Relatore: prof. Adone BRANDALISE
Partendo da alcune
suggestioni avute durante le lezioni del Master, in particolare dagli interventi
del prof. Brandalise sul ruolo della dimensione artistica nella pratica delle
scienze umane e sociali, ho voluto approfondire in questa mia tesina le linee
basilari di riflessione teorica che hanno sostenuto il progetto di stage che
ho proposto al Servizio di Mediazione Culturale di Montecchio Maggiore - Ulss
Ovest Vicentino.
Nel corso dello
stage ho voluto verificare l'effettiva praticabilità del metodo della narrazione
autobiografica per poi valutarne un suo possibile utilizzo da parte di mediatori
culturali operanti nel servizio pubblico.
Il mio lavoro di
stage è stato sostenuto dalla convinzione che la mediazione interculturale
richieda approcci e competenze anche di tipo qualitativo, (come il metodo autobiografico,
appunto), pur nella consapevolezza che non sia facile realizzare una loro concreta
integrazione all'interno dei servizi pubblici.
In questo breve
studio, ci si chiede innanzitutto se e come sia possibile che tali pratiche
trovino un ruolo coerente all'interno di strutture che sono deputate alla salvaguardia
del benessere psico-fisico dei cittadini, con particolare riferimento alla popolazione
immigrata.
Si sono prese in
considerazione inizialmente prospettive teoriche vicine all'ambiente dei Servizi
sociosanitari e riconosciute dagli operatori stessi del servizio pubblico.
Successivamente
si è passati all'analisi degli studi che riconoscono il valore della narrazione
autobiografica, con particolare riferimento alla riflessione teorica e pratica
di Duccio Demetrio, a cui si riconosce il merito di avere tentato di codificare
la pratica della narrazione autobiografica.
Infine, per dare
un più completo fondamento al mio studio, ho preso in considerazione prospettive
teoriche più complesse e articolate, che si interrogano sul significato
di categorie quali quelle di «individuo», «identità»,
«comunità», «narrazione», «prossimità»;
concetti che, a mio avviso, sono sottesi al metodo precedentemente descritto.
In particolare ho fatto riferimento ai principali lavori di Z. Bauman.
L'analisi che
ne è derivata ha cercato di rendere conto di una complessità di prospettive
che, pur attinenti in vario modo all'argomento trattato, non appaiono sempre
riconducibili a discorsi o strategie unitarie.
ABSTRACT
«La nostra quotidianità è abitata dagli «altri» anche quando non desidereremmo parlarne; ci serviamo di loro per organizzare la giornata, li troviamo sui nostri cammini domestici, siamo costretti a guardarli ma non ad ascoltarli, quando invece è soltanto l'incontro delle parole che può mettersi nella condizione di superare il lato più oscuro della questione. Quello appunto che riduce ad un fatto demografico, economico, di ordine pubblico chi sta cercando altre forme per segnalarci la sua presenza e, che pur debitore, ammesso ma non concesso che così debba viversi, non si accontenta di essere considerato un utente attuale, o potenziale, di questo o di quel servizio sociale o caritativo. L'educazione interculturale ci fornisce, invece, l'unica via - preferiamo chiamarla strategica - che possiamo percorrere nella educazione alla consapevolezza di quanto sia vieppiù indispensabile assumere una coscienza antropologica di quel che sta avvenendo.» [1]
1. PREMESSA Porsi
il problema di realizzare forme di integrazione stabile in una società modificata
da un forte e rapido processo di immigrazione significa innanzitutto determinare
se esista o meno una reale necessità di integrazione e chiarire di conseguenza
i confini di questo concetto: talvolta, infatti, sembra che il problema degli
immigrati non sia (almeno prioritariamente) quello di «integrarsi»
o non integrarsi (secondo una vaga accezione comune del termine che trova come
sinonimi «modifica delle abitudini di vita, rispetto dei codici e delle
regole del paese ospitante,…»), quanto piuttosto di vivere in maniera
significativa il tempo che passano in questo paese, in contesti di socialità
e di qualità della vita decente.
C'è insomma il rischio che anche il concetto stesso di integrazione possa
talvolta essere condizionato da abitudini di pensiero che nascondono, dietro
al termine «integrazione», un'idea più vicina all'assimilazione,
all'omologazione, al livellamento delle differenze.
A questa idea
di integrazione, ed ovviamente alla volontaria rinuncia da parte di coloro che
appartengono al paese ospitante a mettersi in relazione con lo «straniero»,
si possono proporre in alternativa alcune esperienze realizzabili attraverso
percorsi di invenzione creativa che mettano in gioco la soggettività e il
coinvolgimento emotivo come dimensione principale.
Il lavoro presente intende, in questa prospettiva, presentare il metodo della narrazione autobiografica e valutarne un possibile utilizzo da parte di mediatori culturali operanti nel servizio pubblico.
La scelta di questo argomento deriva sia dal lavoro di stage svolto presso il
Servizio di Mediazione Culturale di Montecchio Maggiore Ulss 5 Ovest vicentino,
che da una serie di suggestioni teoriche avute dalle lezioni del Master in Studi
Interculturali, soprattutto in riferimento a tematiche come «identità»
e «comunità». Ci è sembrato che questi concetti fossero a
fondamento anche degli studi che hanno recentemente tentato di codificare la pratica
della narrazione autobiografica (cfr. più avanti, § 4).
«Ciò
che più conta è l'identità personale di ciascuno, indipendentemente
dalla provenienza, dalla lingua, dalle origini. Ma oggi e domani le nostre e
le «loro» identità saranno plurali. Rapportarsi ai problemi
dell'immigrazione con i paradigmi pedagogici della narrazione significa abbandonare
per sempre un'idea univoca di identità. Chi viene da altri mondi è in
tal modo, nella sua conclamata diversità, colei o colui che ci invita a
far altrettanto con chi crediamo di conoscere da una vita. Lo straniero, ancora
una volta, ci provoca interrogandoci sul nostro sapere o non sapere servirci
del linguaggio, il più spontaneo e comune, nel momento in cui crediamo le
condizioni migliori per consentire all'altro di dirci chi è, più che
ciò che rappresenta. All'interno di un ciclo breve o lungo di conoscenza
ed auto-conoscenza. Infatti il racconto altrui, se ascoltato, se accettato senza
condizioni non può mai non smuovere dalle sue certezze (identitarie) un
ascoltatore attento…» [2]
Un approccio di
questo tipo può consapevolmente scontrarsi con le diffuse resistenze che
gli ambienti deputati all'intervento di mediazione culturale pongono nei confronti
di quelle pratiche e di quei saperi che si caratterizzano all'interno della
dimensione artistica; tali resistenze trovano ragione nell'apparente impossibilità
di organizzare queste pratiche all'interno di modelli operativi ripetibili e
oggettivi.
