Università degli Studi di Padova
Facoltà di Lettere e Filosofia
Master in Studi Interculturali
a. a. 2002/2003
Tesina di approfondimento:
Identità culturale e alterità in Kilani e Geertz. Questioni problematiche
Davide Caldera
Relatore: Prof. G. Pasqualotto (Filosofia delle culture)



ABSTRACT

Si tratta di una riflessione sul rapporto tra identità culturale e alterità secondo la prospettiva di Mondher Kilani e Clifford Geertz.
Rifiutando la concezione dell' antropologia tipicamente descrittiva di Lèvi-Strauss che occultava la storicità dell' osservatore, entrambi gli autori cercano di stabilire una sorta di interconnessione con l' oggetto di ricerca. Kilani lo fa attraverso una partecipazione attiva in prima persona dell' antropologo alle vicende della comunità studiata, Geertz mediante l' interpretazione dei significati dei simboli contenuti in una determinata cultura. Il risultato sarà quello di empatia e comunione con la realtà e le persone incontrate sul campo da non intendersi come struttura preesistente, bensì come un' entità che si manifesta proprio durante la ricerca.
Kilani passa in rassegna le diverse tappe storiche da Colombo in poi che hanno portato ad inventare l' alterità attribuendole dei tratti caratteristici tipici di una concezione etnocentrica basata sulla superiorità del modello occidentale sulle altre culture ritenute minori in base a criteri e paradigmi non sottoposti a processi di problematizzazione e relativizzazione.
Si è anche trattato l' approccio di Geertz con le questioni connesse alla globalizzazione e successivamente il rapporto tra etica protestante e spirito capitalistico esistente nella coscienza di determinati paesi, Stati Uniti in primis, che si va sempre più a contrapporre allo spirito pauperistico di alcune sette islamiche come il wahhabismo diffuso soprattutto nell' Arabia Saudita.
Il risultato dell' imposizione del modello occidentale sarà quello della messa in discussione delle identità dei vari paesi minacciati che non troveranno altre armi per far sentire la loro presenza se non il terrorismo e il fondamentalismo.
Tale imposizione viene svolta anche durante i vari interventi bellici facendo ricorso al concetto di universalità dei diritti umani : si pone quindi il problema cruciale se questo possa avere o meno un fondamento assoluto tale da giustificare ogni diritto di ingerenza.
Dopo aver constatato concretamente come nei vari interventi bellici in Bosnia,nella guerra tra Iran e Iraq,nel Kosovo, in Afghanistan e in Iraq la questione dell' universalità dei diritti umani sia stata impiegata come una sorta di paravento per nascondere i veri interessi egemonici degli Stati Uniti, si sono esaminate le proposte avanzate da Kilani e Geertz per il superamento del conflitto tra le diverse culture cercando di capire quale sia più realizzabile sul piano concreto e quale invece sia più utopica .


INDICE
PARTE PRIMA: DUE MODELLI ANTROPOLOGICI A CONFRONTO
1. Introduzione: una premessa alla definizione di cultura in Kilani e Geertz 2. La polemica tra Kilani – Geertz e Lèvi-Strauss
3. La ricerca sul campo condotta da Geertz a Bali
4. L' invenzione dell' altro da Colombo in poi
5. La ricerca sul campo condotta da Kilani in Papua – Nuova Guinea
6. La ricerca sul campo condotta da Kilani attraverso le alpi del Vallese
7. Il problema del velo islamico in Francia nell' ambito della ricerca condotta sul campo da Kilani
8. Una migliore definizione della categoria di lignaggio proposta da Kilani nell' ambito della ricerca sul campo condotta lungo le oasi di Gafsa nel sud – tunisino
9. Risultati della ricerca condotta sul campo da Kilani lungo le oasi di Gafsa nel sud – tunisino
10. Il mondo della globalizzazione e il moltiplicarsi delle specificità culturali con conseguenti rivendicazioni identitarie secondo il punto di vista di Geertz
11. La proposta di una migliore definizione di cultura da parte di Geertz che si adatti all' evoluzione e ai mutamenti del mondo odierno
PARTE SECONDA:PROBLEMATICHE INERENTI ALLA GLOBALIZZAZIONE ATTUALE
12. L' Africa: triste esempio dei disastri prodotti dai meccanismi della globalizzazione
13. Perfino Adam Smith si era accorto anni addietro che nel sistema mercantile il fine ultimo dell' individuo era la produzione…
14. Gli Stati Uniti come guida dell' attuale modello di sviluppo occidentale e le implicazioni religiose di tale modello
15. La questione complessa del concetto di universalità dei diritti umani
15.1 Il costante richiamo al carattere universale dei diritti umani in recenti interventi bellici come paravento per nascondere i veri interessi egemonici dell' America
16. America e Islam: due diverse concezioni di ricchezza a confronto
17. Conclusioni finali
Bibliografia di riferimento


PARTE PRIMA: DUE MODELLI ANTROPOLOGICI A CONFRONTO

1. Introduzione: una premessa alla definizione di cultura in Kilani e Geertz.

Uno dei temi principali della riflessione interculturale è il rapporto tra identità culturale e alterità. Il presente contributo intende trattarlo dal punto di vista di due noti antropologi: Mondher Kilani, di cultura e sensibilità francofona, ma originario del Maghreb, e Clifford Geertz, statunitense e rappresentante della cosiddetta Antropologia interpretativa .
Un punto in comune tra i due studiosi è dato dal netto rifiuto della concezione di identità culturali intese come monadi incomunicabili e immodificabili dato che le singole identità , come poi si è dimostrato nel tempo,si formano attraverso il confronto con le altre identità.
La civiltà greca si era formata ad esempio mediante influssi micenei, cretesi, fenici, egizi.Quella romana era stata formata da influssi etruschi, sanniti, volsci e si era poi sviluppata grazie ai rapporti con svariate centinaia di etnie sulle coste del Mediterraneo, in Asia Minore, in Spagna, in Gallia, in Britannia. [1]
L' Islam, di cui gran parte della stampa occidentale enfatizza solo le forme più eclatanti, nella sua storia - dalla Baghdad degli abbasidi alla Spagna moresca, in cui cristianità, ebraismo e islamismo convissero dando origine a straordinarie forme di meticciato culturale, dall' impero ottomano all' India dei moghul - ci ha dato autentiche lezioni di pacifica convivenza tra fedi diverse. [2]
L' identità americana è stata prodotta e ancora oggi è data da una molteplicità di culture (europea, latino – americana, mediterranea, cinese) a dispetto di quanti la ritengono entità autonoma con pretese di superiorità sulle altre culture.
Fatta questa premessa viene da dire che il discorso antropologico non può essere meramente descrittivo in quanto, come si è visto, la cultura non è un qualcosa di originario, precostituito e immutabile, bensì un qualcosa che nella sua mutevolezza si manifesta nel momento stesso in cui un ricercatore cerca di scoprirla sul campo , luogo in cui viene compiuta la ricerca.

2. La polemica tra Kilani – Geertz e Lèvi-Strauss.

Su queste basi si innesta la polemica tra Kilani – Geertz da una parte e Claude Lèvi-Strauss dall' altra. Secondo quest' ultimo la vita sociale si fonda su una serie di segni e regole fisse che indicano le strutture sulle quali una società si regge. Le strutture simboliche hanno rapporti sempre uguali che non vengono mutati dalle variazioni che si manifestano nelle società. E' una visione della realtà umana dove viene abolita ogni considerazione storicista di progresso e ogni valutazione su ciò che appare come primordiale e quello che apparirebbe come evoluto. L' ordine vero e profondo delle cose si trova unicamente sul piano dell' inconscio, sulla capacità da parte dello spirito di organizzare le realtà attraverso i propri riferimenti spaziali e temporali. Il fine dell' antropologia strutturalista, di cui Lèvi-Strauss è il padre, è quello di redigere un repertorio di possibilità tramite le quali si compie tale organizzazione e verificare i rapporti tra di esse. [3]
Secondo Kilani [4] il discorso antropologico è sempre, anche quando lo si vuole meramente descrittivo, una traduzione dato che garantisce il passaggio dalla cultura dell' altro a quella dell' osservatore e del lettore. E' un movimento dinamico tra il dentro e il fuori, l' identico e il diverso, la vicinanza e la lontananza dove la cultura, intesa come insieme di simboli condivisi da una comunità di persone, viene tradotta e interpretata (per dirla con Geertz) in un linguaggio transculturale.
Il concetto di identità culturale in Kilani non si esaurisce con la pura e semplice indagine degli spazi inscritti nella storia degli attori sociali ma comprende anche la temporalità che lega l' osservatore a ciò che va registrando.
In altre parole le condizioni dello sguardo che si rivolge devono essere concettualizzate e problematizzate dato che l' antropologo è storicamente e culturalmente definito dalle domande che rivolge e dal modo in cui cerca di comprendere il mondo allo stesso modo in cui le risposte date dagli informatori risultano mediate a loro volta dalla loro cultura e dalla loro storia.
Antropologo e informatore sono impegnati così a stabilire una base di comune comprensione e da tale incontro può scaturire una sorta di luogo intermediario tra le due culture che rappresenta “un momento di pensiero interculturale”.
Quindi secondo Kilani non bisogna mascherare (come fa Lèvi-Strauss appellandosi alla semplice referenzialità sul campo – “io ero là e mi accadde quella tal cosa”- e illudendosi in tal modo di essere più oggettivo) ma mettere in gioco l' appartenenza del ricercatore alla società globale, dove per società globale si intende quella a cui appartiene l' antropologo e che, per le sue caratteristiche e per i suoi valori, si trova in una posizione storicamente e culturalmente dominante rispetto alla società o al gruppo cui appartiene l' oggetto del discorso, assumendola come parte della ricerca, per poi problematizzarne i condizionamenti.
Il risultato di ogni ricerca impostata in tal maniera sarà il frutto di una negoziazione fra il proprio punto di vista e quello dei propri informatori.
Occorre però che gli antropologi non siano distaccati ma attuino la loro comprensione partecipando ad atti comunicativi e facendo circolare informazioni da un villaggio all' altro, alimentando così discussioni.
I risultati della ricerca dovranno essere tradotti in una monografia, un testo da intendersi come espressione del sapere globale su una determinata cultura.

