Università degli Studi di Padova
Facoltà di Lettere e Filosofia
Master in Studi Interculturali
a. a. 2002/2003
Tesina di approfondimento:
La narrazione autobiografica in contesti di mediazione interculturale
Martina Pittarello

Relatore: prof. Adone BRANDALISE


ABSTRACT

Partendo da alcune suggestioni avute durante le lezioni del Master, in particolare dagli interventi del prof. Brandalise sul ruolo della dimensione artistica nella pratica delle scienze umane e sociali, ho voluto approfondire in questa mia tesina le linee basilari di riflessione teorica che hanno sostenuto il progetto di stage che ho proposto al Servizio di Mediazione Culturale di Montecchio Maggiore - Ulss Ovest Vicentino.

Nel corso dello stage ho voluto verificare l'effettiva praticabilità del metodo della narrazione autobiografica per poi valutarne un suo possibile utilizzo da parte di mediatori culturali operanti nel servizio pubblico.

Il mio lavoro di stage è stato sostenuto dalla convinzione che la mediazione interculturale richieda approcci e competenze anche di tipo qualitativo, (come il metodo autobiografico, appunto), pur nella consapevolezza che non sia facile realizzare una loro concreta integrazione all'interno dei servizi pubblici.

In questo breve studio, ci si chiede innanzitutto se e come sia possibile che tali pratiche trovino un ruolo coerente all'interno di strutture che sono deputate alla salvaguardia del benessere psico-fisico dei cittadini, con particolare riferimento alla popolazione immigrata.

Si sono prese in considerazione inizialmente prospettive teoriche vicine all'ambiente dei Servizi sociosanitari e riconosciute dagli operatori stessi del servizio pubblico.

Successivamente si è passati all'analisi degli studi che riconoscono il valore della narrazione autobiografica, con particolare riferimento alla riflessione teorica e pratica di Duccio Demetrio, a cui si riconosce il merito di avere tentato di codificare la pratica della narrazione autobiografica.

Infine, per dare un più completo fondamento al mio studio, ho preso in considerazione prospettive teoriche più complesse e articolate, che si interrogano sul significato di categorie quali quelle di «individuo», «identità», «comunità», «narrazione», «prossimità»; concetti che, a mio avviso, sono sottesi al metodo precedentemente descritto. In particolare ho fatto riferimento ai principali lavori di Z. Bauman.

L'analisi che ne è derivata ha cercato di rendere conto di una complessità di prospettive che, pur attinenti in vario modo all'argomento trattato, non appaiono sempre riconducibili a discorsi o strategie unitarie.


«La nostra quotidianità è abitata dagli «altri» anche quando non desidereremmo parlarne; ci serviamo di loro per organizzare la giornata, li troviamo sui nostri cammini domestici, siamo costretti a guardarli ma non ad ascoltarli, quando invece è soltanto l'incontro delle parole che può mettersi nella condizione di superare il lato più oscuro della questione. Quello appunto che riduce ad un fatto demografico, economico, di ordine pubblico chi sta cercando altre forme per segnalarci la sua presenza e, che pur debitore, ammesso ma non concesso che così debba viversi, non si accontenta di essere considerato un utente attuale, o potenziale, di questo o di quel servizio sociale o caritativo. L'educazione interculturale ci fornisce, invece, l'unica via - preferiamo chiamarla strategica - che possiamo percorrere nella educazione alla consapevolezza di quanto sia vieppiù indispensabile assumere una coscienza antropologica di quel che sta avvenendo.» [1]

1. PREMESSA

Porsi il problema di realizzare forme di integrazione stabile in una società modificata da un forte e rapido processo di immigrazione significa innanzitutto determinare se esista o meno una reale necessità di integrazione e chiarire di conseguenza i confini di questo concetto: talvolta, infatti, sembra che il problema degli immigrati non sia (almeno prioritariamente) quello di «integrarsi» o non integrarsi (secondo una vaga accezione comune del termine che trova come sinonimi «modifica delle abitudini di vita, rispetto dei codici e delle regole del paese ospitante,…»), quanto piuttosto di vivere in maniera significativa il tempo che passano in questo paese, in contesti di socialità e di qualità della vita decente.

C'è insomma il rischio che anche il concetto stesso di integrazione possa talvolta essere condizionato da abitudini di pensiero che nascondono, dietro al termine «integrazione», un'idea più vicina all'assimilazione, all'omologazione, al livellamento delle differenze.

A questa idea di integrazione, ed ovviamente alla volontaria rinuncia da parte di coloro che appartengono al paese ospitante a mettersi in relazione con lo «straniero», si possono proporre in alternativa alcune esperienze realizzabili attraverso percorsi di invenzione creativa che mettano in gioco la soggettività e il coinvolgimento emotivo come dimensione principale.

Il lavoro presente intende, in questa prospettiva, presentare il metodo della narrazione autobiografica e valutarne un possibile utilizzo da parte di mediatori culturali operanti nel servizio pubblico.

La scelta di questo argomento deriva sia dal lavoro di stage svolto presso il Servizio di Mediazione Culturale di Montecchio Maggiore – Ulss 5 Ovest vicentino, che da una serie di suggestioni teoriche avute dalle lezioni del Master in Studi Interculturali, soprattutto in riferimento a tematiche come «identità» e «comunità». Ci è sembrato che questi concetti fossero a fondamento anche degli studi che hanno recentemente tentato di codificare la pratica della narrazione autobiografica (cfr. più avanti, § 4).

«Ciò che più conta è l'identità personale di ciascuno, indipendentemente dalla provenienza, dalla lingua, dalle origini. Ma oggi e domani le nostre e le «loro» identità saranno plurali. Rapportarsi ai problemi dell'immigrazione con i paradigmi pedagogici della narrazione significa abbandonare per sempre un'idea univoca di identità. Chi viene da altri mondi è in tal modo, nella sua conclamata diversità, colei o colui che ci invita a far altrettanto con chi crediamo di conoscere da una vita. Lo straniero, ancora una volta, ci provoca interrogandoci sul nostro sapere o non sapere servirci del linguaggio, il più spontaneo e comune, nel momento in cui crediamo le condizioni migliori per consentire all'altro di dirci chi è, più che ciò che rappresenta. All'interno di un ciclo breve o lungo di conoscenza ed auto-conoscenza. Infatti il racconto altrui, se ascoltato, se accettato senza condizioni non può mai non smuovere dalle sue certezze (identitarie) un ascoltatore attento…» [2]

Un approccio di questo tipo può consapevolmente scontrarsi con le diffuse resistenze che gli ambienti deputati all'intervento di mediazione culturale pongono nei confronti di quelle pratiche e di quei saperi che si caratterizzano all'interno della dimensione artistica; tali resistenze trovano ragione nell'apparente impossibilità di organizzare queste pratiche all'interno di modelli operativi ripetibili e oggettivi.