Questo breve studio
intende proporre una riflessione sulla possibilità che le pratiche di tipo
artistico (e in particolar modo la narrazione) trovino un loro ruolo coerente
all'interno di strutture deputate alla salvaguardia del benessere psicofisico
dei cittadini, con particolare riferimento alla popolazione immigrata.
Il lavoro interculturale
ammette questo tipo di aperture metodologiche per la sua peculiare capacità
di muoversi su piani diversi, per una naturale resistenza a essere inserito
all'interno di protocolli burocratici e per la necessità fisiologica di
una continua revisione della sua metodologia e dei presupposti di partenza.
Inoltre, molto
spesso le situazioni che richiedono un intervento di mediazione interculturale
richiedono l'applicazione non tanto di metodologie prefissate, quanto un'aderenza
alla situazione ed un'attenta valutazione delle diverse vie di volta in volta
percorribili.
Di conseguenza,
quindi, alla sempre più diffusa convinzione che la mediazione interculturale,
e qualsiasi intervento in genere nel campo del sociale, richieda approcci e
metodologie di tipo qualitativo, ci si chiede come sia possibile una concreta
integrazione di queste competenze all'interno dell'organizzazione dei pubblici
servizi.
2. GLI
SPAZI APERTI DAL SERVIZIO PUBBLICO
I servizi sociali,
per loro stessa organizzazione interna, garantiscono solitamente una serie di
servizi fondamentali che in molti casi sono sì necessari ma non sufficienti
per tutelare da forme di disagio o disadattamento che non rientrano all'interno
dei parametri codificati dal servizio.
Spesso situazioni di solitudine, (forme lievi di) depressione, ansia, senso
di estraneità, e in generale, assenza di una minima condizione di comunicazione
ordinaria trovano come sole risorse psicoterapeuti ed assistenti sociali o,
in altri casi, interventi di tipo psichiatrico che non sempre risultano opportuni
o dimensionati all'effettivo problema. Molto spesso le manifestazioni di disagio
sofferte dagli immigrati derivano da situazioni di crisi identitaria e da mancanza
di una minima cura di sé.
«Un'attenzione
per le «culture della memoria» è difatti cruciale (…) affinché,
proprio attraverso un buon rapporto con il passato personale o con quello del
proprio gruppo di appartenenza, si possano stabilire quelle integrazioni interiori
per l'autorealizzazione e l'autostima.» [3]
Non si vuole
con questo offrire una critica superficiale ai servizi sociosanitari: al contrario,
queste considerazioni partono sia dalla constatazione delle caratteristiche
stesse dei servizi e della loro organizzazione, sia da un rapido sguardo ai
possibili scenari che si potranno presentare in questo campo in un futuro anche
prossimo.
La dimensione sociosanitaria
è un complesso di saperi e ottiche che necessariamente operano tramite forme
di oggettività: la dimensione della statistica governa le prestazioni e
le analisi relative al mondo dei servizi. I quali si sostengono quindi su una
mappa di saperi che, da un lato, non possono concepire gli individui come eventi
soggettivi, legati ad una dimensione individuale di desideri o aspettative,
ma come utenti di pratiche necessariamente codificate per poter essere attuate
con modalità quantificabili e scientificamente verificabili.
D'altra parte,
però, l'efficacia di approcci di tipo qualitativo è riconosciuta anche
in certi ambienti legati ai servizi sociali stessi, che hanno sviluppato delle
significative ridefinizioni epistemologiche e metodologiche, sostenendo una
maggiore attenzione e applicazione dei metodi e degli approcci qualitativi in
settori diversi da quelli prettamente accademici.
Possiamo ad esempio
fare riferimento ad alcuni interventi del sociologo Orazio M. Valastro sulle
matrici culturali della diagnosi, che ci paiono pertinenti e vengono tenuti
al tempo stesso in considerazione da alcuni operatori del servizio pubblico.
«(…)
le amministrazioni locali agiscono molto spesso prestando più attenzione
agli approcci quantitativi come strumenti e metodologie sufficienti per interessarsi
alle problematiche delle disuguaglianze e dell'esclusione sociale, in funzione
delle differenze culturali. (…) Di contro, qui si rivaluta un approccio
di tipo qualitativo, in cui si da maggiore Importanza all'aspetto relazionale,
al confronto diretto con gli individui… Prediligere un approccio dal basso
non significa necessariamente ignorare il sistema sociale, inteso come organizzazione
economica e apparato politico amministrativo, o non considerare la complessità
sociale: la storia orale ci aiuta ad esempio a non procedere secondo schemi
e modelli concepiti a priori e spesso contraddetti, valutando la relazione tra
vicende private e fatti collettivi.» [4]
Per il percorso
che questo lavoro intende seguire, ci pare interessante sottolineare come, in
nota a quanto appena riportato, venga citato il recente lavoro di Alessandro
Portelli. [5] Portelli, ricercatore
nel campo dell'oralità e storico della letteratura americana, da tempo sostiene
una prospettiva popolare, dal basso,
nella ricostruzione storiografica di quei fatti epocali che, altrimenti, finirebbero
con l'essere inseriti in una sfera dell'immaginario finta e stereotipata, quando
non costruita ad arte.
«Il
ricorso alle fonti orali permette di dare voce alle comunità ricostruendo
attraverso il linguaggio, la memoria e l'immaginazione le logiche intersoggettive
e i loro significati rispetto alla storia del corpo sociale.» [6]
Secondo
Valastro, l'approccio dal basso muove dunque dalla prospettiva dei singoli individui,
privilegia il punto di vista degli immigrati e degli stessi operatori sociali
e culturali che operano nel settore dei servizi alla persona e interagiscono con
realtà multietniche.
Sostiene Valastro
che non si deve identificare il servizio sociale come il tramite di una prestazione
ma, al contrario, puntualizzare il flusso di relazioni e interrelazioni che
caratterizza questi servizi. Questo aspetto relazionale presente nel confronto
con gli individui induce a concepire il servizio sociale come flusso di interazioni
generate dai soggetti piuttosto che ridurre il servizio ad una semplice relazione
dove l'utente richiede assistenza all'operatore professionale.
