Università degli Studi di Padova
Facoltà di Lettere e Filosofia
Master in Studi Interculturali

a. a. 2001/2002

Tesina di approfondimento

UN’ESPERIENZA DI DIALOGO INTERRELIGIOSO

Davide Valentini

Con la collaborazione del prof. G.Pasqualotto

I° PARTE : il tirocinio

Per il Master in Studi Interculturali abbiamo scelto di fare un tirocinio un po’ particolare, il quale, anziché considerare specificamente un settore professionale, ci ha visti impegnati in un lavoro di ricerca. Abbiamo tentato infatti di sottoporre ad analisi scientifica un’esperienza di dialogo interreligioso, che ha avuto come protagonisti un credente musulmano, un credente buddista, e un credente cristiano (il sottoscritto).

Una scelta così sui generis trova una valida spiegazione se la inseriamo all’interno del percorso di studi che finora ho seguito: lo studio della Storia Contemporanea infatti mi ha permesso di conoscere meglio i principali eventi del XX° secolo, in particolar modo le due guerre mondiali, i nazionalismi, i totalitarismi, e la Guerra Fredda. La loro relativa vicinanza temporale rende inoltre possibile toccare con mano i luoghi, nei quali si sono consumate le tragedie dell’ultimo secolo, e di conoscere testimoni diretti degli ideali, delle lotte, e del dolore che quei fatti storici hanno provocato: ossari e cimiteri di guerra di proporzioni incredibili, stragi di civili, campi di concentramento, fame e  miseria, distruzione.

Questa ricerca sul dialogo vuole essere pertanto il tentativo di indagare più a fondo un approccio all’alterità diverso da quello che ha caratterizzato la gran parte del ‘900, al fine di sostenere con metodologia scientifica, e quindi di diffondere, un’etica dialogica, unica arma valida, crediamo,  per prevenire l’odio nei confronti del diverso.

La volontà di sperimentare in prima persona una relazione dialogica (e vedremo più avanti cosa significhi) viene dalla necessità di fornire alla suddetta etica un peso scientifico che le conferisca dignità e importanza, e per questo crediamo fermamente nell’importanza di vivere la relazione dialogica “a quattr’occhi”, di fronte alla forza del volto altrui. Facciamo nostra allora la metodologia sostenuta da P.Rossano, il quale parla esplicitamente di “metodo induttivo e deduttivo al tempo stesso” [1] , in grado cioè di affiancare allo studio e alle premesse filosofiche la realtà del confronto con l’Altro. E dalle stesse premesse muove anche la teologia di P.F.Knitter, per il quale il dialogo è un mysterium tremendum et fascinosum, tanto è necessaria e forte l’esperienza personale dell’alterità. [2]

Il motivo per il quale abbiamo scelto proprio il dialogo interreligioso, piuttosto che per esempio quello interculturale, è meglio comprensibile se spieghiamo prima quali erano gli obiettivi specifici del tirocinio. Sottoposto alla nostra indagine era l’Io (anzi io stesso), al fine di osservare a quali stimoli, a quali variazioni, a quali dubbi e crisi esso andasse incontro durante l’approccio dialogico, e come variasse infine l’Identità. Per avere maggiori probabilità che le sollecitazioni fossero intense, abbiamo ritenuto più adatto per l’esperimento puntare su ciò che l’Io sceglie come “ragione di vita”, come “senso esistenziale”. Ecco quindi il perché dell’interreligioso, in grado di mettere in discussione quella “fede” che ciascuno sceglie come senso del proprio vivere: chi ha come oggetto della propria “fede” un valore morale, chi un’idea, chi un mito. Per noi si tratta della fede religiosa. Quello è il luogo nel quale abbiamo scelto di muoverci, in quanto attualmente naos della nostra esistenza.

Prima di proseguire con la descrizione del tirocinio, riteniamo però opportuno rivolgerci al lettore, per accordarci sin da ora sulla modalità di lettura della presente tesina: crediamo indispensabile la piena e reciproca fiducia sul metodo di ricerca seguito. Trattandosi infatti di un lavoro in cui il soggetto che studia e l’oggetto studiato coincidono, può ad un certo punto venire il dubbio sulla condotta di indagine.

E’ assolutamente necessario che fin dall’inizio il lettore riponga la massima fiducia sull’onestà dell’operato, sull’onestà delle riflessioni, sull’onestà delle “confessioni”, generalmente del tutto confidenziali e personali. Se anche per un attimo il lettore supponesse che le mancanze che lui stesso può individuare siano state volutamente omesse per orientare la ricerca verso scopi predeterminati, o per celare parti compromettenti la persona, tutto il lavoro sarebbe stato vano, e non avrebbe più senso proseguire la lettura. La ricerca è stata effettuata in modo del tutto autonomo, con i vantaggi che ciò può portare – come la totale libertà di tempi e movimenti durante la ricerca – e con gli svantaggi che inevitabilmente conseguono – come la mancanza di utili osservazioni esterne e di una guida che conducesse gli sforzi da una parte piuttosto che da un’altra. Le lacune che verranno individuate sono da attribuirsi solamente a nostre mancanze, ma non certo a volontarie omissioni.

