Università degli Studi di Padova
Facoltà di Lettere e Filosofia
Master in Studi Interculturali
a. a. 2002/2003
Tesina di approfondimento:

Le politiche sociali a favore dell'immigrazione in Provincia di Bergamo

Daniela Rota

Relatore: prof. Damiano Canale


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INDICE

Introduzione 1

 

Capitolo I L'immigrazione straniera in Italia e in provincia di Bergamo 3

1.1 Immigrazione ed integrazione 3

1.2 Caratteristiche dell'immigrazione in Italia 4

1.2.1 La legge Bossi-Fini: uno sguardo alla nuova normativa..6

1.3 L'immigrazione nella provincia di Bergamo 8

 

Capitolo II Immigrazione e politiche sociali 11

2.1 Introduzione 11

2.2 Le politiche sociali sul territorio bergamasco 12

2.3 La legge 285/97 16

2.4 I minori stranieri in provincia di Bergamo 16

2.4.1 I minori stranieri e la scuola 17

2.5 La legge 285/97 in provincia di Bergamo: passato e presente 18

2.5.1 Uno sguardo al passato 18

2.5.2 Uno sguardo al presente 19

2.6 Analisi dei progetti a favore dei minori stranieri nella seconda triennalità 19

2.7 La legge 328/2000 21

2.8 L'analisi dei Piani di Zona 22

 

Conclusioni 25

Appendice 27

Bibliografia 35


Introduzione

La realizzazione della presente ricerca è stata resa possibile grazie alla collaborazione con il Settore Politiche Sociali della Provincia di Bergamo iniziata con lo stage previsto dal Master in Studi Interculturali organizzato dalla facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università degli studi di Padova.

Obiettivo della ricerca è quello di vedere quali siano state le politiche sociali attuate nel territorio bergamasco a favore dell'immigrazione.

Nel primo capitolo, dopo una breve introduzione sul tema dell'immigrazione-integrazione nel nostro Paese, si prenderà in analisi il fenomeno migratorio in Italia e in provincia di Bergamo non solo da un punto di vista quantitativo ma cercando di dare un quadro generale di riferimento tenendo conto anche della regolarizzazione in corso.

Il secondo capitolo è invece dedicato all'analisi della nozione di politiche sociali e successivamente si rivolgerà l'attenzione ad alcune leggi di settore, considerando in particolare progetti-azioni che sono stati destinati all'immigrazione in Provincia di Bergamo, al fine di capire quanto sia stato fatto a favore del fenomeno migratorio nella realtà locale e quale percezione la popolazione autoctona possa avere nei confronti di questa nuova e ormai consolidata popolazione.


Capitolo I

L'immigrazione straniera in Italia e in provincia di Bergamo

1.1 Immigrazione ed integrazione

Il crescente numero di cittadini stranieri che scelgono di stabilirsi per periodi di tempo più o meno estesi nel nostro paese, ha stimolato nel corso degli ultimi decenni una più attenta conoscenza del fenomeno migratorio, che si è realizzata attraverso una serie di indagini e di ricerche, volte alla promozione negli autoctoni di una maggiore consapevolezza e disponibilità alla convivenza. La scarsa informazione infatti crea in molte persone una sorta di diffidenza che può sfociare nella demonizzazione dello straniero: “non persone” [1] , ecco come sono definiti i migranti all'interno di una società globale dove, secondo Dal Lago (1999: 10) [2] , leggi parlamentari risolvono il problema attraverso “l'espulsione, il contenimento o il confinamento dei migranti” e dove i mass media [3] li stigmatizzano come criminali o delinquenti.

Accanto ad episodi di intolleranza, esiste anche un altro tipo di discriminazione meno violenta, ma dagli effetti non meno negativi. E` quella che Dal Lago chiama “esclusione democratica” (1999:10), e che Cotesta definisce “inclusione subordinata” (1999: 313), due espressioni che sottolineano come leggi, decreti e società accettino lo straniero integrandolo facilmente nel sistema economico, ma continuando ad escluderlo e ad emarginarlo dalla vita sociale, politica e culturale. [4]

E` inutile dire che gli stranieri sarebbero per l'Italia una ricchezza alla quale attingere al fine di contrastare il calo demografico e di risorse umane dovuto alla bassa fecondità e all'invecchiamento della popolazione italiana (Bonifazi 1998: 216).