L'attuale modello
organizzativo dei servizi socioassistenziali, inoltre, si sostiene su una forma
di stato sociale che in Italia, e più in generale nei paesi sviluppati,
potrebbe a breve-medio termine essere sostituita da un'idea di «mercato
sociale», come prospettato in De Leonardis [7]
. Le prestazioni sociali,
sanitarie, educative, ecc., pur regolate e finanziate dallo stato, potrebbero
in una simile prospettiva essere efficacemente erogate e offerte sul mercato
da imprese nonprofit che coniugano efficienza economica e solidarietà sociale,
orientamento al cliente e impegno volontario.
Partendo da
un'analisi della fisionomia che il sistema economico va assumendo con la globalizzazione,
l'autore di «In un diverso welfare. Sogni e incubi» nota come la concorrenza
stessa nei mercati si giochi sulla capacità di organizzare e sulla capacità
di costruire sistemi di azione comune, le cosiddette partnership,
in cui anche i clienti entrano a far parte dell'organizzazione economica in
qualità di co-produttori. Le prospettive dell'economia futura previste dai
più recenti manuali di management prevedono un'economia «molto socializzata»,
che tra le altre cose - richiede una dose elevata di fiducia, ha bisogno
di reputazione, promuove il dono, la creatività un'economia che ha insomma
un gran bisogno di «capitale sociale».
«Le
capacità in questione sono per lo più risorse di tipo culturale, cognitivo
e relazionale, come per esempio le conoscenze e soprattutto la loro circolazione
e trasmissione, la ricchezza di codici comunicativi, la condivisione di significati
sociali, la fiducia.» [8]
De Leonardis non dimentica
però il rapporto fortemente strumentale che questa economia delle relazioni
può instaurare con il capitale sociale, in cui è molto forte in particolare
la logica «usa e getta» che la velocità della produzione e la
spinta all'innovazione continua richiedono e che risulta in tutto il suo potere
distruttivo: l'esclusione sociale, che costituisce di questa potenza distruttiva
un'espressione emblematica, si configura appunto come esclusione dalle relazioni
sociali e mancato accesso o espulsione dai commerci sociali, in una sorta di crescente
«disaffiliazione sociale».
«…questo lato brutale e distruttivo della nuova economia esprime una
spinta molto forte nel mondo economico a rendere non mediati gli impieghi di beni
relazionali, di capitale sociale, e gli effetti che su di essi tali impieghi producono.
Non mediati da norme, da istituti di sicurezza per la collettività, da relazioni
di lavoro regolate e riconosciute come interesse comune. (…)
Eppure questa economia relazionale
si alimenta e cresce su beni relazionali, e ne ha bisogno alla lunga per riprodursi.
(…) Si ha l'impressione che la contraddizione tra forze costruttive e distruttive
di legami sociali sia in realtà interna alla nuova economia…»
[9]
In questa ambigua
prospettiva futura, De Leonardis individua il limite di fondo del welfare state
attuale (e del mercato sociale realizzato solamente su basi economiche) nel
fatto che esso è attrezzato a maneggiare e produrre oggetti o soggetti,
ma non relazioni, «distribuendo beni materiali in quantità date, riproducendo
spesso i propri oggetti di trattamento gli utenti nel loro statuto di
assistiti, destinatari e riuscendo solo a tratti nell'intento dichiarato
di creare cittadini, singoli individui reintegrati nei circuiti sociali e riconosciuti
in un ruolo di soggetti (…). Come si potrebbe configurare un welfare (comunque
definito) che sia attrezzato viceversa a generare relazioni sociali?»
[10]
Non è compito
di questo studio offrire possibili risposte ad un problema di tale portata ma
si è ritenuta di un certo interesse anche questa dimensione del problema.
3. AMBITI
TEORICI CHE RICONOSCONO IL VALORE DELLA NARRAZIONE AUTOBIOGRAFICA
Sono vari gli
indirizzi di studio che, nella prospettiva specifica dei servizi sociali (socio-assistenziali
in primis, ma anche scolastici, ad es.), sostengono il ruolo della comunicazione
di tipo narrativo come strategia per innescare produzione di relazioni sociali
di qualità. Nella definizione
delle competenze relative alle metodologie di tipo qualitativo di cui gli operatori
sociali devono essere in possesso, Valastro [11]
, ad esempio, sostiene
che i servizi sociali devono essere concepiti anche come luoghi di ascolto e
della parola, in cui un approccio dal basso venga associato al metodo narrativo
e autobiografico.
Già alcuni
approcci interdisciplinari, in cui gli studi di sociologia si fondono a prospettive
della psicologia sistemica, contemplano il metodo narrativo per conoscere e
operare con le specificità della condizione dei migranti e la singolarità
dei progetti migratori.
Ad es., Cecilia
Edelstein, responsabile della Scuola di Counseling Sistemico Relazionale di
Bergamo, nel parlare delle metodologie applicate nella sua ricerca sugli «aspetti
psicologici dei processi migratori e differenze di genere», afferma il
valore di una ricerca qualitativa che si basi, appunto, su di un approccio narrativo
e autobiografico.
Se, come nota
la Edelstein, è innegabile che la narrazione sia una fondamentale modalità
interumana di relazione «il metodo biografico come strumento di ricerca,
mira ad esplorare, attraverso l'analisi delle singole vite, la relazione tra
le esperienze sociali e il carattere personale.»
«… la psicologia culturale considera la cultura come parte integrante dell'esperienza umana, non separabile dall'individuo, e pone l'accento sui processi di sviluppo e cambiamento in interazione con l'ambiente socio culturale, senza creare rapporti lineari di causa e effetto.» [12] Come si può notare, questo tipo di ricerca qualitativa, che utilizza il metodo narrativo, è considerata in grado non solo di analizzare e «raccontare» un certo contesto sociale ma anche di poter intervenire, inducendo cambiamenti nella vita dei soggetti coinvolti; per questo la si definisce una forma di 'ricerca intervento' e se ne sottolinea la possibile valenza terapeutica.
Le narrazioni di vita, nella convinzione di Edelstein, costruiscono e trasformano
il passato in un sè coerente: vi è un fondamentale aspetto curativo nel
ri-raccontare la propria storia migratoria, anche se in un contesto di ricerca.
Del resto anche Valastro aveva affermato:
«La
ricerca sociale (…) favorisce l'intervento sociale e terapeutico: la valenza
della narrazione non (…) solo come metodo di ricerca ma anche come intervento
attraverso il quale si creano cambiamenti, si riconsiderano le radici e le identità
coniugate al passato per trovare degli ancoraggi e dei sostegni nel presente.»
