Università degli Studi di Padova
Facoltà di Lettere e Filosofia
Master in Studi Interculturali
a. a. 2002/2003
Tesina di approfondimento:

I forestieri a Venezia tra Medioevo e prima Età Moderna

Evangelia Skoufari

Relatrice: prof.ssa Silvana Collodo


ABSTRACT

Lo sviluppo economico e l'espansione marittima di Venezia, nonché il contesto politico 'aperto' della città lagunare, attrassero nel periodo compreso tra il tardo Medioevo e la Prima Età Moderna un cospicuo numero di immigrati. La stessa Repubblica, costretta da eventi demografici quali guerre e pestilenze feroci, adottò in determinati periodi di necessità politiche favorevoli all'immigrazione, offrendo esenzioni fiscali e facilitazioni per acquisire la cittadinanza veneziana. Fra i forestieri migranti a Venezia figuravano ricchi mercanti e uomini d'affari, giunti al porto più importante del Mediterraneo attratti dalle prospettive di guadagno, ma anche lavoratori non specializzati, di umile provenienza, in cerca di nuove opportunità lavorative e maggiori libertà.

In questo testo saranno analizzate, in base alla provenienza geografica (Europa 'occidentale' od 'orientale'), le diverse nazionalità di immigrati in relazione ai tipi di comunità cui diedero vita, alle forme del loro insediamento in laguna, alla condizione sociale, alle attività economiche svolte, alle corporazioni, economiche e religiose, che istituirono. Contestualmente si evidenzierà l'atteggiamento dello Stato Veneziano, caratterizzato da periodici mutamenti delle politiche adottate nei confronti dei forestieri: ora liberale e garantista, ora coercitivo e segregazionista.

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INDICE

Abstract

Introduzione

La condizione giuridica dei forestieri, residenti o viandanti

PARTE I: Le comunità dei forestieri provenienti dall'Europa 'occidentale'

Lucchesi
Tedeschi
Ebrei

PARTE II: Le comunità dei forestieri provenienti dall'Europa 'orientale'

Greci
Albanesi
Turchi

Conclusione

Bibliografia


INTRODUZIONE

[Venezia] è meravigliosa, davvero meravigliosa, ricca, varia, dorata, e in vario modo ornata. Degna veramente di molta lode è la coltissima Venezia. Chiunque la volesse chiamare la seconda terra promessa non si sbaglierebbe...

(Silvestro Siropulo, Memorie del concilio di Firenze) [1]

Il commercio marittimo, soprattutto con l'Oriente, costituiva nel tardo Medioevo e nella Prima Età Moderna il fondamento dell'economia veneziana e la gestione dei complessi rapporti con popoli e Stati condizionò a più livelli la politica dello Stato di San Marco. Venezia aveva stipulato numerosi trattati - il primo datato già 1082 [2] - con l'Impero Bizantino, che stava progressivamente perdendo la propria rilevanza economica e politica nell'Europa delle crociate. Questi trattati offrivano a Venezia straordinari privilegi tra cui il diritto di libero accesso ad una serie di porti e basi navali strategiche all'interno dell'area commerciale controllata da Bisanzio. Più tardi la partecipazione della città veneta alla quarta crociata, terminata nel 1204 con la conquista di Costantinopoli, pose le basi per la costruzione di un vero e proprio impero coloniale veneziano nel Mediterraneo. Da allora, infatti, oltre ai molti privilegi economici, Venezia entrò in possesso di 'un quarto e mezzo' dell'Impero Bizantino e stabilì una comunità molto attiva nella città di Costantinopoli.

La potenza economica e politica che Venezia gradualmente conquistò grazie all'espansione dei propri domini nel Mediterraneo e sulla Terraferma la portò a costituire uno fra gli Stati più potenti del tempo, tanto che il Doge veniva riconosciuto politicamente come il principe di un regno. L'importanza acquisita dalla città lagunare nei commerci marittimi la rese località di passaggio strategico e centro di scambi per merci di ogni tipo dall'Oriente all'Occidente e viceversa, diventando così piazza privilegiata per le attività commerciali di una consistente comunità di mercanti forestieri. Fu la stessa posizione geografica, nota Beltrami, a condizionare l'afflusso degli stranieri a Venezia:

La via marittima, rapida, sicura e meno costosa, che dal Levante conduceva al porto più vicino all'Europa centrale, faceva capo alle lagune dove le navi trovavano un tranquillo rifugio dietro la naturale protezione del Lido, e dove pur convergevano le strade che, dalle sponde della Manica e del Mare del Nord e dalle regioni comprese fra il Reno e le pianure orientali, seguendo le vallate alpine, si dirigevano verso il sud, attraverso l'Italia settentrionale, la cui principale arteria di traffico, il Po, aveva pure, da Venezia, immediato e facile accesso [3] .

Il mercato di Venezia, sebbene più vantaggioso per i Veneziani che per gli stranieri (i dazi che questi ultimi versavano a Venezia erano spesso alti più del doppio degli importi pagati da un Veneziano per la stessa merce e ciononostante essi erano esclusi da molte operazioni, ad esempio l'importante commercio con il Levante e l'apertura di nuove botteghe commerciali in città), era comunque molto apprezzato per le garanzie di giustizia, prestigio e sicurezza che esso offriva.

E' noto che durante il Medioevo tutte le città dell'Europa affrontavano gravi problemi demografici a seguito della partecipazione alle imprese belliche o della decimazione causata da feroci epidemie di peste. Grazie all'immigrazione, la città di San Marco recuperava periodicamente potenza numerica, riuscendo anche a sostenere la propria economia nei periodi di crisi. Afflusso di manodopera e capitali stranieri erano promossi attraverso la diminuzione dei prerequisiti necessari alla concessione della cittadinanza ai forestieri o attraverso l'esenzione fiscale - strumento principe nelle politiche di attrazione di immigrati da parte degli Stati medievali [4] . Ogni facilitazione mirava a determinate categorie di immigrati. Le agevolazioni in fatto di ottenimento della cittadinanza attraevano i gruppi di immigrati più benestanti, per esempio i mercanti che volevano investire i propri capitali a Venezia dove trovavano le merci più desiderate e lussuose provenienti dall'Oriente. Infatti, dopo il divieto di Papa Bonifacio VIII di commerciare con gli Arabi, i Veneziani, che si dichiaravano 'prima Veneziani e poi Cristiani' , erano gli unici cristiani ad avere mantenuto contatti economici con i musulmani. L'esenzione fiscale doveva invece attrarre a Venezia la manodopera, specializzata e non. Si presentava in questo modo un afflusso di lavoratori spinti all'immigrazione da motivi politici e religiosi (ad esempio i Greci e gli Slavi di fronte all'invasione ottomana), o puramente economici, oltre naturalmente a un afflusso umano proveniente da aree caratterizzate da forte sottosviluppo economico e strutture sociali poco flessibili.

E' necessario chiarire a questo punto il significato del termine forestiero , da forensis , detto diversamente anche foretaneus , extraneus , extrinsecus o peregrinus [5] . L'assenza nel Medioevo di Stati intesi come unità politico-giuridiche su base territoriale fissa comportava anche l'assenza di frontiere e confini. Per l'uomo del Medioevo il forestiero era colui che veniva da fuori, cioè non era originario della propria città, e che non apparteneva alla propria comunità. A Venezia quindi il forestiero era semplicemente il 'non Veneziano'. Per i Veneziani originari lo straniero (si noti che questa parola non esiste nel dialetto veneto) rimaneva per sempre tale anche nel caso si trattasse di immigrazione di seconda o terza generazione e il popolano originario della città, qualunque fosse il suo mestiere, valeva sempre più di un forestiero. La cittadinanza che eventualmente un forestiero avrebbe potuto acquisire comportava comunque diritti limitati rispetto a quelli spettanti a un cittadino veneziano [6] . Dagli atti notarili relativi agli stranieri è anche possibile desumere - dalla loro scelta di riportare o meno il proprio luogo di origine - il desiderio, l'indifferenza o il rifiuto di un immigrato all'acculturazione e all'assimilazione nella società veneziana.

Un'altra categoria di stranieri presenti a Venezia erano gli schiavi Tartari portati dal Mar Nero [7] , sebbene la loro tratta fosse ufficialmente proibita [8] . La città lagunare fu nei secoli XIII e XIV uno dei mercati più importanti di tale merce umana, destinata alle case dei ricchi, nobili e borghesi, del centro e del nord Italia. Gli schiavi venivano spesso liberati alla morte del loro padrone ma il loro destino era quello di costituire una delle tante minoranze etniche di Venezia e quella più emarginata e poco considerata. Insieme ai vagabondi, che frequentano sempre i grandi porti, costituivano un gruppo del quale le forze d'ordine si occupavano molto spesso [9] .

La presenza di questa varietà di stranieri, residenti o viandanti, dimostra la ricchezza e l'importanza internazionale di Venezia. Nell'immaginario di chi guardava con desiderio a Venezia, la città sulla laguna sembrava indubbiamente un luogo dalle illimitate prospettive di benessere e di arricchimento. D'altra parte chi giungeva a Venezia costituiva un problema di tipo giuridico, essendosi raggruppata in poco tempo una cospicua comunità di individui alieni ai 'mores veneziani' , ed un problema di tipo economico, ponendosi spesso tale comunità in competizione con i Veneziani.

Nei prossimi capitoli saranno presi in esame in particolare gli stranieri provenienti da paesi e 'nazioni' esterne alla Penisola Italiana, che abbiano costituito a Venezia comunità di discreta entità numerica e più o meno stabili nel tempo, istituendovi corporazioni di natura economica e religiosa. Gli immigrati provenienti dalle città italiane sono rappresentati nel testo dalla comunità dei Lucchesi, il cui peso fu determinante nello sviluppo di un settore produttivo a Venezia fra i secoli XIII e XIV, quello della lavorazione della seta.


LA CONDIZIONE GIURIDICA DEI FORESTIERI, RESIDENTI O VIANDANTI

L'obbligo imposto dalla Serenissima Repubblica agli stranieri di effettuare le transazioni di compravendita dei vari prodotti solamente all'interno di Venezia costringeva i mercanti ad un soggiorno piuttosto prolungato in città. I commercianti stranieri iniziarono così nel tempo a organizzarsi in comunità [10] di diversa grandezza a seconda della provenienza nazionale. Tuttavia, come abbiamo già accennato, gli stranieri presenti a Venezia non erano solo mercanti: molti erano coloro, soprattutto dalle coste e dalle isole del Mediterraneo, che giungevano a Venezia per lavorare come rematori nelle galee della flotta veneziana; si trovavano anche pellegrini in viaggio verso Roma, verso la Terra Santa, o altri luoghi di culto; soldati a disposizione in qualità di mercenari in difesa dei domini veneziani; ambasciatori; eruditi, artisti, scrittori e studiosi; e infine lavoratori di ogni tipo; vagabondi; prostitute e schiavi. Con una simile moltitudine di forestieri al suo interno, lo Stato lagunare si trovava di fronte alla necessità di organizzare una vigilanza giuridica rivolta ad assicurare la convivenza fra autoctoni e stranieri. Per dirimere le eventuali controversie tra i cittadini Veneziani, che non sempre vedevano di buon occhio questi nuovi abitanti della loro città, e gli immigrati venne istituita dalla Signoria [11] la magistratura dei Giudici di Forestier : tre uomini sotto i 40 anni, eletti con un mandato di 16 mesi, incaricati alla soluzione dei diversi casi, a San Marco, per tre giorni ogni settimana.