Questo breve studio intende proporre una riflessione sulla possibilità che le pratiche di tipo artistico (e in particolar modo la narrazione) trovino un loro ruolo coerente all'interno di strutture deputate alla salvaguardia del benessere psicofisico dei cittadini, con particolare riferimento alla popolazione immigrata.

Il lavoro interculturale ammette questo tipo di aperture metodologiche per la sua peculiare capacità di muoversi su piani diversi, per una naturale resistenza a essere inserito all'interno di protocolli burocratici e per la necessità fisiologica di una continua revisione della sua metodologia e dei presupposti di partenza.

Inoltre, molto spesso le situazioni che richiedono un intervento di mediazione interculturale richiedono l'applicazione non tanto di metodologie prefissate, quanto un'aderenza alla situazione ed un'attenta valutazione delle diverse vie di volta in volta percorribili.

Di conseguenza, quindi, alla sempre più diffusa convinzione che la mediazione interculturale, e qualsiasi intervento in genere nel campo del sociale, richieda approcci e metodologie di tipo qualitativo, ci si chiede come sia possibile una concreta integrazione di queste competenze all'interno dell'organizzazione dei pubblici servizi.

2. GLI SPAZI APERTI DAL SERVIZIO PUBBLICO

I servizi sociali, per loro stessa organizzazione interna, garantiscono solitamente una serie di servizi fondamentali che in molti casi sono sì necessari ma non sufficienti per tutelare da forme di disagio o disadattamento che non rientrano all'interno dei parametri codificati dal servizio.

Spesso situazioni di solitudine, (forme lievi di) depressione, ansia, senso di estraneità, e in generale, assenza di una minima condizione di comunicazione ordinaria trovano come sole risorse psicoterapeuti ed assistenti sociali o, in altri casi, interventi di tipo psichiatrico che non sempre risultano opportuni o dimensionati all'effettivo problema. Molto spesso le manifestazioni di disagio sofferte dagli immigrati derivano da situazioni di crisi identitaria e da mancanza di una minima cura di sé.

«Un'attenzione per le «culture della memoria» è difatti cruciale (…) affinché, proprio attraverso un buon rapporto con il passato personale o con quello del proprio gruppo di appartenenza, si possano stabilire quelle integrazioni interiori per l'autorealizzazione e l'autostima.» [3]

Non si vuole con questo offrire una critica superficiale ai servizi sociosanitari: al contrario, queste considerazioni partono sia dalla constatazione delle caratteristiche stesse dei servizi e della loro organizzazione, sia da un rapido sguardo ai possibili scenari che si potranno presentare in questo campo in un futuro anche prossimo.

La dimensione sociosanitaria è un complesso di saperi e ottiche che necessariamente operano tramite forme di oggettività: la dimensione della statistica governa le prestazioni e le analisi relative al mondo dei servizi. I quali si sostengono quindi su una mappa di saperi che, da un lato, non possono concepire gli individui come eventi soggettivi, legati ad una dimensione individuale di desideri o aspettative, ma come utenti di pratiche necessariamente codificate per poter essere attuate con modalità quantificabili e scientificamente verificabili.

D'altra parte, però, l'efficacia di approcci di tipo qualitativo è riconosciuta anche in certi ambienti legati ai servizi sociali stessi, che hanno sviluppato delle significative ridefinizioni epistemologiche e metodologiche, sostenendo una maggiore attenzione e applicazione dei metodi e degli approcci qualitativi in settori diversi da quelli prettamente accademici.

Possiamo ad esempio fare riferimento ad alcuni interventi del sociologo Orazio M. Valastro sulle matrici culturali della diagnosi, che ci paiono pertinenti e vengono tenuti al tempo stesso in considerazione da alcuni operatori del servizio pubblico.

«(…) le amministrazioni locali agiscono molto spesso prestando più attenzione agli approcci quantitativi come strumenti e metodologie sufficienti per interessarsi alle problematiche delle disuguaglianze e dell'esclusione sociale, in funzione delle differenze culturali. (…) Di contro, qui si rivaluta un approccio di tipo qualitativo, in cui si da maggiore Importanza all'aspetto relazionale, al confronto diretto con gli individui… Prediligere un approccio dal basso non significa necessariamente ignorare il sistema sociale, inteso come organizzazione economica e apparato politico amministrativo, o non considerare la complessità sociale: la storia orale ci aiuta ad esempio a non procedere secondo schemi e modelli concepiti a priori e spesso contraddetti, valutando la relazione tra vicende private e fatti collettivi.» [4]

Per il percorso che questo lavoro intende seguire, ci pare interessante sottolineare come, in nota a quanto appena riportato, venga citato il recente lavoro di Alessandro Portelli. [5] Portelli, ricercatore nel campo dell'oralità e storico della letteratura americana, da tempo sostiene una prospettiva popolare, dal basso, nella ricostruzione storiografica di quei fatti epocali che, altrimenti, finirebbero con l'essere inseriti in una sfera dell'immaginario finta e stereotipata, quando non costruita ad arte.

«Il ricorso alle fonti orali permette di dare voce alle comunità ricostruendo attraverso il linguaggio, la memoria e l'immaginazione le logiche intersoggettive e i loro significati rispetto alla storia del corpo sociale.» [6] Secondo Valastro, l'approccio dal basso muove dunque dalla prospettiva dei singoli individui, privilegia il punto di vista degli immigrati e degli stessi operatori sociali e culturali che operano nel settore dei servizi alla persona e interagiscono con realtà multietniche.

Sostiene Valastro che non si deve identificare il servizio sociale come il tramite di una prestazione ma, al contrario, puntualizzare il flusso di relazioni e interrelazioni che caratterizza questi servizi. Questo aspetto relazionale presente nel confronto con gli individui induce a concepire il servizio sociale come flusso di interazioni generate dai soggetti piuttosto che ridurre il servizio ad una semplice relazione dove l'utente richiede assistenza all'operatore professionale.

