Università
degli Studi di Padova
Facoltà di Lettere e Filosofia
Master in Studi Interculturali
a. a. 2002/2003
Tesina di approfondimento:
Identità culturale e alterità in Kilani e Geertz. Questioni problematiche
Davide Caldera
Relatore: Prof. G. Pasqualotto (Filosofia delle culture)
ABSTRACT
Si tratta
di una riflessione sul rapporto tra identità culturale e alterità secondo la
prospettiva di Mondher Kilani e Clifford Geertz.
Rifiutando la concezione dell' antropologia tipicamente descrittiva di Lèvi-Strauss
che occultava la storicità dell' osservatore, entrambi gli autori cercano di
stabilire una sorta di interconnessione con l' oggetto di ricerca. Kilani lo
fa attraverso una partecipazione attiva in prima persona dell' antropologo alle
vicende della comunità studiata, Geertz mediante l' interpretazione dei significati
dei simboli contenuti in una determinata cultura. Il risultato sarà quello di
empatia e comunione con la realtà e le persone incontrate sul campo da non intendersi
come struttura preesistente, bensì come un' entità che si manifesta proprio
durante la ricerca.
Kilani passa in rassegna le diverse tappe storiche da Colombo in poi che hanno
portato ad inventare l' alterità attribuendole dei tratti caratteristici tipici
di una concezione etnocentrica basata sulla superiorità del modello occidentale
sulle altre culture ritenute minori in base a criteri e paradigmi non sottoposti
a processi di problematizzazione e relativizzazione.
Si è anche trattato l' approccio di Geertz con le questioni connesse alla globalizzazione
e successivamente il rapporto tra etica protestante e spirito capitalistico
esistente nella coscienza di determinati paesi, Stati Uniti in primis, che si
va sempre più a contrapporre allo spirito pauperistico di alcune sette islamiche
come il wahhabismo diffuso soprattutto nell' Arabia Saudita.
Il risultato dell' imposizione del modello occidentale sarà quello della messa
in discussione delle identità dei vari paesi minacciati che non troveranno altre
armi per far sentire la loro presenza se non il terrorismo e il fondamentalismo.
Tale imposizione viene svolta anche durante i vari interventi bellici facendo
ricorso al concetto di universalità dei diritti umani : si pone quindi il problema
cruciale se questo possa avere o meno un fondamento assoluto tale da giustificare
ogni diritto di ingerenza.
Dopo aver constatato concretamente come nei vari interventi bellici in Bosnia,nella
guerra tra Iran e Iraq,nel Kosovo, in Afghanistan e in Iraq la questione dell'
universalità dei diritti umani sia stata impiegata come una sorta di paravento
per nascondere i veri interessi egemonici degli Stati Uniti, si sono esaminate
le proposte avanzate da Kilani e Geertz per il superamento del conflitto tra
le diverse culture cercando di capire quale sia più realizzabile sul piano concreto
e quale invece sia più utopica .
PARTE PRIMA: DUE MODELLI ANTROPOLOGICI A CONFRONTO
1. Introduzione: una premessa alla definizione di cultura in Kilani e Geertz.
Uno dei temi principali
della riflessione interculturale è il rapporto tra identità culturale e
alterità. Il presente contributo intende trattarlo dal punto di vista di
due noti antropologi: Mondher Kilani, di cultura e sensibilità francofona,
ma originario del Maghreb, e Clifford Geertz, statunitense e rappresentante
della cosiddetta Antropologia interpretativa .
Un punto in comune tra i due studiosi è dato dal netto rifiuto della concezione
di identità culturali intese come monadi incomunicabili e immodificabili
dato che le singole identità , come poi si è dimostrato nel tempo,si formano
attraverso il confronto con le altre identità.
La civiltà greca si era formata ad esempio mediante influssi micenei, cretesi,
fenici, egizi.Quella romana era stata formata da influssi etruschi, sanniti,
volsci e si era poi sviluppata grazie ai rapporti con svariate centinaia
di etnie sulle coste del Mediterraneo, in Asia Minore, in Spagna, in Gallia,
in Britannia. [1]
L' Islam, di cui gran parte della stampa occidentale enfatizza solo le forme
più eclatanti, nella sua storia - dalla Baghdad degli abbasidi alla Spagna
moresca, in cui cristianità, ebraismo e islamismo convissero dando origine
a straordinarie forme di meticciato culturale, dall' impero ottomano
all' India dei moghul - ci ha dato autentiche lezioni di pacifica convivenza
tra fedi diverse. [2]
L' identità americana è stata prodotta e ancora oggi è data da una molteplicità
di culture (europea, latino – americana, mediterranea, cinese) a dispetto
di quanti la ritengono entità autonoma con pretese di superiorità sulle
altre culture.
Fatta questa premessa viene da dire che il discorso antropologico non può
essere meramente descrittivo in quanto, come si è visto, la cultura non
è un qualcosa di originario, precostituito e immutabile, bensì un qualcosa
che nella sua mutevolezza si manifesta nel momento stesso in cui un ricercatore
cerca di scoprirla sul campo , luogo in cui viene compiuta la ricerca.
2. La polemica tra Kilani – Geertz e Lèvi-Strauss.
Su queste basi si innesta
la polemica tra Kilani – Geertz da una parte e Claude Lèvi-Strauss dall'
altra. Secondo quest' ultimo la vita sociale si fonda su una serie di segni
e regole fisse che indicano le strutture sulle quali una società
si regge. Le strutture simboliche hanno rapporti sempre uguali che non vengono
mutati dalle variazioni che si manifestano nelle società. E' una visione
della realtà umana dove viene abolita ogni considerazione storicista di
progresso e ogni valutazione su ciò che appare come primordiale e quello
che apparirebbe come evoluto. L' ordine vero e profondo delle cose si trova
unicamente sul piano dell' inconscio, sulla capacità da parte dello spirito
di organizzare le realtà attraverso i propri riferimenti spaziali e temporali.
Il fine dell' antropologia strutturalista, di cui Lèvi-Strauss è il padre,
è quello di redigere un repertorio di possibilità tramite le quali si compie
tale organizzazione e verificare i rapporti tra di esse. [3]
Secondo Kilani [4] il discorso antropologico è sempre, anche quando lo
si vuole meramente descrittivo, una traduzione dato che garantisce
il passaggio dalla cultura dell' altro a quella dell' osservatore e del
lettore. E' un movimento dinamico tra il dentro e il fuori, l' identico
e il diverso, la vicinanza e la lontananza dove la cultura, intesa come
insieme di simboli condivisi da una comunità di persone, viene tradotta
e interpretata (per dirla con Geertz) in un linguaggio transculturale.
Il concetto di identità culturale in Kilani non si esaurisce con
la pura e semplice indagine degli spazi inscritti nella storia degli attori
sociali ma comprende anche la temporalità che lega l' osservatore a ciò
che va registrando.
In altre parole le condizioni dello sguardo che si rivolge devono essere
concettualizzate e problematizzate dato che l' antropologo è storicamente
e culturalmente definito dalle domande che rivolge e dal modo in cui cerca
di comprendere il mondo allo stesso modo in cui le risposte date dagli informatori
risultano mediate a loro volta dalla loro cultura e dalla loro storia.
Antropologo e informatore sono impegnati così a stabilire una base di comune
comprensione e da tale incontro può scaturire una sorta di luogo intermediario
tra le due culture che rappresenta “un momento di pensiero interculturale”.
Quindi secondo Kilani non bisogna mascherare (come fa Lèvi-Strauss appellandosi
alla semplice referenzialità sul campo – “io ero là e mi accadde quella
tal cosa”- e illudendosi in tal modo di essere più oggettivo) ma mettere
in gioco l' appartenenza del ricercatore alla società globale, dove per
società globale si intende quella a cui appartiene l' antropologo
e che, per le sue caratteristiche e per i suoi valori, si trova in una posizione
storicamente e culturalmente dominante rispetto alla società o al gruppo
cui appartiene l' oggetto del discorso, assumendola come parte della ricerca,
per poi problematizzarne i condizionamenti.
Il risultato di ogni ricerca impostata in tal maniera sarà il frutto di
una negoziazione fra il proprio punto di vista e quello dei propri informatori.
Occorre però che gli antropologi non siano distaccati ma attuino la loro
comprensione partecipando ad atti comunicativi e facendo circolare informazioni
da un villaggio all' altro, alimentando così discussioni.
I risultati della ricerca dovranno essere tradotti in una monografia, un
testo da intendersi come espressione del sapere globale su una determinata
cultura.
3. La ricerca sul campo condotta da Geertz a Bali.
L' effetto d' insieme
si ottiene ricorrendo ad immagini ricavate dai racconti degli informatori
e viene ricostruito tramite sineddochi, singole parti che vengono poi collegate
all' insieme.
Un esempio ci viene fornito da un testo di Clifford Geertz che racconta
una sua esperienza vissuta durante il suo soggiorno a Bali: egli aveva assistito
con la moglie ad un' irruzione della polizia che mirava ad impedire lo svolgimento
dei combattimenti di galli, vietati dalle autorità indonesiane.
Gli abitanti del villaggio, avendoli visti fuggire dalla polizia, si avvicinarono
ai due antropologi e li ammisero nella loro cerchia.
La complicità stabilita da Geertz con i balinesi permise a lui non solo
di instaurare meglio una relazione sul campo ma anche di comprendere che
il combattimento dei galli era elemento distintivo della cultura balinese
intesa in tutta la sua accezione globale [5] .
Significativa è la sua ricerca sul campo condotta in questo paese la cui
vita viene vista come una sorta di spettacolo teatrale con tipi fissi che
indossavano delle vere e proprie maschere: ogni aspetto espressivo viene
stilizzato.
Geertz rileva puntualmente che il dramma da loro recitato non corrisponde
ad alcuna finzione dato che è esso stesso sostanza delle cose.
A Bali ogni aspetto intrinseco alla gerarchia e allo status viene
teatralizzato e prova di questo fatto è il sistema di attribuzione dei nomi
secondo l' ordine di nascita e la condizione sociale: Re,Nonna,Terzo
nato,Bramino … [6]
E' chiaro come l' antropologo statunitense si sforzi di interpretare questi
nomi simbolici tramite parametri costantemente problematizzati che possano
essere comprensibili per il lettore appartenente alla cultura globale.
Se non c' è infatti la concettualizzazione dell' ipotesi metodologica di
chi indaga si rischia di inventare l' altro ovvero di fornirne una rappresentazione
arbitraria, riduttiva e parziale.