D’altra parte, noi stessi abbiamo bisogno di riporre tutta la nostra fiducia nel lettore, il quale deve garantire sinceramente di accostarsi al presente lavoro con la serietà e la serenità richiesta; pena la validità delle conclusioni della ricerca.

METODOLOGIA

-       SCELTA DELLE RELIGIONI:

Abbiamo instaurato un dialogo con esponenti delle religioni islamica e buddista. La prima è stata scelta per poter conoscerla ulteriormente, dopo gli studi ad essa dedicati durante la ricerca per la tesi di laurea. Si può dire che al metodo deduttivo di studio dell’Islam (basato esclusivamente su saggi di vario genere sui quali costruire proprio la tesi di laurea) è seguito quello induttivo, di esperienza diretta. Abbiamo affiancato poi il buddismo quasi esclusivamente per un’attrazione esotica, una curiosità personale per una religione [3] in rapida diffusione qui in Occidente.

-       SCELTA DEGLI INTERLOCUTORI :

-         Islam:  l’esperienza è stata realizzata con il prof.Soravia, docente di Lingua e Letteratura Araba all’Università di Bologna presso il Dipartimento di Storia Orientale della Facoltà di Lettere. Il prof. Soravia è un italiano convertito all’Islam da poco più di una decina d’anni, da tempo impegnato in Italia anche nella diffusione di una corretta immagine della religione islamica. [4] Non abbiamo seguito una particolare metodologia nella ricerca delle persone, ma ci siamo limitati a seguire indicazioni e consigli di nostri conoscenti. In un certo senso, è come se ci fossimo affidati al caso, senza individuare su di una lista le persone più adatte ai nostri scopi. Avere come interlocutore un italiano convertito all’Islam presenta alcuni vantaggi, come una maggiore disponibilità all’incontro, o l’assenza di fraintendimenti linguistici e culturali. Non di minor importanza è anche il fatto, di dialogare con un musulmano “illuminato”, ovvero culturalmente aperto alla modernità. Ciò rende indubbiamente il confronto più facile, anche se lo priva di quel retroterra culturale islamico che avrebbe reso l’esperienza più genuina, più interreligiosa e al contempo più interculturale.

-         Buddismo: in questo caso la scelta dell’interlocutore è stata più meditata, in quanto di fronte ad un lista di comunità o di centri buddisti sparsi per l’Italia, abbiamo scelto la comunità La Stella del Mattino – laboratorio di dialogo Vangelo e Zen di Galgagnano (Lodi). Ci ha spinto soprattutto la possibilità di trascorrere qualche giorno con persone già avviate nell’esperienza di dialogo interreligioso, in modo da attingere nuovi spunti sia da cristiani, che da buddisti. La comunità è guidata dal missionario saveriano L.Mazzocchi, che annovera un’esperienza da missionario in Giappone quasi ventennale (dal 1963 fino agli anni ’80). La comunità si distingue per un buddismo Zen, nella versione giapponese fondata da E.Doghen nel XIII secolo, e si segnala anche per l’importante contributo culturale e filologico che da anni stanno portando avanti, nella traduzione di antichi testi giapponesi di E.Doghen dall’elevato livello spirituale e, detto tra virgolette, “filosofico”. Come nel caso dell’Islam, anche qui la medesima radice culturale tra i dialoganti offre vantaggi (comunicativi e di categorie interpretative), e il grosso svantaggio di attenuare l’impatto col diverso. Sempre a Galgagnano abbiamo dialogato con G.Jiso Forzani, monaco zen che dal 1979 al 1987 ha vissuto nel monastero Antaiji in Giappone (uno dei centri più importanti del buddismo giapponese), e oggi è Missionario dello Zen Soto in Italia, traduttore assieme a L.Mazzocchi  e autore di commenti ai testi che spiccano per genialità e sensibilità.

-       GLI INCONTRI:

Dobbiamo innanzi tutto premettere che la presenza del prof.Soravia all’Università di Bologna ha permesso una maggiore facilità di incontro, mentre la distanza geografica ha ridotto le possibilità di dialogo con la comunità di Galgagnano.  Pertanto con il primo abbiamo avuto 6 incontri diluiti nell’arco di due mesi (20 marzo – 22 maggio) , della durata media di 1 ora e mezza l’uno, e con la seconda un unico incontro della durata di tre giorni, dal lunedì 13 maggio al mercoledì 15.