L'attuale modello organizzativo dei servizi socioassistenziali, inoltre, si sostiene su una forma di stato sociale che in Italia, e più in generale nei paesi sviluppati, potrebbe a breve-medio termine essere sostituita da un'idea di «mercato sociale», come prospettato in De Leonardis [7] . Le prestazioni sociali, sanitarie, educative, ecc., pur regolate e finanziate dallo stato, potrebbero in una simile prospettiva essere efficacemente erogate e offerte sul mercato da imprese nonprofit che coniugano efficienza economica e solidarietà sociale, orientamento al cliente e impegno volontario.

Partendo da un'analisi della fisionomia che il sistema economico va assumendo con la globalizzazione, l'autore di «In un diverso welfare. Sogni e incubi» nota come la concorrenza stessa nei mercati si giochi sulla capacità di organizzare e sulla capacità di costruire sistemi di azione comune, le cosiddette partnership, in cui anche i clienti entrano a far parte dell'organizzazione economica in qualità di co-produttori. Le prospettive dell'economia futura previste dai più recenti manuali di management prevedono un'economia «molto socializzata», che – tra le altre cose - richiede una dose elevata di fiducia, ha bisogno di reputazione, promuove il dono, la creatività un'economia che ha insomma un gran bisogno di «capitale sociale».

«Le capacità in questione sono per lo più risorse di tipo culturale, cognitivo e relazionale, come per esempio le conoscenze e soprattutto la loro circolazione e trasmissione, la ricchezza di codici comunicativi, la condivisione di significati sociali, la fiducia.» [8] De Leonardis non dimentica però il rapporto fortemente strumentale che questa economia delle relazioni può instaurare con il capitale sociale, in cui è molto forte in particolare la logica «usa e getta» che la velocità della produzione e la spinta all'innovazione continua richiedono e che risulta in tutto il suo potere distruttivo: l'esclusione sociale, che costituisce di questa potenza distruttiva un'espressione emblematica, si configura appunto come esclusione dalle relazioni sociali e mancato accesso o espulsione dai commerci sociali, in una sorta di crescente «disaffiliazione sociale».

«…questo lato brutale e distruttivo della nuova economia esprime una spinta molto forte nel mondo economico a rendere non mediati gli impieghi di beni relazionali, di capitale sociale, e gli effetti che su di essi tali impieghi producono. Non mediati da norme, da istituti di sicurezza per la collettività, da relazioni di lavoro regolate e riconosciute come interesse comune. (…)

Eppure questa economia relazionale si alimenta e cresce su beni relazionali, e ne ha bisogno alla lunga per riprodursi. (…) Si ha l'impressione che la contraddizione tra forze costruttive e distruttive di legami sociali sia in realtà interna alla nuova economia…» [9]

In questa ambigua prospettiva futura, De Leonardis individua il limite di fondo del welfare state attuale (e del mercato sociale realizzato solamente su basi economiche) nel fatto che esso è attrezzato a maneggiare e produrre oggetti o soggetti, ma non relazioni, «distribuendo beni materiali in quantità date, riproducendo spesso i propri oggetti di trattamento – gli utenti nel loro statuto di assistiti, destinatari – e riuscendo solo a tratti nell'intento dichiarato di creare cittadini, singoli individui reintegrati nei circuiti sociali e riconosciuti in un ruolo di soggetti (…). Come si potrebbe configurare un welfare (comunque definito) che sia attrezzato viceversa a generare relazioni sociali?» [10] Non è compito di questo studio offrire possibili risposte ad un problema di tale portata ma si è ritenuta di un certo interesse anche questa dimensione del problema.

3. AMBITI TEORICI CHE RICONOSCONO IL VALORE DELLA NARRAZIONE AUTOBIOGRAFICA

Sono vari gli indirizzi di studio che, nella prospettiva specifica dei servizi sociali (socio-assistenziali in primis, ma anche scolastici, ad es.), sostengono il ruolo della comunicazione di tipo narrativo come strategia per innescare produzione di relazioni sociali di qualità.

Nella definizione delle competenze relative alle metodologie di tipo qualitativo di cui gli operatori sociali devono essere in possesso, Valastro [11] , ad esempio, sostiene che i servizi sociali devono essere concepiti anche come luoghi di ascolto e della parola, in cui un approccio dal basso venga associato al metodo narrativo e autobiografico.

Già alcuni approcci interdisciplinari, in cui gli studi di sociologia si fondono a prospettive della psicologia sistemica, contemplano il metodo narrativo per conoscere e operare con le specificità della condizione dei migranti e la singolarità dei progetti migratori.

Ad es., Cecilia Edelstein, responsabile della Scuola di Counseling Sistemico Relazionale di Bergamo, nel parlare delle metodologie applicate nella sua ricerca sugli «aspetti psicologici dei processi migratori e differenze di genere», afferma il valore di una ricerca qualitativa che si basi, appunto, su di un approccio narrativo e autobiografico.

Se, come nota la Edelstein, è innegabile che la narrazione sia una fondamentale modalità interumana di relazione «il metodo biografico come strumento di ricerca, mira ad esplorare, attraverso l'analisi delle singole vite, la relazione tra le esperienze sociali e il carattere personale.»

«… la psicologia culturale considera la cultura come parte integrante dell'esperienza umana, non separabile dall'individuo, e pone l'accento sui processi di sviluppo e cambiamento in interazione con l'ambiente socio culturale, senza creare rapporti lineari di causa e effetto.» [12] Come si può notare, questo tipo di ricerca qualitativa, che utilizza il metodo narrativo, è considerata in grado non solo di analizzare e «raccontare» un certo contesto sociale ma anche di poter intervenire, inducendo cambiamenti nella vita dei soggetti coinvolti; per questo la si definisce una forma di 'ricerca intervento' e se ne sottolinea la possibile valenza terapeutica.

Le narrazioni di vita, nella convinzione di Edelstein, costruiscono e trasformano il passato in un sè coerente: vi è un fondamentale aspetto curativo nel ri-raccontare la propria storia migratoria, anche se in un contesto di ricerca.