4. L' invenzione dell' altro da Colombo in poi.
Nell' ambito del discorso
antropologico l' invenzione dell' altro iniziò all' epoca di Cristoforo
Colombo in cui le cose viste nel Nuovo Mondo furono rapportate alle cose
conosciute e sperimentate nel Vecchio Mondo.
Gli imponenti edifici degli incas e dei maya furono comparati alle piramidi
d' Egitto mentre i templi atzechi alle moschee ma con questo lavoro di comparazione
gli scopritori non fecero altro che inventare il Nuovo Mondo.
Dalla semplice visione si passa al problema dello scrivere e quindi del
dover riportare in forma più ufficiale il resoconto della propria esperienza.
Da questo punto di vista l' etnografia decide di adottare un tipo di scrittura
basato sull' osservazione e una ricerca di tipo empirico che permetta al
viaggiatore del sedicesimo secolo di proporsi come l' umanità di riferimento
che detiene il potere di nominare le altre società e di assegnare loro un
posto nelle diversità delle culture.
La monografia acquista così il potere di trasfigurare l' altro attribuendogli
una silhouette nobile o feroce, pacifica o guerriera, amabile o sgradevole.
Nel settecento il racconto da viaggio diventa una vera e propria inchiesta
etnografica in quanto i viaggi venivano commissionati dal potere politico
a scopo di colonizzazione.
Il viaggiatore viene spesso legato col filosofo in quanto non è sufficiente
osservare le cose, ma bisogna sapere come farlo e come metterle insieme.
Con l' ottocento la rappresentazione del buon selvaggio di Rousseau, che
considera lo stato di natura come il tempo di una società felice e lo stato
civilizzato come il risultato di una rapida degenerazione, viene ribaltata
da Pèron il quale conferisce al selvaggio le caratteristiche di debolezza
fisica e miseria intellettuale .
Scrive lo stesso Pèron, facendo intuire che l' Altro reale non corrisponde
più all' Altro immaginato: “Io vedevo con un piacere inesprimibile realizzarsi
quelle brillanti descrizioni della felicità e semplicità dello stato di
natura di cui avevo tante volte, nelle mie letture, gustato il deduttivo
fascino…Ero allora ben lontano dal sospettare tutta l' estensione delle
privazioni e delle miserie che un tale stato comporta” [7] .
Successivamente Pèron fa diventare il selvaggio un soggetto da esperimento
che può essere appreso e osservato solamente attraverso strumenti scientifici.
Quest' ultimo scende così dal piedistallo e viene così proclamata la superiorità
del civilizzato legittimandone in tal modo la missione civilizzatrice e
l' impresa coloniale.
Le differenze sociali e culturali venivano interpretate da Pèron attraverso
le misure comparate dei caratteri anatomici e dei regimi alimentari.
Tale antropologia fisica raggiungerà il suo apice con Philippe de Broca,
fondatore nel 1859 della Società d' antropologia di Parigi , che
classifica secondo una scala evolutiva e gerarchica le razze, le classi
sociali, le differenze tra uomo e donna, il bambino e l' adulto, il normale
e il patologico.
Tutto questo comportando uno sradicamento e una perdita di identità da parte
delle culture sottomesse in base a questa logica classificatoria che considera
il modello occidentale come l' unico portatore di verità e che pretende
di sopprimere tutti gli elementi differenziali in quanto non funzionali
e non rientranti nella forma dell' omologazione.
5. La ricerca sul campo condotta da Kilani in Papua – Nuova Guinea.
Nell' ambito della
sua ricerca condotta tra i melanesiani di Porapora in Papua - Nuova Guinea
[8] , Kilani si sofferma ad analizzare impietosamente
le visioni stereotipate dei bianchi riguardo i papua: uomini dalla pelle
scura la cui figura è simile a quella della scimmia, la cui religione è
rudimentale, la cui cosmologia è disordinata e il cui culto degli antenati
è una relazione contrattuale tra le parti per ottenere il benessere.
Il melanesiano viene visto costantemente legato ai suoi morti, talmente
ignorante da confondere i bianchi con i propri antenati.
Lo sguardo usato dagli europei è stato adeguato ai propri parametri culturali
vedendo nel melanesiano l' ultima traccia vivente di Cam, figlio di Noè,
maledetto da Jahvè. Le anomalie attribuite ai melanesiani, discendenti di
Cam, si pensava fossero dovute a Dio, tramite il richiamo arbitrario del
passo biblico in questione che veniva esteso a loro.
Per lungo tempo i bianchi sono stati divinizzati sia per il prestigio economico
che per il Cristianesimo anche se le chiese cristiane della Melanesia avevano
impartito un insegnamento mancante della trascendenza, orientato verso i
valori dell' individualismo e del lavoro, solo metodo per ottenere la redenzione.
Era un modo astuto per favorire lo sfruttamento e i malvagi colonizzatori:così
si sarebbero compiute le Sacre Scritture secondo cui Cam doveva diventare
schiavo di Jafet (da cui discenderanno gli europei) e Sem (da cui proverranno
gli asiatici).
Quando più tardi i melanesiani si accorsero che le missioni cristiane non
intercedevano in loro favore associarono Dio e Gesù ai loro eroi mentre
Adamo ed Eva, tradizionalmente associati alla sfera del peccato, furono
trasformati in eroi dei bianchi: questo processo di esclusione dei bianchi
dall' universo cosmologico dei papua aumentò fino al punto in cui i bianchi
furono percepiti sotto la forma di totale disastro e così anche gli idoli
conobbero il loro crepuscolo.
6. La ricerca sul campo condotta da Kilani attraverso le alpi del Vallese.
L' imposizione di un
modello culturale sugli altri in base ad una propria presunta superiorità
è quanto emerge da un' altra ricerca sul campo condotta da Kilani attraverso
le alpi del Vallese [9] .
In questa si pone l' accento su una particolare razza di vacche da combattimento:le
Hèrens.
In passato si sono sempre caratterizzate per forza e aggressività, attributi
tipicamente maschili e sono state circondate da ogni tipo di attenzione
da parte dei padroni.
Inoltre alimentando ogni tipo di discussione tra gli allevatori sulle qualità
delle bestie diventavano anche un pretesto per le relazioni sociali venendo
così a costituire una sorta di collante sociale ma anche un oggetto di conflitto.
Per il loro carattere combattivo venivano dati a loro nomi come Tigre, Leonessa,
Pantera e il fatto addirittura che i familiari non volessero mangiare la
carne della propria vacca era segno di come questa venisse considerata come
membro effettivo della famiglia.
Il combattimento tra le vacche conferiva onore all' allevatore e rappresentava
simbolicamente la lotta del montanaro contro le forze della natura e una
fonte di libertà contro la dura e ostile situazione ambientale.
La vacca diveniva così rappresentazione di attività, comportamenti e valori
della collettività e viene assimilata ad un vero e proprio combattente umano
sul quale il suo proprietario investe.
Col passare del tempo la razza di Hèrens sembra essere diventata sempre
più meta di attrazione turistica e il loro allevamento sta diventando sempre
più affare di nuovi proprietari provenienti dalla pianura che si impongono
sui contadini per le maggiori disponibilità economiche e le maggiori chances
di vincere i combattimenti.
7. Il problema del velo islamico in Francia nell' ambito della ricerca
condotta sul campo da Kilani.
Si è visto come l' imposizione di un modello culturale può eliminare
la differenza o renderla omologa al primo: tale atteggiamento viene definito
da Kilani come universalismo individualista .
Nell' uguaglianza è però possibile vivere la differenza senza rischiare
uno slittamento ad esempio verso l' Apartheid sudafricana?
A questa domanda tenta di dare una risposta Kilani affrontando il problema
dell' integrazione dell' Islam nella Francia [10]
, fondata sull' unicità della nazione, concepita come società composta
da cittadini liberi e uguali per nascita (risultato di in processo avviatosi
fin dal lontano 1789) e poggiante sul valore della laicità, quindi sulla
separazione fra Chiesa e Stato e sulla libertà di culto.
Per quanto concerne invece l' Islam in linea di massima si può scegliere
di diventare o non diventare musulmani ma se viene scelta questa via e si
decide di sottostare ai suoi dettami religiosi e civili non si può più ritornare
indietro.
Chi abbandona infatti la religione musulmana si rende colpevole del reato
di apostasia e la pena prevista dal diritto shariatico è quella della morte.
Non esiste libertà religiosa per abbandonare l' Islam.
Le parole di Muhammad parlano chiare a questo proposito in un hadith
profetico a lui attribuito: “Colui che cambia religione, uccidetelo. E'
permesso attentare alla vita del musulmano solo nei tre seguenti casi: la
miscredenza dopo la fede, l' adulterio dopo il matrimonio, l' omicidio senza
motivo”.
Dalla coscienza nazionale francese lo straniero si sente escluso e per fondersi
nello Stato – Nazione deve abbandonare la propria cultura, religione e lingua.
L' opinione pubblica francese considera caratteristiche identitarie della
popolazione maghrebina lo hijab indossato dalle ragazze che richiama
lo chador iraniano, la costruzione di moschee, la moltiplicazione
dei luoghi di preghiera sui posti di lavoro.
L' Islam diventa quindi tratto distintivo degli immigrati del Maghreb e
si teme continuamente che esso possa mettere in discussione i principi repubblicani
della separazione tra Stato e Chiesa.
Inoltre lo hijab rivelerebbe una concezione retrograda della donna,
costretta a nascondere una parte del corpo e ciò va contro il principio
dell' uguaglianza.
Ai musulmani non vengono concessi alleggerimenti fiscali, i progetti di
costruzione delle moschee trovano l' opposizione degli abitanti dei quartieri
interessati e le feste religiose non sono riconosciute.
L' esempio più probante è quello della macellazione rituale degli animali
per la celebrazione di Aid el – Kebir , il sacrificio di Abramo,
vietata dalla legge francese al di fuori di mattatoi ufficiali, controllati
dai servizi veterinari. Le autorizzazioni vengono di solito accordate a
sacrificatori abilitati da organismi religiosi riconosciuti, ma essendo
queste sempre più rare questa pratica finisce quasi sempre per essere svolta
clandestinamente.
L' identificazione tra immigrato maghrebino e islamico è pressoché totale
(non tenendo conto in questa sorta di massificazione delle singole storie
di Tunisia,Algeria, Marocco e Mauritania in quanto ritenute civiltà inferiori
a quella francese) e contro questo nemico si dice da più parti di prendere
come esempio Carlo Martello che nel 732 fermò, nei pressi di Poitiers, l'
avanzata degli arabi in Gallia.