[13]
Negli ultimi anni, e nell'ambito della
pedagogia interculturale e dell'educazione dell'età adulta, un indirizzo di
studi che più di altri ha considerato il valore della comunicazione narrativa
e in particolare della narrazione autobiografica è quello che vede tra i suoi
maggiori esponenti e divulgatori Duccio Demetrio, docente presso la facoltà
di scienze della Formazione dell'Università degli Studi Milano Bicocca e presidente
della Libera Università dell'autobiografia di Anghiari. Demetrio è autore
di molte opere alle quali una compiuta elaborazione degli aspetti sia teorici
che tecnico-applicativi della metodologia di narrazione a carattere autobiografico
è debitrice.
L'autobiografia
in quest'ottica è considerata un vero e proprio metodo di intervento sociale,
in grado di aprire nuove e insolite prospettive su di sè e sugli altri,
portando concreti risultati in termini di recupero, cambiamento e nuova progettualità.
In altre parole, la narrazione autobiografica può essere considerata un
metodo educativo per la sua capacità di esaminare e ordinare il vissuto
individuale e sociale del 'narratore', tramite processi che sollecitano e confermano
l'identità dell'individuo, e lo confermano nel suo essere identità plurima
e costitutivamente relazionale.
«
… guardare alla propria esistenza come spettatori non è solamente operazione
impietosa e severa… Quando il pensiero autobiografico, un pensiero che
nasce dalla nostra individualità e di cui noi soltanto siamo gli attori,
conosce e svela questi istanti affettivi, abbandona la sua origine individualistica
e diventa altro. Condivide l'essere al mondo di tutti gli altri… lascia
una traccia benefica soprattutto quando la nostra storia non è del tutto
nostra, quando si scopre che il lavoro sul passato ci riavvicina e il giudicare
è difficile... Per tale motivo il pensiero autobiografico in un certo qual
senso ci cura; ci fa sentire meglio attraverso il raccontarci e il raccontare
che diventano quasi forme di liberazione e di ricongiungimento» [14]
La
pratica autobiografica dà dunque sollievo e benessere, è pratica «auto
terapeutica» . Tuttavia, solo a certe condizioni:
a) l'azione
del ricordare non deve essere dolorosa, ma piacevole: solo il piacere e il sollievo
alimentano così il potere catartico del distacco, mentale e emozionale.
Demetrio lo definisce il «potere della dissolvenza», riferendosi
al modo più caratteristico in cui il ricordo si dà: «Possiamo rimemorare
voci, grida, frasi, oppure eventi foschi e assai pesanti per l'anima, tuttavia,
l'effetto è sempre lo stesso: nulla è mai completamente «a fuoco»
e nulla è mai «chiassoso». (…) Entrare con la mente e il
corpo nelle dissolvenze (…) e soprattutto non essere infastiditi, non temere
il loro stimolo regressivo e puerile, innocente e innocuo, è sintomo inequivocabile
della disponibilità al distacco dai fastidi quotidiani.» [15]
b) Inoltre,
nella relazione comunicativa che si insatura con un ascoltatore attento e discreto,
il narratore si sente confermato e riconosciuto dalla disponibilità di uno
sguardo, da parole incoraggianti, dal tempo offerto, e tutto ciò non fa
che confermare l'identità e l'autostima del narratore.
c) La
comunicazione narrativa non crea solamente un movimento di «convivenza»
tra il narratore e l'ascoltatore, ma mette in moto dinamiche di tipo «ricompositivo»:
«La mente non si accontenta di evocare, per lo meno quando si occupa della
propria autobiografia. Ha bisogno di «gettare le reti» tra i ricordi,
per trattenerne il più possibile ma soprattutto (…) per «metterli
in rete». Facendoli conversare tra loro. In collegamento e rapporto.»
[16] Il senso di pienezza sviluppato
dall'introspezione autobiografica è probabilmente dato dall'aver ricostruito,
nella ricostruzione della propria memoria, una trama interiore che ha dato luogo
a immagini, forme, nuove storie; una sceneggiatura, insomma.
d) «La
creatività che scaturisce dai giochi connettivi che finiscono col dotarci
di una rete immateriale, dal curioso potere di contenimento che economizza tutto
ciò che siamo, ha bisogno (…) di una linea di condotta» [17]
. E' opportuno, in altre parole, operare quella sorta di distanziamento
creativo che permette al narratore di osservare la propria vita con uno sguardo
esterno, come se fosse la vita di un altro: dall'autogratificazione del pensiero
autobiografico ci si dedicherà alla scrittura in senso proprio della storia
personale.
Il passaggio
dal racconto di sé alla scrittura di sé è particolarmente delicato
(soprattutto in contesti come la mediazione interculturale), ma essenziale perché
la «cura» abbia un qualche effetto duraturo; d'altra parte, però,
è possibile che una persona dotata a voce di fluidità discorsiva e predisposizione
all'empatia (dalla quale può ricevere, come si è detto, un'immediata
gratificazione) possa incontrare invece delle resistenze alla scrittura (che
dà una maggiore sensazione di definitezza, di compiutezza, nonché di
esposizione al giudizio altrui). Ma, contemporaneamente, questo «indispensabile
rito di passaggio» apre all'aspetto più specificatamente creativo dell'intera
pratica autobiografica: il racconto della propria memoria potrà sempre essere
aggiornato ed integrato e sarà possibile quindi ricostruire continuamente
la storia narrata, attraverso il riesame e le sollecitazioni del contesto del
momento, in una sorta di vera e propria fiction,
di finzione creativa.
Impariamo
sostiene Demetrio - non più dall'esperienza di ciò che siamo stati,
bensì da quel che andiamo immaginando, costruendo il nostro racconto su
di un'identità «plurale».
«…raccontando
di noi agli altri, raccontiamo le nostre molte vite possibili e fantasiose;
se resta l'oggettività dei fatti, delle rotte seguite, degli incontri fondamentali,
muta invece la loro rappresentazione.» [18]
E' una
caratteristica importante, se non fondamentale, della narrazione autobiografica,
e della sua proprietà «curativa», il fatto che essa non richieda
prescrittivamente il racconto e la scrittura dei fatti della vita di una persona,
nudi e crudi, né si interroghi sulla verità o meno di questi.