Inizialmente grande importanza rivestiva nello Stato veneziano la cittadinanza originaria [12] della quale poteva godere chi era nato legittimamente in città avendo il padre e il nonno cittadini [13] . Tale requisito era necessario non solo per acquisire i diritti politici e per poter accedere agli uffici pubblici, ma anche per poter esercitare il commercio tanto all'interno della città quanto all'estero.

L'autorità incaricata della concessione della cittadinanza per privilegio ai forestieri era quella dei Provveditori di Comun , la quale deliberava solo in situazioni molto precise e dopo la verifica della 'venezianità', ovvero della fedeltà dello straniero alla Serenissima. Agli inizi del Trecento la Signoria introdusse la concessione di due tipi di cittadinanza con determinati requisiti specifici per gli stranieri: la cittadinanza de intus prevedeva la possibilità di esercitare alcuni uffici meno importanti ed alcune arti, anche fra le principali, aprire botteghe commerciali, ed occuparsi del commercio interno. La cittadinanza de extra attribuiva la facoltà di navigare sotto la protezione dello Stato, con il diritto di negoziare come Veneziani nei luoghi e negli scali del commercio internazionale, offrendo perciò garanzie di sicurezza anche fuori dalla città di Venezia. Oltre alle significative riduzioni fiscali e daziarie dentro la città, un cittadino Veneziano aveva un trattamento privilegiato nei mercati esteri e nei punti strategici di transito delle merci, con i cui governi la Signoria aveva negoziato patti particolari (ad esempio Ferrara [14] ).

La prima normativa sulla cittadinanza data il 1258, all'interno di un decreto di naturalizzazione [15] . In questa normativa si fa riferimento a una pregressa residenza di dieci anni nella città di Venezia. Nel 1305 l'obbligo di residenza venne innalzato a 15 anni per la cittadinanza de intus ed a 25 anni per quella de extra .

Con l'obiettivo di cancellare le perdite subite dopo le gravi epidemie di peste, che di volta in volta spopolavano la città, e quelle subite in guerra contro i vari nemici, Venezia concedeva molte facilitazioni per acquisire la cittadinanza, soprattutto nel periodo di massima emergenza demografica ed economica, che andò dal 1348 al primo decennio del Quattrocento. Nel 1348, a causa della grande peste, la città era diventata 'plurimum depopulata et inhabitata' [16] . Infatti, la popolazione della città, dai 110-120.000 abitanti stimati nel 1338, calò a soli 50-60.000 subito dopo la epidemia. Perciò i Provveditori de Comun introdussero ulteriori facilitazioni per l'acquisizione della cittadinanza eliminando la tassa d'iscrizione alle Arti e abbassando il periodo di residenza precedente alla concessione. Nel 1371 stabilirono che chi fosse arrivato con la propria famiglia ad abitare nella città sarebbe stato riconosciuto subito cittadino de intus , previa approvazione dei Provveditori de Comun [17] . Nel 1382 l'obbligo di residenza venne ulteriormente ridotto ad 8 e 15 anni rispettivamente per i due tipi di cittadinanza, mentre nel 1407 venne offerto il privilegio della cittadinanza de intus immediatamente a coloro che avessero sposato una Veneziana. Ulteriori provvedimenti più o meno temporanei che favorivano l'immigrazione di mercanti, artigiani e di imprenditori di una posizione sociale elevata furono adottati nel 1358, nel 1385 e nel 1391. Il privilegio della cittadinanza veneziana doveva essere rinnovato ogni cinque anni prestando giuramento alla Repubblica [18] . Ci si aspettava che i nuovi cittadini recassero doni alla chiesa di San Marco e che possedessero una casa a Venezia [19] .

Il principale movimento migratorio verso Venezia proveniva dai domini della Terraferma, dato che tutti coloro che migravano da queste regioni sottomesse allo Stato di San Marco godevano automaticamente della cittadinanza de intus al momento del loro ingresso a Venezia [20] e potevano quindi liberamente commerciare in città.

Tuttavia, nessuno dei due tipi di cittadinanza conferiva i privilegi di accesso alle più alte cariche dello Stato. Questi erano privilegi esclusivi delle famiglie patrizie, le quali nel 1297, con la 'Serrata' del Maggior Consiglio, erano state ristrette a circa 200 famiglie, che diventarono da allora l'aristocrazia ereditaria della città. Nonostante ciò, tale cittadinanza nobiliare veniva concessa a titolo onorifico a signori e principi di Stati con i quali la Serenissima aveva relazioni diplomatiche. Succedeva anche che la Serenissima, in periodi di necessità, ad esempio durante una guerra, offrisse il titolo nobiliare quale compenso a chi le aveva prestato del denaro, per esempio i Lucchesi durante la guerra di Chioggia [21] e gli Ebrei nel 1684 [22] .

Per quanto riguarda i dazi pagati dai forestieri [23] , il Quarantesimo (2,5%) era pagato dai commercianti stranieri per merci che essi importavano o esportavano via terra e dalla parte settentrionale del Golfo Adriatico. Il Quinto (20%) invece era pagato per le merci più lucrative che giungevano a Venezia via mare dal Levante. I Veneziani dall'altra parte pagavano solamente l'Octuagesimo (1,25%) su qualsiasi merce. A questi dazi se ne aggiunsero altri speciali nel XIII secolo e successivamente a seconda del tipo di merce, per esempio sui tessuti di seta e di lana.

Bruno Paradisi, nella sua Storia del Diritto Internazionale , offre un interessante confronto tra l'Impero Bizantino, il Regno Franco e lo Stato Musulmano per quanto riguarda l'accoglienza offerta allo straniero e la sua condizione giuridica. Egli riporta che nello Stato bizantino l'ospitalità verso gli stranieri era ritenuta un dovere pubblico, indipendentemente dall'esistenza di trattati commerciali che li proteggessero [24] . In tutte le grandi città commerciali dell'Impero (Constantinopoli, Salonicco, Smirne, Alessandria) si radunavano mercanti di varie provenienze, i quali godevano del ius gentium che regolava i rapporti degli stranieri fra di loro o con i cittadini bizantini. Notizie più sicure della loro presenza in territorio bizantino si hanno solo per la capitale, grazie al Libro del Prefetto di Constantinopoli , nel quale tutti gli stranieri dovevano essere iscritti appena entrati in città.

Riporta sempre il Paradisi che Carlo Magno evidenzia il valore comune della giustizia e la conseguente eguaglianza di cittadini e stranieri di fronte alla legge:

Quod iustum est, iudicate; sive civis sit ille sive peregrinus, nulla sit distantia personarum, quia Dei iudicium est [25] .

Nel regno carolingio il potere pubblico teneva molto alla salvaguardia degli stranieri ed in particolare di coloro che viaggiavano per uno scopo sacro:

si dettavano pene per chi avesse loro recato offesa, e si univano agli orfani e alle vedove come coloro a cui la protezione era dovuta. Veniva prescritto ai privati di accoglierli nelle loro case, facendo loro lo stesso trattamento che doveva farsi ai poveri; e ciò era configurato come un dovere imposto dalla dottrina cristiana [26] .

Per quanto riguarda invece lo Stato arabo, che inizia ad organizzarsi dopo l'anno dell' Egira di Maometto da Mecca a Medina (622), nessuno straniero, secondo Paradisi, poteva varcarne i confini se non fosse esistito un trattato politico fra lo Stato di provenienza e lo Stato musulmano e qualora il soggetto non fosse fornito di un salvacondotto rilasciato dalle autorità musulmane. La durata della sua permanenza non poteva comunque superare i tre mesi. Questa chiusura e tale controllo più rigido del traffico degli stranieri, che non esisteva ai tempi delle tribù guerriere-commercianti, fu ritenuto necessario per la protezione della neonata identità statuale araba. I musulmani dopo ogni guerra con i loro vicini regolavano con essi gli scambi commerciali con trattari più o meno imposti, costruendo così il loro impero commerciale e militare [27] .

Dall'altra parte l'Impero di Federico II garantiva con la costituzione 'Omnes peregrini' nel 1220 il diritto di fare testamento a:

tutti coloro che si trovassero fuori della loro patria, ovvero di lasciare i propri beni agli eredi anche senza testamento, individuando nei vescovi i tutori delle eredità giacenti [28] .


PARTE I - I FORESTIERI PROVENIENTI DALL'EUROPA 'OCCIDENTALE': LUCCHESI, TEDESCHI, EBREI

 

I LUCCHESI [29]

Numerosi erano i forestieri che migravano a Venezia da diverse città della Penisola Italiana, attirati dalla fiorente economia e dalla situazione politica piuttosto stabile della Serenissima. Infatti dal 1374 al 1557 furono concessi ai forestieri provenienti dalla Lombardia 111 privilegi di cittadinanza [30] . Un numero così elevato di naturalizzazioni rinforza la credenza in una notevole comunità di Lombardi a Venezia, i quali costruirono, presumibilmente alla fine del XV secolo, sul Campo dei Frari la Scuola dei Milanesi, messa sotto la protezione di Sant'Ambrogio, San Carlo Boromeo e San Giovanni Battista [31] Oltre ai Lombardi si erano stabiliti a Venezia numerosi Fiorentini, la cui Scuola fu istituita nel 1430; Pisani, che gestivano un banco a Rialto; Senesi, Bolognesi, Romani, etc. Oltre ai mercanti, tra i migranti giunti a Venezia dalle diverse città italiane vi erano anche molti operai, lavoratori della seta o della lana, artisti, studiosi, esuli. La comunità dei Lucchesi, che portò a Venezia le preziose tecniche della lavorazione della seta, tanto importante per l'economia delle città del Medioevo, fu generalmente ben accolta e protetta dalla Repubblica.

La presenza di mercanti Lucchesi a Venezia è accertata sui documenti a partire dalla seconda metà del Duecento. Ogni anno lo Stato di San Marco affittava ai forestieri Toscani un edificio nei pressi di Rialto, che serviva per lo sbarco, e il deposito e l'immagazzinamento delle merci. Tra i beni che i Lucchesi importavano a Venezia vi erano i ricercati nel mercato panni di lana e di seta lavorati a Lucca. A Venezia, invece, essi compravano soprattutto sete grezze e altri vari prodotti orientali quali cotone, spezie, materie coloranti, etc. Per tutto il XIII secolo i mercanti Lucchesi che si trasferivano a Venezia vi restavano, nella maggior parte dei casi, per un periodo di tempo limitato e solo per concludere transazioni commerciali, di solito in qualità di rappresentanti di grosse compagnie commerciali dotate di una filiale nella città lagunare.