8. Una migliore definizione della categoria di lignaggio proposta da Kilani nell' ambito della ricerca sul campo condotta lungo le oasi di Gafsa del sud – tunisino.
La ricerca sul campo
ad El Ksar, villaggio nell' oasi di Gafsa nel sud tunisino [11]
oltre a mettere in discussione la soggettività del ricercatore sottopone
a critica nozioni come lignaggio ed etnia usate come linee
di separazione per sostenere posizioni differenzialiste che relegano gli
altri in una posizione di inferiorità.
Per Kilani il lignaggio non è un fondamento bensì il prodotto di
una classificazione di individui all' interno di uno spazio sociale in continuo
fermento.
E' il gruppo attraverso i suoi atti che definisce il lignaggio che
non è quindi oggetto di sapere costituito e confezionato per l' osservazione.
Lo stesso discorso si può fare per la cultura da non intendersi come
istanza superiore che incombe sugli attori sociali e guida le loro azioni
ma come costruzione e relazione sociale, come sistema di simboli condivisi
con determinati significati da interpretare alla luce di un contesto di
dinamicità, movimento e mutevolezza quale è quello africano, purtroppo soggetto
alle spartizioni tra le varie potenze europee in seguito alle conferenze
di Berlino del 1884 – 1885.
Se si vuole trovare un' accezione di cultura come insieme di simboli
condivisi con determinati significati traducibili e interpretabili in un
linguaggio transculturale può risultare di notevole importanza l' apporto
dato alla ricerca antropologica da parte di Clifford Geertz per il quale
nel momento stesso in cui si cerca di entrare in sintonia con l' altro da
sé occorre accantonare la concezione occidentale della persona intesa come
un universo armonico dal punto di vista motivazionale e cognitivo e vedere
le sue esperienze all' interno del quadro concettuale dell' idea che ogni
persona ha di sé.
Gli impulsi mentali dei cosiddetti primitivi sono stati sistematizzati
in categorie da Lèvi – Strauss.
Geertz fa rilevare come tali classificazioni non interessino alla loro praticità
e che in loro ogni interesse conoscitivo per le strutture innate nel profondo
della mente è totalmente assente.
Ogni loro reazione a stimoli esterni sarà sempre mediata dalla loro cultura,
risultato di un cammino secolare.
Se l' uomo comune degli Azande attribuisce una disgrazia alla sfera della
stregoneria, il musulmano verrà spinto a demandare ad Allàh la causa di
quello che è successo rivelando così la sottomissione ad un divino disegno
del quale ha rispetto pur non comprendendolo fino in fondo, il cristiano
invece si farà il segno della croce.
Perciò l' interpretazione dell' evento si baserà sempre su assunti culturali
e su una decifrazione del senso comune da intendersi come sistema culturale
diverso da popolo a popolo e non uguale per tutti: ed è proprio attraverso
la comprensione della sua diversità che si entra in comunione con l' altro.
[12]
9. Risultati della ricerca condotta sul campo da Kilani lungo le oasi di Gafsa nel sud-tunisino.
La ricerca condotta
da Kilani presso le oasi di Gafsa dimostra come ogni gruppo stabiliva la
propria identità e le relazioni con gli altri partendo da una ripartizione
dell' acqua, che non era proprietà collettiva secondo il diritto tribale,
all' interno di un sistema di lignaggio .
Il lignaggio rappresentava una cornice entro la quale venivano raccolte
e divise le porzioni d' acqua, di proprietà strettamente individuale, all'
interno dello spazio coltivato.
Citate nel Bellum Iugurtinum di Sallustio, le oasi di Gafsa posseggono
bacini, attualmente ancora in uso, che sono vere e proprie costruzioni romane.
Ogni abitante aveva il proprio metodo di distribuzione dell' acqua di cui
poteva disporre liberamente e i propri strumenti di misura.
La struttura di lignaggio diviene principio organizzatore dello spazio
sociale instaurando legami di solidarietà tra persone che rivendicavano
la propria appartenenza ad una stessa frazione mediante il criterio della
discendenza da un antenato comune.
Condividere lo stesso tempo idraulico equivaleva a condividere lo stesso
tempo sociale.
Questo sistema idraulico ha funzionato fino agli anni sessanta, poi con
gli interventi dello stato si sono avute profonde modificazioni dovute alla
soppressione della proprietà individuale dell' acqua e all' abbandono della
sua rotazione sulla base del lignaggio.
La distribuzione dell' acqua comincia allora a seguire un ordine rigido
determinato dal senso di scorrimento della fonte verso l' oasi e ogni particella
riceve la sua parte nel giorno e nell' ora fissati secondo la sua posizione
nel catasto dei canali.
Ciò ha comportato la frantumazione della comunità un tempo raccolta attorno
alla gestione dell' acqua e la riduzione dello scambio sociale.
Tale situazione è stata avvertita dagli abitanti dell' oasi come una lesione
dei loro diritti e come una messa in discussione della loro identità.
I lignaggi di villaggio sono oggi ripartiti in oasiani e nomadi.
Questi ultimi, dediti alla cultura estensiva e alla pastorizia, non condividono
lo stesso statuto dei primi e vengono spesso tenuti ai margini delle attività
del villaggio. Essi hanno il proprio santuario e la propria moschea frequentati
dai membri di uno stesso lignaggio e comprendono gruppi socialmente
e territorialmente dispersi.
Attualmente gli oasiani appartengono alla tradizione mentre i discendenti
dei nomadi sono inseriti nei quadri dell' amministrazione e del settore
capitalistico rappresentando paradossalmente la modernità
Per gli oasiani è importante la credenza , da non intendersi come
sapere compiuto e negativo secondo il linguaggio scientifico standard, bensì
come la quintessenza della tradizione e della cultura .
Come costruzione sociale la credenza non funziona a partire dal singolo
credente ma da una pluralità di persone che instaura una relazione di credenza.
Attraverso le credenze, i documenti e le tracce gli abitanti dell' oasi
perseguono strategie di autorappresentazione e di conferma della propria
identità.
Tramite l' affermazione dell' esistenza del documento storico viene legittimata
la memoria genealogica mentre il ricercatore può sancire la propria autorità
nel campo scientifico di fronte ai locali con i quali può instaurare relazioni
sociali.
Ad esempio le famiglie di origine andalusa, stabilitesi nel Maghreb, a sostegno
della loro provenienza invocano la presenza di documenti in cui si afferma
l' esistenza della chiave della loro casa di Cordova che abbandonarono
fuggendo.
La chiave viene così a costituire un segno della memoria e del radicamento
in un passato il cui ricordo rimane ancora vivo e doloroso.
Le storie di queste famiglie vengono inserite nel quadro più ampio della
storia generale della regione.
Infatti nel movimento dei muràbitùn, riformatori religiosi partiti da Seguiet
el Hamra, l' ex Sahara spagnolo, esse vedono una riconferma della loro leggenda
familiare che le dipinge come gruppi di andalusi, rifugiatisi dapprima nell'
estremo sud del Marocco per poi arrivare in Tunisia.
I muràbitùn, originari di Seguiet el Hamra, regione che fra l' XI° i il
XIII° secolo diede all' occidente musulmano numerose dinastie, fra le quali
quella degli almoravidi (in arabo al – muràbitùn), sono considerati in Maghreb
come dei santi che hanno combattuto contro l' infedele spagnolo che aveva
espulso i musulmani dell' Andalusia.
Lo studio delle oasi di Gafsa appartiene a quel filone che mette in discussione
la visione essenzialista dei gruppi etnici, smettendo di analizzarli nei
termini di unità primitive e che concepisce l' identità come risultato di
un processo di mobilità, spostamento, compenetrazione e interazione tra
i diversi raggruppamenti nel tempo e nello spazio e non di una logica di
classificazione delle differenze tra i diversi gruppi sociali.
Questa prospettiva di avvicinamento all' etnicità, in particolare allo spazio
sociale maghrebino risulta confermata dall' analisi fatta da Geertz della
nozione nisba in Marocco, parola derivante dalla radice triletterale
“n–s –b” che significa “affinità”, “connessione”, “parentela”.
La società marocchina non affronta la propria diversità dividendosi in caste,
clan o tribù ma distinguendo contesti come matrimonio, religiosità e diritto.
In una organizzazione sociale a mosaico, come Geertz definisce la società
marocchina, la posizione e lo status di una persona vengono definite attraverso
l' interazione con i suoi pari e non c' è pericolo che la sua identità venga
messa in discussione. [13]
Ogni dettaglio locale poi non deve essere studiato isolatamente ma deve
essere subito rapportato alla struttura globale.
Anche qui è chiaro come la formazione dell' identità avvenga attraverso
l' interconnessione e non la divisione e non solo tra gruppi sociali ma
addirittura tra singoli individui: un' immagine di caoticità, frammentazione
e dinamismo che accompagnerà la riflessione di Geertz fino ai lavori più
recenti anche se con sfumature più pessimistiche rispetto alle considerazioni
sulle ricerche antropologiche degli anni '50-'60 svoltesi a Giava, Bali
e nel Marocco medio – orientale.
10. Il mondo della globalizzazione e il moltiplicarsi delle specificità culturali con conseguenti rivendicazioni identitarie secondo il punto di vista di Geertz.
Secondo Geertz il mondo
d' oggi sta vivendo una situazione paradossale data da una moltiplicazione
delle differenze e divisioni culturali parallelamente a una crescente globalizzazione
dell' economia e delle comunicazioni, fenomeno complesso e pieno di implicazioni
politiche, sociali ed economiche.
La globalizzazione economica si può dire che inizi con la Rivoluzione
industriale che decolla a metà del diciottesimo secolo in Inghilterra.
Mentre con il vecchio capitalismo commerciale (secondo la definizione
di Marx) si operava su una domanda preesistente e ci si limitava a trasferire
beni e risorse da un luogo all' altro, con l' industrialismo si dilata enormemente
l' offerta dei beni esistenti producendo su scala e a prezzo minore ciò
che prima era fatto artigianalmente.
Successivamente con il perfezionamento della tecnologia si producono beni
nuovi inventando bisogni che nessuno sapeva di avere.
Mentre il capitalismo commerciale si limitava semplicemente a trasferire
i beni, l' industrialismo invece li crea e cerca di smerciarli conquistando
sempre più nuovi mercati.
Verso la fine del settecento Inghilterra e Francia posseggono un unico mercato
nazionale che ha assorbito i vari mercati regionali.
Verso il 1870 Stati Uniti e tutti i paesi più importanti dell' Europa continentale
sono arrivati finalmente ad avere un sistema economico moderno, industriale,
di libero mercato.