3. La ricerca sul campo condotta da Geertz a Bali.

L' effetto d' insieme si ottiene ricorrendo ad immagini ricavate dai racconti degli informatori e viene ricostruito tramite sineddochi, singole parti che vengono poi collegate all' insieme.
Un esempio ci viene fornito da un testo di Clifford Geertz che racconta una sua esperienza vissuta durante il suo soggiorno a Bali: egli aveva assistito con la moglie ad un' irruzione della polizia che mirava ad impedire lo svolgimento dei combattimenti di galli, vietati dalle autorità indonesiane.
Gli abitanti del villaggio, avendoli visti fuggire dalla polizia, si avvicinarono ai due antropologi e li ammisero nella loro cerchia.
La complicità stabilita da Geertz con i balinesi permise a lui non solo di instaurare meglio una relazione sul campo ma anche di comprendere che il combattimento dei galli era elemento distintivo della cultura balinese intesa in tutta la sua accezione globale [5] .
Significativa è la sua ricerca sul campo condotta in questo paese la cui vita viene vista come una sorta di spettacolo teatrale con tipi fissi che indossavano delle vere e proprie maschere: ogni aspetto espressivo viene stilizzato.
Geertz rileva puntualmente che il dramma da loro recitato non corrisponde ad alcuna finzione dato che è esso stesso sostanza delle cose.
A Bali ogni aspetto intrinseco alla gerarchia e allo status viene teatralizzato e prova di questo fatto è il sistema di attribuzione dei nomi secondo l' ordine di nascita e la condizione sociale: Re,Nonna,Terzo nato,Bramino [6]
E' chiaro come l' antropologo statunitense si sforzi di interpretare questi nomi simbolici tramite parametri costantemente problematizzati che possano essere comprensibili per il lettore appartenente alla cultura globale.
Se non c' è infatti la concettualizzazione dell' ipotesi metodologica di chi indaga si rischia di inventare l' altro ovvero di fornirne una rappresentazione arbitraria, riduttiva e parziale.

4. L' invenzione dell' altro da Colombo in poi.

Nell' ambito del discorso antropologico l' invenzione dell' altro iniziò all' epoca di Cristoforo Colombo in cui le cose viste nel Nuovo Mondo furono rapportate alle cose conosciute e sperimentate nel Vecchio Mondo.
Gli imponenti edifici degli incas e dei maya furono comparati alle piramidi d' Egitto mentre i templi atzechi alle moschee ma con questo lavoro di comparazione gli scopritori non fecero altro che inventare il Nuovo Mondo.
Dalla semplice visione si passa al problema dello scrivere e quindi del dover riportare in forma più ufficiale il resoconto della propria esperienza.
Da questo punto di vista l' etnografia decide di adottare un tipo di scrittura basato sull' osservazione e una ricerca di tipo empirico che permetta al viaggiatore del sedicesimo secolo di proporsi come l' umanità di riferimento che detiene il potere di nominare le altre società e di assegnare loro un posto nelle diversità delle culture.
La monografia acquista così il potere di trasfigurare l' altro attribuendogli una silhouette nobile o feroce, pacifica o guerriera, amabile o sgradevole.
Nel settecento il racconto da viaggio diventa una vera e propria inchiesta etnografica in quanto i viaggi venivano commissionati dal potere politico a scopo di colonizzazione.
Il viaggiatore viene spesso legato col filosofo in quanto non è sufficiente osservare le cose, ma bisogna sapere come farlo e come metterle insieme.
Con l' ottocento la rappresentazione del buon selvaggio di Rousseau, che considera lo stato di natura come il tempo di una società felice e lo stato civilizzato come il risultato di una rapida degenerazione, viene ribaltata da Pèron il quale conferisce al selvaggio le caratteristiche di debolezza fisica e miseria intellettuale .
Scrive lo stesso Pèron, facendo intuire che l' Altro reale non corrisponde più all' Altro immaginato: “Io vedevo con un piacere inesprimibile realizzarsi quelle brillanti descrizioni della felicità e semplicità dello stato di natura di cui avevo tante volte, nelle mie letture, gustato il deduttivo fascino…Ero allora ben lontano dal sospettare tutta l' estensione delle privazioni e delle miserie che un tale stato comporta” [7] .
Successivamente Pèron fa diventare il selvaggio un soggetto da esperimento che può essere appreso e osservato solamente attraverso strumenti scientifici.
Quest' ultimo scende così dal piedistallo e viene così proclamata la superiorità del civilizzato legittimandone in tal modo la missione civilizzatrice e l' impresa coloniale.
Le differenze sociali e culturali venivano interpretate da Pèron attraverso le misure comparate dei caratteri anatomici e dei regimi alimentari.
Tale antropologia fisica raggiungerà il suo apice con Philippe de Broca, fondatore nel 1859 della Società d' antropologia di Parigi , che classifica secondo una scala evolutiva e gerarchica le razze, le classi sociali, le differenze tra uomo e donna, il bambino e l' adulto, il normale e il patologico.
Tutto questo comportando uno sradicamento e una perdita di identità da parte delle culture sottomesse in base a questa logica classificatoria che considera il modello occidentale come l' unico portatore di verità e che pretende di sopprimere tutti gli elementi differenziali in quanto non funzionali e non rientranti nella forma dell' omologazione.

5. La ricerca sul campo condotta da Kilani in Papua – Nuova Guinea.

Nell' ambito della sua ricerca condotta tra i melanesiani di Porapora in Papua - Nuova Guinea [8] , Kilani si sofferma ad analizzare impietosamente le visioni stereotipate dei bianchi riguardo i papua: uomini dalla pelle scura la cui figura è simile a quella della scimmia, la cui religione è rudimentale, la cui cosmologia è disordinata e il cui culto degli antenati è una relazione contrattuale tra le parti per ottenere il benessere.
Il melanesiano viene visto costantemente legato ai suoi morti, talmente ignorante da confondere i bianchi con i propri antenati.
Lo sguardo usato dagli europei è stato adeguato ai propri parametri culturali vedendo nel melanesiano l' ultima traccia vivente di Cam, figlio di Noè, maledetto da Jahvè. Le anomalie attribuite ai melanesiani, discendenti di Cam, si pensava fossero dovute a Dio, tramite il richiamo arbitrario del passo biblico in questione che veniva esteso a loro.
Per lungo tempo i bianchi sono stati divinizzati sia per il prestigio economico che per il Cristianesimo anche se le chiese cristiane della Melanesia avevano impartito un insegnamento mancante della trascendenza, orientato verso i valori dell' individualismo e del lavoro, solo metodo per ottenere la redenzione.
Era un modo astuto per favorire lo sfruttamento e i malvagi colonizzatori:così si sarebbero compiute le Sacre Scritture secondo cui Cam doveva diventare schiavo di Jafet (da cui discenderanno gli europei) e Sem (da cui proverranno gli asiatici).
Quando più tardi i melanesiani si accorsero che le missioni cristiane non intercedevano in loro favore associarono Dio e Gesù ai loro eroi mentre Adamo ed Eva, tradizionalmente associati alla sfera del peccato, furono trasformati in eroi dei bianchi: questo processo di esclusione dei bianchi dall' universo cosmologico dei papua aumentò fino al punto in cui i bianchi furono percepiti sotto la forma di totale disastro e così anche gli idoli conobbero il loro crepuscolo.

6. La ricerca sul campo condotta da Kilani attraverso le alpi del Vallese.

L' imposizione di un modello culturale sugli altri in base ad una propria presunta superiorità è quanto emerge da un' altra ricerca sul campo condotta da Kilani attraverso le alpi del Vallese [9] .
In questa si pone l' accento su una particolare razza di vacche da combattimento:le Hèrens.
In passato si sono sempre caratterizzate per forza e aggressività, attributi tipicamente maschili e sono state circondate da ogni tipo di attenzione da parte dei padroni.
Inoltre alimentando ogni tipo di discussione tra gli allevatori sulle qualità delle bestie diventavano anche un pretesto per le relazioni sociali venendo così a costituire una sorta di collante sociale ma anche un oggetto di conflitto.
Per il loro carattere combattivo venivano dati a loro nomi come Tigre, Leonessa, Pantera e il fatto addirittura che i familiari non volessero mangiare la carne della propria vacca era segno di come questa venisse considerata come membro effettivo della famiglia.
Il combattimento tra le vacche conferiva onore all' allevatore e rappresentava simbolicamente la lotta del montanaro contro le forze della natura e una fonte di libertà contro la dura e ostile situazione ambientale.
La vacca diveniva così rappresentazione di attività, comportamenti e valori della collettività e viene assimilata ad un vero e proprio combattente umano sul quale il suo proprietario investe.
Col passare del tempo la razza di Hèrens sembra essere diventata sempre più meta di attrazione turistica e il loro allevamento sta diventando sempre più affare di nuovi proprietari provenienti dalla pianura che si impongono sui contadini per le maggiori disponibilità economiche e le maggiori chances di vincere i combattimenti.
7. Il problema del velo islamico in Francia nell' ambito della ricerca condotta sul campo da Kilani.
Si è visto come l' imposizione di un modello culturale può eliminare la differenza o renderla omologa al primo: tale atteggiamento viene definito da Kilani come universalismo individualista .
Nell' uguaglianza è però possibile vivere la differenza senza rischiare uno slittamento ad esempio verso l' Apartheid sudafricana?
A questa domanda tenta di dare una risposta Kilani affrontando il problema dell' integrazione dell' Islam nella Francia [10] , fondata sull' unicità della nazione, concepita come società composta da cittadini liberi e uguali per nascita (risultato di in processo avviatosi fin dal lontano 1789) e poggiante sul valore della laicità, quindi sulla separazione fra Chiesa e Stato e sulla libertà di culto.
Per quanto concerne invece l' Islam in linea di massima si può scegliere di diventare o non diventare musulmani ma se viene scelta questa via e si decide di sottostare ai suoi dettami religiosi e civili non si può più ritornare indietro.
Chi abbandona infatti la religione musulmana si rende colpevole del reato di apostasia e la pena prevista dal diritto shariatico è quella della morte.
Non esiste libertà religiosa per abbandonare l' Islam.
Le parole di Muhammad parlano chiare a questo proposito in un hadith profetico a lui attribuito: “Colui che cambia religione, uccidetelo. E' permesso attentare alla vita del musulmano solo nei tre seguenti casi: la miscredenza dopo la fede, l' adulterio dopo il matrimonio, l' omicidio senza motivo”.
Dalla coscienza nazionale francese lo straniero si sente escluso e per fondersi nello Stato – Nazione deve abbandonare la propria cultura, religione e lingua.
L' opinione pubblica francese considera caratteristiche identitarie della popolazione maghrebina lo hijab indossato dalle ragazze che richiama lo chador iraniano, la costruzione di moschee, la moltiplicazione dei luoghi di preghiera sui posti di lavoro.
L' Islam diventa quindi tratto distintivo degli immigrati del Maghreb e si teme continuamente che esso possa mettere in discussione i principi repubblicani della separazione tra Stato e Chiesa.
Inoltre lo hijab rivelerebbe una concezione retrograda della donna, costretta a nascondere una parte del corpo e ciò va contro il principio dell' uguaglianza.
Ai musulmani non vengono concessi alleggerimenti fiscali, i progetti di costruzione delle moschee trovano l' opposizione degli abitanti dei quartieri interessati e le feste religiose non sono riconosciute.
L' esempio più probante è quello della macellazione rituale degli animali per la celebrazione di Aid el – Kebir , il sacrificio di Abramo, vietata dalla legge francese al di fuori di mattatoi ufficiali, controllati dai servizi veterinari. Le autorizzazioni vengono di solito accordate a sacrificatori abilitati da organismi religiosi riconosciuti, ma essendo queste sempre più rare questa pratica finisce quasi sempre per essere svolta clandestinamente.
L' identificazione tra immigrato maghrebino e islamico è pressoché totale (non tenendo conto in questa sorta di massificazione delle singole storie di Tunisia,Algeria, Marocco e Mauritania in quanto ritenute civiltà inferiori a quella francese) e contro questo nemico si dice da più parti di prendere come esempio Carlo Martello che nel 732 fermò, nei pressi di Poitiers, l' avanzata degli arabi in Gallia.