A seguito della crudele guerra tra le famiglie degli Obizi e degli Antelminelli a Lucca, nel 1314, si verificò una massiccia migrazione artigianale e mercantile che condusse i profughi Lucchesi principalmente in tre città: Firenze, Bologna e Venezia. Tutte le tre città furono felici di accogliere i migranti esperti nella lavorazione della seta, attività allora molto fruttuosa per l'economia di una città. In questo primo esodo di Lucchesi circa sessanta famiglie si stabilirono a Venezia producendo pregiati tessuti di seta. Essi risiedevano nell'area tra Rialto e Cannaregio, area già popolata da numerosi tessitori Veneziani. Nonostante la prevalenza dei setaioli, gli immigrati Lucchesi esercitarono a Venezia anche altre professioni [32] , quale merciai, orafi o speziali, e ancora giuristi, medici e militari.

Nonostante i Lucchesi fossero ben accolti a Venezia in ragione della loro utilità nell'industria serica, essi furono sempre strettamente sorvegliati dalle forze dell'ordine [33] come d'altra parte tutte le minoranze dei forestieri. Nel loro caso maggior ragione perché essi provenivano da un ambiente politico instabile. Per questo il Consiglio dei Dieci vietò le riunioni a scopo politico di tutti gli stranieri e proibì a chiunque, Veneziani compresi, di ospitare più di quattro stranieri nella propria abitazione senza averne dato notizia ai Capi del Sestiere . Non erano infine in numero esiguo i Lucchesi, solitamente lavoratori di bassa condizione, coinvolti in casi di aggressione, risse ed omicidi.

A seguito della riacquisizione dell'indipendenza di Lucca da Pisa, nel 1369, molti cittadini che si erano trasferiti decisero di rientrare nella città natale. La maggior parte dei Lucchesi di Venezia tornò a Lucca; alcuni definitivamente (dato che l'acquisizione della cittadinanza veneziana non aveva comportato la perdita di quella lucchese) sebbene nella maggior parte dei casi essi continuarono a mantenere i propri interessi economici nella città di San Marco. Per questa ragione essi fondavano nuove imprese oppure lasciavano aperta una filiale della propria società affidandola a un membro della propria famiglia. La partenza di questi artigiani e mercanti che si erano arricchiti a Venezia significava in ogni caso il trasferimento delle loro ricchezze verso la Toscana e la perdita di considerevoli entrate fiscali per la città lagunare.

Tuttavia l'afflusso di migranti da Lucca verso Venezia continuò anche dopo il 1369 a causa della difficile situazione economica della città toscana o in seguito a valutazioni commerciali ed imprenditoriali. La comunità dei Lucchesi rimase in questo modo numerosa e costituì una corporazione che raccoglieva tutti i setaioli, la Corte della seta , due proprie esclusive confraternite religiose, la Scuola del Volto Santo e la Scuola di Santa Zita , nonché la comunità economica dell' Universitas Mercatorum .

La Corte della seta [34] era un tipo di tribunale corporativo che aveva sede a fianco della chiesa di San Giovanni Grisostomo. I suoi ufficiali erano incaricati della regolamentazione della produzione e del commercio della seta. Con il passar del tempo vi furono ammessi anche i Veneziani, trasformandola in una istituzione rappresentativa di tutti i mercanti, merciai e artigiani dell'arte serica a Venezia, sebbene a dirigerla fossero solitamente i Lucchesi. La corporazione era identificata con la comunità lucchese tanto che gli scudi scolpiti nel marmo e posti sull'architrave del portone della sede della Corte rappresentano le insegne di cinque famiglie di Lucca trasferitesi nel XIV secolo a Venezia.

I mercanti Lucchesi formavano delle Universitas mercatorum [35] in ogni città dove si trasferivano stabilmente. L' Università di Venezia, che all'inizio fu concepita come un tutt'uno con la Scuola del Volto Santo , oltre ad avere l'incarico di visionare i libri mercantili e bancari, era investita dei poteri di un vero e proprio tribunale.

I primi immigrati Lucchesi a Venezia si servirono, per le proprie pratiche religiose, del monastero dei Servi di Maria istituito nel 1316. Furono i frati di questo monastero a presentare richiesta al Maggior Consiglio per l'istituzione della Scuola del Volto Santo [36] nel 1359. Il governo veneziano diede l'assenso alla fondazione della confraternita dopo molti scrupoli vista la cautela con la quale concedeva ai Lucchesi il diritto di riunirsi. Infatti poco dopo la sua fondazione la Scuola venne chiusa (1365) con deliberazione del Consiglio dei Dieci per il sospetto che nelle riunioni si andasse oltre le materie inerenti le pratiche di devozione e carità, tanto da comportare un pericolo per la tranquillità politica della Repubblica. La Scuola riaprì nel 1369. Negli ultimi decenni del Trecento e nei primi del Quattrocento la confraternita contava 600 membri. La Scuola eresse una cappella in stile gotico toscano, consacrata nel 1376, e un cimitero, ambedue accanto al monastero dei Servi di Maria, mentre nel 1398 i Lucchesi costruirono l' Ospedale del Volto Santo per i membri più disagiati della Scuola .

A cavallo tra il XIV e il XV secolo accanto alla Scuola del Volto Santo vi era attiva un'altra, quella di Santa Zita [37] . Questa confraternita, intitolata a una santa originaria di Lucca, aveva sede nella chiesa parrocchiale di San Giovanni Grisostomo.

 

I TEDESCHI

Già dal primo quarto del Duecento la minoranza tedesca appare nelle fonti documentarie come una comunità, il cui nucleo era rappresentato dai mercanti presenti nel Fondaco o Fontego dei Tedeschi, situato nel cuore di Venezia, a Rialto, dove gli stranieri provenienti dal Centro Europa erano accolti ed ospitati oltre che, contemporaneamente, sorvegliati, controllati e limitati nell'esercizio delle loro attività commerciali. Non è facile rintracciare precisamente l'entità numerica di questa comunità (in Età Moderna presumibilmente forte di qualche migliaio di persone [38] ) che nel corso del Quattrocento rappresentava, accanto agli Slavi e ai Greci, uno dei gruppi stranieri più numerosi a Venezia. Tuttavia sappiamo che pochi Tedeschi esprimevano la volontà, o la necessità, di acquisire la cittadinanza veneziana [39] , in quanto essi godevano già, per effetto della partecipazione al negozio d'Oltralpe, dei privilegi derivanti dalla naturalizzazione, in particolare la protezione nei commerci e la riduzione dei dazi.

Il 'Fonticum Comunis Venecie ubi habitant Teotonici' [40] compare documentato dal primo quarto del Duecento. Non conosciamo la data esatta della fondazione ma sappiamo che venne istituito a seguito del notevole aumento dei commerci tra Venezia e l'Impero romano-germanico, che si verificò nella seconda metà del XII secolo, e in conseguenza dell'altrettanto importante ruolo dell'importazione di metalli preziosi (oro, argento, rame) dai paesi tedeschi, specialmente da parte di mercanti Viennesi. Il Fondaco era una struttura pubblica [41] , che all'inizio non dipendeva dall'amministrazione statale ma da affittuari privati che versavano annualmente allo Stato una somma prefissata. Tuttavia vi era sempre il pericolo che l'affittuario si mettesse d'accordo con i mercanti a danno dello Stato [42] e, dal 1268, il governo veneziano assunse il controllo diretto attraverso una specifica magistratura di tre membri, i Visdomini del Fondaco [43] .

La struttura - distrutta e ricostruita dopo due incendi nel 1318 e nel 1505 - ospitava permanentemente circa 100-120 mercanti Tedeschi con i loro beni oltre ad un notevole numero di professionisti del commercio quali imballatori, facchini, speziai, cuochi, etc. Dopo la Riforma Religiosa era a disposizione anche un sacerdote addetto al culto protestante. Nel Fondaco, sede di ogni transazione tra Veneziani e sudditi imperiali [44] , tramite l'intermediazione obbligatoria dei messeri o sensali, si registravano e sdoganavano le merci importate a Venezia (metalli provenienti dalle miniere tedesche, pellicce, oggetti di corno, manufatti in cuoio, etc.) e quelle destinate all'esportazione (spezie e droghe di ogni genere, pepe, zucchero, vino greco, vetri di Murano, velluti, pizzi, etc.) [45] .

I Tedeschi non risiedevano raggruppati in una zona specifica di Venezia ma si trovavano in ogni sestiere e parrocchia, tanto mischiati ai Veneziani e alle altre nazionalità presenti a Venezia, quanto facilmente riconoscibili per via della loro abilità in alcuni mestieri quali la lavorazione della lana, la stampa [46] , la medicina etc. Tuttavia, i Tedeschi artigiani, fornai, fabbri, sarti e calzolai tendevano a trovare alloggio intorno alla zona del Fondaco. I Tedeschi di Venezia furono inoltre i primi a tentare di descrivere e testimoniare la geografia urbana della città attraverso piccole e riproducibili raffigurazioni su tavole xilografiche, su rame o acciaio [47] .

Da quanto riportato da Braunstein [48] , i Tedeschi presenti a Venezia da più tempo erano quelli che provenivano dalla zona delle Alpi orientali fino a Vienna, dalla Polonia, l'Ungheria e la Bohemia. Più tardi raggiunsero la città lagunare rappresentanti dell'asse renano, fin verso i Paesi Bassi.

La comunità tedesca acquisì nel 1383 un terreno presso il convento di Santo Stefano con l'intendo di costruirvi un cimitero [49] . Proprietari di alberghi ed osterie nelle quali accoglievano i propri connazionali di passaggio dal nord, i Tedeschi ottennero dalla Serenissima nel 1504 anche l'autorizzazione alla fondazione di una Scuola in onore della Madonna del Rosario. Questo istituto fu stabilito nella chiesa di San Bartolomeo, equidistante dal ponte di Rialto e dal Fondaco.

 

GLI EBREI

Gli Ebrei non erano presenti a Venezia prima del XIII secolo. Solo dopo la conclusione della quarta crociata, nel 1204, quando la città lagunare acquisì territori dove risiedevano degli Ebrei, essi iniziarono a frequentare Venezia e a volte anche a prendervi alloggio per periodi più o meno lunghi. L'atteggiamento e la politica veneziana riservata agli Ebrei erano determinati dalla considerazione di questi da parte del governo veneziano come particolare gruppo sociale e religioso, cioè un gruppo non rappresentato da magistrature politiche.

Lo Stato di San Marco non permetteva agli Ebrei, come neppure alle altre nazionalità presenti, di impiegarsi nel commercio levantino. Inoltre per secoli, tranne che per un intervallo di quindici anni fra il 1382 e il 1397, non era loro permessa neppure una stabile e continuativa presenza in città nonostante essi fossero liberi di avere residenza permanente in diverse colonie veneziane nel Mediterraneo. Specialmente nel sopraccennato periodo la stessa amministrazione veneziana invitò gli Ebrei askenaziti, cioè di origine tedesca, a trasferirsi a Venezia. Era da poco terminata la guerra di Chioggia e la città lagunare aveva bisogno dei capitali liquidi di cui disponeva la comunità ebraica per rivitalizzare la sua economia [50] . Gli Ebrei si impegnarono nel prestito ad usuram per 15 anni e quando l'economia di Venezia si riprese furono espulsi dalla città, non essendo più necessari, né tantomeno desiderati. Ma dal XVI secolo la politica della Serenissima su queste due questioni riguardanti gli Ebrei (alloggio e commercio) cambiò.