Col passare del tempo il valore medio del commercio si innalzerà sempre
più fino al 1971 quando il presidente Nixon decidendo lo sganciamento del
dollaro dall' oro imprimerà una grande accelerazione alla circolazione del
denaro e delle merci.
Con il crollo dell' Unione Sovietica e l' apertura della Cina al libero
mercato il processo di omologazione economica può considerarsi chiuso.
Purtroppo anche i paesi del Terzo Mondo sono inseriti in questa logica di
mercato globale integrato e con conseguenze per loro molto più devastanti
rispetto a quelle che aveva creato il colonialismo classico.
La globalizzazione è un meccanismo ipocrita e perverso in quanto
presentandosi con un volto egualitario e democratico produce invece un livellamento
delle differenze o specificità culturali dato che ogni individuo tende sempre
più ad affermare la propria identità solo come produttore o consumatore
indipendentemente dalla sua appartenenza ad uno stato , ad una nazione
o ad una etnia .
Non si fa altro che estendere modi di pensare e di comunicazione proprio
dell' occidente industrializzato e tecnologicamente avanzato rendendo generale
un punto di vista particolare.
Se dunque la globalizzazione uniforma i processi produttivi e quelli
distributivi abbattendo le frontiere ed esautorando i poteri dei singoli
stati favorendo così le imprese transnazionali, quale sarà la conseguenza
dell' eliminazione della molteplicità culturale che, come si è visto, determina
lo sviluppo di ogni singola cultura?
E quali saranno gli esiti di quell' appiattimento culturale che considera
le culture unicamente come ambiti in cui far transitare le merci con magari
qualche tocco di folklore stereotipato?
A queste domande Geertz tenta di rispondere affermando il prepotente ritorno
sulla scena mondiale dei conflitti etnici e religiosi miranti alla rivendicazione
di identità individuali e collettive che ora si possono costituire solo
mediante le differenze.
Gli abitanti dei cosiddetti paesi in via di sviluppo scontano una
pesantissima perdita di identità oltre naturalmente a continuare a morire
di fame dato che le loro esportazioni non riescono a compensare il deficit
alimentare che si è creato con l' abbandono delle economie di sussistenza
su sui avevano vissuto per millenni.
Quindi si aggrappano al valore religioso, l' unico in grado di confermare
la loro identità culturale indirizzandolo in senso fondamentalista, fanatico
e addirittura terrorista: quello che sta succedendo nel mondo islamico non
è che un caso particolare di questo fenomeno più generale.
Le popolazioni del Terzo Mondo, private della loro storia, delle loro tradizioni
e di quella solidarietà familiare, clanica e tribale, che era il loro modus
vivendi e che il modello industriale ha lacerato impietosamente, sono
costrette a migrare; ma la migrazione trova l' opposizione feroce dei paesi
industrializzati quando questa non sia funzionale ai loro interessi, quando
gli immigrati non vengono a sostituire gli autoctoni in lavori manuali che
questi non vogliono più fare.
Il paradosso è che il capitale ha il permesso di circolare e andare laddove
viene meglio remunerato secondo la volontà delle imprese transnazionali
ma gli uomini, che spesso proprio da questo capitale sono stati resi poveri,
non hanno questo diritto.
Di conseguenza in un' economia mondiale di mercato il cibo non va dove c'
è necessità ma dove c' è il denaro per acquistarlo.
In occidente si sostiene che la fame nel Terzo Mondo sia dovuta alla sovrappopolazione
e si auspicano politiche severe di contenimento della natalità ma è curioso
vedere come a parte Bangladesh, Giava, Egitto e alcune regioni dell' India,
il Terzo Mondo non è sovrappopolato e potrebbe mantenersi con le coltivazioni
tradizionali qualora ritornasse all' autoconsumo. [14]
Il fenomeno delle migrazioni, fa notare Geertz [15]
, mette radicalmente in crisi le categorie di stato e nazione
, etichette unificanti ma che con le loro pretese di porre confini non si
prestano più a descrivere la realtà in fermento.
Se il termine nation indica una “concentrazione globale di persone
che per la loro origine comune, lingua e storia costituiscono una razza
a sé stante organizzata in uno stato politico autonomo e in un determinato
territorio” [16] , ora l' arrivo nello stesso di altre con lingua,
storia e tradizioni diverse mette in crisi questo principio.
“3Nazione” è categoria concettuale troppo globale e insensibile alle varie
realtà intese come frammentazioni di un mondo che non può essere più composto
da tessere di un puzzle come vogliono le illustrazioni dei nostri atlanti
politici.
Le categorie proposte da termini come nazione, nazionalità, stato-nazione
sono ormai superate e troppo generali e insensibili alle realtà locali.
Non si può più descrivere appropriatamente uno Stato-Nazione e ciò
avviene perché non si tiene molto in considerazione che ogni gruppo umano
ha i suoi concetti di lealtà e di legami di appartenenza; per descrivere
meglio questi concetti bisogna introdurre nuovi termini come lealtà primordiali,
entità costituite e politica dell' identità , i quali non dissolvendo
la differenza e la particolarità tendono a consolidarla e provano a studiarla
con un' analisi comparativa.
Per quanto concerne il termine lealtà primordiali si dirà che questo
è definito come l' attaccamento derivante dal senso di datità dell' esistenza
sociale che prova il soggetto: ciò è legato al sangue, alla lingua, al costume,
alla fede e alla stirpe. Questi legami, che sorgono da affinità esistenziali
e non da contingenze sociali, sono più o meno forti in una o nell' altra
società ma quando sono avvertiti costituiscono una forza coercitiva e schiacciante
in sé e per sé.
Per quanto concerne il secondo e il terzo termine, cioè entità costituite
e politica dell' identità , si vede che il mondo, secondo una mappa
assoluta, presenta divisioni esaustive, separate, categoriche, ininterrotte
che vengono considerate come paesi abitati da determinate popolazioni, costituenti
a loro volta degli stati o nazioni che dir si voglia.
Questa mappa assoluta con tendenza omogeneizzante non è più idonea a descrivere
il mondo perché non tiene conto delle realtà politico-economiche,culturali,
sociali e psicologiche. Inoltre alcune identità non sono propriamente costituite
poiché sono state costruite arbitrariamente e rendono impossibile la formazione
di veri stati-nazione.
Oltre tutto nel mondo esistono entità come la NATO e l' OPEC che non sono
nazioni ma entità che influiscono nel mondo pur non essendo stati.
Da tutte queste componenti si vede che la politica dell' identità non sempre
funziona e che esistono singoli casi non generalizzabili in un mondo composito.
Questa frammentazione tende sempre più ad aumentare col tempo: ad esempio
verso il 1945 c' erano pressoché cinquanta paesi che si spartivano il mondo
in forma di colonie, ora a causa del processo di decolonizzazione ne esistono
quasi duecento.
Finito il progetto coloniale, si è formata una miriade di paesi e popoli
dalla struttura culturale eterogenea, delimitati dai confini decisi dalla
politica europea: delle vere e proprie tribù con bandiera oggi ancora ritenute
diverse o non assimilabili (e Kilani ce lo ha ben dimostrato nella sua indagine
sull' interazione tra Francia e immigrati maghrebini).
E si assiste sempre più alla moltiplicazione di gruppi che attraverso il
conflitto etnico vogliono affermare la propria identità attraverso pretese
di riconoscimento e di autonomia: si pensi ai massacri di tutsi e hutu nel
Burundi e nel Ruanda, le ribellioni complicate dell' Africa del sud, i massacri
dell' Indonesia, le ribellioni curde, le mille fazioni in cui sono divise
Beirut, Sarajevo e Mogadiscio, al bagno di sangue del Sudan diviso tra settentrione
fondamentalista e meridione nilotico e l' elenco potrebbe continuare all'
infinito.
11. La proposta di una migliore definizione di cultura da parte di Geertz che si adatti all' evoluzione e ai mutamenti del mondo odierno.
Se quindi per Geertz
l' identità culturale non viene più data dal consenso ma dalle divisioni
è chiaro che bisogna proporre una migliore interpretazione di cultura.
L' antropologo statunitense lo fa mantenendo viva l' immagine di una politica
che tenga in considerazione il separatismo e l' autodeterminazione etnica
senza pensarli come idee arcaiche da superare, da occultare o da demonizzare.
La cultura deve essere intesa come “Cornice fondatrice di senso,
all' interno della quale gli uomini vivono e danno forma alle loro convinzioni,
solidarietà e al loro sé, e come una forza regolatrice in fatto di questioni
di convivenza umana” [17] E questo implica un atteggiamento critico nei confronti
di modi di pensare che riducono le cose a uniformità, omogeneità e consenso.
Secondo Geertz inoltre il liberalismo politico, da molti non compreso, dovrebbe
sforzarsi di accettare le differenze non giudicando patologica, primitiva
e arretrata ogni rivendicazione identitaria, conseguenza purtroppo inevitabile
di quel processo di omologazione e quindi di soppressione delle differenze
volto al raggiungimento di una quanto mai improbabile cittadinanza universale
: una sorta di prosecuzione del colonialismo ma con altri mezzi più occulti
e con confini senz' altro meno visibili rispetto a quelli dei nostri atlanti
politici.
PARTE SECONDA: PROBLEMATICHE INERENTI ALLA GLOBALIZZAZIONE ATTUALE
12. L' Africa: triste esempio dei disastri prodotti dai meccanismi della globalizzazione.
L' esempio più probante
delle devastazioni culturali, sociali ed economiche, prodotte dall' imposizione
del modello occidentale attraverso la sua quasi totale mancanza di rispetto
per le differenze, è certamente l' Africa.
Scrive Reader in Africa a proposito di ciò:” L' identità etnica,
che è diventata un elemento separatore gravido di conseguenze nella società
moderna, è stata spesso in passato un fattore unificante […]. I bisogni
di un' economia comune tenevano unita quella gente. I gruppi si aggregavano
per scelta” [18] .
Gli antropologi africani confermano che gli africani erano maestri nel canalizzare
l' aggressività di ogni gruppo attraverso la festa orgiastica e la guerra
ritualizzata.
Sempre Reader scrive “Il modello prevalente è quello dell' accordo interetnico.
Nei racconti la vittoria non era il valore supremo e i vincitori assumevano
talvolta l' identità dei vinti[…]. Essi trasformano i potenziali conflitti
fra gruppi in attese di accomodamento appropriato, comportamento che a sua
volta definisce l' identità etnica in termini di obblighi verso gli altri.
La gente sa come comportarsi perché è consapevole delle differenze”.
