Università
degli Studi di Padova
Facoltà di Lettere e Filosofia
Master in Studi Interculturali
a. a. 2002/2003
Tesina di stage (versione ridotta)
Il tempo del lavoro e del culto dei musulmani
Risultati di una ricerca effettuata nell' ambito dello stage condotto presso l' Osservatorio delle Immigrazioni del Comune, della Provincia e della Prefettura UTG di Bologna
Premessa
Il presente lavoro vuole approfondire alcuni aspetti del rapporto tra gli obblighi di culto prescritti dalla religione islamica e la dimensione lavorativa in Italia, con particolare attenzione alla provincia di Bologna e, con alcune digressioni comparative con gli altri Paesi europei in merito al trattamento giuridico delle minoranze musulmane.
A livello preliminare si può rilevare che la popolazione musulmana in Italia è costituita da circa 700000 persone di cui solo una minima parte è in possesso della cittadinanza italiana; la maggior parte appartiene al gruppo degli immigrati regolari , cioè in possesso di un valido permesso di soggiorno, mentre quasi 1/7, stando alle stime dell' Open Society Institute, è in posizione irregolare .
I fatti dell' 11 settembre, alcuni stereotipi e semplificazioni mass mediatici, nonché la condotta politica di alcuni “imprenditori politici della paura” [1] e esponenti cattolici tendono a creare un clima poco favorevole all' affermazione dei diritti delle minoranze musulmane in Italia.
In ambito più strettamente lavorativo, gli stranieri di fede musulmana alla pari di molti immigrati di altro profilo religioso hanno registrato difficoltà nell' assunzione nel pubblico impiego proprio per la mancanza della cittadinanza italiana come requisito necessario, all' avvio di una propria attività commerciale dato che gli immigrati musulmani erano tenuti a provare che il loro paese d' origine prevedesse un' uguale possibilità per i cittadini italiani e una certa problematicità nel regolarizzare la propria posizione di lavoro per le “convenienze nascoste” [2] a favore del sistema imprenditoriale.
1. L' Intesa come strumento di regolazione giuridica del fatto religioso e le sue difficoltà
Riguardo all' adempimento delle pratiche di culto prescritte dalla religione islamica sul posto di lavoro, è preliminarmente opportuno sottolineare che questi aspetti potrebbero essere affrontati organicamente soltanto per mezzo di un' intesa tra lo Stato italiano e una rappresentanza della comunità musulmana in Italia che attualmente non esiste.
In diverse regioni però i lavoratori musulmani sono riusciti a stipulare con i propri datori di lavoro contratti collettivi finalizzati a consentire a loro di osservare i propri riti e le proprie festività religiose (si pensi ad esempio al Contratto Provinciale dei lavoratori agricoli e florovivaisti della provincia di Ragusa decorrente fino al 31 dicembre del 2003 che permette l'osservanza di alcune festività religiose musulmane, in particolare il Ramadan.Recita testualmente l' art. 8 riguardante i Permessi straordinari per motivi religiosi : “E' possibile, a richiesta degli interessati stipulare accordi aziendali che tengano conto delle festività per i lavoratori di cultura araba con particolare riferimento al Ramadan.
Le imprese, a richiesta di detti lavoratori, rilasciano la dichiarazione per il rinnovo dei permessi di soggiorno. E' auspicabile che in sede aziendale ove se ne ravvisi la necessità o l' opportunità, si individuino modalità per garantire l' informazione in più lingue e vengano previsti delegati extracomunitari”).
Le maggiori comunità islamiche del nostro paese che hanno presentato delle proposte di intesa sono state rispettivamente l' UCOII (Unione delle Comunità e Organizzazioni Islamiche in Italia), la COREIS (Comunità Religiosa Islamica) e l' AMI (Associazione Musulmani in Italia) mentre il Centro Culturale Islamico di Roma gestito dalle ambasciate dei paesi stranieri ha inviato nel 1993 una lettera ufficiale allo Stato italiano.
Dal loro esame sono emerse soprattutto le seguenti richieste:
· avere il venerdì come giorno di vacanza (mentre per la religione islamica è soltanto giorno della preghiera comunitaria in moschea la quale non andrebbe più di tanto ad intaccare i ritmi lavorativi aziendali).
· consentire di svolgere la pratica rituale della preghiera ( Salat) negli orari tradizionali prescritti, in ambiente riservato e adatto, sia in uffici pubblici sia in ambito privato.