Dal momento in cui gli Ebrei migrarono ad Est a seguito dell'espulsione dai paesi occidentali - Spagna, Portogallo, Sicilia ed altri - e grazie alla protezione che ricevettero dall'Impero Ottomano, il loro ruolo nel commercio del Mediterraneo e soprattutto nella Penisola Balcanica aumentò considerevolmente. Numerosi Stati italiani (quali Ferrara, Ancona, Firenze, etc. [51] ) cercarono di stimolare la propria economia invitando mercanti Ebrei.

Venezia nel frattempo stava indebolendosi a causa dei continui scontri con l'Impero Ottomano e non riusciva a conservare il proprio ruolo di ponte fra l'Est e l'Ovest, gradualmente perdendo le colonie ed i porti di accesso al Mediterraneo orientale. Il contemporaneo e crescente stabilirsi di centri commerciali controllati dagli Ebrei nella Penisola Italiana, in combinazione alle migrazioni di loro connazionali ad Est, creò un grave pericolo per la dominazione veneziana e la sua politica monopolistica del commercio con il Levante. In conseguenza di ciò la Serenissima iniziò a concedere gradualmente alcuni diritti ai mercanti ed ai banchieri Ebrei. Ad essi da allora furono concessi permessi di alloggio a Venezia o presso altre città della Terraferma, sebbene la loro permanenza fosse sempre obligatoriamente temporanea e regolarizzata da una condotta , ossia da un accordo tra le autorità locali e gli Ebrei stessi, i quali erano raggruppati in tre 'nazioni', la germanica , la ponentina e la levantina , a seconda della loro provenienza prima della migrazione nel territorio veneziano. La condotta aveva una durata limitata ma poteva essere rinnovata ed imponeva agli Ebrei una tassazione elevatissima [52] . L'istituzione di questi patti contribuì ad identificare la comunità ebraica come un corpo legalmente riconosciuto dalla Repubblica.

Venezia proclamò, tra il 1541 e il 1578, numerosi decreti di abolizione dei dazi doganali e ciò attrasse in città mercanti di varie nazionalità, oltre che Ebrei. Ma con un decreto del 1589, in particolare, i mercanti Levantini (Ebrei sudditi dell'Impero Ottomano) e Ponentini (Ebrei provenienti dalla Spagna e dal Portogallo) ottennero il diritto di prendere residenza a Venezia per dieci anni insieme alle loro famiglie a condizioni molto favorevoli [53] . Il Consiglio dei Dieci sosteneva la necessità di trattenere gli Ebrei a Venezia per evitare che essi portassero le proprie ricchezze presso l'Impero Ottomano, il quale offriva loro privilegi e protezione, rendendo così il sultano ancora più forte nella sfida all'Occidente cristiano [54] .

Essendo il prestito di denaro con interesse condannata dalla Santa Sede per i cristiani, gli Ebrei ottennero il via libera all'esercizio e il Senato veneziano, prima in seguito alla guerra contro la Lega di Cambrai all'inizio del XVI secolo e poi tra il 1586 e il 1587, concesse molte licenze agli Ebrei per aprire banchi. La loro attività promuoveva la tranquillità sociale nella città garantendo ai bisognosi aiuto economico, anche se i poveri non erano i soli ad usufruire dei servizi offerti da banchieri ed usurai. Nonostante la Serenissima non lo ammettesse, la tassazione degli interessi accantonati dagli Ebrei attraverso i prestiti offerti a cristiani era un'entrata considerevole per lo Stato nei periodi di maggiore necessità di liquidità [55] .

Dal 1547 molte città della Terraferma chiesero al governo veneziano di vietare agli Ebrei il prestito di denaro ai cristiani e di sostituire questo servizio con i Monti di Pietà , istituti di credito cristiani [56] . Lo Stato di San Marco evitò tuttavia l'istituzione di un Monte di Pietà nella città di Venezia, dal momento che non aveva alcuna intenzione di esercitare provvedimenti di espulsione nei confronti dei Levantini i quali erano sotto la protezione dell'Impero Ottomano e in conseguenza di ciò non aveva senso espellere gli Ebrei germanici. Inoltre la Serenissima sapeva che le istituzioni cristiane di credito, che non erano legate allo Stato, erano spesso corrotte [57] .

La città di San Marco, aveva consentito, nel 1396, all'edificazione di un cimitero ebraico confinante con il convento di San Nicolò sul Lido [58] , mentre dal 1464 tollerava gli incontri per motivi di culto; poco dopo l'istituzione del Ghetto Nuovo, infine, fu costruita la prima sinagoga.

Nonostante la mite politica impiegata nella maggior parte dei casi dalla Serenissima nei confronti degli Ebrei, frequenti erano i provvedimenti mirati alla loro restrizione, umiliazione e segregazione. Dal 1397 gli Ebrei di età maggiore di tredici anni dovevano portare un distintivo giallo sugli abiti ogni qual volta si trovassero a Venezia [59] . Nel 1496 il distintivo venne sostituito da un copricapo giallo, ma, dal 1497, gli Ebrei potevano invece indossare un cappello nero quando erano in viaggio nei domini veneziani.

Nel 1550, vengono espulsi da Venezia i Marrani [60] , i quali non si occupavano del credito [61] , e i provvedimenti contro gli Ebrei continuano nel 1541 con la proibizione della stampa ebraica, mentre nel 1553 e nel 1568 la Serenissima ordinò la distruzione di tutti i testi in lingua ebraica. Non mancavano dall'altra parte le conversioni al cristianesimo motivate, nella maggior parte dei casi, dal desiderio degli Ebrei di veder aumentati i propri diritti, per esempio la possibilità di acquisire beni immobili dal momento che nessun Ebreo, a partire dal 1423-24, aveva il diritto di comprare o venir in possesso in qualsiasi altro modo di terreni e immobili, e di poter lasciare la vita umiliante del Ghetto. Nonostante questo fosse l'obiettivo di Venezia (che voleva, specie nel XVI secolo, apparire uno Stato cattolico) gli Ebrei convertiti continuavano a provocare diffidenza.

Intorno al 1325 Venezia impose agli Ebrei delle colonie la segregazione residenziale: essi dovettero abitare da allora entro i limiti delle Judaiche o Giudaiche. Questi quartieri riservati agli Ebrei erano spesso separati con mura da quelli dei cristiani, e, nell'angustia di questi spazi, aumentava considerevolmente la densità della popolazione. Tale pressione demografica era stata in parte alleggerita dalla costruzione di alti condomini. Allo stesso modo nella città di Venezia si discusse per la prima volta nel 1515 la possibilità - necessità, per i Veneziani più infastiditi dalla presenza degli Ebrei nei sestieri centrali della città, intolleranza che aumentava specialmente durante il periodo della Pasqua - di segregare gli Ebrei (700 maschi presumibilmente con le loro famiglie [62] ) in una zona limitata e periferica. Inizialmente vennero proposte la Giudecca o l'isola di Murano quale possibile area di residenza. Nessuna delle due ipotesi ebbe un esito felice. Nel marzo del 1516 il Savio Zaccaria Dolfin propose l'area del Ghetto Nuovo nel sestiere di Cannaregio che dal punto di vista topografico permetteva di essere concepito come un castello, isolato dal resto della città tramite mura. I proprietari delle abitazioni della zona (prevalentemente appartenenti alla famiglia da Brolo) avrebbero dovuto rendere disponibili i propri immobili agli Ebrei con un aumento, a carico dei nuovi occupanti, di un terzo dell'affitto fino al tempo praticato. Il ponte che collegava il Ghetto Nuovo con il Ghetto Vecchio sarebbe stato chiuso da una porta sorvegliata da quattro guardie cristiane che sarebbero state pagate dagli Ebrei e avrebbero dovuto aprire la porta la mattina per chiuderla la sera [63] ; altri cristiani avrebbero dovuto, sempre a carico degli Ebrei, sorvegliare con una barca i confini del Ghetto.

La zona di San Geremia, dove furono costretti a vivere, non era però abbastanza vasta, vista la crescita demografica continua degli Ebrei. Nella zona loro riservata la densità abitativa era da due a quattro volte superiore a quella del resto della città [64] . Il territorio limitato del Ghetto e la penuria degli edifici determinarono la necessità di sopraelevazioni e di suddivisioni interne per ricavare un maggior numero di alloggi. A partire dal 1530 il desiderio di abitazioni più spaziose e l'arrivo continuo di nuovi immigrati Ebrei a Venezia li condusse a cercare casa anche nel Ghetto Vecchio (proprietà della famiglia Minotto), dove erano costretti ad avere alloggio gli 'Ebrei mercadanti Levantini viandanti' quando transitavano per Venezia. In conseguenza la Signoria riconobbe tale mutato assetto con un decreto del 1541, che permetteva solo ai Levantini di alloggiare al Ghetto Vecchio, senza le famiglie e inizialmente solo per quattro mesi, più tardi per due anni. Un ulteriore ampliamento della zona riservata agli Ebrei per includere anche il Ghetto Nuovissimo fu riconosciuto dalle magistrature nel 1633 e nel 1636.

Tra le magistrature dello Stato responsabili degli affari con gli Ebrei gli Ufficiali al Cattaver si occupavano del Ghetto Nuovo e delle regolarizzazioni dei contratti fra cristiani ed Ebrei; i Cingue Savii alla Mercanzia [65] dell'attività commerciale degli Ebrei e degli affari del Ghetto Vecchio; i Sopraconsoli supervisionavano le banche; gli Esecutori contro la Bestemmia avevano, dal 1612, l'incarico di cedere permessi di residenza agli Ebrei giunti di recente in città e, dal 1618, di punire i disobbedienti e coloro che creassero disordine.

Mentre la 'Natione Todesca' degli Ebrei si occupava principalmente del credito, le fonti di ricchezza per gli Ebrei delle altre nazioni erano il mercato di vestiti, gioielli, mobili ed altri articoli di seconda mano, noti come strazzaria [66] . Gradualmente dal 1590 al 1610, nonostante in tempi passati gli Ebrei fossero stati esclusi da quasi tutte le attività produttive artigianali e professionali, cominciarono a presentarsi diversi casi di Ebrei medici, fruttivendoli, macellai, cappellai, intagliatori, stampatori, danzatori, musicisti, etc [67] .

Nel 1684, la Serenissima si trovò ancora una volta ad affrontare gravi problemi economici a causa della nuova guerra contro i tradizionali nemici Turchi. Le casse vuote obbligarono la Signoria a prendere un provvedimento che in altri tempi sarebbe stato quasi inaccettabile: ogni suddito disposto ad offrire 100.000 ducati sarebbe stato nominato nobile. Quarantasette famiglie di Ebrei entrarono così nella nobiltà veneziana [68] .