[19]
Quella di Reader è una descrizione dei comportamenti della popolazione africana
che denota una certa ammirazione da parte dell' autore ma che fa anche riflettere
sul fatto che il nostro modello culturale non è in assoluto il migliore
e che volere a tutti i costi imporlo annullando tutti gli altri non può
che generare soprusi e violenza.
Scriveva Karl Popper, a conferma che alcuni nostri insigni pensatori erano
invece convinti della presunta superiorità del nostro modello occidentale:
“Affermo che noi viviamo in un mondo meraviglioso. Noialtri occidentali
abbiamo l' insigne privilegio di vivere nella migliore società che la storia
dell' umanità abbia mai conosciuto. E' la società più giusta, più ugualitaria,
più umana della storia” [20] .
Ma la realtà non sta propriamente così dato che attraverso i meccanismi
della globalizzazione l' uomo concreto viene declassato a semplice “mezzo”
per il bene e gli interessi di altri uomini e di conseguenza non trova fondamento
il discorso secondo il quale costui viene posto al servizio di un uomo “astratto”
eretto a “fine”, come vorrebbe invece la facciata egualitaria e di conseguenza
falsa della globalizzazione.
Infatti “calpestare la dignità dell' uomo appellandosi alla sua stessa natura
è una contraddizione inumana” [21] .
13. Perfino Adam Smith si era accorto anni addietro che nel sistema mercantile il fine ultimo dell' individuo era la produzione…
L' individuo viene
quindi subordinato ad esigenze di tipo economico e tecnologico che in qualche
modo lo trascendono e di conseguenza viene visto solo come consumatore ovvero
come “entità” non bene identificata messa al servizio della produzione fine
a sé stessa.
Di questo se ne era già accorto Adam Smith in La ricchezza delle nazioni
: “Il consumo è unico fine e scopo di ogni produzione; e l' interesse del
produttore dovrebbe essere considerato solo nella misura in cui esso può
essere necessario a promuovere l' interesse del consumatore[…] Ma nel sistema
mercantile l' interesse del consumatore è quasi costantemente sacrificato
a quello del produttore; e tale sistema sembra considerare la produzione
e non il consumo come il fine o lo scopo definitivo di ogni attività e di
ogni commercio” [22] .
Pedaggio della globalizzazione è dunque la perdita identitaria legittimata
da un pensiero subdolamente totalitario che si ritiene portatore del bene
proclamando il diritto all' uguaglianza senza alcun modo poterla garantire.
In una società dove esiste un teorico diritto all' uguaglianza non può essere
sopportata la disuguaglianza dell' uguale e quindi si genera una corsa verso
l' acquisto di beni inutili e verso un benessere che deve essere continuamente
superato.
14. Gli Stati Uniti come guida dell' attuale modello di sviluppo occidentale e le implicazioni religiose di tale modello.
Paese guida dell' attuale
modello di sviluppo sono sicuramente gli Stati Uniti che di concerto con
la loro etica protestante (in particolare calvinista) giungono ad affermare
che il successo nel mondo degli affari costituisce segno della grazia divina
e che proprio in questo il singolo credente deve ricercare i motivi della
sua elezione. Una siffatta concezione religiosa strettamente correlata alla
sfera economica giunge addirittura a considerare il povero un dannato da
Dio (“Un nemico di Dio che porta su di sé i segni della dannazione eterna”
[23] secondo una definizione di Max Weber)
mentre il ricco come uno tra i prescelti.
E' importante ricordare il ruolo fondamentale che hanno avuto le chiese
presbiteriane, battiste, metodiste e altre sette protestanti come quella
dei quaccheri nella formazione della coscienza sociale e della democrazia
statunitense dato che gli europei non hanno mai compreso fino in fondo la
matrice religiosa degli Stati Uniti.
Il metodista Bush non è che l' ultimo arrivato in una lunga tradizione di
revival religioso che è all' origine stessa della nascita degli Stati Uniti:
la storia di una setta protestante cresciuta fino a diventare una nazione
e addirittura un impero. Il riferimento è quello dei padri pellegrini fuggiti
all' oppressione della Chiesa d' Inghilterra che con la Bibbia sotto braccio
hanno vissuto la traversata dell' Atlantico con la Mayflower con lo stesso
spirito di Mosè: per loro l' Atlantico era il Mar Rosso e gli USA la nuova
Israele.
Fin dall' inizio c'è stata questa idea della predestinazione, di un contratto
firmato con il cielo per far regnare la giustizia divina, prima in America
e ora in tutto il mondo: è ciò che viene chiamato il manifest destiny
che è poi un po' il marchio di fabbrica dell' imperialismo americano.
[24]
Detto questo non si deve pensare a questa religiosità americana solo in
forma aggressiva: il sentimento religioso è anche uno straordinario fattore
di coesione per il paese.
Le varie comunità etniche, linguistiche e religiose coesistono grazie a
Dio e la condizione di One nation under God determina una solidità
molto forte, crea coesione all' interno e asseconda una certa capacità di
proiezione all' esterno.
I padri pellegrini presero la via dell' esilio in seguito all' Atto di
supremazia del 1559 di Elisabetta d' Inghilterra che voleva imporre
l' assetto episcopale con tanto di struttura gerarchica annessa e la supremazia
dei sovrani sulla Chiesa : tutte cose fieramente avversate dai puritani
che chiedevano invece un' attuazione pura e integrale dei principi protestanti
e reclamavano un' organizzazione simile a quella presbiteriana e dunque
ostile all' episcopalismo.
Con la guerra civile del 1640 e la vittoria del parlamento puritano l' episcopato
fu abolito e iniziarono i lavori per la riforma della Chiesa ma l' ostilità
degli indipendenti, contrari ad ogni Chiesa di stato e fautori di una totale
autonomia delle chiese cristiane, impedì che si formasse un organismo puritano
stabile.
La restaurazione dell' episcopalismo anglicano ad opera di Carlo II° determinò
la crisi definitiva e il movimento puritano, esauritosi in Inghilterra,
lasciò tuttavia un importante eredità nel Nuovo Mondo.
L' aspetto più interessante del puritanesimo consistette nella cosiddetta
teologia del patto che sviluppava il motivo biblico del patto tra
Dio e Abramo.Al centro c' era l' idea di una Nuova Gerusalemme ,
comunità degli eletti o dei santi invisibili. Il patto con Dio fa riunire
i credenti in comunità governatisi autonomamente con metodi democratici
per pregarlo in pubblico.
Secondo la teologia del patto dunque ciascun credente decide autonomamente
di fare la volontà di Dio senza la mediazione di una gerarchia ecclesiale.
In tal modo si connota di grande responsabilità individuale e forte di questa
“presunta” autorizzazione divina può decidere addirittura di esportare i
tre pilastri della democrazia, tolleranza e libertà individuale, se necessario,
anche con le armi.
Questa è l' ideologia di fondo che ha determinato e legittima tuttora le
pretese imperialistiche degli Stati Uniti .
I discendenti dei pellegrini puritani hanno riadattato il mito ebraico della
Gerusalemme Città Celeste a proprio uso e consumo:la nuova Sion non
era più sulle sponde del Mediterraneo ma dall' altra parte dell' oceano.
Da questo punto discende l' idea che il mondo sia diviso in due, tra quelli
che aderiscono alla setta e quelli che non vi aderiscono.
Ancor oggi quando Bush dice “o con noi o contro di noi” non fa altro che
esprimere questa sorta di manicheismo patologico che è un elemento consustanziale
del puritanesimo poggiante sul principio binario del bene e del male, di
dio e del diavolo.
L' unica vera prova per essere sicuri di non essersi allontanati dal messaggio
divino è, come si è detto, l' autoaffermazione nella società e la riuscita
materiale con tanto di successo negli affari; chi è escluso da tutto ciò
entra automaticamente nella sfera del male [25]
.
Paesi in condizioni miserevoli e disagiate, non ultimo l' Iraq, vengono
quindi demonizzati e raggruppati nelle etichette del fondamentalismo,
fanatismo e terrorismo che l' occidente americano deve combattere
in nome del Vangelo e dei diritti umani : una sorta di spirito faustiano
che opera eternamente il bene ma di fatto realizza costantemente il male.
Dunque “[…] gli Stati Uniti, collocandosi al centro di un pianeta in costante
tensione, si riservano il diritto di intervenire là dove lo ritengono più
utile. E i diritti umani, ridotti a strumenti di legittimazione di una politica
unilaterale, appaiono destinati ad essere evocati a comando, nei momenti
in cui l' unica superpotenza lo riterrà opportuno” [26]
.
Ci si trova però ora di fronte al problema cruciale del maggiore o minore
fondamento del concetto di universalità dei diritti umani tale che possa
giustificare ogni diritto di ingerenza.
15. La questione complessa del fondamento del concetto di universalità dei diritti umani .
L' assunzione di una
prospettiva universalistica nella quale tutti gli individui, in quanto membri
dell' umanità, divengono titolari di diritti è decisamente innovativa e,
come vedremo, tipicamente occidentale : secondo tale prospettiva
i diritti non sono più il privilegio di un singolo gruppo politico ma si
inseriscono nella stessa natura dell' uomo.
La nozione di diritto soggettivo si trova per la prima volta all' interno
dei testi giuridici romani: il termine ius indica il diritto in senso
oggettivo in espressioni come ius honorarium o ius civile
, ma espressioni come ius utendi o ius fruendi possono alludere
ad un potere attribuito al soggetto.
Nel Corpus iuris civilis viene addirittura espressa l' idea di un
diritto di natura sovraordinato rispetto al diritto positivo dove il termine
ius indica il suum cuique tribuere ovvero un posto ben determinato
da assegnare nell' ordine generale delle cose in base al merito: id quod
iustum est .
Nel De Officiis [27] Cicerone collega il principio di autoconservazione
con tutte le sue norme morali e giuridiche connesse con quello della socialità
e, esprimendo un ordine giuridico oggettivo, rimanda ad una esigenza di
uguaglianza nel cui ambito le leggi uguali per tutti servono a difendere
i più deboli dagli iniuria.
Il suum di ciascuno, che lo Stato è chiamato a difendere, precede
anche qui il diritto positivo: dunque il concetto romano classico di ius
non sembra interpretabile in senso universalistico dato che gli iura
erano prerogativa dei cittadini romani o di specifici gruppi o ceti.
Nella prima fase dell' esperienza giuridica medioevale è abbastanza evidente
il tratto fortemente particolarista che i diritti soggettivi hanno conservato.