«E'
l' immaginario autobiografico che facilita, per un verso, la scrittura
personale; per l'altro, è incoraggiante accorgersi della manipolabilità
«a piacere» della nostra esistenza. In tal caso la cura è quanto
mai antica e risaputa: ogni autobiografo celebre o modesto ha immaginato se
stesso, a seconda degli intenti, ora nel peggior modo possibile, ora nel migliore,
ora nella sua mediocrità.» [19]
Il «patto
autobiografico» (tra narratore e ascoltatore), non diversamente da quanto
accade quando si sceglie di leggere un libro o di vedere un film, non può
essere un patto fondato sulla verità l'autobiografia in quanto genere
letterario a tutti gli effetti - cerca piuttosto la verosimiglianza: è sempre
legata, cioè, ad un movimento letterario personale che si muove sul terreno
dell'immaginazione e che, per quanto si fondi su fatti e esperienze realmente
accadute, resta comunque sempre finzione.
Demetrio sottolinea in più occasioni quanto sia importante definire questo
aspetto con chi narra la propria autobiografia, seppur in tempi e modi opportuni:
il patto autobiografico, non vincolato all'obbligo inderogabile della veridicità
del racconto, assume quei connotati di leggerezza che paradossalmente
creano i presupposti per un racconto autentico.
Appare del tutto
chiaro, ormai, come la scrittura autobiografica si avvicini alla scrittura tout
court, intesa come pratica artistica, dove il racconto della propria vita
coincide con la costruzione di una sceneggiatura (con fabula,
contesto e personaggi) e la sua stesura materiale con la definizione di focalizzazioni
e punti di vista. L'autore, scegliendo un tipo di focalizzazione interno o esterno
rispetto alla narrazione (ovvero scegliendo se narrarsi in prima persona o meno),
definisce le modalità con cui esporsi nella relazione comunicativa: in ogni
caso, diventa un'altra persona, si «spersonalizza», interpreta un
personaggio. E' particolarmente importante, nell'applicazione del metodo, sottolineare
e ribadire il più possibile questa libertà di scelta, pena il fallimento
della pratica stessa ed il permanere della sensazione di disagio dovuta ad una
esposizione forzata della propria sfera privata.
Lo sdoppiamento
che ne consegue, poi, in quanto caratteristica formale del monologo interiore,
individua già di per sè un confidente naturale: l'io narrante
si mette in relazione con un io protagonista
e questo, oltre a creare un antidoto immediato a tante situazioni di solitudine,
risulta contemporaneamente un tratto strutturale comune alla scrittura poetica,
al racconto, al diario e a tutte quelle espressioni artistiche che più di
qualche volta sono servite ai rispettivi autori (nonché ai loro lettori)
per dare espressione a tensioni, ansie ed ossessioni, alla paura in genere.
C'è dunque
scrittura autobiografica nel momento in cui compare un'organizzazione. La narrazione
si fa interessante ed ascoltabile nel momento in cui cerchiamo un ricostruzione
più sistematica, ordinata, regolata dai tre motivi fondamentali di ogni
narrazione compiuta: una cronologia coerente (anche in un'apparente incoerenza
temporale), uno spazio ed un contesto definiti e la presenza di personaggi caratterizzati
(ossia, la definizione dei «buoni» e dei «cattivi» della
propria storia personale, dei valori in gioco).
La scrittura inizia
con una «sintassi» dell'autobiografia, una costruzione stilistica
che parte da repertori di ricordi: persone fondamentali della nostra vita, oggetti
confidenziali, paesaggi, amori e affetti, ecc.
Quindi si deve ritrovare, in un secondo momento, i legami tra questi differenti
repertori, costruire la rete di questa sintassi, ritrovare i lagami fondamentali.
Si tratta di trovare degli altri contenitori per raccogliere tutto ciò che
ha animato e reso vivi gli oggetti e le emozioni che abbiamo messo in relazione.
«Dall'analisi
dei fatti, si passa alla classificazione degli accadimenti più importanti;
dalla loro collocazione in un prima e in un poi alla scoperta delle connessioni
che tra i vissuti esistono. Dall'intuizione di alcune spiegazioni attribuite
a quanto ci è accaduto, si transita alla rievocazione poetica e alla ricerca
di significati nascosti. Tutto questo, se condotto con sistematicità e costanza,
sviluppa intelligenza autobiografica, stimola una maggiore autostima che conosce
variabili osservabili a seconda dell'età di chi si racconta.»
[20] Si tratta di
definire quella struttura di connessioni che la narratologia classica chiama
la fabula, la storia
primaria (il cuore del racconto) che si intreccia poi con le altre storie ad
essa collegate. A livello di indicazione generale, riportiamo qui l'architettura
essenziale che, secondo Demetrio, ottempera a questo primo intento strutturale.
Per qualsiasi altro approfondimento della metodologia, soprattutto delle sue
applicazioni, rimandiamo alla relazione di stage ed alla breve appendice al
presente lavoro.
Incipit
(la mia vita ha inizio, dispongo di…)
ricordi evidenti di cose (oggetti, volti, rumori, ecc.)
riflessioni d'apertura
figure che mi hanno aiutato
antefatti, fatti
Ruit
(la mia vita ha avuto un corso e corre attraversando…)
educazione ricevuta
la mia famiglia
ambienti di vita d'infanzia
figure adulte
coetanei
giochi
crisi, rotture, scoperte, attese, abbandoni,
bilanci, tappe, desideri, apogei,
fughe, incontri, amicizie, passioni
Exit
(la mia vita si conclude a questo punto: almeno per ora)
risultati raggiunti
risultati non
conseguiti
capacità
scopi ulteriori
programmi… [21]
4. NARRAZIONE,
IDENTITA', INDIVIDUO
Non occorre certo
ribadire che la metodologia proposta da Demetrio richiama all'esigenza di recuperare
la pratica della narrazione nei contesti di vita quotidiana, come e non diversamente
dalle abitudini che le società hanno sempre mantenuto, pur in forme diversificate
nel tempo.
«La
narrazione è connaturata all'uomo; non si ha testimonianza di civiltà
che non hanno utilizzato la narrazione. Essa attraversa le culture, le epoche,
i luoghi; è presente da sempre e, forse, sarà sempre presente. Si potrebbe
dire che con il nascere della socialità e della relazione interumana è
nata la narrazione» [22]
Ma il fatto che venga percepito
da più parti un qualche «bisogno» di recuperare la dimensione
della narrazione è di per sé sintomo di una situazione di crisi della
società contemporanea e dalle caratteristiche stesse che ne qualificano il
disagio.