8. Una migliore definizione della categoria di lignaggio proposta da Kilani nell' ambito della ricerca sul campo condotta lungo le oasi di Gafsa del sud – tunisino.

La ricerca sul campo ad El Ksar, villaggio nell' oasi di Gafsa nel sud tunisino [11] oltre a mettere in discussione la soggettività del ricercatore sottopone a critica nozioni come lignaggio ed etnia usate come linee di separazione per sostenere posizioni differenzialiste che relegano gli altri in una posizione di inferiorità.
Per Kilani il lignaggio non è un fondamento bensì il prodotto di una classificazione di individui all' interno di uno spazio sociale in continuo fermento.
E' il gruppo attraverso i suoi atti che definisce il lignaggio che non è quindi oggetto di sapere costituito e confezionato per l' osservazione.
Lo stesso discorso si può fare per la cultura da non intendersi come istanza superiore che incombe sugli attori sociali e guida le loro azioni ma come costruzione e relazione sociale, come sistema di simboli condivisi con determinati significati da interpretare alla luce di un contesto di dinamicità, movimento e mutevolezza quale è quello africano, purtroppo soggetto alle spartizioni tra le varie potenze europee in seguito alle conferenze di Berlino del 1884 – 1885.
Se si vuole trovare un' accezione di cultura come insieme di simboli condivisi con determinati significati traducibili e interpretabili in un linguaggio transculturale può risultare di notevole importanza l' apporto dato alla ricerca antropologica da parte di Clifford Geertz per il quale nel momento stesso in cui si cerca di entrare in sintonia con l' altro da sé occorre accantonare la concezione occidentale della persona intesa come un universo armonico dal punto di vista motivazionale e cognitivo e vedere le sue esperienze all' interno del quadro concettuale dell' idea che ogni persona ha di sé.
Gli impulsi mentali dei cosiddetti primitivi sono stati sistematizzati in categorie da Lèvi – Strauss.
Geertz fa rilevare come tali classificazioni non interessino alla loro praticità e che in loro ogni interesse conoscitivo per le strutture innate nel profondo della mente è totalmente assente.
Ogni loro reazione a stimoli esterni sarà sempre mediata dalla loro cultura, risultato di un cammino secolare.
Se l' uomo comune degli Azande attribuisce una disgrazia alla sfera della stregoneria, il musulmano verrà spinto a demandare ad Allàh la causa di quello che è successo rivelando così la sottomissione ad un divino disegno del quale ha rispetto pur non comprendendolo fino in fondo, il cristiano invece si farà il segno della croce.
Perciò l' interpretazione dell' evento si baserà sempre su assunti culturali e su una decifrazione del senso comune da intendersi come sistema culturale diverso da popolo a popolo e non uguale per tutti: ed è proprio attraverso la comprensione della sua diversità che si entra in comunione con l' altro. [12]

9. Risultati della ricerca condotta sul campo da Kilani lungo le oasi di Gafsa nel sud-tunisino.

La ricerca condotta da Kilani presso le oasi di Gafsa dimostra come ogni gruppo stabiliva la propria identità e le relazioni con gli altri partendo da una ripartizione dell' acqua, che non era proprietà collettiva secondo il diritto tribale, all' interno di un sistema di lignaggio .
Il lignaggio rappresentava una cornice entro la quale venivano raccolte e divise le porzioni d' acqua, di proprietà strettamente individuale, all' interno dello spazio coltivato.
Citate nel Bellum Iugurtinum di Sallustio, le oasi di Gafsa posseggono bacini, attualmente ancora in uso, che sono vere e proprie costruzioni romane.
Ogni abitante aveva il proprio metodo di distribuzione dell' acqua di cui poteva disporre liberamente e i propri strumenti di misura.
La struttura di lignaggio diviene principio organizzatore dello spazio sociale instaurando legami di solidarietà tra persone che rivendicavano la propria appartenenza ad una stessa frazione mediante il criterio della discendenza da un antenato comune.
Condividere lo stesso tempo idraulico equivaleva a condividere lo stesso tempo sociale.
Questo sistema idraulico ha funzionato fino agli anni sessanta, poi con gli interventi dello stato si sono avute profonde modificazioni dovute alla soppressione della proprietà individuale dell' acqua e all' abbandono della sua rotazione sulla base del lignaggio.
La distribuzione dell' acqua comincia allora a seguire un ordine rigido determinato dal senso di scorrimento della fonte verso l' oasi e ogni particella riceve la sua parte nel giorno e nell' ora fissati secondo la sua posizione nel catasto dei canali.
Ciò ha comportato la frantumazione della comunità un tempo raccolta attorno alla gestione dell' acqua e la riduzione dello scambio sociale.
Tale situazione è stata avvertita dagli abitanti dell' oasi come una lesione dei loro diritti e come una messa in discussione della loro identità.
I lignaggi di villaggio sono oggi ripartiti in oasiani e nomadi.
Questi ultimi, dediti alla cultura estensiva e alla pastorizia, non condividono lo stesso statuto dei primi e vengono spesso tenuti ai margini delle attività del villaggio. Essi hanno il proprio santuario e la propria moschea frequentati dai membri di uno stesso lignaggio e comprendono gruppi socialmente e territorialmente dispersi.
Attualmente gli oasiani appartengono alla tradizione mentre i discendenti dei nomadi sono inseriti nei quadri dell' amministrazione e del settore capitalistico rappresentando paradossalmente la modernità
Per gli oasiani è importante la credenza , da non intendersi come sapere compiuto e negativo secondo il linguaggio scientifico standard, bensì come la quintessenza della tradizione e della cultura .
Come costruzione sociale la credenza non funziona a partire dal singolo credente ma da una pluralità di persone che instaura una relazione di credenza.
Attraverso le credenze, i documenti e le tracce gli abitanti dell' oasi perseguono strategie di autorappresentazione e di conferma della propria identità.
Tramite l' affermazione dell' esistenza del documento storico viene legittimata la memoria genealogica mentre il ricercatore può sancire la propria autorità nel campo scientifico di fronte ai locali con i quali può instaurare relazioni sociali.
Ad esempio le famiglie di origine andalusa, stabilitesi nel Maghreb, a sostegno della loro provenienza invocano la presenza di documenti in cui si afferma l' esistenza della chiave della loro casa di Cordova che abbandonarono fuggendo.
La chiave viene così a costituire un segno della memoria e del radicamento in un passato il cui ricordo rimane ancora vivo e doloroso.
Le storie di queste famiglie vengono inserite nel quadro più ampio della storia generale della regione.
Infatti nel movimento dei muràbitùn, riformatori religiosi partiti da Seguiet el Hamra, l' ex Sahara spagnolo, esse vedono una riconferma della loro leggenda familiare che le dipinge come gruppi di andalusi, rifugiatisi dapprima nell' estremo sud del Marocco per poi arrivare in Tunisia.
I muràbitùn, originari di Seguiet el Hamra, regione che fra l' XI° i il XIII° secolo diede all' occidente musulmano numerose dinastie, fra le quali quella degli almoravidi (in arabo al – muràbitùn), sono considerati in Maghreb come dei santi che hanno combattuto contro l' infedele spagnolo che aveva espulso i musulmani dell' Andalusia.
Lo studio delle oasi di Gafsa appartiene a quel filone che mette in discussione la visione essenzialista dei gruppi etnici, smettendo di analizzarli nei termini di unità primitive e che concepisce l' identità come risultato di un processo di mobilità, spostamento, compenetrazione e interazione tra i diversi raggruppamenti nel tempo e nello spazio e non di una logica di classificazione delle differenze tra i diversi gruppi sociali.
Questa prospettiva di avvicinamento all' etnicità, in particolare allo spazio sociale maghrebino risulta confermata dall' analisi fatta da Geertz della nozione nisba in Marocco, parola derivante dalla radice triletterale “n–s –b” che significa “affinità”, “connessione”, “parentela”.
La società marocchina non affronta la propria diversità dividendosi in caste, clan o tribù ma distinguendo contesti come matrimonio, religiosità e diritto.
In una organizzazione sociale a mosaico, come Geertz definisce la società marocchina, la posizione e lo status di una persona vengono definite attraverso l' interazione con i suoi pari e non c' è pericolo che la sua identità venga messa in discussione. [13]
Ogni dettaglio locale poi non deve essere studiato isolatamente ma deve essere subito rapportato alla struttura globale.
Anche qui è chiaro come la formazione dell' identità avvenga attraverso l' interconnessione e non la divisione e non solo tra gruppi sociali ma addirittura tra singoli individui: un' immagine di caoticità, frammentazione e dinamismo che accompagnerà la riflessione di Geertz fino ai lavori più recenti anche se con sfumature più pessimistiche rispetto alle considerazioni sulle ricerche antropologiche degli anni '50-'60 svoltesi a Giava, Bali e nel Marocco medio – orientale.

10. Il mondo della globalizzazione e il moltiplicarsi delle specificità culturali con conseguenti rivendicazioni identitarie secondo il punto di vista di Geertz.