PARTE II - I FORESTIERI PROVENIENTI DALL'EUROPA 'ORIENTALE': GRECI, ALBANESI, TURCHI

 

I GRECI

A seguito alla spartizione dell'Impero Bizantino fra le potenze occidentali, seguita alla conclusione della quarta crociata (1204), cominciò la dispersione dei Greci per il mondo che continuerà in modo più o meno continuo fino al XX secolo. A Venezia però i Greci erano presenti fin dalla fondazione della città, successivamente alla liberazione dagli Ostrogoti da parte dell'esercito bizantino al tempo di Giustiniano e la subordinazione all'esarcato di Ravenna [69] . Nel corso dei secoli la città lagunare acquisì la propria autonomia dall'Impero Bizantino, diventando un nucleo politico capace di trasformare in alleanza i legami che aveva con i Bizantini. Nel 1204 Venezia si lanciò alla conquista di Costantinopoli insieme agli altri crociati, contribuendo all'inizio della fine dell'Impero Bizantino. Ciononostante Bisanzio rivolse a Venezia, nel XV secolo, la disperata richiesta di aiuto per bloccare lo spietato avanzamento delle truppe ottomane.

Nel 1261, anno della riconquista di Costantinopoli da parte dell'imperatore bizantino, i Greci che erano stati fino a quel momento al servizio dei Veneziani furono trasferiti con le famiglie a Venezia, a spese dell'amministrazione veneziana [70] . Il loro numero doveva essere piuttosto elevato se il Maggior Consiglio emanò nel 1271 un decreto [71] con il quale dichiarò ampia ospitalità ai Greci residenti nella città o che 'longis temporibus' vi fossero immigrati per motivi commerciali, economici o culturali. Per i due secoli successivi un gran numero di Greci si trasferì a Venezia dove, da quanto scrisse il cardinale Bessarione al Doge nel 1468, trovavano un 'quasi alterum Bisantium' . I più ricchi migravano con le loro famiglie e si impiegavano nel commercio; quelli di condizione più umile lavoravano come operai, domestici e marinai. Non pochi erano i rematori, arcieri o balestrieri che formavano gli equipaggi delle navi per il trasporto di merci preziose o contro la pirateria turca, come quelli arruolati nelle forze navali e nell'esercito. Combattendo per Venezia nelle sue operazioni sulla Terraferma o nelle guerre contro Genova alcuni ottennero la cittadinanza sia de intus che de extra [72] ..

I circa 700 Greci prelati, dotti ed umanisti giunti a Venezia il 4 febbraio 1438 per partecipare al Concilio di Ferrara [73] , nel quale si doveva discutere sulla possibile unione delle Chiese cattolica ed ortodossa, rimasero tanto impressionati dalla calorosa accoglienza dei Veneziani e dal loro apprezzamento per le abitudini e gli atteggiamenti bizantini che i loro resoconti contribuirono in seguito a indirizzare verso la città lagunare consistenti afflussi di immigrati.

Prima del predetto Concilio di Ferrara-Firenze i preti greco-ortodossi presenti a Venezia erano diffidati dal celebrare messa 'secundum morem graecorum' nelle chiese o, come spesso succedeva, nelle case private, dai decreti emanati negli anni 1412, 1418, 1429, 1437, pena il bando dalla città per cinque anni [74] . Per questo motivo erano molto frequenti le petizioni promosse dai Greci per la costruzione di una propria chiesa, richiesta dal loro punto di vista abbastanza valida dal momento che la comunità veneziana di Costantinopoli godeva di ben quattro chiese [75] . Più tardi comunque, e soprattutto dopo la caduta di Costantinopoli in mano agli Ottomani, la Serenissima cambiò la propria politica relativamente alla libertà religiosa dei Greci pur di non concedere pretesti a sommosse non solo ai Greci, che in numero consistente prestavano servizio nei corpi militari della Repubblica, ma anche ai propri sudditi nelle colonie del Mediterraneo. Gradualmente Venezia concesse il diritto di celebrare il rito greco in alcune chiese della città, ma la prima e più impegnativa concessione fu fatta nel 1456 quando il Senato cedette alla 'magna multitudo Grecorum' il permesso di scegliere se utilizzare una preesistente chiesa nella città per il proprio rito, oppure se costruirne una nuova [76] . Tuttavia, successivamente a questo liberalismo, la Repubblica indurì nel tempo la propria politica, in modo particolare in seguito alle diverse rivolte nelle colonie, soprattutto a Creta (1454, 1457-1458, 1460-1463) [77] .

La presenza greca a Venezia, nonché nelle rimanenti colonie della Serenissima in territorio ellenico, aumentava numericamente dopo ogni successiva perdita delle colonie del Mediterraneo per mano degli Ottomani: Negroponte nel 1470, Lepanto nel 1499, Modone e Corone nel 1500, Nafplio e Monemvasia nel 1540, Cipro nel 1571 e infine Creta nel 1669. Non tutti i profughi provenienti dai domini perduti - per i quali fu logico trovare rifugio e nuove opportunità di vita nella metropoli con cui fin a quel tempo avevano stretti legami in qualità di sudditi coloniali - restavano definitivamente a Venezia; dopo un breve alloggio molti di essi si spostavano nella Terraferma oppure, in mancanza di lavoro, ritornavano in patria. Comunque, tanto nel 1478 [78] quanto nel 1590 [79] la comunità greca a Venezia contava 4.000 persone, mentre la popolazione complessiva della città era intorno alle 110.000. Fra di essi vi erano sempre mercanti, uomini d'affari, impiegati nell'amministrazione dello Stato e anche membri di quella che era stata la corte imperiale bizantina; stradioti , artigiani, insegnanti, medici, farmacisti, musicisti, pittori, copisti, etc. Ognuno di essi a proprio modo giocherà un ruolo di intermediario o interprete tra Venezia, gli Ottomani e i Greci. Sebbene godessero di grande libertà nella scelta della propria residenza i Greci giunti a Venezia preferivano fermarsi in quello che diventerà il quartiere dei Greci, nel sestiere di Castello.

Il Consiglio dei Dieci confermò nel 1498 una precedente decisione, presa quattro anni prima, relativa all'istituzione di una Scuola , stabilita nella chiesa di San Biagio, a condizione che non superasse un massimo di 250 membri [80] , anche se il numero delle donne iscritte poteva essere illimitato. Data la comunione religiosa e i reciproci legami tra le due nazioni, nella confraternita greca erano ammessi con pieni diritti anche i Serbi residenti a Venezia [81] . Messa sotto la protezione di San Nicolò, la Scuola , che aveva carattere semi-religioso e senz'altro anche politico [82] , costituì il primo riconoscimento ufficiale da parte veneziana dello stato legale della comunità greca. Come le sue omologhe di altre nazionalità in città, l'obbiettivo principale della Scuola era la costruzione, la cura e il buon funzionamento di una propria chiesa, l'assistenza ai confratelli poveri o malati, il fornimento di doti alle orfane, il servizio per i membri defunti. Inoltre la Scuola di San Nicolò si interessava anche dell'educazione dei giovani della comunità istituendo scuole e contribuendo in questo modo al mantenimento dei costumi e della lingua greca. La confraternita fondò nel 1599 un convento di monache e due ospedali, ma iniziò a perdere importanza nella vita della comunità alla fine del XVII secolo [83] .

Nel 1514 la comunità ottenne l'autorizzazione a costruire una propria chiesa, permesso accordato anche dal papa filo-ellenico Leone X [84] . La costruzione iniziò nel 1539, nonostante l'opposizione del patriarca veneziano, e la chiesa di San Giorgio dei Greci fu inaugurata il 1573. Costò 15.000 ducati d'oro provenuti dalla tassazione di tutte le navi greche di passaggio a Venezia. L'autonomia religiosa dei Greci di Venezia venne garantita dalla Repubblica attraverso la concessione del permesso di collocarvi un vescovo ortodosso, il metropolita di Filadelfia, eletto dalla comunità e consacrato dal patriarca di Costantinopoli, di cui diventava così il delegato a Venezia completamente indipendente dal papa cattolico [85] .

Rielaborando le fonti riguardanti le trattative fra i Greci e la Repubblica durante il Quattrocento per la concessione prima del permesso di celebrare il rito greco nelle esistenti chiese di Venezia e poi del diritto di costruire una propria chiesa ortodossa, Jacoby [86] constata che nessuno dei Greci del predetto gruppo apparteneva ai ricchi, agli eruditi o agli stampatori e nemmeno a quelli che erano ufficiali dell'amministrazione veneziana. Anche se, come ovvio, questi individui, da anni conosciuti e rispettati dalle autorità e dal popolo veneziano, potevano influenzare la decisione del Consiglio, essi non lo fecero poiché un largo fossato separava l'élite sociale e intellettuale greca dal resto dei loro connazionali e per questo motivo nessuno di essi compare tra i fondatori o fra i primi membri della Scuola di San Nicolò .

A Venezia gli eruditi e studiosi del mondo bizantino trovarono dopo la caduta della capitale bizantina non solo un rifugio per il proseguimento del proprio lavoro umanistico, ma anche delle opportunità di seminare l'Europa con la cultura e il pensiero greco. I primi libri greci (dal 1471 [87] ) vennero editi nei laboratori tipografici di Venezia e più tardi Aldo Manuzio offrì ai vari dotti e studiosi Greci rifugiati a Venezia l'opportunità di collaborare al progetto di editare i classici Greci e Latini come copisti di manoscritti, filologi, commentatori, compositori, correttori, etc. [88] . Durante il XVI secolo e specialmente negli anni 1520-1530 Venezia fu il centro più importante nel commercio di codici greci, come anche di altre opere d'arte bizantina, pitture e icone sacre salvate dalla furia degli Ottomani. Diversi pittori - fra cui Dominikos Theotokopoulos, più noto come El Greco - produssero a Venezia capolavori secondo le tecniche di agiografia cretesi. L'influenza della cultura greco-bizantina si nota infine anche nelle diverse tracce che essa lasciò nel dialetto parlato di Venezia [89] .

  GLI ALBANESI

La pace di Torino (1381), che terminò la guerra contro i Genovesi e i loro alleati d'Ungheria, costrinse Venezia ad abbandonare la Dalmazia, il cui controllo significava per la città lagunare il dominio sul Golfo Adriatico. Modesta consolazione per questa perdita molto grave fu l'annessione di vari porti albanesi ai domini veneziani: Durazzo (1392), Scutari (1396), Alessio e Drivasto (1403) [90] . In conseguenza di ciò, dalla seconda metà del XIV secolo mercanti Albanesi e Dalmati si stabilirono a Venezia.