Un'osservazione
comune a molte analisi della crisi sociale in corso individua un aspetto fondamentale
di questo disagio nella progressiva riduzione di spazi e tempi della comunicazione
interpersonale, e di conseguenza dei tempi della narrazione di storie in genere;
di qui, si starebbe verificando una sorta di allentamento degli stessi meccanismi
costitutivi della memoria collettiva e delle memorie individuali.
Più nello specifico, nel momento in cui la dimensione narrativa sta entrando
progressivamente in crisi, si delineano sempre più chiaramente contesti
specifici in cui la propensione a narrare - e quindi a ricordare e ad essere
ricordati - viene meno: sono di solito contesti di vita e di sofferenza, come
gli ospedali, le case di cura per anziani, le case di detenzione, i centri di
accoglienza per senza casa o per immigrati e, complessivamente, tutte quelle
istituzioni che offrono prestazioni assistenziali standardizzate (non viene
esclusa l'istituzione scolastica). Tutti questi
luoghi hanno in comune un tratto distintivo fondamentale, nell'economia della
presente riflessione: il fatto che essi rappresentano contesti in cui la dimensione
sociale è in qualche modo sospesa, o modificata, luoghi in cui l'individuo
non si trova «integrato», ovvero inserito in una situazione di «integrazione»
nella vita quotidiana. Il rischio è che, proprio in luoghi di «transizione»
come quelli appena detti (che si vorrebbero deputati alla cura, alla riabilitazione,
alla formazione o all'assistenza), si vada invece a confermare come strutturata
e fissa un'identità dell'individuo che è invece temporanea,
una rappresentazione (o narrazione) di una persona caratterizzata cioè dal
disagio, dallo svantaggio o, più genericamente, dalla difficoltà dei
momenti di transizione, di cambiamento. Non più riconosciuto, un individuo
si trova necessariamente a sospendere la sua propensione a narrarsi in modo
creativo, nei suoi vari aspetti e nelle sue diverse qualità, e infine a
proporsi «identificato» con la condizione temporanea in cui si trova
e nel ruolo assegnatogli (il «detenuto», il «malato»,
l'«immigrato», l' «anziano», l' «allievo difficile»).
Il che conferma
il carattere «costruito» di qualsiasi identità [23]
, nonché la tendenza di qualsiasi identificazione ad allontanarsi
dalla sua dimensione mutevole per assumere forme strutturate, costruite
appunto.
«Qualsiasi
realizzazione culturale, qualunque forma di identità implicano una rinuncia
(almeno parziale e temporanea) alla molteplicità, un'accettazione (entusiastica,
forzata o dissimulata) delle particolarità.» [24]
Quando un individuo
non è narrato dagli altri, diventa un estraneo, uno «straniero»
e, quel che più conta qui, estraneo, straniero, e quindi anche «non
integrato», a se stesso. Lo straniero, nella prospettiva autobiografica,
è il non narrato o il narrato male: non
c'è nulla di più fastidioso di quando sbagliano il nostro nome, oppure
ci confondono con qualcun altro, perché in quel momento non siamo più
nel campo narrativo altrui.
Per chiarire
i presupposti di tali considerazioni e, quindi, i motivi dell'attenzione crescente
nei confronti di queste tematiche, ci riferiremo innanzitutto alla lucida analisi
che il sociologo Zygmunt Bauman fa di quella che lui chiama emblematicamente
la «società individualizzata». [25]
Partendo dalla
critica che Bauman muove alla società contemporanea, si può affermare
che il bisogno di comunità è la risposta dell'individuo all'insicurezza
e alla precarietà in cui è immerso. L'individuo si avverte isolato,
in un mondo fatto di imprevedibilità, liberalizzazione, flessibilità
e incertezza. Ognuno tenta di arginare la propria ansia da solo, cercando soluzioni
individuali a quelle che Bauman definisce «contraddizioni sistemiche».
Il sogno di una comunità sicura poggia sull'esigenza di omogeneità e
semplificazione: ci si capisce solo tra simili e ciò che è diverso si
offre come forma concreta della propria paura. Il sogno è
quello di un mondo in cui i propri desideri siano soddisfatti ancor prima di
essere espressi, vivere in quelle che Bauman definisce «comunità gruccia»
in cui insicurezza e paura siano eliminate rimuovendo il contatto con l'eterogeneo.
[26]
«In
questo mondo tutto può accadere e tutto può essere fatto, ma nulla può
essere fatto una volta per tutte, e tutto quello che accade giunge inaspettato
e si dilegua senza preavviso. In questo mondo i legami tra gli esseri umani
sono frazionati in incontri sequenziali, le identità in maschere indossate
una dopo l'altra, la biografia in una serie di episodi che durano solo nella
memoria parimenti effimera.» [27]
Ne «La società
individualizzata. Come cambia la nostra esperienza», Bauman ha analizzato
il fenomeno della progressiva individualizzazione della società contemporanea
a partire proprio da quei meccanismi di creazione del desiderio e dei significati
che lo alimentano nelle sue forme diverse: le condizioni che favoriscono questo
tipo di società sono la mobilità, la velocità, il disimpegno e la
superficialità delle relazioni il cui corollario è l'assenza di volontà
introspettiva.
Abbiamo trovato
particolarmente interessante, ai fini del nostro lavoro, il prologo del libro,
dal titolo significativo di «Vite raccontate e storie vissute».
«Perché,
spronati all'azione dal malessere e dai rischi endemici del nostro stile di
vita, troppo spesso dirottiamo la nostra attenzione su oggetti e obiettivi non
collegati in modo causale alle vere sorgenti di quel malessere e di quei rischi?
Come può accadere che (…) l'energia generata dall'ansia di vivere continui
ad essere sviata dai suoi obiettivi «razionali» e venga impiegata
per proteggere, anziché rimuovere, le cause dei problemi? In particolare:
quali sono le ragioni per cui le storie che oggi raccontiamo e siamo disposti
ad ascoltare esorbitano solo raramente, o mai, dal terreno angusto e meticolosamente
recintato dell'io privato e «soggettivo»?» [28]
In
risposta a questi interrogativi, Bauman arriva a sostenere la necessità di
un processo di «articolazione» (costruzione di una serie di relazioni
partendo da un'altra) come costruzione di «connessioni tra pratiche e effetti,
nonché di attivazione della possibilità che le pratiche abbiano effetti
diversi e spesso imprevisti».