Secondo Geertz il mondo d' oggi sta vivendo una situazione paradossale data da una moltiplicazione delle differenze e divisioni culturali parallelamente a una crescente globalizzazione dell' economia e delle comunicazioni, fenomeno complesso e pieno di implicazioni politiche, sociali ed economiche.
La globalizzazione economica si può dire che inizi con la Rivoluzione industriale che decolla a metà del diciottesimo secolo in Inghilterra.
Mentre con il vecchio capitalismo commerciale (secondo la definizione di Marx) si operava su una domanda preesistente e ci si limitava a trasferire beni e risorse da un luogo all' altro, con l' industrialismo si dilata enormemente l' offerta dei beni esistenti producendo su scala e a prezzo minore ciò che prima era fatto artigianalmente.
Successivamente con il perfezionamento della tecnologia si producono beni nuovi inventando bisogni che nessuno sapeva di avere.
Mentre il capitalismo commerciale si limitava semplicemente a trasferire i beni, l' industrialismo invece li crea e cerca di smerciarli conquistando sempre più nuovi mercati.
Verso la fine del settecento Inghilterra e Francia posseggono un unico mercato nazionale che ha assorbito i vari mercati regionali.
Verso il 1870 Stati Uniti e tutti i paesi più importanti dell' Europa continentale sono arrivati finalmente ad avere un sistema economico moderno, industriale, di libero mercato.
Col passare del tempo il valore medio del commercio si innalzerà sempre più fino al 1971 quando il presidente Nixon decidendo lo sganciamento del dollaro dall' oro imprimerà una grande accelerazione alla circolazione del denaro e delle merci.
Con il crollo dell' Unione Sovietica e l' apertura della Cina al libero mercato il processo di omologazione economica può considerarsi chiuso.
Purtroppo anche i paesi del Terzo Mondo sono inseriti in questa logica di mercato globale integrato e con conseguenze per loro molto più devastanti rispetto a quelle che aveva creato il colonialismo classico.
La globalizzazione è un meccanismo ipocrita e perverso in quanto presentandosi con un volto egualitario e democratico produce invece un livellamento delle differenze o specificità culturali dato che ogni individuo tende sempre più ad affermare la propria identità solo come produttore o consumatore indipendentemente dalla sua appartenenza ad uno stato , ad una nazione o ad una etnia .
Non si fa altro che estendere modi di pensare e di comunicazione proprio dell' occidente industrializzato e tecnologicamente avanzato rendendo generale un punto di vista particolare.
Se dunque la globalizzazione uniforma i processi produttivi e quelli distributivi abbattendo le frontiere ed esautorando i poteri dei singoli stati favorendo così le imprese transnazionali, quale sarà la conseguenza dell' eliminazione della molteplicità culturale che, come si è visto, determina lo sviluppo di ogni singola cultura?
E quali saranno gli esiti di quell' appiattimento culturale che considera le culture unicamente come ambiti in cui far transitare le merci con magari qualche tocco di folklore stereotipato?
A queste domande Geertz tenta di rispondere affermando il prepotente ritorno sulla scena mondiale dei conflitti etnici e religiosi miranti alla rivendicazione di identità individuali e collettive che ora si possono costituire solo mediante le differenze.
Gli abitanti dei cosiddetti paesi in via di sviluppo scontano una pesantissima perdita di identità oltre naturalmente a continuare a morire di fame dato che le loro esportazioni non riescono a compensare il deficit alimentare che si è creato con l' abbandono delle economie di sussistenza su sui avevano vissuto per millenni.
Quindi si aggrappano al valore religioso, l' unico in grado di confermare la loro identità culturale indirizzandolo in senso fondamentalista, fanatico e addirittura terrorista: quello che sta succedendo nel mondo islamico non è che un caso particolare di questo fenomeno più generale.
Le popolazioni del Terzo Mondo, private della loro storia, delle loro tradizioni e di quella solidarietà familiare, clanica e tribale, che era il loro modus vivendi e che il modello industriale ha lacerato impietosamente, sono costrette a migrare; ma la migrazione trova l' opposizione feroce dei paesi industrializzati quando questa non sia funzionale ai loro interessi, quando gli immigrati non vengono a sostituire gli autoctoni in lavori manuali che questi non vogliono più fare.
Il paradosso è che il capitale ha il permesso di circolare e andare laddove viene meglio remunerato secondo la volontà delle imprese transnazionali ma gli uomini, che spesso proprio da questo capitale sono stati resi poveri, non hanno questo diritto.
Di conseguenza in un' economia mondiale di mercato il cibo non va dove c' è necessità ma dove c' è il denaro per acquistarlo.
In occidente si sostiene che la fame nel Terzo Mondo sia dovuta alla sovrappopolazione e si auspicano politiche severe di contenimento della natalità ma è curioso vedere come a parte Bangladesh, Giava, Egitto e alcune regioni dell' India, il Terzo Mondo non è sovrappopolato e potrebbe mantenersi con le coltivazioni tradizionali qualora ritornasse all' autoconsumo. [14]
Il fenomeno delle migrazioni, fa notare Geertz [15] , mette radicalmente in crisi le categorie di stato e nazione , etichette unificanti ma che con le loro pretese di porre confini non si prestano più a descrivere la realtà in fermento.
Se il termine nation indica una “concentrazione globale di persone che per la loro origine comune, lingua e storia costituiscono una razza a sé stante organizzata in uno stato politico autonomo e in un determinato territorio” [16] , ora l' arrivo nello stesso di altre con lingua, storia e tradizioni diverse mette in crisi questo principio.
“3Nazione” è categoria concettuale troppo globale e insensibile alle varie realtà intese come frammentazioni di un mondo che non può essere più composto da tessere di un puzzle come vogliono le illustrazioni dei nostri atlanti politici.
Le categorie proposte da termini come nazione, nazionalità, stato-nazione sono ormai superate e troppo generali e insensibili alle realtà locali.
Non si può più descrivere appropriatamente uno Stato-Nazione e ciò avviene perché non si tiene molto in considerazione che ogni gruppo umano ha i suoi concetti di lealtà e di legami di appartenenza; per descrivere meglio questi concetti bisogna introdurre nuovi termini come lealtà primordiali, entità costituite e politica dell' identità , i quali non dissolvendo la differenza e la particolarità tendono a consolidarla e provano a studiarla con un' analisi comparativa.
Per quanto concerne il termine lealtà primordiali si dirà che questo è definito come l' attaccamento derivante dal senso di datità dell' esistenza sociale che prova il soggetto: ciò è legato al sangue, alla lingua, al costume, alla fede e alla stirpe. Questi legami, che sorgono da affinità esistenziali e non da contingenze sociali, sono più o meno forti in una o nell' altra società ma quando sono avvertiti costituiscono una forza coercitiva e schiacciante in sé e per sé.
Per quanto concerne il secondo e il terzo termine, cioè entità costituite e politica dell' identità , si vede che il mondo, secondo una mappa assoluta, presenta divisioni esaustive, separate, categoriche, ininterrotte che vengono considerate come paesi abitati da determinate popolazioni, costituenti a loro volta degli stati o nazioni che dir si voglia.
Questa mappa assoluta con tendenza omogeneizzante non è più idonea a descrivere il mondo perché non tiene conto delle realtà politico-economiche,culturali, sociali e psicologiche. Inoltre alcune identità non sono propriamente costituite poiché sono state costruite arbitrariamente e rendono impossibile la formazione di veri stati-nazione.
Oltre tutto nel mondo esistono entità come la NATO e l' OPEC che non sono nazioni ma entità che influiscono nel mondo pur non essendo stati.
Da tutte queste componenti si vede che la politica dell' identità non sempre funziona e che esistono singoli casi non generalizzabili in un mondo composito.
Questa frammentazione tende sempre più ad aumentare col tempo: ad esempio verso il 1945 c' erano pressoché cinquanta paesi che si spartivano il mondo in forma di colonie, ora a causa del processo di decolonizzazione ne esistono quasi duecento.
Finito il progetto coloniale, si è formata una miriade di paesi e popoli dalla struttura culturale eterogenea, delimitati dai confini decisi dalla politica europea: delle vere e proprie tribù con bandiera oggi ancora ritenute diverse o non assimilabili (e Kilani ce lo ha ben dimostrato nella sua indagine sull' interazione tra Francia e immigrati maghrebini).
E si assiste sempre più alla moltiplicazione di gruppi che attraverso il conflitto etnico vogliono affermare la propria identità attraverso pretese di riconoscimento e di autonomia: si pensi ai massacri di tutsi e hutu nel Burundi e nel Ruanda, le ribellioni complicate dell' Africa del sud, i massacri dell' Indonesia, le ribellioni curde, le mille fazioni in cui sono divise Beirut, Sarajevo e Mogadiscio, al bagno di sangue del Sudan diviso tra settentrione fondamentalista e meridione nilotico e l' elenco potrebbe continuare all' infinito.

11. La proposta di una migliore definizione di cultura da parte di Geertz che si adatti all' evoluzione e ai mutamenti del mondo odierno.

Se quindi per Geertz l' identità culturale non viene più data dal consenso ma dalle divisioni è chiaro che bisogna proporre una migliore interpretazione di cultura.
L' antropologo statunitense lo fa mantenendo viva l' immagine di una politica che tenga in considerazione il separatismo e l' autodeterminazione etnica senza pensarli come idee arcaiche da superare, da occultare o da demonizzare.
La cultura deve essere intesa come “Cornice fondatrice di senso, all' interno della quale gli uomini vivono e danno forma alle loro convinzioni, solidarietà e al loro sé, e come una forza regolatrice in fatto di questioni di convivenza umana” [17] E questo implica un atteggiamento critico nei confronti di modi di pensare che riducono le cose a uniformità, omogeneità e consenso.
Secondo Geertz inoltre il liberalismo politico, da molti non compreso, dovrebbe sforzarsi di accettare le differenze non giudicando patologica, primitiva e arretrata ogni rivendicazione identitaria, conseguenza purtroppo inevitabile di quel processo di omologazione e quindi di soppressione delle differenze volto al raggiungimento di una quanto mai improbabile cittadinanza universale : una sorta di prosecuzione del colonialismo ma con altri mezzi più occulti e con confini senz' altro meno visibili rispetto a quelli dei nostri atlanti politici.