Tuttavia è necessario precisare che la buona riuscita dell'inserimento degli immigrati dipende non soltanto dalla loro “capacità di individuare nicchie di inserimento all'interno della società di arrivo” (Bonifazi 1998: 50) ma anche dal paese d'arrivo che dovrà adattare una politica sociale e mediale a favore di una vera integrazione che offra ai migranti diritto all'alloggio, all'educazione, parità sociali, politiche e civili. Del resto secondo Valtolina (2000: 147) la popolazione autoctona rimane l'ago della bilancia per stabilire il successo delle politiche migratorie e della convivenza interculturale.

1.2 Caratteristiche dell'immigrazione in Italia

L'Italia diventa meta stabile di flussi migratori a partire dagli anni settanta [5] , trasformandosi in questo modo da paese di emigrazione [6] a paese di accoglienza [7] . I motivi di questa inversione di tendenza vanno ricercati sia nella quasi totale mancanza di una normativa adeguata in materia e di controlli efficaci (messi in pratica, al contrario, dagli altri stati europei) [8], sia nella posizione strategica occupata dal nostro paese che, in virtù della sua collocazione geografica, si è trasformato nella porta di passaggio per numerosi stranieri che successivamente decidono di proseguire il loro viaggio in altri stati europei (Farina 2000: 58). Inoltre, i nuovi arrivati hanno la possibilità di trovare un lavoro precario, ma ben retribuito, rispetto alla situazione di partenza (Tosi 1995: 192). Sebbene il fenomeno immigratorio in Italia rappresenti una realtà complessa e per molti aspetti ancora poco conosciuta, è possibile tentare di delineare alcune delle caratteristiche principali. Il nostro paese è interessato soprattutto da una immigrazione proveniente in prevalenza dai paesi del sud del mondo e dall'Europa orientale [9]. Per quanto riguarda invece la distribuzione geografica degli stranieri, negli ultimi anni si riscontra un cambio di tendenza: infatti, se in precedenza gli immigrati si concentravano prevalentemente nelle grandi città (dove i controlli sono minori), ora si insediano anche nei centri più piccoli, soprattutto grazie alla possibilità di un inserimento nel settore del terziario, o in quelle regioni che più di altre offrono loro l'opportunità di trovare un lavoro ed una casa [10]. Rimane invece invariato lo spostamento dei migranti che dal sud del paese si dirigono verso il nord dove vi sono maggiori possibilità di insediarsi stabilmente. In taluni casi questi immigrati sostituiscono i lavoratori locali in quelle mansioni che vengono percepite da questi ultimi come troppo degradanti e dequalificanti (cfr. Bonifazi 1998: 170).

Nel sistema economico il lavoro immigrato, che continua ad essere richiesto, presenta diversi volti: nel Nord Italia gli immigrati sono occupati nei settori dell'industria, nella piccola e piccolissima impresa o nel lavoro artigiano, dipendente e autonomo, e nel commercio ambulante. Mentre in queste regioni prevale il lavoro legale garantito da contratti collettivi di lavoro, nell'Italia centrale e meridionale, caratterizzata da occupazioni nel settore agricolo e della pesca, predomina il lavoro illegale e in nero (Cotesta 1999: 313-314). Le regioni con una maggiore percentuale di lavoratori stranieri sono quelle del Nord-Est e la Lombardia, mentre in Italia centrale primeggiano Toscana e Marche. Tra le province ospitanti il maggior numero di lavoratori stranieri, Bergamo occupa il sesto posto (cfr. Ambrosini 2001: 98).

Dopo l'aumento della popolazione straniera grazie alle regolarizzazioni introdotte dalla legge in materia del 1998 [11] (Blangiardo/Farina 2001: 13), l'Italia sta ora aspettando i risultati della regolarizzazione introdotta dalla legge Bossi-Fini [12] .

Si può invece dire che se l'immigrazione in Italia continua a mostrare un duplice volto che oscilla tra la normalizzazione del fenomeno ed il carattere di emergenza che spesso e purtroppo questo assume (Fondazione Cariplo I.S.MU 2000: 11) per quanto riguarda la realtà bergamasca, l'emergenza sta lasciando spazio all'integrazione (Torrese 2003). Il tentativo di favorire l'integrazione degli stranieri su tutti i fronti (e quindi di normalizzare il fenomeno migratorio), deve partire dalla volontà da parte della popolazione locale e dei nuovi arrivati, di instaurare uno scambio culturale che, attraverso il confronto, rispetti le differenze.