L'articolazione è una attività senza la quale nessuna esperienza si
tradurrebbe in una storia: le storie raccontate ai nostri giorni hanno come
caratteristica specifica quella di articolare le vite individuali in un modo
che esclude e rende impossibile individuare le relazioni che collegano il destino
di un individuo ai modi e ai mezzi con i quali funziona la società nel suo
complesso; e impedisce inoltre ogni possibilità di farci delle domande su
tali modi e mezzi, lasciandoli come oggetti sconosciuti che fanno da sfondo
ai progetti di vita individuali.
Una società
così strutturata distacca la vita individuale dalla sfera pubblica, da una
dimensione autentica di socialità, dalla comprensione della storia di cui
siamo volenti o nolenti i protagonisti e, conseguentemente, anche da una dimensione
effettivamente politica.
(Non si tratta
comunque di correggere il senso comune, definendo una rappresentazione autentica
della realtà umana; l'essenza del compito della sociologia, per Bauman,
«non è restringere ma allargare, non selezionare le possibilità
umane degne di essere perseguite, ma impedire che essere siano precluse, compromesse
o semplicemente perse di vista.»)
Per Bauman, «l'articolazione
delle storie di vita è l'attività attraverso la quale la vita riceve
significato e finalità»: le storie di vita si sviluppano a partire dalle
azioni e dalle omissioni dei protagonisti, vengono elaborate con l'uso di vocaboli
che tracciano i confini tra le proprie azioni e le condizioni nelle quali si
è agito e non si sarebbe potuto agire in altro modo. Le vite vissute e quelle
raccontate sono strettamente interconnesse; anzi, Bauman arriva ad affermare
quanto segue, felicemente in accordo con molte teorie di narratologia:
«Le
storie che raccontano la vita interferiscono con la vita vissuta prima che questa
venga vissuta per essere raccontata. (…) Le narrazioni autobiografiche
sono palesemente guidate dalla modesta ambizione di infondere («retrospettivamente»,
«col senno di poi») una logica interna e un significato alle vite
che vengono rinarrate.
Infatti il codice che esse rispettano, consapevolmente o inconsapevolmente,
determina le vite che raccontano nella stessa misura in cui determina la loro
narrazione e la scelta dei «buoni» e dei «cattivi».
Si vive la vita come una storia ancora da raccontare, ma il modo in cui deve
essere costruita la storia che si spera di raccontare determina la tecnica con
la quale si dipana il filo della vita.» [29]
Pur nella consapevolezza
che si tratti di riflessioni complesse e articolate, tuttavia ci è sembrato
importante, ai fini del nostro discorso, far riferimento a queste analisi per
dare un più completo fondamento teorico alla nostra ricerca.
Da un lato per
supportare il ricorso a pratiche narrative, come risorsa nei confronti del «bisogno»
di relazioni e di auto-consapevolezza, e dall'altro, per render conto di una
complessità di prospettive non sempre riconducibili a discorsi e strategie
unitarie.
Ciò che
ci conferma l'interesse per questa prospettiva di idee e per la pratica artistica
appena descritta, anche nella sua qualità di possibile intervento nelle
situazioni di mediazione culturale, è la condivisione di quelle istanze
più volte richiamate nell'ambito degli studi interculturali: «…
lo sguardo interculturale necessita di istituire nuove pratiche dell'attenzione,
addestrandosi a riconoscere nel segno che evoca una «cultura» non
tanto il rinvio obbligante ad un'appartenenza» quanto un invito a «riconciliare
le tradizioni alla loro più vera vocazione, aperta ed espansiva, quella
che le vede profilarsi a partire dall'accoglienza, praticata nei confronti di
un evento… che le riconosce nel loro schiudersi e, per certi versi, risolversi
in altro» [30] . In un «altro»
per il quale «si potrebbe spendere il termine indubbiamente carico di problematiche
connotazioni di prossimo. Il prossimo inteso come ciò che troviamo
a contatto con il bordo della nostra consistenza individuale, quel bordo…
che in realtà è il luogo del nostro effettivo costituirci». Ciò
che contraddistingue la nostra singolarità non è allora «un nocciolo
resistente alle aggressioni esterne», ma «la vibrazione assolutamente
peculiare che si produce nel nostro stesso essere integralmente relazione»
[31] .
Riportiamo alcuni estratti dalla relazione di stage a titolo
esemplificativo dell'applicazione del metodo autobiografico. A.
A. viene dall'India ed è in Italia da 6 anni. Ha 45 anni e due figli grandi.
Ha un diploma di studi superiori in materie scientifiche. Con A. mi incontro
tre volte, in luoghi pubblici, prima che lei inizi il turno di lavoro in fabbrica.
Ci incontriamo una volta al bar dell'ospedale, un'altra volta nel giardino adiacente,
un'altra volta in un bar di Montecchio.
Aspetti positivi:
1. Per incontrarci, avremmo sempre avuto a disposizione la sede del Servizio,
ma ho sempre scelto dei luoghi meno formali, questo ha favorito un clima di
maggiore parità e confidenza.
2. Per spiegare
il metodo, ho raccontato anch'io alcune storie della mia famiglia, sia come
esempio, sia per mostrarle che anch'io mi sarei messa in gioco in questa relazione;
soprattutto all'inizio, la reciprocità nel raccontare è fondamentale
e favorisce l'ascolto e l'attenzione reciproca.
3. A., dopo il
secondo incontro, mi propone di provare a scrivere lei alcuni episodi della
sua memoria; la volta seguente, mi porta un testo, scritto nella sua lingua
che, mentre lei traduce, io trascrivo in italiano. Trovo importante questo aspetto
perché lo reputo una prima forma di appropriazione della pratica.
4. La richiesta
a sviluppare nel racconto alcune immagini che, mentre lei parla, io colgo come
significative, porta il suo racconto ad essere sempre meno dispersivo e più
narrativo.
5. Per alcuni
particolari o episodi della sua storia, riusciamo a ridere sinceramente: anche
questo aspetto lo considero positivo. Ad es., quando mi racconta della figura
del suocero, particolarmente amato, ridiamo di particolari che avrebbero potuto,
se rievocati con meno ironia o leggerezza, suscitare compassione.
A
questo proposito rimando al ruolo «autoterapeutico» dell'ironia,
del distacco e della «rappresentazione» di sé attraverso la
narrazione e la scrittura autobiografica, questione trattata più adeguatamente
nella mia tesina di approfondimento.
Al termine del
terzo incontro, restituisco a lei le sei cartelle di testo che ho trascritto
come prima bozza da discutere insieme: la sua prima risposta, via sms (dopo
che le è arrivata la mia lettera via posta), è stata « *mancano
parti di testo*»!!