- ISLAM:

Trattandosi della prima esperienza, la preparazione degli incontri ha richiesto un po’ di tempo per raffinarsi. Abbiamo ritenuto utile cominciare dalla teologia islamica, a proposito della quale ci siamo documentati su un breve ma puntuale capitolo di un lavoro del Bausani [5] . A partire da quella lettura abbiamo formulato alcune domande di carattere esclusivamente teologico, segnate in un apposito “diario di bordo”, le quali hanno animato la prima seduta. Il dialogo è stato interamente registrato, successivamente riportato integralmente a computer e infine stampato. La preparazione dei successivi incontri teneva conto delle riflessioni maturate dalla lettura del dialogo precedente, e dalle letture che di volta in volta il docente mi consigliava per approfondire un certo aspetto della religione islamica. Ogni conversazione successiva ha subìto lo stesso trattamento: registrazione, battitura integrale a computer, stampa e rilettura. Non è mai stata consegnata una copia al prof.Soravia, per permettergli di prepararsi all’incontro successivo. Gli argomenti dei dialoghi seguenti si sono progressivamente allontanati dalla teologia, per toccare anche l’attualità, i costumi religiosi musulmani, e, aspetto più importante, il personale cammino religioso di Soravia, segno del maturarsi di una reciproca fiducia. Tra una “seduta” e l’altra, inoltre, veniva svolta la parte più significativa della ricerca: sul medesimo “diario di bordo” venivano registrati tutti gli stati d’animo e tutte le riflessioni che ogni incontro provocava; normalmente seguivano al dialogo commenti a caldo, e uno o due giorni dopo commenti a freddo, stimolati dalla fermentazione degli spunti ricevuti direttamente dal docente, e dalla rilettura della conversazione. Generalmente però le osservazioni sul mio Io erano del tutto intuitive, e in quanto tali improvvise; molte considerazioni sono emerse al di fuori della programmazione pre- e post- incontro: era necessario quindi avere sempre a disposizione il “diario”, per prendere al volo tutto quanto potesse risultare utile per la ricerca. Non è forse fuori luogo ribadire che questa è la parte più importante del lavoro, sulla quale si basano le riflessioni che troveremo più avanti, e per la quale è necessaria la fiducia che all’inizio abbiamo chiesto.

- BUDDISMO:

la preparazione in questo caso doveva essere diversa, perché non ci sarebbero stati incontri successivi chiarificatori e di approfondimento: tutto andava concentrato in quei tre giorni. La preparazione a casa fu fatta su saggi introduttivi al buddismo, indicati dal prof. Pasqualotto [6] o direttamente dal direttore della comunità Stella del Mattino L. Mazzocchi [7] .  Anche in questo caso sono state formulate innanzi tutto domande di tipo teologico, seguite da curiosità personali su usi e costumi religiosi orientali. Al momento del mio arrivo in comunità sono rimasto un po’ perplesso nel constatare che il monaco buddista Jiso Forzani non vi abitava, e che avrei avuto solo poco tempo per dialogare con lui, visti i suoi impegni. Ho pensato allora di buttarmi tutto su L. Mazzocchi, cercando di sfruttare interamente il poco tempo a disposizione. Il mio impeto è stato però immediatamente smorzato dal fare moderato del saveriano, che, quasi seguendo un approccio orientale, [8] ha atteso che mi calassi nell’atmosfera e nello stile di vita della sua comunità. Già alla sera prima di coricarmi, però, compresi che il dialogo questa volta sarebbe stato non con una persona, ma principalmente con la prassi, con lo ZaZen. ZaZen è il cuore della predicazione del maestro giapponese E.Doghen, mirata a ripristinare la genuinità del messaggio di Buddha, rovinato dai secolari interessi di casta e da controversie dottrinali. [9]   La chiave per la Via all’Illuminazione è lo stare seduti, nella nota posizione del Loto (o Mezzo Loto), in silenzio davanti ad un muro bianco, per vivere lo scorrimento del Tutto nel Tutto, il Divenire dell’Essere. Il mio dialogo interreligioso, per quei giorni, ebbe come principale interlocutore proprio quella postura, la mattina all’alba (dalle ore 6 alle 6:30), e al tardo pomeriggio (dalle 18 alle 18:45 circa).  Il resto della giornata era diviso essenzialmente tra studio (il resto della mattinata) e lavoro manuale nell’orto (nel primo pomeriggio). Mazzocchi dialogò con me un’oretta durante il pomeriggio del secondo giorno, mentre Jiso Forzani il mercoledì. Con entrambi la conversazione ben presto andò a ruota libera, scavalcando la scaletta di domande che a casa avevo preparato, spaziando dalla teologia cristiana in rapporto allo ZaZen, all’Io impegnato nel cammino religioso. Purtroppo solamente con Forzani abbiamo utilizzato il registratore. Al ritorno fu poi seguita la solita prassi, ovvero trascrizione a computer, stampa, riflessione, ecc.

-         CRISTIANESIMO:

Già dopo il primo incontro con il prof.Soravia abbiamo sentito la necessità di individuare una nuova figura, che chiarisse i dubbi mossi, attraverso il dialogo, alla nostra Fede. Abbiamo così contattato il dehoniano P.Duci, attualmente docente di Teologia Sistematica presso lo Studio Teologico Antoniano di Bologna, con il quale abbiamo tenuto 4 incontri per un ammontare circa di 7 ore, anch’essi registrati. Pure in questo caso la metodologia seguita per la preparazione degli incontri è stata la medesima, con una fase preparatoria di stesura delle domande, il confronto, la battitura e la riflessione.