Del resto anche Valastro aveva affermato:

«La ricerca sociale (…) favorisce l'intervento sociale e terapeutico: la valenza della narrazione non (…) solo come metodo di ricerca ma anche come intervento attraverso il quale si creano cambiamenti, si riconsiderano le radici e le identità coniugate al passato per trovare degli ancoraggi e dei sostegni nel presente.» [13] Negli ultimi anni, e nell'ambito della pedagogia interculturale e dell'educazione dell'età adulta, un indirizzo di studi che più di altri ha considerato il valore della comunicazione narrativa e in particolare della narrazione autobiografica è quello che vede tra i suoi maggiori esponenti e divulgatori Duccio Demetrio, docente presso la facoltà di scienze della Formazione dell'Università degli Studi Milano Bicocca e presidente della Libera Università dell'autobiografia di Anghiari. Demetrio è autore di molte opere alle quali una compiuta elaborazione degli aspetti sia teorici che tecnico-applicativi della metodologia di narrazione a carattere autobiografico è debitrice.

L'autobiografia in quest'ottica è considerata un vero e proprio metodo di intervento sociale, in grado di aprire nuove e insolite prospettive su di sè e sugli altri, portando concreti risultati in termini di recupero, cambiamento e nuova progettualità.

In altre parole, la narrazione autobiografica può essere considerata un metodo educativo per la sua capacità di esaminare e ordinare il vissuto individuale e sociale del 'narratore', tramite processi che sollecitano e confermano l'identità dell'individuo, e lo confermano nel suo essere identità plurima e costitutivamente relazionale.

« … guardare alla propria esistenza come spettatori non è solamente operazione impietosa e severa… Quando il pensiero autobiografico, un pensiero che nasce dalla nostra individualità e di cui noi soltanto siamo gli attori, conosce e svela questi istanti affettivi, abbandona la sua origine individualistica e diventa altro. Condivide l'essere al mondo di tutti gli altri… lascia una traccia benefica soprattutto quando la nostra storia non è del tutto nostra, quando si scopre che il lavoro sul passato ci riavvicina e il giudicare è difficile... Per tale motivo il pensiero autobiografico in un certo qual senso ci cura; ci fa sentire meglio attraverso il raccontarci e il raccontare che diventano quasi forme di liberazione e di ricongiungimento» [14] La pratica autobiografica dà dunque sollievo e benessere, è pratica «auto terapeutica» . Tuttavia, solo a certe condizioni:

a) l'azione del ricordare non deve essere dolorosa, ma piacevole: solo il piacere e il sollievo alimentano così il potere catartico del distacco, mentale e emozionale. Demetrio lo definisce il «potere della dissolvenza», riferendosi al modo più caratteristico in cui il ricordo si dà: «Possiamo rimemorare voci, grida, frasi, oppure eventi foschi e assai pesanti per l'anima, tuttavia, l'effetto è sempre lo stesso: nulla è mai completamente «a fuoco» e nulla è mai «chiassoso». (…) Entrare con la mente e il corpo nelle dissolvenze (…) e soprattutto non essere infastiditi, non temere il loro stimolo regressivo e puerile, innocente e innocuo, è sintomo inequivocabile della disponibilità al distacco dai fastidi quotidiani.» [15]

b) Inoltre, nella relazione comunicativa che si insatura con un ascoltatore attento e discreto, il narratore si sente confermato e riconosciuto dalla disponibilità di uno sguardo, da parole incoraggianti, dal tempo offerto, e tutto ciò non fa che confermare l'identità e l'autostima del narratore.

c) La comunicazione narrativa non crea solamente un movimento di «convivenza» tra il narratore e l'ascoltatore, ma mette in moto dinamiche di tipo «ricompositivo»: «La mente non si accontenta di evocare, per lo meno quando si occupa della propria autobiografia. Ha bisogno di «gettare le reti» tra i ricordi, per trattenerne il più possibile ma soprattutto (…) per «metterli in rete». Facendoli conversare tra loro. In collegamento e rapporto.» [16] Il senso di pienezza sviluppato dall'introspezione autobiografica è probabilmente dato dall'aver ricostruito, nella ricostruzione della propria memoria, una trama interiore che ha dato luogo a immagini, forme, nuove storie; una sceneggiatura, insomma.

d) «La creatività che scaturisce dai giochi connettivi che finiscono col dotarci di una rete immateriale, dal curioso potere di contenimento che economizza tutto ciò che siamo, ha bisogno (…) di una linea di condotta» [17] . E' opportuno, in altre parole, operare quella sorta di distanziamento creativo che permette al narratore di osservare la propria vita con uno sguardo esterno, come se fosse la vita di un altro: dall'autogratificazione del pensiero autobiografico ci si dedicherà alla scrittura in senso proprio della storia personale.

Il passaggio dal racconto di sé alla scrittura di sé è particolarmente delicato (soprattutto in contesti come la mediazione interculturale), ma essenziale perché la «cura» abbia un qualche effetto duraturo; d'altra parte, però, è possibile che una persona dotata a voce di fluidità discorsiva e predisposizione all'empatia (dalla quale può ricevere, come si è detto, un'immediata gratificazione) possa incontrare invece delle resistenze alla scrittura (che dà una maggiore sensazione di definitezza, di compiutezza, nonché di esposizione al giudizio altrui). Ma, contemporaneamente, questo «indispensabile rito di passaggio» apre all'aspetto più specificatamente creativo dell'intera pratica autobiografica: il racconto della propria memoria potrà sempre essere aggiornato ed integrato e sarà possibile quindi ricostruire continuamente la storia narrata, attraverso il riesame e le sollecitazioni del contesto del momento, in una sorta di vera e propria fiction, di finzione creativa.

Impariamo – sostiene Demetrio - non più dall'esperienza di ciò che siamo stati, bensì da quel che andiamo immaginando, costruendo il nostro racconto su di un'identità «plurale».

«…raccontando di noi agli altri, raccontiamo le nostre molte vite possibili e fantasiose; se resta l'oggettività dei fatti, delle rotte seguite, degli incontri fondamentali, muta invece la loro rappresentazione.» [18] E' una caratteristica importante, se non fondamentale, della narrazione autobiografica, e della sua proprietà «curativa», il fatto che essa non richieda prescrittivamente il racconto e la scrittura dei fatti della vita di una persona, nudi e crudi, né si interroghi sulla verità o meno di questi.