PARTE SECONDA: PROBLEMATICHE INERENTI ALLA GLOBALIZZAZIONE ATTUALE

12. L' Africa: triste esempio dei disastri prodotti dai meccanismi della globalizzazione.

L' esempio più probante delle devastazioni culturali, sociali ed economiche, prodotte dall' imposizione del modello occidentale attraverso la sua quasi totale mancanza di rispetto per le differenze, è certamente l' Africa.
Scrive Reader in Africa a proposito di ciò:” L' identità etnica, che è diventata un elemento separatore gravido di conseguenze nella società moderna, è stata spesso in passato un fattore unificante […]. I bisogni di un' economia comune tenevano unita quella gente. I gruppi si aggregavano per scelta” [18] .
Gli antropologi africani confermano che gli africani erano maestri nel canalizzare l' aggressività di ogni gruppo attraverso la festa orgiastica e la guerra ritualizzata.
Sempre Reader scrive “Il modello prevalente è quello dell' accordo interetnico. Nei racconti la vittoria non era il valore supremo e i vincitori assumevano talvolta l' identità dei vinti[…]. Essi trasformano i potenziali conflitti fra gruppi in attese di accomodamento appropriato, comportamento che a sua volta definisce l' identità etnica in termini di obblighi verso gli altri. La gente sa come comportarsi perché è consapevole delle differenze”. [19]
Quella di Reader è una descrizione dei comportamenti della popolazione africana che denota una certa ammirazione da parte dell' autore ma che fa anche riflettere sul fatto che il nostro modello culturale non è in assoluto il migliore e che volere a tutti i costi imporlo annullando tutti gli altri non può che generare soprusi e violenza.
Scriveva Karl Popper, a conferma che alcuni nostri insigni pensatori erano invece convinti della presunta superiorità del nostro modello occidentale: “Affermo che noi viviamo in un mondo meraviglioso. Noialtri occidentali abbiamo l' insigne privilegio di vivere nella migliore società che la storia dell' umanità abbia mai conosciuto. E' la società più giusta, più ugualitaria, più umana della storia” [20] .
Ma la realtà non sta propriamente così dato che attraverso i meccanismi della globalizzazione l' uomo concreto viene declassato a semplice “mezzo” per il bene e gli interessi di altri uomini e di conseguenza non trova fondamento il discorso secondo il quale costui viene posto al servizio di un uomo “astratto” eretto a “fine”, come vorrebbe invece la facciata egualitaria e di conseguenza falsa della globalizzazione.
Infatti “calpestare la dignità dell' uomo appellandosi alla sua stessa natura è una contraddizione inumana” [21] .

13. Perfino Adam Smith si era accorto anni addietro che nel sistema mercantile il fine ultimo dell' individuo era la produzione…

L' individuo viene quindi subordinato ad esigenze di tipo economico e tecnologico che in qualche modo lo trascendono e di conseguenza viene visto solo come consumatore ovvero come “entità” non bene identificata messa al servizio della produzione fine a sé stessa.
Di questo se ne era già accorto Adam Smith in La ricchezza delle nazioni : “Il consumo è unico fine e scopo di ogni produzione; e l' interesse del produttore dovrebbe essere considerato solo nella misura in cui esso può essere necessario a promuovere l' interesse del consumatore[…] Ma nel sistema mercantile l' interesse del consumatore è quasi costantemente sacrificato a quello del produttore; e tale sistema sembra considerare la produzione e non il consumo come il fine o lo scopo definitivo di ogni attività e di ogni commercio” [22] .
Pedaggio della globalizzazione è dunque la perdita identitaria legittimata da un pensiero subdolamente totalitario che si ritiene portatore del bene proclamando il diritto all' uguaglianza senza alcun modo poterla garantire.
In una società dove esiste un teorico diritto all' uguaglianza non può essere sopportata la disuguaglianza dell' uguale e quindi si genera una corsa verso l' acquisto di beni inutili e verso un benessere che deve essere continuamente superato.

14. Gli Stati Uniti come guida dell' attuale modello di sviluppo occidentale e le implicazioni religiose di tale modello.

Paese guida dell' attuale modello di sviluppo sono sicuramente gli Stati Uniti che di concerto con la loro etica protestante (in particolare calvinista) giungono ad affermare che il successo nel mondo degli affari costituisce segno della grazia divina e che proprio in questo il singolo credente deve ricercare i motivi della sua elezione. Una siffatta concezione religiosa strettamente correlata alla sfera economica giunge addirittura a considerare il povero un dannato da Dio (“Un nemico di Dio che porta su di sé i segni della dannazione eterna” [23] secondo una definizione di Max Weber) mentre il ricco come uno tra i prescelti.
E' importante ricordare il ruolo fondamentale che hanno avuto le chiese presbiteriane, battiste, metodiste e altre sette protestanti come quella dei quaccheri nella formazione della coscienza sociale e della democrazia statunitense dato che gli europei non hanno mai compreso fino in fondo la matrice religiosa degli Stati Uniti.
Il metodista Bush non è che l' ultimo arrivato in una lunga tradizione di revival religioso che è all' origine stessa della nascita degli Stati Uniti: la storia di una setta protestante cresciuta fino a diventare una nazione e addirittura un impero. Il riferimento è quello dei padri pellegrini fuggiti all' oppressione della Chiesa d' Inghilterra che con la Bibbia sotto braccio hanno vissuto la traversata dell' Atlantico con la Mayflower con lo stesso spirito di Mosè: per loro l' Atlantico era il Mar Rosso e gli USA la nuova Israele.
Fin dall' inizio c'è stata questa idea della predestinazione, di un contratto firmato con il cielo per far regnare la giustizia divina, prima in America e ora in tutto il mondo: è ciò che viene chiamato il manifest destiny che è poi un po' il marchio di fabbrica dell' imperialismo americano. [24]
Detto questo non si deve pensare a questa religiosità americana solo in forma aggressiva: il sentimento religioso è anche uno straordinario fattore di coesione per il paese.
Le varie comunità etniche, linguistiche e religiose coesistono grazie a Dio e la condizione di One nation under God determina una solidità molto forte, crea coesione all' interno e asseconda una certa capacità di proiezione all' esterno.
I padri pellegrini presero la via dell' esilio in seguito all' Atto di supremazia del 1559 di Elisabetta d' Inghilterra che voleva imporre l' assetto episcopale con tanto di struttura gerarchica annessa e la supremazia dei sovrani sulla Chiesa : tutte cose fieramente avversate dai puritani che chiedevano invece un' attuazione pura e integrale dei principi protestanti e reclamavano un' organizzazione simile a quella presbiteriana e dunque ostile all' episcopalismo.
Con la guerra civile del 1640 e la vittoria del parlamento puritano l' episcopato fu abolito e iniziarono i lavori per la riforma della Chiesa ma l' ostilità degli indipendenti, contrari ad ogni Chiesa di stato e fautori di una totale autonomia delle chiese cristiane, impedì che si formasse un organismo puritano stabile.
La restaurazione dell' episcopalismo anglicano ad opera di Carlo II° determinò la crisi definitiva e il movimento puritano, esauritosi in Inghilterra, lasciò tuttavia un importante eredità nel Nuovo Mondo.
L' aspetto più interessante del puritanesimo consistette nella cosiddetta teologia del patto che sviluppava il motivo biblico del patto tra Dio e Abramo.Al centro c' era l' idea di una Nuova Gerusalemme , comunità degli eletti o dei santi invisibili. Il patto con Dio fa riunire i credenti in comunità governatisi autonomamente con metodi democratici per pregarlo in pubblico.
Secondo la teologia del patto dunque ciascun credente decide autonomamente di fare la volontà di Dio senza la mediazione di una gerarchia ecclesiale. In tal modo si connota di grande responsabilità individuale e forte di questa “presunta” autorizzazione divina può decidere addirittura di esportare i tre pilastri della democrazia, tolleranza e libertà individuale, se necessario, anche con le armi.
Questa è l' ideologia di fondo che ha determinato e legittima tuttora le pretese imperialistiche degli Stati Uniti .
I discendenti dei pellegrini puritani hanno riadattato il mito ebraico della Gerusalemme Città Celeste a proprio uso e consumo:la nuova Sion non era più sulle sponde del Mediterraneo ma dall' altra parte dell' oceano.
Da questo punto discende l' idea che il mondo sia diviso in due, tra quelli che aderiscono alla setta e quelli che non vi aderiscono.
Ancor oggi quando Bush dice “o con noi o contro di noi” non fa altro che esprimere questa sorta di manicheismo patologico che è un elemento consustanziale del puritanesimo poggiante sul principio binario del bene e del male, di dio e del diavolo.
L' unica vera prova per essere sicuri di non essersi allontanati dal messaggio divino è, come si è detto, l' autoaffermazione nella società e la riuscita materiale con tanto di successo negli affari; chi è escluso da tutto ciò entra automaticamente nella sfera del male [25] .
Paesi in condizioni miserevoli e disagiate, non ultimo l' Iraq, vengono quindi demonizzati e raggruppati nelle etichette del fondamentalismo, fanatismo e terrorismo che l' occidente americano deve combattere in nome del Vangelo e dei diritti umani : una sorta di spirito faustiano che opera eternamente il bene ma di fatto realizza costantemente il male.
Dunque “[…] gli Stati Uniti, collocandosi al centro di un pianeta in costante tensione, si riservano il diritto di intervenire là dove lo ritengono più utile. E i diritti umani, ridotti a strumenti di legittimazione di una politica unilaterale, appaiono destinati ad essere evocati a comando, nei momenti in cui l' unica superpotenza lo riterrà opportuno” [26] .
Ci si trova però ora di fronte al problema cruciale del maggiore o minore fondamento del concetto di universalità dei diritti umani tale che possa giustificare ogni diritto di ingerenza.