Concludiamo la descrizione della metodologia seguita aggiungendo solamente che la riflessione personale, registrata nel “diario di bordo”, è proseguita anche dopo l’esperienza del dialogo. L’ultima “confessione” è datata al 19 luglio, a mò di conclusione di tutto il tirocinio. Durante le settimane tra la fine di maggio e luglio abbiamo volutamente lasciato fermentare quanto vissuto nei mesi precedenti, al fine di analizzare con maggiore lucidità e serenità, con maggiore distacco, l’intero percorso esistenziale vissuto. Alcune letture di quel periodo hanno permesso di focalizzare meglio aspetti importanti – e gli stimoli provocati sono stati opportunamente trascritti; il silenzio interiore di quei giorni pertanto ha fatto maturare certe consapevolezze e certe conclusioni, che sono servite da supporto a quanto desideriamo sostenere nella seconda parte del presente lavoro.

LE FASI DIALOGICHE

Dall’analisi delle registrazioni a computer degli incontri (che d’ora in avanti chiameremo per comodità “fascicoli”) e del “diario di bordo”, possiamo rilevare, nell’approccio dialogico del sottoscritto, i lineamenti di un percorso. E’ ben visibile infatti un’evoluzione positiva, che, partendo dalla divisione del campo in due zone contrapposte e in lotta tra loro per la difesa del Bene contro il Male, giunge alla sincera simpatia e alla consapevolezza della legittimità e pari dignità della verità altrui.

Il primo incontro con il prof. Soravia infatti mostra da parte mia il desiderio di contrapporre alle sue spiegazioni sull’Islam la superiorità del cristianesimo, rilevando impulsivamente che fatti negativi della storia musulmana non si sono verificati nell’Europa cristiana. Questi stimoli, per certo impulsivamente provocati da un approccio presuntuoso, non sono stati mai esternati, in quanto quelle critiche venivano subito dopo girate alla mia cultura d’appartenenza, e immediatamente venivano alla coscienza eventi simili che la nostra storia ha conosciuto. 

In quel caso la questione ruotava attorno ai dogmatismi e alla rigidità interpretativa che ad un certo punto della storia islamica si sono verificati; immediatamente mi è venuto da pensare alla varietà intellettuale che ha caratterizzato la teologia e filosofia occidentale, e un istante dopo invece ho recuperato alla mia coscienza le chiusure e i crimini con i quali l’Inquisizione, ma non solo, si pensi alle Crociate, ha macchiato indelebilmente il nostro passato.

Quando poi, sempre durante il primo incontro, si è accennato alla figura di Gesù, a proposito della quale il professore ha con molta sicurezza detto

Ma chi è Gesù? Gesù è un uomo, che trasmette attraverso un libro, che è il Vangelo, cosiddetto, ma non è il vangelo storico, non è il vangelo come noi lo possediamo, con i quattro evangeli di Matteo, Marco, Luca e Giovanni. Questi sono stati decisi dagli uomini, fissati graficamente, senza dubbio libri molto ispirati, molto vicini a quello che è il modo di trasmettere valori all’uomo da Dio, ma non sono la Parola di Dio, sono frutto di una elaborazione umana…non ci interessano i miracoli, il miracolo della resurrezione, non ci interessano questo tipo di dimensioni, ma ci interessa semplicemente distaccarsi, segnalarsi per essere coloro che non credono in questo principio della salvezza dell’uomo attraverso Cristo. [10]

Ecco, di fronte alla sicurezza di quelle affermazioni non nego di aver provato un cenno di stizza, un certo risentimento e desiderio di bollare quelle frasi come grandi amenità.  Anzi, il mio commento sul fascicolo mostra stupore, stizza, e un aver accusato quel colpo che ha liquidato in un baleno una verità esistenziale da sempre assoluta e indiscussa. Non ho risposto nulla a Soravia, in quanto la risurrezione era un dato della mia fede talmente scontato, che sul momento, ma anche nei giorni successivi, non riuscivo nemmeno a esplicitare che cosa di quelle parole mi indisponesse, e quali argomentazioni potessi avanzare per smentirle. Tutto ciò richiama le affermazioni di Remotti a proposito della cultura d’appartenenza, secondo lui talmente determinante nella formazione dell’Identità, da risultare implicita e spesso non esplicitabile dagli stessi soggetti appartenenti a quella cultura. [11]

Certamente è da attribuirsi a quelle parole e a quel preciso momento l’inizio della crisi cui andrà incontro il mio Io, in quanto quelle frecce centrarono esattamente l’obiettivo, ovvero smontarono in una frazione di secondo il cuore mai esplicitato, e dato sempre per scontato, della mia fede. [12]