· consentire una riduzione dell' orario di lavoro in coincidenza con il Ramadan per consentire il pasto rituale che come è noto non può essere effettuato dall' alba fino al tramonto.
· il diritto di chiedere ferie per partecipare al Pellegrinaggio alla Mecca ( Hajj )o ad altre importanti festività islamiche come quella per la rottura del digiuno di Ramadan ('id al-fitr ) o quella in ricordo del sacrificio di Abramo ('id al-kabir ).
La mancanza di una bozza d' intesa unitaria può essere dovuta quasi sicuramente all' assenza di una rappresentanza unitaria e veramente rappresentativa della popolazione musulmana. Il tentativo da parte del Consiglio Islamico d' Italia di presentare una bozza comune è naufragato nel marzo 2001 per contrasti tra le associazioni che lo componevano (l' UCOII, la sezione italiana della Lega Musulmana Mondiale e il Centro Culturale Islamico, con esclusione della COREIS e dell' AMI).iI punti di maggior dissenso sembrano essere stati quelli riguardanti la sepoltura secondo il rito islamico e l' 8 per mille da destinare ai ministri del culto musulmano.
A cambiare i contorni del panorama è venuta, all' inizio di quest' anno, la proposta avanzata dal Ministro dell' Interno Pisanu di un patto con l' Islam moderato, di difficile identificazione, possibile soltanto tramite l' isolamento delle cellule terroristiche presenti in alcune moschee italiane.
Le reazioni sono state molteplici: dalla favorevole accoglienza alla diffidenza nei confronti delle istituzioni che a detta di alcuni esponenti nel mondo musulmano - per non ammettere la propria mancanza di disponibilità al dialogo scaricherebbero responsabilità proprie dello Stato sulla mancanza di rappresentatività unitaria da parte delle associazioni islamiche in Italia.
2. L' Intesa: confronti internazionali
Anche in Francia si è verificata una simile mancanza di rappresentanza unitaria, cosa che ha spronato fin dal 1989 il Ministero degli Interni a cercare di arrivare alla costituzione di una consulta formata dalle maggiori organizzazioni islamiche.
Dopo il fallimento del CORIF (Conseuil de rèflection sur l' Islam en France) giudicato scarsamente rappresentativo dal rettore della Moschea di Parigi, Chevènement, ministro dell' interno e dei culti del governo Jospin, iniziò un percorso che l' attuale ministro Sarkozy è in procinto di concludere, volto a creare il CFCM (Consiglio Francese del Culto Musulmano) facendo sottoscrivere un protocollo d' intesa alle maggiori comunità islamiche in Francia: rispettivamente l' UOIF (Unione delle Organizzazioni Islamiche di Francia) e la FNMF (Federazione Nazionale dei Musulmani in Francia).
La formazione del CFCM, la cui presidenza è stata affidata al rettore della Moschea di Parigi, ha destato e ancora desta varie perplessità, da un lato per l' intromissione da parte dello Stato Francese su affari di culto interni (violando così la dimensione di laicità tipica della Francia) e dall' altra per il fatto che una consistente quota dei musulmani francesi, grazie allo jus soli, ha la cittadinanza a tutti gli effetti e quindi non dovrebbe avere una rappresentanza separata dai tradizionali canali di intervento sociale e partecipazione politica.
E' utile chiedersi se quello di Sarkozy non sia stato un tentativo di controllo da parte dello Stato sulle comunità islamiche, nel tentativo di arginare l' influenza di paesi terzi e possibili inquinamenti terroristici:del resto sembrano andare in questa direzione anche i vari tentativi di formazione di istituti per la formazione di imam
(si veda l' istituzione dell' Ecole nazionale des hautes ètudes sur l' Islam da parte dei Chevènement nel 1999) che niente abbiano a che fare con quelli stranieri appartenenti alle moschee metropolitane, finanziate e controllate dagli stati di riferimento.
La formazione del CFCM in Francia con tutto lo strascico di polemiche che si è portato addosso dovrebbe insegnare che non sempre può essere giusto imporre a tutti i costi un modello di rappresentatività democratica per cooptazione, basato su regole non condivise dalle parti in causa.
Come modello teorico sembra invece fornire un buon esempio, nell' opinione di chi scrive, l' Acuerdo, ovvero un' intesa di tipo concordatario tra Stato e una federazione di comunità musulmane in Spagna siglata nel 1992. Qui l' interlocutore islamico plurale ha subito un processo di rafforzamento federativo interno concomitante a quello di istituzionalizzazione per via interna anche se però forti divergenze ideologiche hanno bloccato di fatto la maggior parte delle disposizioni contenute nello stesso Acuerdo .