Con la riscoperta della filosofia pratica aristotelica e la rinascita della
scienza giuridica il termine ius viene ad oscillare tra spinte individualistiche
e mantenimento di un ordine preesistente.
Dopo l' età carolingia ci furono le prime redazioni di testi giuridici (le
cosiddette chartae ) nei quali i titolari di poteri feudali su particolari
territori riconoscevano a determinati gruppi una serie di diritti.
Il processo che ha condotto verso l' uguaglianza giuridica, secondo Weber
[28] , si è sviluppato sotto
la spinta dell' ampliamento del mercato e la burocratizzazione degli organi
della comunità di consenso. In particolare fu la borghesia a perseguire
la strada verso la creazione di pretese ben definite dei soggetti nei confronti
della giustizia ( appunto i diritti soggettivi ) grazie alle concessioni
dei principi che, in certe situazioni, avevano l' interesse a legare a sé
determinati ceti.
Emblematico, sempre secondo Weber, è il caso dell' Inghilterra dove si svolse
un singolare processo, attraverso il quale, i privilegi, le libertà e le
franchigie di cui determinati gruppi, ceti, corporazioni e città erano titolari,
divennero i diritti di tutti i sudditi.
In breve tempo si formò un potere monarchico che favorì l' elaborazione
di una lex terrae comune a tutte le aree del regno e centralizzò
presso la corte le principali funzioni giurisdizionali favorendo la formazione
di un ceto professionale di giuristi che ottenne una grande stima popolare.
Da queste premesse istituzionali venne a formarsi una particolare struttura
sociale nella quale non solo la gentry aveva un notevole peso politico,
ma anche le forme di piccola proprietà contadina. Una rilevante parte dei
sudditi inglesi godeva di una condizione di relativa autonomia dai rapporti
feudali di dipendenza personale.
In questo paese si innescò un processo di universalizzazione interna
nell' ambito del quale i rights non vennero più attribuiti solo a
particolari gruppi ma anche a tutti i sudditi liberi del regno.
Chi però cominciò a definire il paradigma della moderna teoria universalista
dei diritti soggettivi fu Thomas Hobbes [29]
, il teorizzatore dello Stato di natura, condizione di insicurezza
legata all' uguaglianza naturale di tutti gli uomini che tendono istintivamente
all' uso esclusivo dei beni comuni. Il diritto naturale è insufficiente,
perché privo di coercizione, a garantire la pace.
Questo Stato di guerra di tutti contro tutti ha fine grazie all' intervento
della ragione naturale che spinge gli uomini a uscire dallo Stato di natura
stipulando un contratto sociale, in base al quale essi rinunciano al loro
diritto illimitato per trasferirlo al sovrano che diventa l' unica fonte
della legge: in questo senso Hobbes che era partito da premesse tipiche
del giusnaturalismo [30]
dà una prima fondazione del positivismo giuridico.
L' unico che non stipula il patto è il sovrano che rimane da solo nello
Stato di natura detentore di un assolutismo a cui tutti devono sottostare.
John Locke [31] utilizza alcuni elementi della speculazione di Hobbes
ma in funzione antiassolutistica.
Nei Due trattati sul governo civile la sua teoria politica si fonda
sui concetti di diritto naturale e contratto sociale. Su di questi viene
edificata una concezione liberale che si preoccupa di salvaguardare i diritti
individuali come la vita, la libertà e la proprietà, il cui rispetto costituisce
il fondamento del patto che dà origine allo Stato e la cui violazione giustifica
il diritto di resistenza.
Ad ogni individuo dello Stato di natura viene dato poi anche un singolare
potere esecutivo nella cui ottica gli uomini si presentano come titolari
di diritti che possono essere lesi.
Il diritto di conservazione di sé e del genere umano origina il diritto
di punizione dell' aggressore e il conseguente diritto di risarcimento che
la parte lesa può pretendere.
E' chiaro come lo Stato di natura continui a vigere anche all' interno dell'
ordine imperturbabile dello Stato.
Lo stesso concetto del rispetto del diritto individuale sta alla base del
pensiero di Locke riguardo alla nozione di tolleranza : per primo,
infatti, il filosofo inglese teorizzò la libertà delle opinioni religiose
e politiche secondo cui ognuno è libero di esprimere il proprio pensiero
senza imporlo agli altri.
La successiva elaborazione di una teoria dei diritti soggettivi come diritti
naturali e universali permette di superare definitivamente l' originaria
concezione particolaristica degli iura .
In questo modo però, l' individuo è per così dire lasciato solo con i propri
poteri e le proprie libertà, emancipato dai legami imposti da un ordine
normativo superiore.
La concezione universalistica dei diritti umani trova come punti di appoggio
argomenti anti assolutistici e liberali.
In Ockham ad esempio è la legge evangelica, intesa come lex libertatis
, che viene invocata per tutelare i sudditi dal potere assoluto e garantire
i loro diritti; in Vitoria [32] è il riferimento al dettato
evangelico che poneva limiti all' assoggettamento e alla schiavitù degli
Indios.
La radicalizzazione del carattere universale dei diritti umani ha portato
successivamente a legittimare azioni di politica estera, che può essere
una scelta di sopraffazione e di potere tale da motivare l' uso della forza.
Purtroppo un' azione che si dichiara ispirata alla volontà di eliminare
una violazione dei diritti umani subita da alcuni individui produce contemporaneamente
una violazione degli stessi diritti in altri soggetti.
Probante è l' esempio riportato da Gambino del poliziotto che non può uccidere
con la sua pistola le persone che gli intralcino la strada per liberarsi
degli ostacoli che si frappongono tra sé e il criminale. Così è più corretto
parlare di cinismo e non di tutela dei sacri valori quando
si esaminano alcuni interventi di tipo militare che poi esamineremo.
Ma la tutela dei diritti umani, che tanto anima il dibattito contemporaneo,
viene puntualmente invocata, come vedremo, dagli Stati Uniti per difendere
interessi nazionali e giustificare azioni di politica estera.
La loro scelta di unilateralismo globale è dettata dalla “convinzione di
poter operare unicamente sulla base delle proprie valutazioni e dei propri
interessi che originariamente si era espressa nella loro tendenza a separarsi
dal mondo e a rinchiudersi in loro stessi, ma che ora, conservando sempre
i medesimi punti di riferimento, pretende di manifestarsi, attivamente e
senza alcun limite, su un piano planetario”. [33]
Sempre Gambino ricorda che dopo la loro solenne promulgazione, il 10 dicembre
1948, i diritti umani entrarono in una lunga fase di latenza, condizionata
dalle circostanze storiche che avevano accompagnato la loro formulazione,
vale a dire la tensione tra blocco occidentale e comunista. Anche se ci
si serviva di nobili argomentazioni etiche, in realtà la Commissione per
i diritti umani, composta dai rappresentanti di vari membri, si muoveva
ancora all' interno della logica della politica estera degli stati, il cui
fine è quello di promuovere e difendere i singoli interessi nazionali.
La svolta nella storia dei diritti umani si ha nel 1989, in seguito allo
sgretolarsi e, poi, al crollo dell' impero sovietico.
La conseguente omogeneizzazione politica e economica del nostro pianeta
ha dato a molti l' impressione che fosse ormai giunta la possibilità di
realizzare i diritti umani su scala mondiale; ma in realtà si erano semplicemente
create le circostanze per porre il problema del loro fondamento, della loro
universalità e, infine, della possibilità della loro attuazione.
Richiamandosi esplicitamente alle argomentazioni di Norberto Bobbio, esposte
in Sul fondamento dei diritti dell' uomo [34]
, secondo il quale, essendo i diritti umani solo “una classe variabile
di esigenze e di richieste avanzate nel corso della storia”, Gambino afferma
che “non si vede come si possa dare un valore assoluto a diritti storicamente
relativi” [35] .
Basti pensare al fatto che diritti dichiarati assoluti alla fine del Settecento,
come la proprietà sacre et inviolabile , sono stati sottoposti a
radicali limitazioni nelle dichiarazioni contemporanee; diritti che le dichiarazioni
del Settecento non menzionavano neppure, come i diritti sociali, sono ormai
proclamati con grande ostentazione in tutte le dichiarazioni recenti.
La realtà della totale unificazione politica ed economica non è sufficiente
– come vorrebbe Habermas - per giustificare la visione dei diritti umani.
L' universalismo morale, nella critica che Gambino rivolge ad Habermas,
non può porsi come garante per una stabilità pacifica nel mondo solo per
il contenuto strettamente etico dei diritti fondamentali a causa del controbilanciamento
di una forma strettamente giuridica che vuole che il fondamento stesso debba
avere natura normativa e consensuale. [36]
Dunque per le ragioni fin qui addotte una ricerca del fondamento assoluto
dei diritti dell' uomo diventa improponibile; sembra però che il problema
di oggi non sia tanto quello della loro giustificazione, quanto quello di
una loro effettiva protezione, ma questo è un problema soprattutto politico
e non solamente filosofico.
Sembra infatti che l' ideale di questo fondamento conosca un uso partigiano
e strumentale nella giustificazione del diritto di ingerenza, che non può
essere inteso soltanto in funzione punitiva, ma deve mirare alla diffusione
di una fattiva solidarietà planetaria.
15.1 Il costante richiamo al carattere universale dei diritti umani in recenti interventi bellici come paravento per nascondere i veri interessi egemonici dell' America .
Il richiamo al carattere
universale dei diritti umani è stato di fatto, come si è precedentemente
accennato, una costante nei vari interventi degli Stati Uniti nella guerra
in Bosnia, in quella tra Iran e Iraq, nella guerra alla Jugoslavia per il
Kosovo, in quella all' Afghanistan come risposta all' attentato alle Torri
Gemelle dell' 11 settembre e non ultima in quella dell' aprile di quest'
anno all' Iraq di Saddam Hussein.
Ma il principale movente, abilmente occultato dalla stampa e dai mass –
media occidentali puntanti sempre sulle forme più eclatanti (terrorismo,
attentati e via dicendo) è quasi sempre quello economico, in perfetta coerenza
con l' etica protestante di cui si è parlato, altrimenti in mancanza di
questo, quello di una sapiente formulazione strategica di alleanze.
Dopo il crollo dell' URSS Slovenia e Croazia reclamarono il loro diritto
all' indipendenza dalla Jugoslavia in base al principio di autodeterminazione
dei popoli sancito a Helsinki nel 1975 e la comunità internazionale lo accolse.