Negli incontri successivi, per la precisione il secondo e il terzo, ho cercato ancora di mostrare al mio interlocutore la superiorità della mia fede rispetto alla sua, preparando domande dal sapore artificioso. Attraverso di esse tentavo di sottolineare le contraddizioni delle sue precedenti affermazioni, quasi tessendo dei tranelli. Al momento di rispondere, in realtà, l’intelletto e l’alta moralità di Soravia gli permettevano di aggirare gli ostacoli con grande abilità, stupendomi per l’acutezza delle sue intuizioni. Ma quel che più conta era la vergogna che mi cresceva dentro, nel riconoscere di aver tentato una sorta di doppio gioco, e di aver violato le regole del dialogo [13] nel tentativo di cooptare l’altro alla mia verità. Ma era, credo, un passaggio obbligato per poter sperimentare, e quindi correggere, la scorrettezza e la violenza che nascono dal desiderio di portare l’interlocutore verso la mia verità, di renderlo simile a me; fino a qualche decennio fa forse questo approccio poteva descrivere efficacemente alcuni tratti della metodologia missionaria occidentale preconciliare. 

Nei giorni tra un incontro e l’altro la documentazione e lo studio di questioni rimaste aperte durante il dialogo mi caricava di sicurezza, in quanto sentivo di poter sostenere la conversazione successiva in modo argomentato, e di avanzare spiegazioni, che inducessero il prof. Soravia ad ammettere la superiorità della mia verità. In realtà, il terzo incontro prese una piega tale, da soffocare rapidamente i miei calcoli, e sostituirli con una sana etica dialogica, attenta a rispettare l’esperienza religiosa altrui, ad apprezzarla con sincerità, a considerarla nella sua suprema dignità, e ad amarla in quanto Vita personale.

Durante il terzo incontro infatti Soravia mi lasciò entrare nel suo cammino religioso, rendendomi partecipe di confidenze “di fede” anche molto intime, le quali mi condussero dritto alle “sensazioni dialogiche” che vari giganti del dialogo hanno descritto: l’Ich-Du di Buber; oppure la potenza del volto di Lévinas; “l’interiore impulso di carità, che tende a farsi dono di carità” di Paolo VI; il Mysterium tremendum et fascinosum di Knitter, ecc. Nel rileggere, il giorno successivo, il fascicolo relativo al terzo incontro, così ho scritto:

Provo ora, nel leggere queste “confessioni”, come ho provato ieri, un forte sentimento di compassione [nel senso etimologico del termine], quel soffrire insieme la Vita, che è la NOSTRA DIGNITA’, la nostra BELLEZZA, che porta con sé sempre l’unicità di ciascuno. La sincerità della propria VITA, ecco, quella è la nostra DIGNITA’, un dovere di ricerca, ma anche un DIRITTO di risposta. [14]

Quell’incontro mutò radicalmente la coscienza del mio approccio, che con lui non fu più improntato alla conversione e alla cooptazione, ma segnato dal sincero rispetto, dalla com-passione, dall’impulso di carità descritto da Paolo VI.

Per gli ultimi tre incontri, infatti, provai una maggiore serenità sia nei giorni tra un incontro e l’altro, che durante il dialogo, nel senso che sempre più chiaramente distinguevo le due fedi, la sua e la mia, senza sovrapporle o forzare qualche fusione. Con una crescente lucidità riuscivo a discernere bellezze e limiti dei due approcci, vagliando, per quello che mi riguarda, ciò che poteva diventare significativo per la mia vita. Quella maggiore lucidità, segno del lento dissolversi della confusione delle settimane precedenti, mi permetteva anche di affrontare il dialogo con una maggiore consapevolezza delle distanze tra i nostri credo, e con una maggiore facilità nel difendere dialogicamente le mie posizioni.

Il 25 aprile, due giorni dopo il terzo incontro con Soravia, ho così commentato:

sento che sto ritornando più lucidamente a me stesso e alla mia fede cristiana, la mia “Identità” sta tornando in superficie, più chiara, più consapevole, e più in grado di sim-patire, di cogliere il Bello dell’altrui religione e della mia, e i loro limiti. [15]

Piano piano, cioè, l’esperienza teorica e intellettuale del tirocinio stava trasformando il mio Io, la mia “dialogicità”, e si stava traducendo in Vita, [16] permettendomi anche di cercare più attentamente il giusto equilibrio tra quanto dire e quanto tacere per non turbare la fede di Soravia, la giusta calma nel sostenere le proprie posizioni, e la lucidità necessaria per distinguere tra polemica e sana ricerca. Aumenta così sui fascicoli la frequenza dei miei interventi, generalmente improntati, più che a controbattere, a incalzare l’interlocutore con nuove e più dettagliate domande.

All’incirca le cose sono andate allo stesso modo nel dialogo con la “prassi”  buddista dello ZaZen; l’inizio infatti fu poco dialogico, diffidente e presuntuoso. Nel primo incontro di preghiera sono rimasto proprio imbarazzato da quella ritualità e gestualità così nuova, così lontana e diversa dalle nostre: l’inchino all’altarino posto al centro della stanza; il sedersi sul cuscino e l’inchino al muro bianco; il trovare la posizione giusta del Mezzo Loto. Ebbene, tutto questo mi faceva sorridere dentro di me, in quanto quei movimenti mi apparivano così “strani”! [17] Dopo qualche tempo di attesa, invece, l’esperienza diventava veramente dialogica, e il desiderio di sperimentare, di assaggiare la sua verità prendeva il posto del primo, forse fisiologico, imbarazzo. Le sedute successive, certamente semplificate dall’avere di fronte un modus orandi, e non il volto di una persona, mi hanno permesso di instaurare un dialogo sempre più stretto e intimo con lo ZaZen, che ha rivelato frutti del tutto inaspettati, l’esito dei quali ha contribuito a redigere la seconda parte di questa tesina.

