laden, e alla sua affermazione come giuda di un certo terrorismo fondamentalista, e’ dedicato un intero capitolo dal titolo ‘Osama bin Laden e l’America: fra terrorismo e grande show’ nel libro di G. Kepel, Jihad ascesa e declino, volume pubblicato nel 2000 e presto smentito, nelle sue conclusioni finali, dai fatti dell’11 settembre. L’autore infatti afferma, a proposito di bin Laden, che “il terrorismo spettacolare –che, a suo modo di vedere, il principe saudita aveva messo in scena nelle azioni di cui era stato l’ideatore- non e’ altro che un’occasione, grazie alla copertura mediatica che fornisce, per riconquistare il favore del popolo, ovviando, attraverso la rappresentazione televisiva, allo scarso radicamento sociale. Ma si tratta di una scommessa azzardata, che al di la’ di qualche effimera manifestazione di simpatia, genera, sul lungo periodo, un’ostilita’ strutturale molto maggiore da parte dei ceti medi religiosi. Questi ultimi si vedranno spinti a prendere le distanze da tutta la frangia radicale dell’islamismo, politicamente finita in un vicolo cieco, e a cercare altre vie di integrazione alla societa’ moderna.” In Gilles Kepel, Ascesa e declino. Storia del fondamentalismo islamico, Roma, Carocci, 2001, p. 366. Inutile sottolineare che le ottimistiche previsioni dell’autore si sono rivelate tanto infondate quanto del tutto improponibili a distanza di appena pochi mesi.

[14] Traggo quest’espressione dalla dispensa del professor Pasqualotto messa a disposizione di noi studenti del master.

[15] Tratta dal sito: www.peopleofallah.org