Così come non sono mancati e non mancheranno problemi e conflitti, l'immigrazione è anche portatrice di conseguenze positive, che è compito della società d'arrivo mettere a frutto nel modo migliore.

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Notes

[Note 1] Ci riferiamo al significato che il termine “non persona” (di uso abbastanza comune nei paesi anglofoni) possiede in inglese: secondo il dizionario Webster “Nonperson is a person that usually for political or ideological reasons is removed from recognition or consideration” (Dal Lago 1999: 213), trattare qualcuno come una nonperson significa comportarsi come se questa persona non esistesse, fosse invisibile. Anche nei paesi ispanofoni ci si riferisce alla “non persona” chiamandola ninguneo.

[Note 2] Accanto a questa demonizzazione dello straniero, abbiamo la riscoperta del sentimento di un'appartenenza nazionale che coincide “con un processo di inferiorizzazione delle altre società” (Dal Lago 1999: 11). In questo modo, nonostante si riesca a dimostrare che molte credenze sugli immigrati sono degli stereotipi, esse continueranno ad esistere perché indispensabili per riconoscere attraverso il “diverso da noi” la nostra identità. Il ruolo degli immigrati diventa quindi simile al ruolo svolto dallo specchio, come sostiene Sayad (Sayad 1990: “l'immigration ou le paradoxe de l'alterité”. Bruxelles, De Boeck-Wesmael. Citato in Dal Lago 1999: 13), “abitualmente si parla di 'funzione specchio' dell'immigrazione, cioè dell'occasione privilegiata che essa costituisce per rendere palese ciò che è latente nella costituzione e nel funzionamento di un ordine sociale, per smascherare ciò che è mascherato, per rivelare ciò che si ha interesse a ignorare e lasciare in uno stato di 'innocenza' o ignoranza sociale, per portare alla luce o ingrandire (ecco l'effetto specchio) ciò che abitualmente è nascosto nell'inconscio sociale ed è perciò votato a rimanere nell'ombra, allo stato di segreto o non pensato sociale” di modo che quando parliamo di immigrati non facciamo altro che parlare di noi in relazione a loro, rivelando così la vera natura della società di accoglienza.

[Note 3] Sul tema dei mass media si veda anche Amati (2003: §1.6). La stampa però ha anche parole positive e riporta casi di integrazione quando questi avvengono accanto ai più normali casi di microcriminalità che purtroppo siamo maggiormente abituati a leggere.

[Note 4] Attore importante nella definizione dell'esclusione, oltre alla politica, è il linguaggio (sia pubblico che ordinario) che definisce i migranti come “immigrati”, “extracomunitari”, “irregolari”, “clandestini”, “del Terzo Mondo”, termini con connotazioni negative che aiutano ad associare il “diverso” a qualcosa di minaccioso da tenere sotto controllo.

[Note 5]

Secondo i dati del Ministero dell'Interno la popolazione straniera in possesso di regolare permesso di soggiorno all'inizio del 2003 è pari a 2.395.000 unità, con un margine di approssimazione del 5%. Si tratta di 800.000 stranieri in più rispetto all'anno precedente, ma sarebbe sbagliato pensare che la popolazione straniera sia aumentata nell'ultimo anno dell'11% solo in forza ai nuovi ingressi quando, per la metà dei casi, i nuovi permessi corrispondono a registrazioni tardive di persone già presenti sul nostro territorio (Caritas Roma 2003). Questo ultimo dato dimostra però come il fenomeno migratorio in Italia diventi sempre più una realtà: l'incidenza degli stranieri sulla popolazione infatti si attesta intorno al 4,2%, rimanendo inferiore alla media europea solo di un punto (interessante a questo proposito ricordare che alla fine del 2000 la percentuale di stranieri sulla popolazione italiana era stimata al 2,9%).

Si consideri tuttavia che, dal momento che i dati per le statistiche provengono nella maggior parte dei casi da amministrazioni-istituzioni statali (come ad esempio gli uffici anagrafici, le prefetture e le questure), dai permessi di soggiorno (che però ad esempio non tengono in considerazione l'immigrazione minorile visto che i minori vengono segnati sul permesso di uno dei due genitori) o dalle liste di collocamento, non è possibile delineare un quadro del tutto completo ed attendibile del fenomeno, in quanto i suddetti enti non prendono in considerazione quella parte molto rilevante di immigrati che si introducono clandestinamente nel paese di arrivo.