In sintesi possiamo concludere che l’esperienza dialogica con il prof. Soravia e con lo ZaZen ha permesso di individuare il ripetersi di alcune fasi strutturali, che possiamo indicare come “fasi del dialogo”:

I – PRE-DIALOGO: è la fase precedente all’incontro, che deve essere motivata dalla sincera curiosità e apertura per l’altro, e dalla consapevolezza che il confronto ha la capacità di rimettere in discussione la mia  verità, le mie certezze, di mandarmi “in crisi”.

II – DIALOGO: ad un inizio poco dialogico, nel quale è dominante la presunzione di detenere il trofeo della Verità, subentra più o meno velocemente il ridimensionamento indotto dall’alterità, potenza che, purché affrontata con la sincera apertura indicata nel pre-dialogo,  mi abbaglia e confonde i miei riferimenti esistenziali.

III – POSTDIALOGO: crisi, ovvero rimessa in discussione, confusione, allontanamento dai riferimenti iniziali, cui segue una lenta esplicitazione delle domande.  Viene il momento allora di riprendersi dallo stallo iniziale, e di cominciare a documentarsi e a chiedere per capire; potremmo chiamarlo “momento dell’Aiuto”, poiché ci si mette in ricerca di spiegazioni, dai libri o da persone di fiducia.

IV – POST-POSTDIALOGO: è la fase del ritorno in superficie, dell’uscita, temporanea o definitiva, dal caos provocato dall’alterità. Lentamente il dialogo mostra i suoi frutti, e le riflessioni maturate diventano Vita.

L’IMPATTO SULL’IO: LE CRISI DI IDENTITA’

Il confronto dialogico ha agito in modo decisamente significativo sul mio Io, sulla mia Identità. E’ necessario ribadire, però, che l’azione esercitata dal dialogo è reale solamente se l’Io muove da una sincera curiosità per l’Altro; da una sincera apertura interiore, ovvero essere disposti a mettersi interamente in questione; e dalla coscienza della crisi cui certamente si va incontro.

Con queste consapevoli premesse [18] abbiamo affrontato il prof. Soravia e la prassi ZaZen, anche se abbiamo avuto bisogno di tempo e di esperienza, come abbiamo visto, per affinare le modalità di comportamento.

Il primo incontro con Soravia è stato decisivo, in quanto subito il centro della mia fede è stato liquidato come privo di interesse e di importanza. Abbiamo già accennato infatti a come il docente abbia affrontato la morte e risurrezione di Gesù, e proprio quella consapevolezza meditata ha fatto centro. E’ stato un po’ come quei colpi da KO per un pugile, che non mandano immediatamente al tappeto, ma sono talmente forti da bloccare e soffocare tutte le energie. Così è stato nei giorni successivi. L’aspetto singolare, comunque, era che per me da sempre era scontata l’essenzialità di quell’evento, e proprio quell’implicito dato da sempre per scontato non mi permetteva di capire quale fosse il problema, cosa fosse cioè a scuotermi in quel modo. Poi lentamente le questioni vennero in superficie; leggiamo sul “diario di bordo” del 30 marzo:

Crisi dal primo incontro con Soravia: perché la morte e resurrezione? Che significato ha la Pasqua? In particolare mi mette in discussione la sicurezza del “Gesù è un uomo”. Per chi la morte? Era proprio necessario? E perché? Perché tanti non lo conoscono, e lui è morto per tutti? A cosa si riduce il messaggio di Gesù? All’Amore? Alla Morte? Perché complicare così tanto? [19]

L’aver “rotto” il motore, l’aver cioè smontato così bruscamente il cuore della mia fede, ha mandato in crisi anche tutto ciò che le ruota attorno: ha senso avere “una fede”? Quale senso ha la Chiesa? Che significato ha la Messa? Che significato ha la preghiera di un cristiano rispetto a quella di un musulmano? Cosa vuol dire “credere in Dio” o in Allah?

Ecco qui allora un primo grande contributo che il dialogo offre all’Io: induce a esplicitare l’implicito della cultura d’appartenenza, quel dato per scontato che non avevo mai visto da un’angolatura diversa. Come non ringraziare Platone, allora, per aver spiegato tutto questo nei termini di “Essere” e “Non Essere”, nell’avere così sapientemente mostrato come l’Essere, senza il Diverso, non è, ovvero come ciò che si è non può essere, e pertanto non si esplicita coscientemente, senza l’Altro? [20] Senza l’Alterità, ovvero senza Soravia, non avrei esplicitato, non sarei divenuto cioè così cosciente di alcuni aspetti della mia fede, da non poter renderne veramente ragione.