15. La questione complessa del fondamento del concetto di universalità dei diritti umani .

L' assunzione di una prospettiva universalistica nella quale tutti gli individui, in quanto membri dell' umanità, divengono titolari di diritti è decisamente innovativa e, come vedremo, tipicamente occidentale : secondo tale prospettiva i diritti non sono più il privilegio di un singolo gruppo politico ma si inseriscono nella stessa natura dell' uomo.
La nozione di diritto soggettivo si trova per la prima volta all' interno dei testi giuridici romani: il termine ius indica il diritto in senso oggettivo in espressioni come ius honorarium o ius civile , ma espressioni come ius utendi o ius fruendi possono alludere ad un potere attribuito al soggetto.
Nel Corpus iuris civilis viene addirittura espressa l' idea di un diritto di natura sovraordinato rispetto al diritto positivo dove il termine ius indica il suum cuique tribuere ovvero un posto ben determinato da assegnare nell' ordine generale delle cose in base al merito: id quod iustum est .
Nel De Officiis [27] Cicerone collega il principio di autoconservazione con tutte le sue norme morali e giuridiche connesse con quello della socialità e, esprimendo un ordine giuridico oggettivo, rimanda ad una esigenza di uguaglianza nel cui ambito le leggi uguali per tutti servono a difendere i più deboli dagli iniuria.
Il suum di ciascuno, che lo Stato è chiamato a difendere, precede anche qui il diritto positivo: dunque il concetto romano classico di ius non sembra interpretabile in senso universalistico dato che gli iura erano prerogativa dei cittadini romani o di specifici gruppi o ceti.
Nella prima fase dell' esperienza giuridica medioevale è abbastanza evidente il tratto fortemente particolarista che i diritti soggettivi hanno conservato.
Con la riscoperta della filosofia pratica aristotelica e la rinascita della scienza giuridica il termine ius viene ad oscillare tra spinte individualistiche e mantenimento di un ordine preesistente.
Dopo l' età carolingia ci furono le prime redazioni di testi giuridici (le cosiddette chartae ) nei quali i titolari di poteri feudali su particolari territori riconoscevano a determinati gruppi una serie di diritti.
Il processo che ha condotto verso l' uguaglianza giuridica, secondo Weber [28] , si è sviluppato sotto la spinta dell' ampliamento del mercato e la burocratizzazione degli organi della comunità di consenso. In particolare fu la borghesia a perseguire la strada verso la creazione di pretese ben definite dei soggetti nei confronti della giustizia ( appunto i diritti soggettivi ) grazie alle concessioni dei principi che, in certe situazioni, avevano l' interesse a legare a sé determinati ceti.
Emblematico, sempre secondo Weber, è il caso dell' Inghilterra dove si svolse un singolare processo, attraverso il quale, i privilegi, le libertà e le franchigie di cui determinati gruppi, ceti, corporazioni e città erano titolari, divennero i diritti di tutti i sudditi.
In breve tempo si formò un potere monarchico che favorì l' elaborazione di una lex terrae comune a tutte le aree del regno e centralizzò presso la corte le principali funzioni giurisdizionali favorendo la formazione di un ceto professionale di giuristi che ottenne una grande stima popolare.
Da queste premesse istituzionali venne a formarsi una particolare struttura sociale nella quale non solo la gentry aveva un notevole peso politico, ma anche le forme di piccola proprietà contadina. Una rilevante parte dei sudditi inglesi godeva di una condizione di relativa autonomia dai rapporti feudali di dipendenza personale.
In questo paese si innescò un processo di universalizzazione interna nell' ambito del quale i rights non vennero più attribuiti solo a particolari gruppi ma anche a tutti i sudditi liberi del regno.
Chi però cominciò a definire il paradigma della moderna teoria universalista dei diritti soggettivi fu Thomas Hobbes [29] , il teorizzatore dello Stato di natura, condizione di insicurezza legata all' uguaglianza naturale di tutti gli uomini che tendono istintivamente all' uso esclusivo dei beni comuni. Il diritto naturale è insufficiente, perché privo di coercizione, a garantire la pace.
Questo Stato di guerra di tutti contro tutti ha fine grazie all' intervento della ragione naturale che spinge gli uomini a uscire dallo Stato di natura stipulando un contratto sociale, in base al quale essi rinunciano al loro diritto illimitato per trasferirlo al sovrano che diventa l' unica fonte della legge: in questo senso Hobbes che era partito da premesse tipiche del giusnaturalismo [30] dà una prima fondazione del positivismo giuridico.
L' unico che non stipula il patto è il sovrano che rimane da solo nello Stato di natura detentore di un assolutismo a cui tutti devono sottostare.
John Locke [31] utilizza alcuni elementi della speculazione di Hobbes ma in funzione antiassolutistica.
Nei Due trattati sul governo civile la sua teoria politica si fonda sui concetti di diritto naturale e contratto sociale. Su di questi viene edificata una concezione liberale che si preoccupa di salvaguardare i diritti individuali come la vita, la libertà e la proprietà, il cui rispetto costituisce il fondamento del patto che dà origine allo Stato e la cui violazione giustifica il diritto di resistenza.
Ad ogni individuo dello Stato di natura viene dato poi anche un singolare potere esecutivo nella cui ottica gli uomini si presentano come titolari di diritti che possono essere lesi.
Il diritto di conservazione di sé e del genere umano origina il diritto di punizione dell' aggressore e il conseguente diritto di risarcimento che la parte lesa può pretendere.
E' chiaro come lo Stato di natura continui a vigere anche all' interno dell' ordine imperturbabile dello Stato.
Lo stesso concetto del rispetto del diritto individuale sta alla base del pensiero di Locke riguardo alla nozione di tolleranza : per primo, infatti, il filosofo inglese teorizzò la libertà delle opinioni religiose e politiche secondo cui ognuno è libero di esprimere il proprio pensiero senza imporlo agli altri.
La successiva elaborazione di una teoria dei diritti soggettivi come diritti naturali e universali permette di superare definitivamente l' originaria concezione particolaristica degli iura .
In questo modo però, l' individuo è per così dire lasciato solo con i propri poteri e le proprie libertà, emancipato dai legami imposti da un ordine normativo superiore.
La concezione universalistica dei diritti umani trova come punti di appoggio argomenti anti assolutistici e liberali.
In Ockham ad esempio è la legge evangelica, intesa come lex libertatis , che viene invocata per tutelare i sudditi dal potere assoluto e garantire i loro diritti; in Vitoria [32] è il riferimento al dettato evangelico che poneva limiti all' assoggettamento e alla schiavitù degli Indios.
La radicalizzazione del carattere universale dei diritti umani ha portato successivamente a legittimare azioni di politica estera, che può essere una scelta di sopraffazione e di potere tale da motivare l' uso della forza.
Purtroppo un' azione che si dichiara ispirata alla volontà di eliminare una violazione dei diritti umani subita da alcuni individui produce contemporaneamente una violazione degli stessi diritti in altri soggetti.
Probante è l' esempio riportato da Gambino del poliziotto che non può uccidere con la sua pistola le persone che gli intralcino la strada per liberarsi degli ostacoli che si frappongono tra sé e il criminale. Così è più corretto parlare di cinismo e non di tutela dei sacri valori quando si esaminano alcuni interventi di tipo militare che poi esamineremo.
Ma la tutela dei diritti umani, che tanto anima il dibattito contemporaneo, viene puntualmente invocata, come vedremo, dagli Stati Uniti per difendere interessi nazionali e giustificare azioni di politica estera.
La loro scelta di unilateralismo globale è dettata dalla “convinzione di poter operare unicamente sulla base delle proprie valutazioni e dei propri interessi che originariamente si era espressa nella loro tendenza a separarsi dal mondo e a rinchiudersi in loro stessi, ma che ora, conservando sempre i medesimi punti di riferimento, pretende di manifestarsi, attivamente e senza alcun limite, su un piano planetario”. [33]
Sempre Gambino ricorda che dopo la loro solenne promulgazione, il 10 dicembre 1948, i diritti umani entrarono in una lunga fase di latenza, condizionata dalle circostanze storiche che avevano accompagnato la loro formulazione, vale a dire la tensione tra blocco occidentale e comunista. Anche se ci si serviva di nobili argomentazioni etiche, in realtà la Commissione per i diritti umani, composta dai rappresentanti di vari membri, si muoveva ancora all' interno della logica della politica estera degli stati, il cui fine è quello di promuovere e difendere i singoli interessi nazionali.
La svolta nella storia dei diritti umani si ha nel 1989, in seguito allo sgretolarsi e, poi, al crollo dell' impero sovietico.
La conseguente omogeneizzazione politica e economica del nostro pianeta ha dato a molti l' impressione che fosse ormai giunta la possibilità di realizzare i diritti umani su scala mondiale; ma in realtà si erano semplicemente create le circostanze per porre il problema del loro fondamento, della loro universalità e, infine, della possibilità della loro attuazione.
Richiamandosi esplicitamente alle argomentazioni di Norberto Bobbio, esposte in Sul fondamento dei diritti dell' uomo [34] , secondo il quale, essendo i diritti umani solo “una classe variabile di esigenze e di richieste avanzate nel corso della storia”, Gambino afferma che “non si vede come si possa dare un valore assoluto a diritti storicamente relativi” [35] .
Basti pensare al fatto che diritti dichiarati assoluti alla fine del Settecento, come la proprietà sacre et inviolabile , sono stati sottoposti a radicali limitazioni nelle dichiarazioni contemporanee; diritti che le dichiarazioni del Settecento non menzionavano neppure, come i diritti sociali, sono ormai proclamati con grande ostentazione in tutte le dichiarazioni recenti.
La realtà della totale unificazione politica ed economica non è sufficiente – come vorrebbe Habermas - per giustificare la visione dei diritti umani. L' universalismo morale, nella critica che Gambino rivolge ad Habermas, non può porsi come garante per una stabilità pacifica nel mondo solo per il contenuto strettamente etico dei diritti fondamentali a causa del controbilanciamento di una forma strettamente giuridica che vuole che il fondamento stesso debba avere natura normativa e consensuale. [36]
Dunque per le ragioni fin qui addotte una ricerca del fondamento assoluto dei diritti dell' uomo diventa improponibile; sembra però che il problema di oggi non sia tanto quello della loro giustificazione, quanto quello di una loro effettiva protezione, ma questo è un problema soprattutto politico e non solamente filosofico.
Sembra infatti che l' ideale di questo fondamento conosca un uso partigiano e strumentale nella giustificazione del diritto di ingerenza, che non può essere inteso soltanto in funzione punitiva, ma deve mirare alla diffusione di una fattiva solidarietà planetaria.

15.1 Il costante richiamo al carattere universale dei diritti umani in recenti interventi bellici come paravento per nascondere i veri interessi egemonici dell' America .