Ciò che è avvenuto in Spagna è avvenuti in Italia anche per altre religioni che del resto prima di dover negoziare l' intesa non disponevano di un organismo rappresentativo comune.
Sul piano giuridico in Italia non sembrano esserci ostacoli all' approvazione dell' intesa con la confessione islamica, i problemi più gravi sembrano però essere rappresentati da:
· la mancanza di coincidenza tra gli interessi dei paesi stranieri rappresentati in Italia dalle rispettive ambasciate in seno al Centro Culturale Islamico di Roma e quelli degli immigrati che da tali paesi provengono.
· Il sospetto da parte delle istituzioni, avvalorato da alcune dichiarazioni inquietanti di taluni esponenti “moderati” che gettano discredito sulle più importanti comunità rappresentative islamiche in Italia, secondo cui dietro queste ultime si celerebbero importanti organizzazioni terroristiche internazionali con la precisa volontà di creare reti di controllo nella nostra penisola.
· La rappresentazione mediatica dell' Islam, che alimenta timori su temi spesso nemmeno contemplati nelle bozze d' intesa (come la poligamia), o l' importazione di problemi che riguardano tradizioni locali poco o nulla connesse con l' Islam come fatto religioso e con le aree da cui proviene la maggioranza degli immigrati musulmani in Italia (come l' infibulazione).
Una alternativa di sistema all' Intesa può essere la legge sulle libertà religiose attualmente in discussione al Parlamento, la quale potrebbe garantire quelle manifestazioni fondamentali dei diritti religiosi di tutti, cittadini e residenti, che non hanno bisogno dell' apparato giuridico di un' intesa. Ma il percorso per la sua approvazione sembra allo stato attuale estremamente accidentato, per resistenze interne alla maggioranza di governo.
3. Diritti religiosi e lavoro in Provincia di Bologna
L' ultima parte del presente lavoro espone i risultati di una breve ricerca sulla questione dei diritti religiosi della minoranza musulmana sui luoghi di lavoro in Provincia di Bologna.
La ricerca è stata svolta somministrando una breve intervista aperta ad alcuni rappresentanti di associazioni di categoria e imprese del bolognese, a referenti dell' Ufficio per i diritti degli stranieri della Cgil e della Cisl e ai referenti di alcune associazioni di cittadini provenienti da paesi islamici presenti sul territorio del Comune e della Provincia di Bologna, coinvolte nella tutela dei lavoratori musulmani.
La traccia di intervista verteva sul rapporto fra datori di lavoro locali e immigrati musulmani, sulla proiezione pubblica del fatto religioso nei luoghi di lavoro, sull' espressione e conciliazione dei bisogni religiosi sul luogo di lavoro e sulle prospettive future in materia.
Al termine del lavoro si è poi operata un' analisi delle diverse risposte per tracciare un quadro della situazione provinciale e capire se e come le peculiarità, i bisogni e le rappresentazioni dell' Islam immigrato interagiscano in ambito lavorativo con una società tendenzialmente laica, la quale è incline a scindere le espressioni religiose dal contesto statale e lavorativo.
Particolare attenzione, inoltre, è stata posta alla conflittualità e alla conciliabilità fra la libertà di espressione della fede e gli interessi economici che tanto informano le priorità della società contemporanea.
Dal punto di vista più strettamente operativo si sono volute illustrare le reali possibilità di pratica degli obblighi cultuali musulmani nell' ambito del contesto lavorativo bolognese per poi vedere se tra istituzioni e lavoratori esiste un rapporto di rispetto e tolleranza oppure di scarsa considerazione dovuta al fatto che tali obblighi non sono funzionali agli interessi delle aziende o ancora di trattamento differenzialista [3] che relega gli immigrati musulmani in spazi lontani dal luogo di lavoro.
L' aspetto più rilevante emerso dal colloquio con i referenti delle comunità islamiche bolognesi è la difficoltà nell' armonizzare le esigenze del culto musulmano con i meccanismi produttivi del mondo imprenditoriale bolognese. E' stato rilevato che i datori di lavoro disponibili ad accogliere le richieste di ordine religioso da parte dei dipendenti musulmani sono in numero assai ridotto: emblematico è il caso riportatoci come esempio significativo del licenziamento di un dipendente di ritorno dopo aver compiuto il Pellegrinaggio alla Mecca ( Hajj).