Le settimane e i mesi successivi furono impegnati nella ricerca di valide risposte per quelle domande, attraverso letture mirate e incontri dialogici con credenti cristiani; è stato attraverso quei momenti, non previsti all’inizio del tirocinio, che lentamente ho compreso per esempio il significato dell’Ecclesia, e ho sentito una continuità tra le testimonianze dei primi cristiani (le catacombe, le chiese cristiane dell’alto medioevo, ecc.) e la mia esperienza. Ho cominciato a comprendere meglio, come abbiamo già notato in precedenza, le differenze tra le due religioni, tra i due diversi approcci alla Vita e alla Morte, alla Ragione e al Cuore, all’Amore.

Tutte queste lente prese di coscienza si alternavano però alle perplessità più profonde legate alla morte e risurrezione di Gesù, e non erano quindi sufficienti per ripristinare gli equilibri esistenziali precedenti al tirocinio. Ecco il perché allora di quell’evoluzione tra le varie sedute, che progressivamente mi rendeva capace di distinguere meglio le due religioni e di coglierne più chiaramente limiti e bellezze, ma nel contempo l’incapacità di riaccendere il motore. Ciò si traduceva in compresenza di nebbia e luce a livello personale, e in crescente com-passione per il sincero cammino religioso del professore. Alla fine di ogni incontro uscivo dal suo studio provando un forte senso di gioia interiore e di gratitudine per essere stato ammesso nel percorso esistenziale di Soravia, per gli stimoli che mi sollecitava e per i dubbi che mi muoveva. Lentamente cominciavo a capire quanto l’esperienza di fede sia un tempio nel quale entrare, solamente se ammessi, in punta di piedi. Sentivo quanto l’esperienza di fede sia un fatto individuale, non nel senso che non ha legami “religiosi”, di comunità; ma nel senso che l’ufficialità della religione viene filtrata da ciascuno nel proprio intimo, contribuendo ad arricchirla con la propria originalità e unicità. Cominciavo così a sentire la Vita che vive l’esperienza di fede, che anima i dubbi, le certezze, le fatiche e i salti che vengono vissuti…in una parola, la nostra dignità di persone. Tutti segni del lento passaggio dall’intendere la propria esperienza di fede come superiore a quella altrui, alla sim-patia, al soffrire insieme all’altro le fatiche del cammino religioso. Dalla con-cezione dell’Altro (dal latino cum-capere, concepire, prendere con il cappio, imprigionare) all’elevazione di lui, attraverso il dialogo, a Tempio di Vita.

Il dialogo pertanto è risultato essere un efficace strumento di esplicitazione e conoscenza del proprio Essere, inteso sia come Personalità, che come soggetto appartenente ad una certa Cultura. Il 13 aprile, sul “diario di bordo” ho scritto a proposito del dialogo:

il dialogo mi permette di andare alla radice dell’Io, di conoscerlo e esplicitarlo attraverso le crisi che porta con sé il confronto sincero con il diverso.

Forse è il tentativo di rispondere all’impellente domanda:

“chi sono io?”

o forse:

“cosa sono io?” [21]

Ringraziamo ancora una volta la genialità di Platone, che ci ha fornito le parole e le argomentazioni più efficaci per suggerirci come procedere nella conoscenza di noi stessi e del reale: l’Essere attraverso il Non Essere, cioè il Diverso, meglio ancora l’Altro. Scopro chi sono, scopro il mio Io, attraverso la relazione dialogica, attraverso l’Altro.

Terminati gli incontri, abbiamo lasciato “fermentare” le sollecitazioni cui ci eravamo sottoposti, approfittando, nel frattempo, di nuove letture e incontri. Il presente lavoro è una sorta di conclusione dell’esperienza dialogica, attraverso il quale riordinare e chiarire quell’Essere che il Non Essere, cioè l’Altro, ha messo in luce.

IMPRESSIONI PERSONALI SULL’APPROCCIO DIALOGICO:

L’esperienza del tirocinio ha raffinato la mia capacità di riconoscere abbastanza facilmente Altri dotati di un approccio dialogico, distinguendoli con un certo margine di sicurezza da coloro che di fronte all’Altro si mostrano chiusi e poco interessati (Non-dialogici o Anti-dialogici). E’ diventato relativamente semplice individuare nel prossimo interesse, curiosità, volontà di rimettersi in questione.  Riteniamo che un decisivo indice di “dialogicità” sia la domanda, la via maestra nell’aprire sé stessi all’Altro. E’ molto simile alla dialettica socratico-platonica, e sottende il desiderio di attingere alla ricchezza dell’Altro per correggere le proprie imperfezioni, le proprie presunzioni e falsità. Purtroppo abbiamo la sensazione che la vita quotidiana sia per lo più segnata da persone poco dialogiche, sia nelle proprie convinzioni, che nel modo di relazionarsi. Probabilmente la descrizione offerta da Platone nell’Apologia di Socrate fornisce brevi ma sontuosi schizzi di quanto andiamo sostenendo: il politico, il poeta, l’artista ben raffigurano, in rapporto a Socrate, quanto intendiamo. [22]