«E' l' immaginario autobiografico che facilita, per un verso, la scrittura personale; per l'altro, è incoraggiante accorgersi della manipolabilità «a piacere» della nostra esistenza. In tal caso la cura è quanto mai antica e risaputa: ogni autobiografo celebre o modesto ha immaginato se stesso, a seconda degli intenti, ora nel peggior modo possibile, ora nel migliore, ora nella sua mediocrità.» [19] Il «patto autobiografico» (tra narratore e ascoltatore), non diversamente da quanto accade quando si sceglie di leggere un libro o di vedere un film, non può essere un patto fondato sulla verità l'autobiografia – in quanto genere letterario a tutti gli effetti - cerca piuttosto la verosimiglianza: è sempre legata, cioè, ad un movimento letterario personale che si muove sul terreno dell'immaginazione e che, per quanto si fondi su fatti e esperienze realmente accadute, resta comunque sempre finzione.

Demetrio sottolinea in più occasioni quanto sia importante definire questo aspetto con chi narra la propria autobiografia, seppur in tempi e modi opportuni: il patto autobiografico, non vincolato all'obbligo inderogabile della veridicità del racconto, assume quei connotati di leggerezza che – paradossalmente – creano i presupposti per un racconto autentico.

Appare del tutto chiaro, ormai, come la scrittura autobiografica si avvicini alla scrittura tout court, intesa come pratica artistica, dove il racconto della propria vita coincide con la costruzione di una sceneggiatura (con fabula, contesto e personaggi) e la sua stesura materiale con la definizione di focalizzazioni e punti di vista. L'autore, scegliendo un tipo di focalizzazione interno o esterno rispetto alla narrazione (ovvero scegliendo se narrarsi in prima persona o meno), definisce le modalità con cui esporsi nella relazione comunicativa: in ogni caso, diventa un'altra persona, si «spersonalizza», interpreta un personaggio. E' particolarmente importante, nell'applicazione del metodo, sottolineare e ribadire il più possibile questa libertà di scelta, pena il fallimento della pratica stessa ed il permanere della sensazione di disagio dovuta ad una esposizione forzata della propria sfera privata.

Lo sdoppiamento che ne consegue, poi, in quanto caratteristica formale del monologo interiore, individua già di per sè un confidente naturale: l'io narrante si mette in relazione con un io protagonista e questo, oltre a creare un antidoto immediato a tante situazioni di solitudine, risulta contemporaneamente un tratto strutturale comune alla scrittura poetica, al racconto, al diario e a tutte quelle espressioni artistiche che più di qualche volta sono servite ai rispettivi autori (nonché ai loro lettori) per dare espressione a tensioni, ansie ed ossessioni, alla paura in genere.

C'è dunque scrittura autobiografica nel momento in cui compare un'organizzazione. La narrazione si fa interessante ed ascoltabile nel momento in cui cerchiamo un ricostruzione più sistematica, ordinata, regolata dai tre motivi fondamentali di ogni narrazione compiuta: una cronologia coerente (anche in un'apparente incoerenza temporale), uno spazio ed un contesto definiti e la presenza di personaggi caratterizzati (ossia, la definizione dei «buoni» e dei «cattivi» della propria storia personale, dei valori in gioco).

La scrittura inizia con una «sintassi» dell'autobiografia, una costruzione stilistica che parte da repertori di ricordi: persone fondamentali della nostra vita, oggetti confidenziali, paesaggi, amori e affetti, ecc.

Quindi si deve ritrovare, in un secondo momento, i legami tra questi differenti repertori, costruire la rete di questa sintassi, ritrovare i lagami fondamentali. Si tratta di trovare degli altri contenitori per raccogliere tutto ciò che ha animato e reso vivi gli oggetti e le emozioni che abbiamo messo in relazione.

«Dall'analisi dei fatti, si passa alla classificazione degli accadimenti più importanti; dalla loro collocazione in un prima e in un poi alla scoperta delle connessioni che tra i vissuti esistono. Dall'intuizione di alcune spiegazioni attribuite a quanto ci è accaduto, si transita alla rievocazione poetica e alla ricerca di significati nascosti. Tutto questo, se condotto con sistematicità e costanza, sviluppa intelligenza autobiografica, stimola una maggiore autostima che conosce variabili osservabili a seconda dell'età di chi si racconta.» [20]

Si tratta di definire quella struttura di connessioni che la narratologia classica chiama la fabula, la storia primaria (il cuore del racconto) che si intreccia poi con le altre storie ad essa collegate. A livello di indicazione generale, riportiamo qui l'architettura essenziale che, secondo Demetrio, ottempera a questo primo intento strutturale. Per qualsiasi altro approfondimento della metodologia, soprattutto delle sue applicazioni, rimandiamo alla relazione di stage ed alla breve appendice al presente lavoro.

Incipit

(la mia vita ha inizio, dispongo di…)

ricordi evidenti di cose (oggetti, volti, rumori, ecc.)

riflessioni d'apertura

figure che mi hanno aiutato

antefatti, fatti

Ruit

(la mia vita ha avuto un corso e corre attraversando…)

educazione ricevuta

la mia famiglia

ambienti di vita d'infanzia

figure adulte

coetanei

giochi

crisi, rotture, scoperte, attese, abbandoni,

bilanci, tappe, desideri, apogei,

fughe, incontri, amicizie, passioni

Exit

(la mia vita si conclude a questo punto: almeno per ora)

risultati raggiunti

risultati non conseguiti

capacità

scopi ulteriori

programmi… [21]

4. NARRAZIONE, IDENTITA', INDIVIDUO

Non occorre certo ribadire che la metodologia proposta da Demetrio richiama all'esigenza di recuperare la pratica della narrazione nei contesti di vita quotidiana, come e non diversamente dalle abitudini che le società hanno sempre mantenuto, pur in forme diversificate nel tempo.

«La narrazione è connaturata all'uomo; non si ha testimonianza di civiltà che non hanno utilizzato la narrazione. Essa attraversa le culture, le epoche, i luoghi; è presente da sempre e, forse, sarà sempre presente. Si potrebbe dire che con il nascere della socialità e della relazione interumana è nata la narrazione» [22] Ma il fatto che venga percepito da più parti un qualche «bisogno» di recuperare la dimensione della narrazione è di per sé sintomo di una situazione di crisi della società contemporanea e dalle caratteristiche stesse che ne qualificano il disagio.