La perenne instabilità politica all'interno del territorio albanese rappresentava una delle ragioni dell'emigrazione per gli Albanesi. D'altra parte era necessità sempre più stringente per Venezia l'arruolamento di mercenari stradioti e marinai, in particolare in seguito alle epidemie di peste nella seconda metà del Trecento e le grandi perdite nella guerra di Chioggia, entrambi eventi che decimarono la popolazione. Gli agguerriti Albanesi costituivano un'ottima soluzione per lo Stato di San Marco. Inoltre, dal momento che epidemie e guerre avevano provocato anche una riduzione della manodopera, la Signoria incoraggiò l'immigrazione degli Albanesi (preferiti per la loro confessione cattolica) permettendo nel 1388 il passaggio dell'Adriatico con navi veneziane o ragusee [91] : i candidati, che dovevano avere più di dieci anni di età, pagavano sei ducati per attraversare l'Adriatico da Dulcigno a Venezia, una somma certamente non esigua. In alternativa si impegnavano a lavorare gratis per quattro anni, di solito come domestici o come marinai sulle galee dello Stato. Tuttavia, non essendo l'afflusso sufficientemente numeroso a confronto dei bisogni della città lagunare, il Senato in pochi anni diminuì il prezzo del passaggio a quattro ducati e la durata del lavoro obbligatorio a due anni [92] . La maggior parte degli immigrati lavoravano in qualità di artigiani, barbieri, osti, fornai; coloro che conoscevano le lingue slave riuscivano anche a diventare interpreti dello Stato.

Gli Albanesi cattolici dimoravano spesso nel sestiere di Castello, nella parrocchia di Santa Maria Formosa, fra la riva degli Schiavoni e il campo dei Santi Filippo e Giacomo, vicino ai Greci e gli Slavi, in quello che Thiriet chiamò 'le quartier balkanique de Venise' [93] . Negli anni che seguirono il numero di Albanesi che voleva sottrarsi al giogo ottomano immigrando a Venezia aumentò, come pure l'area della città lagunare nella quale risiedevano.

Gli Albanesi furono i primi immigrati d'oltremare a fondare la propria associazione, la Scuola di San Severo e San Gallo, nel 1442, una corporazione incaricata della gestione dei beni della comunità e con finalità umanitarie: sosteneva gli interessi degli Albanesi bisognosi o immigrati di recente a Venezia, soccorreva i poveri e ammalati e provvedeva alla sepoltura dei defunti.

 

I TURCHI

Venezia ha sempre intrattenuto rapporti commerciali con i musulmani nonostante le continue guerre contro l'Impero Ottomano nel corso delle quali consumò ingenti risorse in denaro e uomini cercando di difendere le proprie colonie marittime nel Mediterraneo, e nonostante il pericolo concreto ed immediato che esisteva di un'invasione turca attraverso il Friuli. Prevaleva infatti la volontà di far sì che essi 'possino vivere et negotiar quietamente et con satisfattione' [94] a Venezia. Vista l'accoglienza della politica ufficiale veneziana, quindi, gli Ottomani che a Venezia si occupavano di commercio erano numerosi. Essi vi risiedevano sempre per periodi di tempo limitati e mai con le loro famiglie. Fin dal 1516 si trovavano nel quartiere dei Santi Giovanni e Paolo e poi in Cannaregio, prendendo alloggio presso privati e osterie oppure 'in casa per lo più di donne di malla professione' [95] .

All'inizio della guerra di Cipro (1570) il Senato apprese la notizia dell'arresto del bailo Barbaro e dei mercanti Veneziani di Costantinopoli e decide di:

fare l'istesso in Vinetia de' sudditi Turcheschi et delle mercantie loro, che erano in quella città, accioché in ogni caso le persone et facultà di questi rendessero più facile la recuperatione de' nostri huomini et de' loro haveri [96] .

Il numero degli individui e il valore delle merci doveva essere abbastanza cospicuo se nella primavera del 1571 la Sublime Porta propose lo scambio alla pari con i Veneziani e i loro beni trattenuti a Costantinopoli. Comunque, insieme ai Turchi, erano stati arrestati anche degli Ebrei, accusati dai Veneziani di aver promosso la guerra contro Cipro ed è forte il sospetto che gli Ottomani fossero più interessati al gran numero di beni ebraici, dei quali avrebbero usufruito tramite lo scambio.

L'odio suscitato nella popolazione veneziana dagli Ottomani era la causa di frequenti episodi violenti tra cristiani e musulmani. Questo fu uno dei motivi per cui i Turchi nel 1573 chiesero al governo veneziano un luogo loro riservato, allo stesso modo in cui gli Ebrei avevano il Ghetto, dove alloggiare in maniera esclusiva per la convenienza del commercio e la sicurezza propria e delle merci [97] .

Un anno dopo, nell'ottobre del 1574, il Greco Francesco di Dimitri Littino propose al Consiglio dei Dieci di individuare un palazzo dove solo i Turchi avrebbero trovato alloggio e che lui stesso avrebbe gestito. Così essi avrebbero potuto essere controllati e non sarebbero stati più liberi di girare per la città causando numerosi problemi con furti, sequestri di bambini, relazioni con donne cristiane, offese alla cattolicità di Venezia. Littino chiese che tutti i Turchi fossero costretti a recarsi in questo luogo appena giunti in città e che essi vi restassero fino alla partenza. A titolo di contropartita per questa sua proposta il Littino chiese di essere considerato l'unico responsabile di questa residenza e di detenere il diritto perpetuo di trasmissione del privilegio ai propri eredi. Inoltre, per affrontare le spese, propose l'introduzione di una tassa ad personam e un diritto fisso per le merci.

La proposta di Littino fu accolta dai Sopraprovveditori della Giustizia Nuova e documentata in una legislazione che attribuiva ai Sette Savii di Rialto in cooperazione con il dragomano Michele Membre la responsabilità di trovare una dimora adatta ai Turchi e alle loro merci [98] .

Nel frattempo Littino morì e la sua vedova si accollò la responsabilità dell'ospitalità offerta ai Turchi in una ex-osteria, proprietà di Bartolomeo Vendramin, presso la Chiesa di San Matteo al Rialto, con l'impegno di informare il Collegio ogni giorno su arrivi e partenze dalla casa. Tuttavia nella casa gestita dai Littino trovavano alloggio solo ' Turchi Bossinesi et Albanes'i , mentre i 'Turchi Asiatici e Costantinopolitani' alloggiavano in altri luoghi provocando spesso l'ostilità e gli insulti dei Veneziani. La Repubblica però dovette procedere con cautela e moderazione nel prendere provvedimenti precipitosi nei confronti dei Turchi presenti a Venezia, sia per non danneggiare la posizione della numerosa comunità veneziana all'interno dell'Impero Ottomano, sia per non tagliare completamente i ponti con questo gruppo di mercanti, che se trattati male, avrebbero preferito altre piazze dalmate o italiane per il loro commercio. Per queste ragioni, le intemperanze del popolo contro i Turchi erano severamente represse dal governo veneziano che nel 1594 fece emanare dagli Avogadori di Comun un decreto [99] che prevedeva l'esilio o la prigione a chiunque desse loro molestia con parole o fatti.

Per questa ragione la Signoria discusse nel 1602 la possibilità di istituire un Fondaco simile a quello dei Tedeschi, da riservare agli Ottomani. Numerosi erano però coloro che si opponevano a questa idea [100] argomentando che la concentrazione di tutti i Turchi in un unico luogo avrebbe potuto portare alla creazione di un luogo d'incontro della malavita e di promozione della propaganda del Sultano, all'adorazione di Allah e forse, nel futuro, alla costruzione di una moschea.

Sotto la direzione della famiglia Littino i musulmani continuavano a risiedere nella casa di Vendramin, creando molti problemi con il loro comportamento irrispettoso nei confronti della vicina chiesa di San Matteo. In conseguenza di ciò, nel 1621, i Cinque Savii alla Mercanzia decisero di spostare gli Ottomani nella casa sul Canal Grande che in precedenza era appartenuta al Duca di Ferrara, la quale avrebbe dovuto ospitare da quel momento in avanti tutti i musulmani (Albanesi, Bosniaci e Asiatici) insieme alle loro merci. Lo stabilimento avrebbe continuato ad essere amministrato dalla famiglia Littino. Tutte le porte e finestre di quella casa avrebbero dovuto essere chiuse verso l'esterno ed il muro intorno rialzato; l'interno del fondaco diviso in due: una parte riservata ai musulmani Albanesi e Bosniaci, un'altra agli Asiatici che pagavano più tasse per le loro merci. Le guardie dello stabilimento non avrebbero dovuto permettere l'ingresso né a donne né a maschi cristiani; ogni Veneziano che avesse offerto alloggio agli Ottomani sarebbe infine stato soggetto a punizioni corporali e pecuniarie.

Il 1637 il Senato emana una nuova deliberazione dichiarando che “ogni comodo è dovuto à Turchi mercanti che qui trafficano” [101] , ma dalla fine del Seicento il numero e l'importanza della comunità mercantile islamica a Venezia diminuiva progressivamente in conseguenza della grave depressione economica che colpì tanto la Serenissima quanto l'Impero Ottomano. Per tutto il XVIII secolo l'unica attività praticata senza intervalli dagli ospiti del Fondaco dei Turchi era il contrabbando di tabacco [102] , soprattutto da spacciatori Scutarini.

 

CONCLUSIONI

Venezia costituì una destinazione privilegiata dai forestieri migranti: uomini d'affari, attratti dalla stabilità politica ed economica della Repubblica per i propri investimenti; eruditi e artisti, in cerca di protezione ed ispirazione per lo studio e la ricerca; lavoratori di umile estrazione, potenziali maestranze nelle botteghe artigianali, presso gli stabilimenti dell'Arsenale o nelle case dei patrizi.

Non vi sono dubbi sul fatto che le attività economiche svolte dai forestieri a Venezia costituivano un evidente vantaggio per la Serenissima, in grado così di proporsi come centro accogliente e vantaggioso per gli scambi mercantili e culturali. L'afflusso dei profughi da Lucca 'regalava' a Venezia la preziosa lavorazione della seta; i Tedeschi e più tardi i Turchi accrescevano i volumi delle merci; gli Ebrei finanziavano lo Stato e i privati nei periodi di contrazione finanziaria. Relativamente ai Greci, il loro contributo alla città si indirizzò soprattutto verso la fioritura delle lettere e delle arti; gli Albanesi infine fornivano la manodopera non specializzata.

La Repubblica riusciva abilmente a gestire gli equilibri interni alla città fra cittadini ed immigrati, istituendo spesso nuove magistrature distribuendo così le responsabilità per il miglior controllo dei diversi gruppi nazionali stranieri. Attraverso le Scuole degli stranieri lo Stato delegava infine le proprie responsabilità in merito alla 'previdenza sociale'.

A Venezia gli immigrati si radicarono e, col tempo, svilupparono un sentimento di 'patriottismo' verso la città, pur conservando le proprie identità, lingue e religioni. Ciò era possibile poiché le comunità riuscivano spesso ad ottenere dalla Serenissima, sebbene con non poca fatica, l'autorizzazione alla costituzione di una propria confraternita e di altre istituzioni di assistenza e filantropia per i propri connazionali, nonché infine la libertà di svolgere il proprio rito religioso.

Associarsi per nazionalità rappresentava per la maggioranza degli stranieri risiedenti in città l'unica possibilità legittima di difendere il proprio diritto ad una vita personale sicura e in qualche modo rispettata. Per questa ragione le confraternite istituite dalle diverse nazionalità presenti a Venezia, oltre agli incarichi di natura economica, si accollavano la sussistenza dei confratelli bisognosi (sebbene delle opere di filantropia approfittassero tutti i membri della comunità), l'istituzione di scuole per i giovani nati a Venezia e soprattutto la costruzione di una propria chiesa intitolata ai santi patroni di madrepatria.