Per dovere di ricerca dobbiamo segnalare allora che l’esperienza di dialogo interreligioso con il prof. Soravia è stata squilibrata, nel senso che da parte sua non mi è mai stata rivolta una domanda; ho avuto l’impressione che gli incontri fossero un po’ come un’intervista, nel senso che io facevo domande, e lui forniva risposte. Questo è stato forse il principale fattore che ha accelerato il concludersi degli incontri: il dialogo ha per protagonisti due soggetti che domandano e rispondono; se uno dei due cessa di contribuire, la relazione piano piano si spegne. Senza un reciproco contributo la novità fisiologica della relazione si affievolisce, restiamo dentro quei confini (Grenze) oltre i quali non si va…e lì finisce il cammino. [23]



[1] P.Rossano, Dialogo e annuncio cristiano, Milano, 1993, p.86-87.

[2] P.F.Knitter, Una terra molte religioni, Assisi, 1998, p.34. In questa breve lista non possiamo omettere certamente il dialogo intra-religioso di R.Panikkar, in Il dialogo intra-religioso, Padova, 1988.

[3] Non vogliamo entrare nel dibattito tuttora in corso sul buddismo come religione o come filosofia.

[4] Ricordiamo per esempio la ricerca da lui curata sull’Islam nei Media italiani, L’immagine dell’Islam nei media italiani, dalla “Commissione per le politiche di integrazione per gli immigrati, Presidenza del Consiglio dei Ministri, Roma 2000”, Working paper n°7.

[5] A.Bausani, L’Islam, Milano, 1999, pagg.15-36.

[6] Per esempio D.Keown, Buddismo, Torino, 1999; G.Pasqualotto, Introduzione al Buddhismo, scaricabile dal sito www.divenire.com ; Zhuang-Zi, Milano, 2001; H. De Lubac, Aspetti del buddismo, Milano, 1980.

[7] E.Doghen, Il cammino religioso (Bendowa), Genova, 1990.

[8] In quell’approccio mi è parso di vivere le modalità di  relazione tra maestro e discepoli che E.Doghen per esempio descrive nei suoi pellegrinaggi tra i vari monasteri.

[9] Per approfondimenti sullo ZaZen di Doghen vedi per es. E.Doghen, Il cammino religioso, cit.;  E.Doghen, Divenire l’essere, Bologna, 1997; E.Doghen, La cucina scuola della via, Bologna, 1998.

[10] Fascicolo n°1, Incontro del 20 marzo 2002, pag.3.

[11] Remotti, Contro l’Identità, Roma-Bari, 1996.

[12] Degli stimoli e delle crisi cui il sottoscritto andrà incontro tratteremo nel prossimo paragrafo.

[13] P.Rossano, nel descrivere l’approccio dialogico, parla esplicitamente di deontologia del dialogo, indicando come sentimento contrario proprio la “captazione astuta e subdola”, in P.Rossano, cit., pag.17.

[14] Fascicolo n°3, Incontro del 17 aprile 2002, pag.5.

[15] Fascicolo n°4, Incontro del 23 aprile 2002, pag.3.

[16] Per comprendere a fondo il senso di questa affermazione, riteniamo utile precisare che essa si inserisce all’interno del carisma filosofico nietzschiano, secondo il quale la Cultura deve essere “un’unanimità di vivere, pensare, apparire, volere” , in Sull’utilità e il danno della storia per la vita, Milano, 1992pag.99.

[17] Nel “diario di bordo” si può leggere: “ammetto che la prima volta, prima di cena, che abbiamo fatto ZaZen, sono stato poco dialogico, e molto imbarazzato da quella ritualità e gestualità. Mi scappava anche da ridere. Poi gradualmente si è riaffermato il rispetto verso l’Alterità, la dialogicità, la tensione ad accogliere la Verità altrui non da rifiutare pregiudizialmente, ma da sperimentare concretamente con la massima partecipazione” , in “Diario di bordo”, commento del 13 maggio 2002.

[18] Rimandiamo per ulteriori dettagli sull’etica dialogica a P.Rossano, Dialogo e annuncio cristiano, Milano, 1993.

[19] “Diario di bordo”, 30 marzo 2002.

[20] Platone, Il Sofista.

[21] Diario di bordo, 13 aprile 2002.

[22] Si veda  Platone, Apologia di Socrate, 21b e segg.

[23] Il Grenze, il confine, è l’atteggiamento dell’Io che separa, distingue, delimita e riduce l’Altro a mia idea (Reich des Es). Quando questo approccio è dominante su quello contrario (Reich des Du), nel quale c’è accoglienza senza pregiudizi, curiosità, voglia di novità, si arriva inevitabilmente al limite invalicabile che pone fine all’incontro (Begegnung). Si veda M.Buber, Ich und Du, Stuttgart, 2001.