Difficoltà
APPENDICE
1.«Ma tu vuoi sapere la mia storia per conoscere gli usi
e costumi del mio paese?»
mi chiede A. alla fine di un incontro.
Capisco che si è fidata della mia proposta e ne è stata incuriosita,
ma che non le è ancora chiara la finalità tutto sommato è per me
un'occasione per poterle spiegare quello che penso sull'importanza di «padroneggiare»
la propria storia per trovare poi dei momenti per poterla condividere, con più
sicurezza; per poter recuperare, ai propri occhi e a quelli degli altri, il
valore della propria singolarità e diversità, e da lì poter magari
trovare affinità impreviste.
Cerco anche di spiegarle che la finalità sta nella pratica in sé e non
nel risultato, non mi interessano le informazioni che vengono raccolte, per
questo ci sono altri metodi, sicuramente meno dispendiosi ma anche meno divertenti.
2. Prima di trovare
un andamento fluido della narrazione, A. mi racconta momenti della sua vita
quotidiana e familiare che nella forma, si avvicinano più alla confidenza
e alla chiacchiera che alla narrazione. Solo nel ricordare episodi che vengono
da una memoria più lontana nel tempo, è possibile, soprattutto all'inizio,
ritrovare una dimensione mitica della propria storia.
Z.
Z. viene dal Ghana. E' in Italia da 10 anni. Fino ad un anno fa lavorava in
conceria, ora è disoccupata. Ha un titolo di studio di scuola superiore.
Con Z. mi incontro
due volte nella cucina di casa sua, a Chiampo.
Aspetti
positivi
1. Con Z. non c'è bisogno di spiegare delle tecniche. Nei
suoi racconti c'è già un ritmo, una vivacità narrativa, un'organizzazione.
Quando decide di cominciare a raccontare delle storie, le trame sono semplici
e essenziali. Non c'è quasi nessuna complicazione psicologica; come nei grandi
racconti mitici o nelle fiabe, è la sequenza delle azioni e la definizione
dei personaggi che incanta.
Per sistematicità, una volta tornata
a casa, io trascrivo subito alcuni appunti sulle storie ascoltate; appunti che
mi permettono poi, con calma, di decidere la composizione degli episodi in una
trama. Il criterio è dichiaratamente soggettivo: cerco di recuperare nella
scrittura il clima emotivo che mi ha trasmesso il racconto nel momento in cui
lo ho ascoltato. E il modello a cui faccio riferimento è il modello di una
scrittura che possa essere ri-raccontata oralmente o letta ad alta voce.
Quando ho trascritto le storie importanti di Z., ho ripercorso con la memoria e trascritto, quasi esattamente, la stessa sequenza del suo racconto.
2.
Dopo il primo incontro, ho portato a Z. una delle storie che mi aveva raccontato
trascritta da me, e l'ho letta alla figlia A. di 8 anni, che era in cucina con
noi. La bambina è stata attentissima e Z., molto contenta della situazione,
mi ha corretto solo due parole che erano sbagliate; per il resto mi ha detto che
non avevo dimenticato nulla. Poi, di seguito mi ha raccontato almeno altre cinque
storie compiute della sua famiglia. Anche la bambina ha voluto raccontarmi un
episodio che le era capitato, collegandosi ad uno dei racconti della madre.
Nel corso del
secondo incontro, Z. ha espresso il desiderio di provare a scrivere, e anche
di ricominciare a leggere, visto che con tre bambini piccoli, da tempo non si
dedicava più a queste attività.
Notes
[Note 1] DEMETRIO D., «Lavoro interculturale e narrazione», in Sito italiano di Etnopedagogia. La destinazione originaria, in Rai Educational, di questa pagina web non è più rintracciabile. Per il testo dell'intervento, cfr. http://utenti.lycos.it/anselmoroveda/demetrio.html
[Note 2] DEMETRIO, op.cit.
[Note 3] DEMETRIO, op.cit.
[Note 4] VALASTRO O. M., «Approccio dal basso, servizi alla persona e memorie interculturali», in Rivista elettronica di Scienze Umane e Sociali, vol.1 n.2 aprile/giugno 2003, http://www.analisiqualitativa.com/magma )
[Note 5] America, dopo. Immaginario e immaginazione , Donzelli, Roma, 2002
[Note 6] VALASTRO, op. cit.
[Note 7] DE LEONARDIS Ota, In un diverso welfare. Sogni e incubi, Feltrinelli, Milano, 1998
[Note 8] DE LEONARDIS, op. cit.
[Note 9] idem
[Note 10] idem
[Note 11] VALASTRO, op. cit.
[Note 12] EDELSTEIN C., «Aspetti psicologici della migrazione al maschile e differenza di genere», Magma, rivista elettronica di scienze umane e sociali , n.2, aprile/giugno 2003 http://www.analisiqualitativa.com/magma)
[Note 13] VALASTRO, op. cit.
[Note 14] DEMETRIO D., Raccontarsi, l'autobiografia come cura di sé, Raffaello Cortina, Milano 1995, p.11
[Note 15] idem, p. 47
[Note 16] idem, p. 50
[Note 17] idem, p. 51-52
[Note 18] idem, p. 53
[Note 19] ibidem
[Note 20] DEMETRIO D., Ricordare a scuola, fare memoria e didattica autobiografica, Laterza, Bari 2003, p. 89
[Note 21] DEMETRIO 1995, op. cit., p. 158
[Note 22] da BATINI F., «Della narrazione e la sua valenza formativa La costruzione del sapere e la postmodernità», citato in Edelstein, op. cit.
[Note 23] cfr. REMOTTI F., Contro l'identità, Laterza, Bari, 1996
[Note 24] REMOTTI F., op. cit., p. 19
[Note 25] cfr. BAUMAN Z., Voglia di comunità, Laterza, Bari, 2001
[Note 26] cfr. BAUMAN Z., Intervista sull'identità, Laterza, Bari, 2003
[Note 27] BAUMAN Z., La società individualizzata, Il Mulino, Bologna, 2002, p. 115
[Note 28] idem, p. 21
[Note 29] idem, p. 14-15
[Note 30] BRANDALISE A., «Figure della prossimità. Sul presente delle culture», in Incontri di sguardi. Saperi e pratiche dell'intercultura, a cura di A. Miltenburg, Unipress, Padova, 2003, p. 85
[Note 31] idem, p. 89