[Note 6] I cambi di direzione dei flussi migratori vanno ricercati in fattori d'attrazione quali, per esempio, la trasformazione delle strutture economiche, dei rapporti sociali e delle relazioni tra aree geografiche. Bonifazi (1998: 76) individua sette fasi principali per quanto riguarda l'emigrazione italiana, fenomeno che inizia già alla fine del XIX secolo. Gli italiani che decidono di lasciare il nostro paese si dirigono prevalentemente oltreoceano (gli Stati Uniti assorbirono più di tre milioni di italiani negli anni precedenti al primo conflitto mondiale) o verso alcuni paesi europei (soprattutto Francia, Svizzera e Germania).

[Note 7] Il fenomeno migratorio che investe il nostro paese nel corso di quegli anni non viene tuttavia percepito né dagli studiosi né dalla classe politica, ancora alle prese con l'idea diffusa che voleva l'Italia un paese di emigrazione. Si dovrà aspettare la fine di questo decennio per vedere comparire i primi studi sull'immigrazione (Cotesta 1999: 302). Anche se ormai questo ritardo è stato in gran parte colmato, gli italiani “non hanno ancora preso pienamente coscienza della rilevanza di questi movimenti” (Mioni 1998: 377).

[Note 8] E' solo nel 1986 che viene introdotta la prima legge in materia: la n. 943 del 30 dicembre. Bisogna dire che l'atteggiamento di fondo del governo italiano in questi ultimi anni è stato caratterizzato dalla mediazione delle tensioni del momento (senza realizzare interventi di maggiore respiro) e da una attenzione nel cercare di individuare l'immigrazione irregolare (nonostante manchino ancora strumenti e mezzi funzionali per un'effettiva espulsione degli immigrati clandestini) (Bonifazi 1998: 204 ).

[Note 9] Le regioni che ospitano la più alta percentuale di immigrati rimangono Lombardia e Lazio (rispettivamente con 348.344 e 239.992 stranieri. Caritas Roma 2003).

[Note 10] Gli insediamenti degli immigrati hanno una configurazione diversa da città a città, e così in alcuni casi si troverà che gli alloggi degli stranieri occupano un intero quartiere (nel caso di Bergamo si pensi all'“isola” delimitata dalle vie Quarenghi, San Bernardino e Moroni che oltre ad essere la zona della città maggiormente popolata da stranieri, rappresenta anche la presenza di stranieri nella gestione di esercizi pubblici), gli spazi vicini alla stazione, vecchi quartieri di edilizia popolare, o piccoli nuclei all'interno del centro storico. Spesso inoltre la degradazione dell'alloggio è accompagnata da affitti molto elevati. Un'importante funzione di mediazione e di garanzia tra gli stranieri che cercano casa e gli abitanti è svolta dalle agenzie, associazioni e cooperative; per il caso bergamasco si deve ricordare il lavoro svolto dall'agenzia “Casa Amica”, “nata nel 1993, ha come scopo l'acquisto di abitazioni da dare in affitto garantendo i proprietari, fornisce consulenze agli immigrati che vogliano comprare casa, contribuisce alla sistemazione di alloggi pubblici e privati, recuperando il finanziamento attraverso la riscossione degli affitti” (Lanzani/Granata/Novak 2000: 116).

[Note 11] Le motivazioni del soggiorno sottolineano che il trend degli anni novanta si inserisce a favore della stabilità: circa 9 immigrati su 10 sono in Italia per motivi di lavoro e di famiglia. Anche quelli presenti per altre ragioni si fermano sul nostro territorio per soggiorni di una certa durata (Caritas Roma 2001).

[Note 12] Le domande di regolarizzazione pervenute sono state 702.000. Il primato regionale va al Lazio per il lavoro domestico con 74.761 richieste mentre la Lombardia è al primo posto con 96.396 richieste per il lavoro dipendente. A livello provinciale Bergamo è la ottava provincia nella graduatoria nazionale con 13.932 richieste (Caritas Roma 2003). Per una analisi dei cambiamenti quantitativi e qualitativi introdotti dalla nuova normativa si rimanda al paragrafo 1.2.1