I serbi di Bosnia fecero la stessa cosa ma con risultati negativi; di conseguenza,
scesero in guerra contro i croati e dopo sei anni di sanguinose battaglie,
mentre stavano quasi per vincere intervennero gli Stati Uniti affermando
che bisognava interrompere quel massacro quando in realtà a loro interessava
insinuare una sorta di cuneo di musulmanesimo non integralista (Albania,
Bosnia e Kosovo) in Europa a favore della Turchia, loro importante alleato.
E' chiaro qui lo stravolgimento del diritto internazionale e il non rispetto
del principio secondo cui i popoli avevano il diritto di muovere guerra
tra loro per risolvere in casa propria le loro controversie.
Un altro esempio paradigmatico è la guerra tra Iran e Iraq nell' ambito
della quale i paesi occidentali si limitarono a riempire di armi entrambi
i contendenti traendo benefici economici dal sacrificio in termini di vite
umane sia di iraniani che di iracheni.
Dopo cinque anni di battaglie, nel 1985 l' esercito iraniano si trovava
davanti a Bassora e stava per por fine al regime iracheno.
Gli americani dicendo che la presa di Bassora avrebbe comportato una grande
carneficina cominciarono a riempire di armi Saddam Hussein e a inviare navi
nel Golfo per cercare un incidente che legittimasse il loro aiuto: cosa
che puntualmente avvenne dato che il naviglio statunitense venne affondato
e, benché il missile fosse iracheno, la colpa venne data agli iraniani.
Il risultato dell' intervento umanitario fu un bilancio altissimo di morti
e il rimpinguamento delle armi di Saddam, quelle stesse che lo spingeranno
in seguito all' invasione del Kuwait.
Dodici anni dopo lo stesso problema si ripropose e gli Stati Uniti chiamarono
gli alleati per muovere guerra a Saddam tralasciando il fatto che la povertà
dell' Iraq causata dall' embargo del '91 aveva provocato la morte per fame
di quasi trecentomila bambini ogni anno.
Ma questa è stata ostinatamente attribuita dai mass – media unicamente al
regime sanguinario e violento di Saddam Hussein.
In realtà la presenza di fantomatiche armi di distruzione di massa - che
poi di fatto non sono state trovate e che peraltro sono sviluppabili soltanto
con una tecnologia sofisticata e notevoli capitali, cosa che l' Iraq non
possiede - è stato un facile pretesto per giustificare l' attacco agli occhi
dell' opinione pubblica.
Quest' ultima, purtroppo a causa della disinformazione non poteva sapere
che precedentemente era scoppiata in tutta la sua drammaticità una rivolta
sociale in Venezuela, in seguito alle disastrose condizioni di vita della
popolazione, dettate dalle multinazionali statunitensi del petrolio: infatti
il Venezuela è sempre stato il maggior rifornimento di greggio degli Stati
Uniti oltre all' Arabia Saudita nella quale l' Islam wahhabita [37]
è religione di stato.
Tra Stati Uniti e l' Arabia Saudita [38] è stato sancito una specie di
matrimonio di interesse: da una parte la casa reale – custode dei luoghi
sacri e depositaria della purezza dell' Islam – si è sempre impegnata a
fornire a Washington petrolio in grandi quantità e a basso costo; dall'
altra gli americani si sono impegnati a pagare il conto e a proteggere la
dinastia al potere a Riyad.
Ma l' oro nero produce ricchezza e la ricchezza è in opposizione
con la visione ascetica della vita che rappresenta un altro elemento costitutivo
del wahhabismo.
Nonostante tale contraddizione l' unione ha funzionato per anni ma la rottura
era comunque inevitabile e questa coincise con la guerra del Golfo del 1991
e la successiva permanenza delle truppe americane nel suolo sacro della
penisola arabica che, secondo i wahhabiti, non può essere calpestato da
infedeli.
Questo ha fatto vacillare il patto tra Washington e la casa reale, che si
trova sempre più isolata nel suo paese per lo strapotere dell' integralismo
wahhabita incarnato da Osama bin Laden, i cui principi erano stati traditi,
dato che la stessa casa reale aveva permesso alle truppe statunitensi di
rimanere nella penisola. [39]
Dunque l' obiettivo primario di Bush è stato quello di cercare un' alternativa
petrolifera all' Arabia Saudita nell' area mediorientale e guarda caso l'
Iraq era una buona preda in tal senso.
Gli Stati Uniti sono andati avanti dicendo che l' intervento in Iraq era
finalizzato alla sua liberazione dal regime cruento e sanguinario di Saddam,
alla restituzione della sua indipendenza e al ritorno del petrolio iracheno
sul libero mercato (ovviamente escludendo quegli stati come la Francia che
si sono resi colpevoli di insubordinazione).
Di fatto però l' Iraq sarà d' ora in poi un protettorato americano, come
lo è già l' Afghanistan e la sua indipendenza sarà come quella del Kuwait:inesistente.
I liberatori si trasformano quasi sempre nei nuovi padroni e come ha detto
un mullah iracheno tra i più moderati, Mohammed al Kachami: “Gli americani
sono come le medicine. Quando le dosi sono troppo massicce diventano un
veleno che uccide, peggio della malattia che c' era prima”.
Ma torniamo indietro nel tempo alla guerra per l' indipendenza del Kosovo.
Contendenti erano gli albanesi che reclamavano l' indipendentismo e i serbi
che volevano ottenere il diritto di difendere un territorio che apparteneva
a loro da secoli sia storicamente che giuridicamente. In un anno e mezzo
di guerra in Kosovo si ebbero due eccidi di civili da parte dei militari
serbi per un totale di duecento vittime, quindi bassa come percentuale.
La CNN cominciò a trasmettere in modo ripetuto le immagini degli eccidi
come ci si riferisse ogni volta ad episodi nuovi e diversi.
Il clima era stato creato ad hoc per un attacco della NATO che, senza l'
avallo dell' ONU e una ben precisa dichiarazione di guerra, attaccò la Jugoslavia
arrivando addirittura a uccidere cinquemila civili: questo aveva prodotto
la difesa dei diritti umani.
Inoltre, ricorrendo al ricatto economico e minacciando la Jugoslavia di
bloccare gli aiuti destinati alla sua ricostruzione, gli americani si fecero
riconsegnare l' ex capo dello Stato jugoslavo Milosevic per trascinarlo
davanti al tribunale dell' Aja: i vinti così diventavano anche criminali,
se si vuole evocare il principio di Norimberga di hitleriana memoria.
Ora all' Aja sono presenti Milosevic e altri comandanti serbi, nessuno però
ha voluto portare il presidente croato Tudjman, autore della più grande
pulizia etnica dei Balcani con la cacciata di 750000 serbi.
[40]
Così gli Stati Uniti e la NATO avevano violato il principio dell' intangibilità
della sovranità nazionale e del divieto di ingerirsi militarmente negli
affari interni di uno stato sovrano sempre sulla base della difesa dei diritti
umani.
Si passi ora alla guerra all' Afghanistan. Dopo l' 11 settembre gli americani
accusarono dell' attentato Osama Bin Laden che in quel momento si trovava
in Afghanistan e chiesero ai talebani la consegna immediata. Il governo
del paese era disponibile a patto che venisse fornita una qualche prova
della responsabilità del califfo. Alla risposta secondo cui le prove erano
state fornite agli alleati degli americani i talebani si rifiutarono di
consegnare il sacro ospite.Questa guerra realizzata con migliaia di tonnellate
di bombe e con armi chimiche causò cinquemila morti civili con il risultato
che Bin Laden non fu preso.
In realtà il principale obiettivo era la costruzione di un colossale gasdotto
di proprietà americana che congiungesse il Turkmenistan con il Pakistan.
Inoltre, attraverso l' occidentalizzazione dell' Afghanistan, quest' ultimo
poteva diventare un discreto mercato.
Il mullah Omar, guida spirituale dei talebani, ha una visione dell' economia
improntata sui dettami del Corano.Questi ultimi vietano espressamente la
produzione e il consumo di sostanze stupefacenti e benché a lui servisse
il ricavato del traffico d' oppio per comprare grano dal Pakistan riuscì
a proibire la coltivazione del papavero da cui solitamente l' oppio viene
ricavato.
Egli in realtà aveva capito che certi elementi del modello occidentale avrebbero
potuto disgregare, distruggere e ridurre alla miseria più totale la società
tradizionale afgana. Inoltre la sua visione di tipo pauperistico poteva
essere scomoda per i fautori della modernità e delle sue conquiste tecnologiche
ed economiche [41] .
Dunque per questo suo ancorarsi a legge arcaiche venne visto come Orrore
allo stato puro e campione di terrorismo.
E' da ricordare che non c' era nessun afgano nel commando che distrusse
le Torri Gemelle e il Pentagono.
Nei gruppi di Al Quaeda c' erano arabi sauditi, egiziani, tunisini, marocchini,
algerini e giordani; di afgani e iracheni neppure l' ombra.
Il solo fatto della presenza di Bin Laden in Afghanistan fece collegare
la storia dei talebani con quella di Al Quaeda.
La realtà è che l' attacco subito l' 11 settembre ha permesso agli americani
di occupare l' Afghanistan [42] e di sancire
il principio della guerra preventiva in nome di un terrorismo dalle
dimensioni globali.
Scrive Jean Baudrillard ne Lo spirito del terrorismo : “La condanna
morale, l' unione sacra contro il terrorismo, sono commisurate al giubilo
prodigioso che nasce dal vedere distruggere la superpotenza mondiale, meglio
ancora di vederla autodistruggersi, suicidarsi in bellezza. Perché è lei
con la sua potenza insopportabile, ad aver fomentato questa violenza infusa
in tutte le parti del mondo, e quindi anche nell' immaginazione terroristica
che (senza saperlo) ci abita tutti” [43] .
16. America e Islam: due diverse concezioni di ricchezza a confronto
.
L' atteggiamento degli Stati Uniti finora analizzato nei vari interventi
bellici può essere visto come una sorta di applicazione in concreto di quello
che Kilani definisce come universalismo individualista che pretende
di proclamare l' uguaglianza annullando di fatto le differenze e l' altro
da sé quando non funzionali ai propri interessi.
Lo spirito capitalistico che, come si è visto, anima la politica economica
degli Stati Uniti è in costante opposizione con lo sprezzo per i beni effimeri
del mondo propugnato più volte dal Corano.
Si veda ad esempio il celebre passo (CII,1):”Vi distrarrà [da Dio] la gara
ad arricchirvi” in cui Muhammad si scaglia contro l' avidità degli strati
più benpensanti della Mecca mercantile, spiritualmente corrotta dalla smania
di facili guadagni, ricordando in ciò alcuni dei profeti ebrei pre-esilici
che insistono sull' ora inesorabile del giudizio e del castigo.