Un'osservazione comune a molte analisi della crisi sociale in corso individua un aspetto fondamentale di questo disagio nella progressiva riduzione di spazi e tempi della comunicazione interpersonale, e di conseguenza dei tempi della narrazione di storie in genere; di qui, si starebbe verificando una sorta di allentamento degli stessi meccanismi costitutivi della memoria collettiva e delle memorie individuali.

Più nello specifico, nel momento in cui la dimensione narrativa sta entrando progressivamente in crisi, si delineano sempre più chiaramente contesti specifici in cui la propensione a narrare - e quindi a ricordare e ad essere ricordati - viene meno: sono di solito contesti di vita e di sofferenza, come gli ospedali, le case di cura per anziani, le case di detenzione, i centri di accoglienza per senza casa o per immigrati e, complessivamente, tutte quelle istituzioni che offrono prestazioni assistenziali standardizzate (non viene esclusa l'istituzione scolastica).

Tutti questi luoghi hanno in comune un tratto distintivo fondamentale, nell'economia della presente riflessione: il fatto che essi rappresentano contesti in cui la dimensione sociale è in qualche modo sospesa, o modificata, luoghi in cui l'individuo non si trova «integrato», ovvero inserito in una situazione di «integrazione» nella vita quotidiana. Il rischio è che, proprio in luoghi di «transizione» come quelli appena detti (che si vorrebbero deputati alla cura, alla riabilitazione, alla formazione o all'assistenza), si vada invece a confermare come strutturata e fissa un'identità dell'individuo che è invece temporanea, una rappresentazione (o narrazione) di una persona caratterizzata cioè dal disagio, dallo svantaggio o, più genericamente, dalla difficoltà dei momenti di transizione, di cambiamento. Non più riconosciuto, un individuo si trova necessariamente a sospendere la sua propensione a narrarsi in modo creativo, nei suoi vari aspetti e nelle sue diverse qualità, e infine a proporsi «identificato» con la condizione temporanea in cui si trova e nel ruolo assegnatogli (il «detenuto», il «malato», l'«immigrato», l' «anziano», l' «allievo difficile»).

Il che conferma il carattere «costruito» di qualsiasi identità [23] , nonché la tendenza di qualsiasi identificazione ad allontanarsi dalla sua dimensione mutevole per assumere forme strutturate, costruite appunto.

«Qualsiasi realizzazione culturale, qualunque forma di identità implicano una rinuncia (almeno parziale e temporanea) alla molteplicità, un'accettazione (entusiastica, forzata o dissimulata) delle particolarità.» [24]

Quando un individuo non è narrato dagli altri, diventa un estraneo, uno «straniero» e, quel che più conta qui, estraneo, straniero, e quindi anche «non integrato», a se stesso. Lo straniero, nella prospettiva autobiografica, è il non narrato o il narrato male: non c'è nulla di più fastidioso di quando sbagliano il nostro nome, oppure ci confondono con qualcun altro, perché in quel momento non siamo più nel campo narrativo altrui.

Per chiarire i presupposti di tali considerazioni e, quindi, i motivi dell'attenzione crescente nei confronti di queste tematiche, ci riferiremo innanzitutto alla lucida analisi che il sociologo Zygmunt Bauman fa di quella che lui chiama emblematicamente la «società individualizzata». [25]

Partendo dalla critica che Bauman muove alla società contemporanea, si può affermare che il bisogno di comunità è la risposta dell'individuo all'insicurezza e alla precarietà in cui è immerso. L'individuo si avverte isolato, in un mondo fatto di imprevedibilità, liberalizzazione, flessibilità e incertezza. Ognuno tenta di arginare la propria ansia da solo, cercando soluzioni individuali a quelle che Bauman definisce «contraddizioni sistemiche». Il sogno di una comunità sicura poggia sull'esigenza di omogeneità e semplificazione: ci si capisce solo tra simili e ciò che è diverso si offre come forma concreta della propria paura.

Il sogno è quello di un mondo in cui i propri desideri siano soddisfatti ancor prima di essere espressi, vivere in quelle che Bauman definisce «comunità gruccia» in cui insicurezza e paura siano eliminate rimuovendo il contatto con l'eterogeneo. [26]

«In questo mondo tutto può accadere e tutto può essere fatto, ma nulla può essere fatto una volta per tutte, e tutto quello che accade giunge inaspettato e si dilegua senza preavviso. In questo mondo i legami tra gli esseri umani sono frazionati in incontri sequenziali, le identità in maschere indossate una dopo l'altra, la biografia in una serie di episodi che durano solo nella memoria parimenti effimera.» [27]

Ne «La società individualizzata. Come cambia la nostra esperienza», Bauman ha analizzato il fenomeno della progressiva individualizzazione della società contemporanea a partire proprio da quei meccanismi di creazione del desiderio e dei significati che lo alimentano nelle sue forme diverse: le condizioni che favoriscono questo tipo di società sono la mobilità, la velocità, il disimpegno e la superficialità delle relazioni il cui corollario è l'assenza di volontà introspettiva.

Abbiamo trovato particolarmente interessante, ai fini del nostro lavoro, il prologo del libro, dal titolo significativo di «Vite raccontate e storie vissute».

«Perché, spronati all'azione dal malessere e dai rischi endemici del nostro stile di vita, troppo spesso dirottiamo la nostra attenzione su oggetti e obiettivi non collegati in modo causale alle vere sorgenti di quel malessere e di quei rischi? Come può accadere che (…) l'energia generata dall'ansia di vivere continui ad essere sviata dai suoi obiettivi «razionali» e venga impiegata per proteggere, anziché rimuovere, le cause dei problemi? In particolare: quali sono le ragioni per cui le storie che oggi raccontiamo e siamo disposti ad ascoltare esorbitano solo raramente, o mai, dal terreno angusto e meticolosamente recintato dell'io privato e «soggettivo»?» [28] In risposta a questi interrogativi, Bauman arriva a sostenere la necessità di un processo di «articolazione» (costruzione di una serie di relazioni partendo da un'altra) come costruzione di «connessioni tra pratiche e effetti, nonché di attivazione della possibilità che le pratiche abbiano effetti diversi e spesso imprevisti».