Il richiamo al carattere universale dei diritti umani è stato di fatto, come si è precedentemente accennato, una costante nei vari interventi degli Stati Uniti nella guerra in Bosnia, in quella tra Iran e Iraq, nella guerra alla Jugoslavia per il Kosovo, in quella all' Afghanistan come risposta all' attentato alle Torri Gemelle dell' 11 settembre e non ultima in quella dell' aprile di quest' anno all' Iraq di Saddam Hussein.
Ma il principale movente, abilmente occultato dalla stampa e dai mass – media occidentali puntanti sempre sulle forme più eclatanti (terrorismo, attentati e via dicendo) è quasi sempre quello economico, in perfetta coerenza con l' etica protestante di cui si è parlato, altrimenti in mancanza di questo, quello di una sapiente formulazione strategica di alleanze.
Dopo il crollo dell' URSS Slovenia e Croazia reclamarono il loro diritto all' indipendenza dalla Jugoslavia in base al principio di autodeterminazione dei popoli sancito a Helsinki nel 1975 e la comunità internazionale lo accolse. I serbi di Bosnia fecero la stessa cosa ma con risultati negativi; di conseguenza, scesero in guerra contro i croati e dopo sei anni di sanguinose battaglie, mentre stavano quasi per vincere intervennero gli Stati Uniti affermando che bisognava interrompere quel massacro quando in realtà a loro interessava insinuare una sorta di cuneo di musulmanesimo non integralista (Albania, Bosnia e Kosovo) in Europa a favore della Turchia, loro importante alleato.
E' chiaro qui lo stravolgimento del diritto internazionale e il non rispetto del principio secondo cui i popoli avevano il diritto di muovere guerra tra loro per risolvere in casa propria le loro controversie.
Un altro esempio paradigmatico è la guerra tra Iran e Iraq nell' ambito della quale i paesi occidentali si limitarono a riempire di armi entrambi i contendenti traendo benefici economici dal sacrificio in termini di vite umane sia di iraniani che di iracheni.
Dopo cinque anni di battaglie, nel 1985 l' esercito iraniano si trovava davanti a Bassora e stava per por fine al regime iracheno.
Gli americani dicendo che la presa di Bassora avrebbe comportato una grande carneficina cominciarono a riempire di armi Saddam Hussein e a inviare navi nel Golfo per cercare un incidente che legittimasse il loro aiuto: cosa che puntualmente avvenne dato che il naviglio statunitense venne affondato e, benché il missile fosse iracheno, la colpa venne data agli iraniani.
Il risultato dell' intervento umanitario fu un bilancio altissimo di morti e il rimpinguamento delle armi di Saddam, quelle stesse che lo spingeranno in seguito all' invasione del Kuwait.
Dodici anni dopo lo stesso problema si ripropose e gli Stati Uniti chiamarono gli alleati per muovere guerra a Saddam tralasciando il fatto che la povertà dell' Iraq causata dall' embargo del '91 aveva provocato la morte per fame di quasi trecentomila bambini ogni anno.
Ma questa è stata ostinatamente attribuita dai mass – media unicamente al regime sanguinario e violento di Saddam Hussein.
In realtà la presenza di fantomatiche armi di distruzione di massa - che poi di fatto non sono state trovate e che peraltro sono sviluppabili soltanto con una tecnologia sofisticata e notevoli capitali, cosa che l' Iraq non possiede - è stato un facile pretesto per giustificare l' attacco agli occhi dell' opinione pubblica.
Quest' ultima, purtroppo a causa della disinformazione non poteva sapere che precedentemente era scoppiata in tutta la sua drammaticità una rivolta sociale in Venezuela, in seguito alle disastrose condizioni di vita della popolazione, dettate dalle multinazionali statunitensi del petrolio: infatti il Venezuela è sempre stato il maggior rifornimento di greggio degli Stati Uniti oltre all' Arabia Saudita nella quale l' Islam wahhabita [37] è religione di stato.
Tra Stati Uniti e l' Arabia Saudita [38] è stato sancito una specie di matrimonio di interesse: da una parte la casa reale – custode dei luoghi sacri e depositaria della purezza dell' Islam – si è sempre impegnata a fornire a Washington petrolio in grandi quantità e a basso costo; dall' altra gli americani si sono impegnati a pagare il conto e a proteggere la dinastia al potere a Riyad.
Ma l' oro nero produce ricchezza e la ricchezza è in opposizione con la visione ascetica della vita che rappresenta un altro elemento costitutivo del wahhabismo.
Nonostante tale contraddizione l' unione ha funzionato per anni ma la rottura era comunque inevitabile e questa coincise con la guerra del Golfo del 1991 e la successiva permanenza delle truppe americane nel suolo sacro della penisola arabica che, secondo i wahhabiti, non può essere calpestato da infedeli.
Questo ha fatto vacillare il patto tra Washington e la casa reale, che si trova sempre più isolata nel suo paese per lo strapotere dell' integralismo wahhabita incarnato da Osama bin Laden, i cui principi erano stati traditi, dato che la stessa casa reale aveva permesso alle truppe statunitensi di rimanere nella penisola. [39]
Dunque l' obiettivo primario di Bush è stato quello di cercare un' alternativa petrolifera all' Arabia Saudita nell' area mediorientale e guarda caso l' Iraq era una buona preda in tal senso.
Gli Stati Uniti sono andati avanti dicendo che l' intervento in Iraq era finalizzato alla sua liberazione dal regime cruento e sanguinario di Saddam, alla restituzione della sua indipendenza e al ritorno del petrolio iracheno sul libero mercato (ovviamente escludendo quegli stati come la Francia che si sono resi colpevoli di insubordinazione).
Di fatto però l' Iraq sarà d' ora in poi un protettorato americano, come lo è già l' Afghanistan e la sua indipendenza sarà come quella del Kuwait:inesistente.
I liberatori si trasformano quasi sempre nei nuovi padroni e come ha detto un mullah iracheno tra i più moderati, Mohammed al Kachami: “Gli americani sono come le medicine. Quando le dosi sono troppo massicce diventano un veleno che uccide, peggio della malattia che c' era prima”.
Ma torniamo indietro nel tempo alla guerra per l' indipendenza del Kosovo.
Contendenti erano gli albanesi che reclamavano l' indipendentismo e i serbi che volevano ottenere il diritto di difendere un territorio che apparteneva a loro da secoli sia storicamente che giuridicamente. In un anno e mezzo di guerra in Kosovo si ebbero due eccidi di civili da parte dei militari serbi per un totale di duecento vittime, quindi bassa come percentuale.
La CNN cominciò a trasmettere in modo ripetuto le immagini degli eccidi come ci si riferisse ogni volta ad episodi nuovi e diversi.
Il clima era stato creato ad hoc per un attacco della NATO che, senza l' avallo dell' ONU e una ben precisa dichiarazione di guerra, attaccò la Jugoslavia arrivando addirittura a uccidere cinquemila civili: questo aveva prodotto la difesa dei diritti umani.
Inoltre, ricorrendo al ricatto economico e minacciando la Jugoslavia di bloccare gli aiuti destinati alla sua ricostruzione, gli americani si fecero riconsegnare l' ex capo dello Stato jugoslavo Milosevic per trascinarlo davanti al tribunale dell' Aja: i vinti così diventavano anche criminali, se si vuole evocare il principio di Norimberga di hitleriana memoria.
Ora all' Aja sono presenti Milosevic e altri comandanti serbi, nessuno però ha voluto portare il presidente croato Tudjman, autore della più grande pulizia etnica dei Balcani con la cacciata di 750000 serbi. [40]
Così gli Stati Uniti e la NATO avevano violato il principio dell' intangibilità della sovranità nazionale e del divieto di ingerirsi militarmente negli affari interni di uno stato sovrano sempre sulla base della difesa dei diritti umani.
Si passi ora alla guerra all' Afghanistan. Dopo l' 11 settembre gli americani accusarono dell' attentato Osama Bin Laden che in quel momento si trovava in Afghanistan e chiesero ai talebani la consegna immediata. Il governo del paese era disponibile a patto che venisse fornita una qualche prova della responsabilità del califfo. Alla risposta secondo cui le prove erano state fornite agli alleati degli americani i talebani si rifiutarono di consegnare il sacro ospite.Questa guerra realizzata con migliaia di tonnellate di bombe e con armi chimiche causò cinquemila morti civili con il risultato che Bin Laden non fu preso.
In realtà il principale obiettivo era la costruzione di un colossale gasdotto di proprietà americana che congiungesse il Turkmenistan con il Pakistan.
Inoltre, attraverso l' occidentalizzazione dell' Afghanistan, quest' ultimo poteva diventare un discreto mercato.
Il mullah Omar, guida spirituale dei talebani, ha una visione dell' economia improntata sui dettami del Corano.Questi ultimi vietano espressamente la produzione e il consumo di sostanze stupefacenti e benché a lui servisse il ricavato del traffico d' oppio per comprare grano dal Pakistan riuscì a proibire la coltivazione del papavero da cui solitamente l' oppio viene ricavato.
Egli in realtà aveva capito che certi elementi del modello occidentale avrebbero potuto disgregare, distruggere e ridurre alla miseria più totale la società tradizionale afgana. Inoltre la sua visione di tipo pauperistico poteva essere scomoda per i fautori della modernità e delle sue conquiste tecnologiche ed economiche [41] .
Dunque per questo suo ancorarsi a legge arcaiche venne visto come Orrore allo stato puro e campione di terrorismo.
E' da ricordare che non c' era nessun afgano nel commando che distrusse le Torri Gemelle e il Pentagono.
Nei gruppi di Al Quaeda c' erano arabi sauditi, egiziani, tunisini, marocchini, algerini e giordani; di afgani e iracheni neppure l' ombra.
Il solo fatto della presenza di Bin Laden in Afghanistan fece collegare la storia dei talebani con quella di Al Quaeda.
La realtà è che l' attacco subito l' 11 settembre ha permesso agli americani di occupare l' Afghanistan [42] e di sancire il principio della guerra preventiva in nome di un terrorismo dalle dimensioni globali.
Scrive Jean Baudrillard ne Lo spirito del terrorismo : “La condanna morale, l' unione sacra contro il terrorismo, sono commisurate al giubilo prodigioso che nasce dal vedere distruggere la superpotenza mondiale, meglio ancora di vederla autodistruggersi, suicidarsi in bellezza. Perché è lei con la sua potenza insopportabile, ad aver fomentato questa violenza infusa in tutte le parti del mondo, e quindi anche nell' immaginazione terroristica che (senza saperlo) ci abita tutti” [43] .
16. America e Islam: due diverse concezioni di ricchezza a confronto .
L' atteggiamento degli Stati Uniti finora analizzato nei vari interventi bellici può essere visto come una sorta di applicazione in concreto di quello che Kilani definisce come universalismo individualista che pretende di proclamare l' uguaglianza annullando di fatto le differenze e l' altro da sé quando non funzionali ai propri interessi.
Lo spirito capitalistico che, come si è visto, anima la politica economica degli Stati Uniti è in costante opposizione con lo sprezzo per i beni effimeri del mondo propugnato più volte dal Corano.
Si veda ad esempio il celebre passo (CII,1):”Vi distrarrà [da Dio] la gara ad arricchirvi” in cui Muhammad si scaglia contro l' avidità degli strati più benpensanti della Mecca mercantile, spiritualmente corrotta dalla smania di facili guadagni, ricordando in ciò alcuni dei profeti ebrei pre-esilici che insistono sull' ora inesorabile del giudizio e del castigo.
La vera ricchezza per l' Islam non sta nel possesso ma nell' andare verso Allah, il solo titolare di un vero e abbondante bottino.
Essendo Allah il signore e proprietario unico del creato, non si darebbe a rigore diritto di proprietà alcuno al di fuori del suo; gli uomini essendo suoi servi possono disporre dei beni creati da Dio nella misura in cui lo permetta.
Ciascun uomo dispone del rizq (termine equivalente al sostentamento) a lui destinato da Dio e non vi è nulla che dipenda da umana volontà in grado di variarne la volontà o consistenza. [44]
A questo punto è chiaro che se ricchezza per la religione islamica è assegnazione provvidenziale decretata da Dio, per il puritanesimo è invece obiettivo che l' uomo deve raggiungere per dimostrare l' elezione divina e per conquistarsi quel posto di rilievo all' interno della società .
Sono due ideologie integraliste che si scontrano e per imporsi l' una sull' altra si impiega o il terrorismo (da parte ad esempio dell' Arabia Saudita) o il terrorismo di stato (da parte degli Stati Uniti).
E' la dimostrazione di come il legame della fede, quando è avvertito, costituisca una forza coercitiva e schiacciante in grado di discriminare, annullare o escludere l' altro da sé.