Tra gli Stati più potenti, politicamente ed economicamente, del Medioevo, Venezia attrasse masse dei migranti che abbandonavano la patria per un luogo nel quale avrebbero migliorato la propria situazione economica e sociale. Persino durante i tempi più difficili per Venezia, la sola fama dello splendore della città lagunare rappresentava uno stimolo sufficiente ad abbandonare tutto per giocarsi una nuova partita con il destino all'ombra di San Marco.

Le comunità straniere, ora obbligatoriamente segregate dall'Amministrazione veneziana, ora autosegregatesi per poter affermare la propria identità nazionale, contribuiranno alla ricchezza della città lagunare, lasciando anche il proprio segno tangibile, tuttora identificabile nella toponomastica della città, dalle fondamenta alle calli, ponti, chiese, scuole con propri nomi nazionali.

 

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Notes

[Note 1] D. GEANAKOPLOS, Bisanzio e il Rinascimento. Umanisti greci a Venezia e la diffusione del greco in Occidente (1400-1535), Roma 1967, p. 37; cit in G. FEDALTO, La Comunità greca, la Chiesa di Venezia, la Chiesa di Roma, in I Greci a Venezia, a cura di M. F. TIEPOLO ed E. TONETTI, Venezia 2002, p. 85.

[Note 2] G. FEDALTO, Ricerche storiche sulla posizione giuridica ed ecclesiastica dei Greci a Venezia nei secoli XV e XVI, Firenze 1967, p. 14.

[Note 3] D. BELTRAMI, Storia della popolazione di Venezia dalla fine del secolo XVI alla caduta della Repubblica, Padova 1954, p. 29.

[Note 4] Su questo argomento si veda R. COMBA, Emigrare nel Medioevo. Aspetti economico-sociali della mobilità geografica nei secoli XI-XVI, in Strutture familiari, epidemie, migrazioni nell'Italia medievale, a cura di R. COMBA, G. PICCINNI, G. PINTO, Napoli 1984, pp. 45-74. Per una riflessione sui movimenti migratori nell'Europa medievale si vedano G. ROSSETTI, Uomini e storia, in Dentro la città: Stranieri e realtà urbane nell'Europa dei secoli XII-XVI, a cura di G. ROSSETTO, Napoli 1989, pp. 3-16; G. PINTO, Gli stranieri nelle realtà locali dell'Italia basso-medievale: alcuni percorsi tematici, in Ibidem, pp. 23-32.

[Note 5] M. ASCHERI, Lo straniero nella legislazione statutaria e nella letteratura giuridica del Tre-Quattrocento: un primo approccio, in Forestieri e stranieri nelle città basso-medievali, Firenze 1988, pp. 7-18.

[Note 6] D. BIZZARRI, Ricerche sul diritto di cittadinanza nella costituzione comunale, “Studi Senesi”, XXXII, 1916, pp. 19-136, ora in IDEM, Studi di Storia del Diritto Italiano, Torino 1937, pp. 65-138.

[Note 7] R. C. MUELLER, Stranieri e culture straniere a Venezia. Aspetti economici e sociali, in Componenti storico-artistiche e culturali a Venezia nei secoli XIII e XIV, a cura di M. MURARO, Venezia 1981, p. 75.

[Note 8] Tuttavia il Senato veneziano, con una delibera del 30 aprile 1423, intervenne a fissare il prezzo di noleggio delle navi importatrici; G. FEDALTO, Le minoranze straniere a Venezia tra politica e legislazione, in Venezia. Centro di Mediazione tra Oriente e Occidente (secoli XV- XVI). Aspetti e Problemi, a cura di H.-G. BECK, M. MANOUSSACAS, A. PERTUSI, v. I, Firenze 1977, p. 160.

[Note 9] Sulla criminalità nobiliare e popolare si veda S. CHOJNACKI, Crime, Punishment, and the Trecento Venitian State, in Violence and Civil Disorder in Italian Cities, 1200-1500, ed by L MARTINES, Berkeley 1972, pp. 184-228.

[Note 10] A loro volta gli stessi Veneziani erano presenti come forestieri nelle grandi città dell'Europa: oltre ad una significativa presenza di patrizi Veneziani studenti nelle grandi università della continente, i Veneziani avevano istituito comunità di mercanti non solo nei porti più importanti e nelle loro colonie del Mediterraneo, ma anche nell'area franco-inglese, “mentre i territori d'egemonia germanica venivano frequentati solo per motivi di transito e da saltuarie missioni diplomatiche”; S. COLLODO, La geografia politica europea nelle fonti veneziane del XIV-XV secolo, in Europa e Mediterraneo tra Medioevo e Prima Età Moderna: L'Osservatorio Italiano, a cura di S. GENSINI, pp. 61-87.

[Note 11] Per uno studio dell'organizzazione statale di Venezia in paragone con altri Stati del Medioevo, M. CARAVALE, Ordinamenti Giuridici dell'Europa Medievale, Bologna 1994.

[Note 12] Sull'argomento si veda M. CASINI, La cittadinanza originaria a Venezia tra i secoli XV e XVI. Una linea interpretativa, in Studi Veneti offerti a Gaetano Cozzi,Venezia 1992, pp. 133-150.

[Note 13] Il privilegio della cittadinanza, come vedremo più avanti, veniva concesso anche per grazia.

[Note 14] L. MOLA' - R. C. MUELLER, Essere straniero a Venezia nel tardo Medioevo: accoglienza e rifiuto nei privilegi di cittadinanza e nelle sentenze criminali, in Le migrazioni in Europa, secc. XIII-XVIII, a cura di S. CAVACIOCCHI, p. 841.

[Note 15] Ibidem.

[Note 16] G. FEDALTO, Le minoranze ..., p. 151.

[Note 17] Il provvedimento fu in vigore fino al 1403; Ibidem.

[Note 18] Una decisione del Maggior Consiglio del 1552 ordinava: “Gli illustrissimi et eccellentissimi signori provveditori di comun infrascritti, sempre attenti con il loro zelo nella maggior possibil forma a toglier gl'abusi, et a far essequir le pubbliche prescrizioni, osservato che per parte del serenissimo maggior conseglio 21 agosto 1552, et altre dell'eccellentissimo senato vengono obbligati ogni cingue anni quelli che godono della pubblica magnificenza privilegi di cittadinanza portare al magistrato di sue eccellenze fede d'essersi spaciati nelli luoghi ove negoziano per cittadini veneziani, et essendo spirato il termine de suddetti anni cinque, fanno perciò pubblicamente intendere e sapere a che si sia de privileggiati, che havessero conseguiti privileggi de intus et estra, o d'intus tantum, debbano nel termine di mese uno dal giorno sudetto presentare al magistrato li loro privilegi per esser com'è il solito catasticati, e giurar con solenne giuramento da prestarsi in mano di uno almeno di sue eccellenze di non haver ad alcuno prestato il nome, di haver osservate pontualmente le leggi, et essere per osservarle, presentando le fedi di essersi spacciati in ogni luogo per cittadini veneziani e con quell'altre formalità...; Ibidem, p. 155-156.

[Note 19] D. CALABI, Gli stranieri e la città, in Storia di Venezia dalle Origini alla caduta della Serenissima, v. V, Il Rinascimento. Società ed economia, a cura di A. TENENTI ed U. TUCCI, p. 913.

[Note 20] , L. MOLA' - R. C. MUELLER, Essere straniero ..., p. 848.

[Note 21] L. MOLA', La comunità dei Lucchesi a Venezia. Immigrazione e industria della seta nel tardo Medioevo, Venezia 1994, p. 56.

[Note 22] R. CALIMANI, Storia del Ghetto di Venezia, Milano 1985, p. 343.

[Note 23] K.-E. LUPPRIAN, Il Fondaco dei Tedeschi e la sua funzione di controllo del commercio tedesco a Venezia, Venezia 1978, p. 5.

[Note 24] B. PARADISI, Storia del Diritto Internazionale nel Medio Evo. L'età di transizione (dal sec. V al sec. IX), Napoli 1950 (ristampa), pp. 288-295.

[Note 25] Ibidem , p. 47.

[Note 26] Ibidem , p. 375.

[Note 27] Ibidem, pp. 415-423.

[Note 28] M. ASCHERI, Lo straniero: aspetti della problematica giuridica, in Dentro la città ..., p. 34.

[Note 29] Per un approfondimento sulla comunità dei Lucchesi a Venezia particolarmente utile risulta la consultazione del testo di L. MOLA', La Comunità dei Lucchesi a Venezia. Immigrazione e Industria della Seta nel Tardo Medioevo, Venezia, 1994.

[Note 30] G. FEDALTO, Le minoranze ..., p. 152.

[Note 31] D. CALABI, Gli stranieri ..., p. 915.

[Note 32] L. MOLA', L'attività artigianale e mercantile lucchese a Venezia del tardo Medioevo, in Lucca e l'Europa degli affari, secoli XV-XVII, Lucca, 1990, pp. 45-65.

[Note 33] Tosco da Lucca fu condannato dal Consiglio dei Dieci nel 1324 perché “malo modo dixit verba turpia et inhonesta in insula Rivoalti...contra honorem domini Ducis et totius terre”; MOLA', La Comunità ..., p. 31.

[Note 34] Ibidem , pp. 73-79.

[Note 35] Ibidem , pp. 79-87.

[Note 36] Il Volto Santo, il simulacro scolpito in cedro del Libano conservato nel duomo di San Martino a Lucca, aveva un'importanza primaria nella vita civile e religiosa lucchese. La sua adorazione era dovuta alla leggenda che lo voleva opera di Nicodemo, discepolo di Gesù, compiuta grazie all'intervento divino. Per i Lucchesi questa scultura rappresenta il vero volto di Cristo. In tutte le città dove emigravano essi erigevano una cappella o intitolavano una confraternita al nome del loro protettore; Ibidem, pp. 87-105.

[Note 37] Ibidem, pp. 105-107.

[Note 38] Intorno al 1580, un padre gesuita segnala al nunzio pontificio Alberto Bolognetti circa 900 residenti a Venezia, compresi “quelli del fondaco”. Dello stato et forma delle cose ecclesiastiche nel dominio dei signori Venetiani, relazione del nunzio Alberto Bolognetti pubblicata in A. STELLA, Chiesa e Stato nelle relazioni dei nunzi pontefici a Venezia. Ricerche sul giurisdizionalismo veneziano dal XVI al XVIII secolo, Città del Vaticano 1965, p. 278, cit. in D. CALABI, Gli stranieri ..., nota 32.

[Note 39] Come ci informa P. BRAUNSTEIN, i due volumi dei Privilegi che riguardano gli anni 1377-1503, consentono di stimare la consistenza numerica dei Tedeschi a Venezia: su 947 casi di naturalizzazione effettuati in quel periodo, l'82% riguarda Italiani, l'8% Slavi, il 4% Greci e il 3,5% Tedeschi; nel suo Appunti per la storia di una minoranza: la popolazione tedesca di Venezia nel Medioevo, in Strutture familiari ..., pp. 511-517.