La vera ricchezza per l' Islam non sta nel possesso ma nell' andare verso
Allah, il solo titolare di un vero e abbondante bottino.
Essendo Allah il signore e proprietario unico del creato, non si darebbe
a rigore diritto di proprietà alcuno al di fuori del suo; gli uomini essendo
suoi servi possono disporre dei beni creati da Dio nella misura in cui lo
permetta.
Ciascun uomo dispone del rizq (termine equivalente al sostentamento)
a lui destinato da Dio e non vi è nulla che dipenda da umana volontà in
grado di variarne la volontà o consistenza. [44]
A questo punto è chiaro che se ricchezza per la religione islamica è assegnazione
provvidenziale decretata da Dio, per il puritanesimo è invece obiettivo
che l' uomo deve raggiungere per dimostrare l' elezione divina e per conquistarsi
quel posto di rilievo all' interno della società .
Sono due ideologie integraliste che si scontrano e per imporsi l' una sull'
altra si impiega o il terrorismo (da parte ad esempio dell' Arabia
Saudita) o il terrorismo di stato (da parte degli Stati Uniti).
E' la dimostrazione di come il legame della fede, quando è avvertito, costituisca
una forza coercitiva e schiacciante in grado di discriminare, annullare
o escludere l' altro da sé.
17. Conclusioni finali.
Se la soluzione prospettata
da Geertz di una politica superiore che sappia governare i conflitti etnico
- religiosi si dimostra retrograda e utopica in quanto è praticamente impossibile
far capire a due popoli in conflitto tra loro che la loro cultura ha pari
dignità, quella invece prospettata da Kilani di un universalismo consapevole
dei propri limiti che sappia rispettare le differenze instaurando con esse
una sorta di interconnessione può essere senz' altro più realizzabile.
Solo capendo che per attuare un dialogo autentico bisogna tralasciare le
presunzioni di verità di entrambe le parti si può restituire alla cultura
quella dimensione di accoglienza dell' esperienza del diverso che le è propria.
E in questo la scienza antropologica, con la sua attenzione per il dettaglio
locale può apportare il suo valido contributo: tesi sulla quale Kilani e
Geertz ,ai quali è stata dedicata questa trattazione, concordano.
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Si consiglia inoltre di consultare i seguenti siti web soprattutto in relazione
a quanto esposto nei capp.14,15,15.1:
http://www.liberazione.it/giornale/030309/Lb12D685.asp
http://www.univ.trieste.it/cusrp/Galtung_2002.html
http://www.racine.ra.it/curba/rivoluzioni/Storia/glossario.htm
Notes
[Note 1] Cfr. G.PASQUALOTTO, Intercultura
e globalizzazione, in Incontri di sguardi – saperi e pratiche dell' intercultura
a cura di A. Miltenburg, Padova, Unipress; 2003,p.55
[Note 2] Cfr. C. SACCONE, Allora
Ismaele s' allontanò dal deserto…I percorsi dell' Islam da Maometto ai nostri
giorni, Padova, edizioni Messaggero, p.283-304
[Note 3] Nella lezione augurale al Collège
de France, Lèvi-Strauss definisce in tal modo l' antropologia strutturale:”di
tutte le scienze, essa è probabilmente la sola a valersi della soggettività
più intima come di un modo di dimostrazione oggettiva. Poiché è pure un fatto
oggettivo che lo stesso individuo, che si è abbandonato all' esperienza e si
è lasciato modellare da essa, diventi il teatro di operazioni mentali che, senza
abolire le precedenti, trasformano l' esperienza in modello, rendendo possibili
altre operazioni mentali. In fin dei conti, la coerenza logica di queste ultime
si fonda sulla sincerità e sull' onestà di colui che può dire, come l' uccello
esploratore della favola: ero lì, quella cosa mi successe. Crederete di esserci
anche voi; e che riesce in effetti a comunicare tale convinzione”. Si può notare
come Lèvi-Strauss si sforzi di approdare ad una ricostruzione il più fedele
possibile delle proprie esperienze sul campo includendo l' osservatore stesso
nella sfera dell' osservazione e facendolo procedere mediante operazioni mentali
che però non vengono messe in discussione.L' illusione che la “parola piena
e presente” possa essere uno dei criteri di autenticità dell' oggetto antropologico
sarà una delle maggiori critiche avanzate all' antropologo belga.
[Note 4] Per questa parte relativa alle
concezioni di Kilani sul discorso antropologico cfr. l'introduzione di Annamaria
Rivera La coscienza antropologica fra analisi e autoanalisi e i primi
tre capitoli tratti dalla prima parte Sulla natura del discorso antropologico
all' interno de L' invenzione dell' altro di M. Kilani, Bari, Dedalo,
1997.
[Note 5] Cfr. C.GEERTZ, Interpretazione
di culture, tr. it.,Bologna, il Mulino, 1988
[Note 6] cfr. C.GEERTZ, Antropologia
interpretativa, tr. it.,Bologna, il Mulino, 1988, p.79
[Note 7] Cfr. F.PERON, L.C.FREYCINET,
Voyages de découvertes aux terres australes ,Imprimerie royale, Paris,1816
[Note 8] Cfr. M.KILANI, L' invenzione
dell' altro, Bari, Dedalo, 1997, pp. 137-155
[Note 9] Cfr. M.KILANI, L'invenzione
dell' altro, Bari, Dedalo, 1997, pp.157-200
[Note 10] Cfr. M.KILANI, L' invenzione
dell' altro, Bari, Dedalo, 1997, pp.265-306
[Note 11] Cfr. M.KILANI, L' invenzione
dell' altro, Bari, Dedalo, 1997, pp.201-264
[Note 12] Cfr.C.GEERTZ, Antropologia
interpretativa, tr. it.Bologna, il Mulino, 1988, p.91-117
[Note 13] Cfr.C.GEERTZ, Antropologia
interpretativa, Bologna, il Mulino, 1988, pp.83-90
[Note 14] Cfr. MASSIMO FINI, Il
vizio oscuro dell' occidente – manifesto dell' antimodernità, Venezia, Marsilio,
2002, pp.14ss.
[Note 15] Cfr. C.GEERTZ, Mondo
globale, mondi locali, Bologna, il Mulino, 1999, del quale sono stati riportati
i concetti- chiave in questo e nel seguente capitolo.
[Note 16] Cfr. OXFORD ENGLISH DICTIONARY,vol.I.PP.30ss.
[Note 17] Cfr.C.GEERTZ,Mondo globale,
mondi locali, Bologna, il Mulino, 1999, p.53
[Note 18] Cfr. J.READER, Africa,
Mondatori, 2001, p.198
[Note 19] Cfr. J.READER, Africa,
Mondatori, 2001, p.197
[Note 20]
Cfr. K. POPPER , Entretien sur l' économie , in “Revue ncaise d' économie”,
n.2, 1986, p.63
[Note 21] Cfr. A. OLLERO TASSARA,
Diritto positivo e diritti umani, cit., p. 124
[Note 22] Cfr. A. SMITH, La ricchezza
delle nazioni, Roma, Newton end Compton,1995, p.550
[Note 23] Cfr. M. WEBER, L' etica
protestante e lo spirito del capitalismo, Firenze, Sansoni, 1977, p.209
[Note 24] Cfr.intervista a Règis Debray
da L' Humanitè sul sito http://www.liberazione.it/giornale/030309/Lb12D685.asp
[Note 25] Cfr. sul sito http://www.univ.trieste.it/ cusrp/Galtung_2002.html
l' intervista a Johan Galtung,docente di studi sulla pace all' Università delle
Hawaii Due integralismi divisi dall' oro.
[Note 26] Cfr. A. GAMBINO, L' imperialismo
dei diritti umani – Caos e giustizia nella società globale, Roma, Editori
Riuniti, 2001
[Note 27] Cfr.M.T.CICERO,De officiis,tr.it.
Sui doveri, Milano, Rizzoli,1987
[Note 28] Cfr.M.WEBER,Economia
e società,Edizione di Comunità,Milano,1962
[Note 29] Cfr.T.HOBBES, Leviathan
,tr. It. di T.Magri,Roma,editori Riuniti,1982 e sempre del medesimo autore Elementi
di legge naturale e politica,tr.it.,La Nuova Italia,Firenze,1985
[Note 30] Ricordiamo che Hobbes riconosce
il fondamento naturale del diritto e che da un complesso di norme, connaturate
all' uomo, che si pretende siano universalmente e perennemente valide, fa derivare
i diritti fondamentali e inviolabili dell' uomo.
[Note 31] Cfr.J.LOCKE,Trattato
sul governo,tr.it.,editori Riuniti,Roma,1984
[Note 32] Cfr.F.DE VITORIA, De
Indis et de iure belli relectiones ,Oceana,Washington,Carnegie Institution
1919
[Note 33] Cfr. A.GAMBINO,L' imperialismo
dei diritti umani,Roma,Editori Riuniti 2001, p.122
[Note 34] Cfr.N.BOBBIO, L' età
dei diritti, Torino, Einaudi, 1990
[Note 35] Cfr.A.GAMBINO,L' imperialismo
dei diritti umani,cit.,p26
[Note 36] Cfr.J.HABERMAS,L' inclusione
dell' altro.Studi di teoria politica.Milano,Feltrinelli,1998
[Note 37] dal nome di Ibn Abd al Wahhab
vissuto nella penisola arabica tra il 1703 e il 1792
[Note 38] per i rapporti tra Stati
Uniti e Arabia Saudita cfr. nota 25.
[Note 39] non si può inoltre non tener
conto che quindici dei diciannove attentatori dell' 11 settembre erano cittadini
sauditi.
[Note 40] Con l' intervento della
NATO i serbi da 300000 che erano ora sono ridotti a 60000.
[Note 41] Cfr. A. RASHID, Talebani,
Milano, Feltrinelli, 2001, P.147
[Note 42] con tanto di traffico di
droga tra le forze di occupazione, addirittura dopo che l' ONU aveva chiesto
la fine della coltivazione del papavero per non perdere la faccia, per riprendere
a favorire le grandi organizzazioni criminali che godono di forti appoggi da
parte delle classi dirigenti di stati dalla condotta irreprensibile.
[Note 43] Cfr. J. BAUDRILLARD, Lo
spirito del terrorismo, Milano, Raffaello, 2002, pp.8-9
[Note 44] Cfr. C.SACCONE, Allora
Ismaele s' allontanò dal deserto…I percorsi dell' Islam da Maometto ai nostri
giorni, Padova, edizioni Messaggero, 1999, pp.220ss.