L'articolazione è una attività senza la quale nessuna esperienza si tradurrebbe in una storia: le storie raccontate ai nostri giorni hanno come caratteristica specifica quella di articolare le vite individuali in un modo che esclude e rende impossibile individuare le relazioni che collegano il destino di un individuo ai modi e ai mezzi con i quali funziona la società nel suo complesso; e impedisce inoltre ogni possibilità di farci delle domande su tali modi e mezzi, lasciandoli come oggetti sconosciuti che fanno da sfondo ai progetti di vita individuali.

Una società così strutturata distacca la vita individuale dalla sfera pubblica, da una dimensione autentica di socialità, dalla comprensione della storia di cui siamo volenti o nolenti i protagonisti e, conseguentemente, anche da una dimensione effettivamente politica.

(Non si tratta comunque di correggere il senso comune, definendo una rappresentazione autentica della realtà umana; l'essenza del compito della sociologia, per Bauman, «non è restringere ma allargare, non selezionare le possibilità umane degne di essere perseguite, ma impedire che essere siano precluse, compromesse o semplicemente perse di vista.»)

Per Bauman, «l'articolazione delle storie di vita è l'attività attraverso la quale la vita riceve significato e finalità»: le storie di vita si sviluppano a partire dalle azioni e dalle omissioni dei protagonisti, vengono elaborate con l'uso di vocaboli che tracciano i confini tra le proprie azioni e le condizioni nelle quali si è agito e non si sarebbe potuto agire in altro modo. Le vite vissute e quelle raccontate sono strettamente interconnesse; anzi, Bauman arriva ad affermare quanto segue, felicemente in accordo con molte teorie di narratologia:

«Le storie che raccontano la vita interferiscono con la vita vissuta prima che questa venga vissuta per essere raccontata. (…) Le narrazioni autobiografiche sono palesemente guidate dalla modesta ambizione di infondere («retrospettivamente», «col senno di poi») una logica interna e un significato alle vite che vengono rinarrate.

Infatti il codice che esse rispettano, consapevolmente o inconsapevolmente, determina le vite che raccontano nella stessa misura in cui determina la loro narrazione e la scelta dei «buoni» e dei «cattivi». Si vive la vita come una storia ancora da raccontare, ma il modo in cui deve essere costruita la storia che si spera di raccontare determina la tecnica con la quale si dipana il filo della vita.» [29]

Pur nella consapevolezza che si tratti di riflessioni complesse e articolate, tuttavia ci è sembrato importante, ai fini del nostro discorso, far riferimento a queste analisi per dare un più completo fondamento teorico alla nostra ricerca.

Da un lato per supportare il ricorso a pratiche narrative, come risorsa nei confronti del «bisogno» di relazioni e di auto-consapevolezza, e dall'altro, per render conto di una complessità di prospettive non sempre riconducibili a discorsi e strategie unitarie.

Ciò che ci conferma l'interesse per questa prospettiva di idee e per la pratica artistica appena descritta, anche nella sua qualità di possibile intervento nelle situazioni di mediazione culturale, è la condivisione di quelle istanze più volte richiamate nell'ambito degli studi interculturali: «… lo sguardo interculturale necessita di istituire nuove pratiche dell'attenzione, addestrandosi a riconoscere nel segno che evoca una «cultura» non tanto il rinvio obbligante ad un'appartenenza» quanto un invito a «riconciliare le tradizioni alla loro più vera vocazione, aperta ed espansiva, quella che le vede profilarsi a partire dall'accoglienza, praticata nei confronti di un evento… che le riconosce nel loro schiudersi e, per certi versi, risolversi in altro» [30] . In un «altro» per il quale «si potrebbe spendere il termine indubbiamente carico di problematiche connotazioni di prossimo. Il prossimo inteso come ciò che troviamo a contatto con il bordo della nostra consistenza individuale, quel bordo… che in realtà è il luogo del nostro effettivo costituirci». Ciò che contraddistingue la nostra singolarità non è allora «un nocciolo resistente alle aggressioni esterne», ma «la vibrazione assolutamente peculiare che si produce nel nostro stesso essere integralmente relazione» [31] .


APPENDICE

Riportiamo alcuni estratti dalla relazione di stage a titolo esemplificativo dell'applicazione del metodo autobiografico.

A.

A. viene dall'India ed è in Italia da 6 anni. Ha 45 anni e due figli grandi. Ha un diploma di studi superiori in materie scientifiche. Con A. mi incontro tre volte, in luoghi pubblici, prima che lei inizi il turno di lavoro in fabbrica. Ci incontriamo una volta al bar dell'ospedale, un'altra volta nel giardino adiacente, un'altra volta in un bar di Montecchio.

Aspetti positivi:

1. Per incontrarci, avremmo sempre avuto a disposizione la sede del Servizio, ma ho sempre scelto dei luoghi meno formali, questo ha favorito un clima di maggiore parità e confidenza.

2. Per spiegare il metodo, ho raccontato anch'io alcune storie della mia famiglia, sia come esempio, sia per mostrarle che anch'io mi sarei messa in gioco in questa relazione; soprattutto all'inizio, la reciprocità nel raccontare è fondamentale e favorisce l'ascolto e l'attenzione reciproca.

3. A., dopo il secondo incontro, mi propone di provare a scrivere lei alcuni episodi della sua memoria; la volta seguente, mi porta un testo, scritto nella sua lingua che, mentre lei traduce, io trascrivo in italiano. Trovo importante questo aspetto perché lo reputo una prima forma di appropriazione della pratica.

4. La richiesta a sviluppare nel racconto alcune immagini che, mentre lei parla, io colgo come significative, porta il suo racconto ad essere sempre meno dispersivo e più narrativo.

5. Per alcuni particolari o episodi della sua storia, riusciamo a ridere sinceramente: anche questo aspetto lo considero positivo. Ad es., quando mi racconta della figura del suocero, particolarmente amato, ridiamo di particolari che avrebbero potuto, se rievocati con meno ironia o leggerezza, suscitare compassione.

A questo proposito rimando al ruolo «autoterapeutico» dell'ironia, del distacco e della «rappresentazione» di sé attraverso la narrazione e la scrittura autobiografica, questione trattata più adeguatamente nella mia tesina di approfondimento.

Al termine del terzo incontro, restituisco a lei le sei cartelle di testo che ho trascritto come prima bozza da discutere insieme: la sua prima risposta, via sms (dopo che le è arrivata la mia lettera via posta), è stata « *mancano parti di testo*»!!