Diverse le segnalazioni di imprenditori che non danno alcun permesso di pregare ai dipendenti musulmani, nemmeno con ciclicità e tempi ridotti; alcuni però allestiscono locali appositi (perlopiù in prossimità della sala da mensa) per consentire di effettuare la Preghiera rituale quotidiana ( Salat ) e sono presenti anche casi di risposta alle esigenze alimentari dei lavoratori islamici con l' introduzione nelle mense di carne macellata ritualmente (halal).
Anche la concessione della partecipazione alla preghiera comunitaria del venerdì subisce forti restrizioni, così come è rara ma segnalata la riduzione dell' orario di lavoro durante il Ramadan per consentire ai dipendenti di compiere il pasto rituale.
Le interviste ai rappresentanti sindacali delineano invece un quadro a tinte meno fosche, con la citazione di esempi specifici, quali un accordo del '99, relativo al settore metalmeccanico, che accorda il prolungamento di un' ora della pausa mensa ai lavoratori non comunitari che intendono partecipare alla preghiera del venerdì presso una sala di preghiera in provincia.Tale accordo, infatti, recita:”Vista la richiesta da parte dei lavoratori non comunitari dipendenti dell' azienda *** di poter partecipare alla preghiera del venerdì presso la moschea di ***, tra l' azienda *** e la Cisl si conviene quanto segue:i lavoratori non comunitari che intendono partecipare alla preghiera del venerdì possono usufruire di un prolungamento dell' orario riguardante la pausa mensa che sarà dalle 12 alle 14 invece che dalle 12 alle 13.Tali ore verranno obbligatoriamente recuperate alla fine della giornata.Quindi per i lavoratori che il venerdì vadano presso la moschea di *** l' orario di lavoro di venerdì è dalle 8 alle 12 e dalle 14 alle 18”.
Esistono poi contratti collettivi, come quello dei metalmeccanici firmato il 7 maggio di quest' anno, che prevedono la possibilità di poter chiedere ferie e permessi per effettuare trasferte che consentano la partecipazione a festività islamiche .
Per quanto riguarda invece le associazioni datoriali, l' accento è stato posto sulla diversità tra le esigenze cultuali dei dipendenti musulmani e i ritmi produttivi delle aziende o imprese ed è stata anche sottolineata la difficoltà di comunicazione tra datori di lavoro donne, spiegata in base alla tradizione di subalternità delle figure femminili nei paesi d' origine.
Conseguentemente, i rappresentanti delle associazioni datoriali contattati hanno espresso apprezzamento per le politiche che si prefiggono di introdurre i dipendenti stranieri alle pratiche, caratteristiche e ruoli della cultura ospite.
Altri membri di associazioni datoriali, invece, parlano di un rapporto generalmente buono tra i loro iscritti e i dipendenti musulmani, evidenziando la disponibilità offerta nel concedere di praticare la preghiera quotidiana negli spazi disponibili, con una preferenza per la soluzione informale e caso per caso delle questioni sollevate, senza passare attraverso i vincoli della contrattazione collettiva.
Conclusioni
L' impressione finale è che, in mancanza di un' opportuna intesa a livello nazionale, in sede locale la strada per arrivare ad un dialogo permanente e tollerante sia ancora lunga e difficile, basata sul volontarismo e la buona volontà di alcuni, con una gestione del sistema piuttosto informale, frammentata ed episodica.
Una regolazione del sistema più codificata sembra rendersi opportuna in considerazione del fatto che in molti settori la manodopera straniera (e al suo interno la quota di lavoratori musulmani) è in crescita e sempre più necessaria: le rivendicazioni potrebbero quindi farsi man mano più pressanti ed esplicite nel quadro di una normalizzazione della presenza straniera e di una sua integrazione che dalla subordinazione occupazionale passi all' integrazione societaria.
[Note 1] Alcune forze in seno all' attuale maggioranza hanno fatto ricorso ad argomentazioni razziste e xenofobe.
[Note 2] Spesso i datori di lavoro assumono immigrati “in nero” per evitare gli alti costi del lavoro regolare,mentre gli immigrati spesso accettano tali condizioni per bisogno di una qualsiasi fonte di reddito.
[Note 3] Che considera l' altro da sé come elemento sostanzialmente estraneo alla propria identità.