17. Conclusioni finali.

Se la soluzione prospettata da Geertz di una politica superiore che sappia governare i conflitti etnico - religiosi si dimostra retrograda e utopica in quanto è praticamente impossibile far capire a due popoli in conflitto tra loro che la loro cultura ha pari dignità, quella invece prospettata da Kilani di un universalismo consapevole dei propri limiti che sappia rispettare le differenze instaurando con esse una sorta di interconnessione può essere senz' altro più realizzabile.
Solo capendo che per attuare un dialogo autentico bisogna tralasciare le presunzioni di verità di entrambe le parti si può restituire alla cultura quella dimensione di accoglienza dell' esperienza del diverso che le è propria.
E in questo la scienza antropologica, con la sua attenzione per il dettaglio locale può apportare il suo valido contributo: tesi sulla quale Kilani e Geertz ,ai quali è stata dedicata questa trattazione, concordano.

BIBLIOGRAFIA DI RIFERIMENTO

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Si consiglia inoltre di consultare i seguenti siti web soprattutto in relazione a quanto esposto nei capp.14,15,15.1:
http://www.liberazione.it/giornale/030309/Lb12D685.asp
http://www.univ.trieste.it/cusrp/Galtung_2002.html
http://www.racine.ra.it/curba/rivoluzioni/Storia/glossario.htm



Notes
[Note 1] Cfr. G.PASQUALOTTO, Intercultura e globalizzazione, in Incontri di sguardi – saperi e pratiche dell' intercultura a cura di A. Miltenburg, Padova, Unipress; 2003,p.55
[Note 2] Cfr. C. SACCONE, Allora Ismaele s' allontanò dal deserto…I percorsi dell' Islam da Maometto ai nostri giorni, Padova, edizioni Messaggero, p.283-304
[Note 3] Nella lezione augurale al Collège de France, Lèvi-Strauss definisce in tal modo l' antropologia strutturale:”di tutte le scienze, essa è probabilmente la sola a valersi della soggettività più intima come di un modo di dimostrazione oggettiva. Poiché è pure un fatto oggettivo che lo stesso individuo, che si è abbandonato all' esperienza e si è lasciato modellare da essa, diventi il teatro di operazioni mentali che, senza abolire le precedenti, trasformano l' esperienza in modello, rendendo possibili altre operazioni mentali. In fin dei conti, la coerenza logica di queste ultime si fonda sulla sincerità e sull' onestà di colui che può dire, come l' uccello esploratore della favola: ero lì, quella cosa mi successe. Crederete di esserci anche voi; e che riesce in effetti a comunicare tale convinzione”. Si può notare come Lèvi-Strauss si sforzi di approdare ad una ricostruzione il più fedele possibile delle proprie esperienze sul campo includendo l' osservatore stesso nella sfera dell' osservazione e facendolo procedere mediante operazioni mentali che però non vengono messe in discussione.L' illusione che la “parola piena e presente” possa essere uno dei criteri di autenticità dell' oggetto antropologico sarà una delle maggiori critiche avanzate all' antropologo belga.
[Note 4] Per questa parte relativa alle concezioni di Kilani sul discorso antropologico cfr. l'introduzione di Annamaria Rivera La coscienza antropologica fra analisi e autoanalisi e i primi tre capitoli tratti dalla prima parte Sulla natura del discorso antropologico all' interno de L' invenzione dell' altro di M. Kilani, Bari, Dedalo, 1997.
[Note 5] Cfr. C.GEERTZ, Interpretazione di culture, tr. it.,Bologna, il Mulino, 1988
[Note 6] cfr. C.GEERTZ, Antropologia interpretativa, tr. it.,Bologna, il Mulino, 1988, p.79
[Note 7] Cfr. F.PERON, L.C.FREYCINET, Voyages de découvertes aux terres australes ,Imprimerie royale, Paris,1816
[Note 8] Cfr. M.KILANI, L' invenzione dell' altro, Bari, Dedalo, 1997, pp. 137-155
[Note 9] Cfr. M.KILANI, L'invenzione dell' altro, Bari, Dedalo, 1997, pp.157-200
[Note 10] Cfr. M.KILANI, L' invenzione dell' altro, Bari, Dedalo, 1997, pp.265-306
[Note 11] Cfr. M.KILANI, L' invenzione dell' altro, Bari, Dedalo, 1997, pp.201-264
[Note 12] Cfr.C.GEERTZ, Antropologia interpretativa, tr. it.Bologna, il Mulino, 1988, p.91-117
[Note 13] Cfr.C.GEERTZ, Antropologia interpretativa, Bologna, il Mulino, 1988, pp.83-90
[Note 14] Cfr. MASSIMO FINI, Il vizio oscuro dell' occidente – manifesto dell' antimodernità, Venezia, Marsilio, 2002, pp.14ss.
[Note 15] Cfr. C.GEERTZ, Mondo globale, mondi locali, Bologna, il Mulino, 1999, del quale sono stati riportati i concetti- chiave in questo e nel seguente capitolo.
[Note 16] Cfr. OXFORD ENGLISH DICTIONARY,vol.I.PP.30ss.
[Note 17] Cfr.C.GEERTZ,Mondo globale, mondi locali, Bologna, il Mulino, 1999, p.53
[Note 18] Cfr. J.READER, Africa, Mondatori, 2001, p.198
[Note 19] Cfr. J.READER, Africa, Mondatori, 2001, p.197
[Note 20]
Cfr. K. POPPER , Entretien sur l' économie , in “Revue ncaise d' économie”, n.2, 1986, p.63
[Note 21] Cfr. A. OLLERO TASSARA, Diritto positivo e diritti umani, cit., p. 124
[Note 22] Cfr. A. SMITH, La ricchezza delle nazioni, Roma, Newton end Compton,1995, p.550
[Note 23] Cfr. M. WEBER, L' etica protestante e lo spirito del capitalismo, Firenze, Sansoni, 1977, p.209
[Note 24] Cfr.intervista a Règis Debray da L' Humanitè sul sito http://www.liberazione.it/giornale/030309/Lb12D685.asp
[Note 25] Cfr. sul sito http://www.univ.trieste.it/ cusrp/Galtung_2002.html l' intervista a Johan Galtung,docente di studi sulla pace all' Università delle Hawaii Due integralismi divisi dall' oro.
[Note 26] Cfr. A. GAMBINO, L' imperialismo dei diritti umani – Caos e giustizia nella società globale, Roma, Editori Riuniti, 2001
[Note 27] Cfr.M.T.CICERO,De officiis,tr.it. Sui doveri, Milano, Rizzoli,1987
[Note 28] Cfr.M.WEBER,Economia e società,Edizione di Comunità,Milano,1962
[Note 29] Cfr.T.HOBBES, Leviathan ,tr. It. di T.Magri,Roma,editori Riuniti,1982 e sempre del medesimo autore Elementi di legge naturale e politica,tr.it.,La Nuova Italia,Firenze,1985
[Note 30] Ricordiamo che Hobbes riconosce il fondamento naturale del diritto e che da un complesso di norme, connaturate all' uomo, che si pretende siano universalmente e perennemente valide, fa derivare i diritti fondamentali e inviolabili dell' uomo.
[Note 31] Cfr.J.LOCKE,Trattato sul governo,tr.it.,editori Riuniti,Roma,1984
[Note 32] Cfr.F.DE VITORIA, De Indis et de iure belli relectiones ,Oceana,Washington,Carnegie Institution 1919
[Note 33] Cfr. A.GAMBINO,L' imperialismo dei diritti umani,Roma,Editori Riuniti 2001, p.122
[Note 34] Cfr.N.BOBBIO, L' età dei diritti, Torino, Einaudi, 1990
[Note 35] Cfr.A.GAMBINO,L' imperialismo dei diritti umani,cit.,p26
[Note 36] Cfr.J.HABERMAS,L' inclusione dell' altro.Studi di teoria politica.Milano,Feltrinelli,1998
[Note 37] dal nome di Ibn Abd al Wahhab vissuto nella penisola arabica tra il 1703 e il 1792
[Note 38] per i rapporti tra Stati Uniti e Arabia Saudita cfr. nota 25.
[Note 39] non si può inoltre non tener conto che quindici dei diciannove attentatori dell' 11 settembre erano cittadini sauditi.
[Note 40] Con l' intervento della NATO i serbi da 300000 che erano ora sono ridotti a 60000.
[Note 41] Cfr. A. RASHID, Talebani, Milano, Feltrinelli, 2001, P.147
[Note 42] con tanto di traffico di droga tra le forze di occupazione, addirittura dopo che l' ONU aveva chiesto la fine della coltivazione del papavero per non perdere la faccia, per riprendere a favorire le grandi organizzazioni criminali che godono di forti appoggi da parte delle classi dirigenti di stati dalla condotta irreprensibile.
[Note 43] Cfr. J. BAUDRILLARD, Lo spirito del terrorismo, Milano, Raffaello, 2002, pp.8-9
[Note 44] Cfr. C.SACCONE, Allora Ismaele s' allontanò dal deserto…I percorsi dell' Islam da Maometto ai nostri giorni, Padova, edizioni Messaggero, 1999, pp.220ss.