[Note 40] Fonti per la storia di Venezia. Famiglia Zusto, a cura di L. LANFRANCHI, Venezia 1955, pp. XIX-XX, cit. in E. CONCINA, Fondaci. Architettura, arte e mercatura tra Levante, Venezia e Alemagna, Venezia, 1997, p. 125, nota 30. Dalla famiglia Zusto la Repubblica acquistò nel 1222 l'area sulla quale venne costruito il Fondaco.

[Note 41] Come modello per la costituzione del Fondaco dei Tedeschi a Venezia sembra siano stati usati i corrispondenti fondachi veneziani a Bisanzio e nei paesi islamici. Tuttavia i Veneziani in questi paesi avevano il privilegio garantito dai sovrani di disporre dei propri fondachi e di regolare l'amministrazione a seconda della loro volontà, mentre ai Tedeschi non era concesso un diritto simile a Venezia. Solo dal XVI secolo in poi fu concessa ai mercanti Tedeschi una propria limitata amministrazione interna del Fondaco; K. - E. LUPPRIAN, Il Fondaco ..., p. 4.

[Note 42] Tale sospetto la Repubblica lo aveva soprattutto negli anni in cui l'affittuario del Fondaco era un Tedesco, per esempio nel 1229; Ibidem, p. 7.

[Note 43] E. CONCINA, I fondaci del medioevo veneziano, in L'architettura gotica veneziana, Venezia, 2000, p. 132; G. FEDALTO, Le minoranze ..., p. 152-153.

[Note 44] Il commercio al di fuori del Fondaco non era concesso ai mercanti Tedeschi ed era proibito ai barcaioli che li traghettavano a Venezia portarli in un altro luogo.

[Note 45] Per interessanti dettagli sulla funzione economica del Fondaco, G. ROESCH, Il Fondaco dei Tedeschi, in Venezia e la Germania, Milano, 1986, pp. 51-72.

[Note 46] Si veda M. ZORZI, Stampatori tedeschi a Venezia, in Ibidem, pp. 115-140.

[Note 47] G. ROMANELLI, Venezia e la produzione dei cartografi tedeschi, in Ibidem, pp. 73-92.

[Note 48] BRAUNSTEIN, Appunti per la storia..., p. 516; Si veda anche il suo lavoro intitolato Venezia e la Germania nel Medioevo sui rapporti tra Venezia ed i Tedeschi nell'ambiente della politica, del commercio e dell'arte, in Venezia e la Germania ..., pp. 35-50.

[Note 49] S. BORTOLAMI, Le “nationes”universitarie medioevali di Padova: comunità forestiere o realtà sovranazionali?, in Comunità forestiere e “nationes” nell'Europa dei secoli XIII-XVI, a cura di G. PETTI BALBI, Napoli 2001, p. 46.

[Note 50] R. C. MUELLER, Stranieri e culture ..., p. 76; D. JACOBY, I Greci e altre comunità tra Venezia e Oltremare, in I Greci a Venezia, a cura di M. F. TIEPOLO, E. TONETTI, Venezia 2002, p. 70-73.

[Note 51] Si veda al proposito l'interessante introduzione di B. ARBEL nel suo Trading Nations. Jews and Venitians in the Early Modern Eastern Mediterranean , Leiden-New York-Koeln 1995, pp. 1-12.

[Note 52] D. JACOBY, Venice and the Venitian Jews in the Eastern Mediterranean, in Gli Ebrei a Venezia, secoli XVI-XVIII, a cura di G. COZZI, Milano 1987, p. 31.

[Note 53] G. COZZI, Società veneziana, società ebraica, in Ibidem, p. 336.

[Note 54] B. PULLAN, The Jews of Europe and the Inquisition of Venice 1550-1670 , Oxford 1983, p. 21.

[Note 55] B. PULLAN, Jewish Moneylending in Venice: from Private Enterprise to Public Service, in Gli Ebrei e Venezia ..., pp. 671-686.

[Note 56] R. SEGRE, Banchi ebraici e Monti di Pietà, in Ibidem, pp. 565-570.

[Note 57] B. PULLAN, Jewish Moneylending ... , p. 678.

[Note 58] La comunità ebraica di Venezia e il suo antico cimitero. Ricerca a cura di A. LUZZATO, v. I, Milano, 2000.

[Note 59] Dalle fonti riguardanti Corfu, Negroponte e Candia pare che questo requisito fosse imposto anche nelle colonie veneziane del Mediterraneo e, più tardi, nelle città della Terraferma. D. JACOBY, Venice and the Venetian ... , p. 36-37.

[Note 60] I Marrani erano Ebrei convertiti forzatamente al cristianesimo che recidivamente ed in segreto praticavano i riti giudaici nelle proprie abitazioni.

[Note 61] Nelle città della Terraferma il governo centrale della Serenissima tollerava una certa autonomia sulla politica locale. Questo è dimostrato dal fatto che ognuna di queste città stabiliva diversi termini con i quali agli Ebrei era permesso risiedere e lavorare nel proprio territorio, oltre che dal fatto che nel tardo Quattrocento l'istituzione dei Monti di Pietà e, in alcuni casi, l'espulsione degli Ebrei non erano uniformi e contemporanei in tutte le città del dominio Veneziano dove questi erano presenti; B. ARBEL, Trading Nations ..., p. 9.

[Note 62] B. RAVID The Religious, Economic and Social Background and Context of the Establishment of the Ghetti of Venice , in Gli Ebrei e Venezia ... , p. 220.

[Note 63] B. RAVID, The Religious ... , p. 217.

[Note 64] Il resto della città era meno densamente popolata: nel 1586 abitavano 351 persone per ettaro quadrato, 236 nel 1633 e 278 nel 1642. D. BELTRAMI, Storia della popolazione ..., pp. 38-43.

[Note 65] Magistratura che aveva competenza su quanto atteneva ai traffici. Istituita il 1506 per rimediare alla decadenza del commercio in conseguenza delle grandi scoperte geografiche.

[Note 66] B. PULLAN, The Jews ... , p. 147.

[Note 67] R. CALIMANI, Storia del Ghetto ..., p. 198-199.

[Note 68] Ibidem, p. 343.

[Note 69] G. RAVEGNANI, Un legame di lunga tradizione. Dalla genesi di Venezia alla nascita della Comunità, in I Greci a Venezia ..., p. 11.

[Note 70] D. JACOBY, I Greci e altre comunità ..., p. 45.

[Note 71] G. FEDALTO, Ricerche storiche ..., p. 16.

[Note 72] D. JACOBY, I Greci e altre comunità ..., p. 51-53.

[Note 73] Le discussioni presiedute dall'imperatore bizantino Giovanni VIII e il papa, oriundo di Venezia, Eugenio IV durarono due anni, mentre la sede del concilio si trasferì durante il suo svolgersi a Firenze. Il 6 luglio 1439 il decreto di unione fu sottoscritto da Greci e Latini, dopo essersi raggiunto l'accordo sui punti controversi tra i due dogma cristiani: la processione dello Spirito Santo non solo dal Padre ma anche dal Figlio (Filioque), il riconoscimento del primato papale, l'esistenza del Purgatorio, etc.

[Note 74] G. FEDALTO, Ricerche storiche ..., pp. 20-21.

[Note 75] I Veneziani presenti a Costantinopoli prima della caduta erano circa 10.000; G. FEDALTO, La Comunità greca ..., p. 85.

[Note 76] G. FEDALTO, Ricerche storiche ..., p. 29.

[Note 77] F. THIRIET, Sur les comunautés grecque et albanaise à Venise , in Venezia. Centro di mediazione ..., p. 224.

[Note 78] G. FEDALTO, Ricerche storiche ..., p. 29.

[Note 79] G. FEDALTO, Le minoranze ..., p. 148.

[Note 80] Tuttavia questa limitazione non valse per molti anni.

[Note 81] F. MAVROIDI, Aspetti della società veneziana del '500: La Confraternita di S. Nicolò dei Greci, a cura di P. PICCININI, Ravenna 1989.

[Note 82] F. THIRIET, Sur les communautés ..., p. 227.

[Note 83] Fra l'altro nel 1708 si istituisce una seconda confraternita greca, quella di San Spiridione, di confessione cattolica. N. G. MOSCHONAS, La Comunità greca di Venezia. Aspetti sociali ed economici, in I Greci a Venezia ..., p. 240, nota n. 106.

[Note 84] G. FEDALTO, La Comunità greca ..., pp. 94-97.

[Note 85] E. BIRTACHAS, Un “secondo” vescovo a Venezia: il metropolita di Filadelfia (secoli XVI-XVIII), in I Greci a Venezia ..., pp. 103-121.

[Note 86] D. JACOBY, I Greci e altre comunità ..., pp. 63-64.

[Note 87] Si veda G. PLOUMIDES, Le tipografie greche di Venezia, in I Greci a Venezia ..., pp. 365-379.

[Note 88] M. MANOUSSAKAS, Gli umanisti greci collaboratori di Aldo a Venezia (1494-1515) e l'ellenista bolognese Paolo Bombace, Bologna 1991.

[Note 89] Si veda M. CORTELAZZO, Influsso greco sull'antroponimia e la toponomastica veneziane, in I Greci a Venezia..., pp. 315-323.

[Note 90] A. DUCELLIER, L'Albanie entre Byzance e Venise, Xe-XVe siècles , London 1987, p. 406.

[Note 91] D. JACOBY, I Greci e altre comunità ..., pp. 64-67.

[Note 92] B. DOUMERC, L'immigration dalmate à Venise à la fin du Moyen-Age , in Le migrazioni in Europa ... , p. 327.

[Note 93] F. THIRIET, Sur les communautés ... , p. 221.

[Note 94] P. PRETO, Venezia e i Turchi, Firenze 1975, p. 131.

[Note 95] Ibidem, p. 127.

[Note 96] P. PARUTA, Historia della guerra di Cipro, Venetia 1615, p. 35; cit. in P. PRETO, Venezia e i Turchi ..., p. 128.

[Note 97] “S'è detto che li Turchi dimandano a questa illustrissima Signoria di haver qua dentro di Venetia per commodità delle mercantie un luogo proprio come hanno li Giudei il loro ghetto”; Nunziature di Venezia, IX, ed. A. BUFFARDI, Roma, 1972, p. 69, cit. in P. PRETO, Venezia e i Turchi ..., p. 130.

[Note 98] B. RAVID, The Religious, Economic and Social Background and Context of the Establishment of the Ghetti of Venice , in Gli Ebrei e Venezia secoli XIV-XVIII , a cura di G. COZZI, Milano, 1983, pp. 234-243.

[Note 99] P. PRETO, Venezia e i Turchi ..., p. 131.

[Note 100] In particolare il 13 aprile 1602 una scrittura anonima venne presentata al Senato che presentava tutte le argomentazioni politiche ed etniche contro la fondazione di un fondaco per i Turchi; P. PRETO, Venezia e i Turchi ..., p. 132; B. RAVID, The Religious ..., p.238.

[Note 101] P. PRETO, Venezia e i Turchi ..., p. 134.

[Note 102] Ibidem, p. 140.