 

Difficoltà

1.«Ma tu vuoi sapere la mia storia per conoscere gli usi e costumi del mio paese?»

mi chiede A. alla fine di un incontro.

Capisco che si è fidata della mia proposta e ne è stata incuriosita, ma che non le è ancora chiara la finalità tutto sommato è per me un'occasione per poterle spiegare quello che penso sull'importanza di «padroneggiare» la propria storia per trovare poi dei momenti per poterla condividere, con più sicurezza; per poter recuperare, ai propri occhi e a quelli degli altri, il valore della propria singolarità e diversità, e da lì poter magari trovare affinità impreviste.

Cerco anche di spiegarle che la finalità sta nella pratica in sé e non nel risultato, non mi interessano le informazioni che vengono raccolte, per questo ci sono altri metodi, sicuramente meno dispendiosi ma anche meno divertenti.

2. Prima di trovare un andamento fluido della narrazione, A. mi racconta momenti della sua vita quotidiana e familiare che nella forma, si avvicinano più alla confidenza e alla chiacchiera che alla narrazione. Solo nel ricordare episodi che vengono da una memoria più lontana nel tempo, è possibile, soprattutto all'inizio, ritrovare una dimensione mitica della propria storia.

 

Z.

Z. viene dal Ghana. E' in Italia da 10 anni. Fino ad un anno fa lavorava in conceria, ora è disoccupata. Ha un titolo di studio di scuola superiore.

Con Z. mi incontro due volte nella cucina di casa sua, a Chiampo.

Aspetti positivi

1. Con Z. non c'è bisogno di spiegare delle tecniche. Nei suoi racconti c'è già un ritmo, una vivacità narrativa, un'organizzazione. Quando decide di cominciare a raccontare delle storie, le trame sono semplici e essenziali. Non c'è quasi nessuna complicazione psicologica; come nei grandi racconti mitici o nelle fiabe, è la sequenza delle azioni e la definizione dei personaggi che incanta.

Per sistematicità, una volta tornata a casa, io trascrivo subito alcuni appunti sulle storie ascoltate; appunti che mi permettono poi, con calma, di decidere la composizione degli episodi in una trama. Il criterio è dichiaratamente soggettivo: cerco di recuperare nella scrittura il clima emotivo che mi ha trasmesso il racconto nel momento in cui lo ho ascoltato. E il modello a cui faccio riferimento è il modello di una scrittura che possa essere ri-raccontata oralmente o letta ad alta voce.

Quando ho trascritto le storie importanti di Z., ho ripercorso con la memoria e trascritto, quasi esattamente, la stessa sequenza del suo racconto.

2. Dopo il primo incontro, ho portato a Z. una delle storie che mi aveva raccontato trascritta da me, e l'ho letta alla figlia A. di 8 anni, che era in cucina con noi. La bambina è stata attentissima e Z., molto contenta della situazione, mi ha corretto solo due parole che erano sbagliate; per il resto mi ha detto che non avevo dimenticato nulla. Poi, di seguito mi ha raccontato almeno altre cinque storie compiute della sua famiglia. Anche la bambina ha voluto raccontarmi un episodio che le era capitato, collegandosi ad uno dei racconti della madre.

Nel corso del secondo incontro, Z. ha espresso il desiderio di provare a scrivere, e anche di ricominciare a leggere, visto che con tre bambini piccoli, da tempo non si dedicava più a queste attività.


Notes

[Note 1] DEMETRIO D., «Lavoro interculturale e narrazione», in Sito italiano di Etnopedagogia. La destinazione originaria, in Rai Educational, di questa pagina web non è più rintracciabile. Per il testo dell'intervento, cfr. http://utenti.lycos.it/anselmoroveda/demetrio.html

[Note 2] DEMETRIO, op.cit.

[Note 3] DEMETRIO, op.cit.

[Note 4] VALASTRO O. M., «Approccio dal basso, servizi alla persona e memorie interculturali», in Rivista elettronica di Scienze Umane e Sociali, vol.1 n.2 aprile/giugno 2003, http://www.analisiqualitativa.com/magma )

[Note 5] America, dopo. Immaginario e immaginazione , Donzelli, Roma, 2002

[Note 6] VALASTRO, op. cit.

[Note 7] DE LEONARDIS Ota, In un diverso welfare. Sogni e incubi, Feltrinelli, Milano, 1998

[Note 8] DE LEONARDIS, op. cit.

[Note 9] idem

[Note 10] idem

[Note 11] VALASTRO, op. cit.

[Note 12] EDELSTEIN C., «Aspetti psicologici della migrazione al maschile e differenza di genere», Magma, rivista elettronica di scienze umane e sociali , n.2, aprile/giugno 2003 http://www.analisiqualitativa.com/magma)

[Note 13] VALASTRO, op. cit.

[Note 14] DEMETRIO D., Raccontarsi, l'autobiografia come cura di sé, Raffaello Cortina, Milano 1995, p.11

[Note 15] idem, p. 47

[Note 16] idem, p. 50

[Note 17] idem, p. 51-52

[Note 18] idem, p. 53

[Note 19] ibidem

[Note 20] DEMETRIO D., Ricordare a scuola, fare memoria e didattica autobiografica, Laterza, Bari 2003, p. 89

[Note 21] DEMETRIO 1995, op. cit., p. 158

[Note 22] da BATINI F., «Della narrazione e la sua valenza formativa – La costruzione del sapere e la postmodernità», citato in Edelstein, op. cit.

[Note 23] cfr. REMOTTI F., Contro l'identità, Laterza, Bari, 1996

[Note 24] REMOTTI F., op. cit., p. 19

[Note 25] cfr. BAUMAN Z., Voglia di comunità, Laterza, Bari, 2001

[Note 26] cfr. BAUMAN Z., Intervista sull'identità, Laterza, Bari, 2003

[Note 27] BAUMAN Z., La società individualizzata, Il Mulino, Bologna, 2002, p. 115

[Note 28] idem, p. 21

[Note 29] idem, p. 14-15

[Note 30] BRANDALISE A., «Figure della prossimità. Sul presente delle culture», in Incontri di sguardi. Saperi e pratiche dell'intercultura, a cura di A. Miltenburg, Unipress, Padova, 2003, p. 85

[Note 31] idem, p. 89