Universitŕ degli Studi di Padova
Facoltŕ di Lettere e Filosofia 
Master in Studi Interculturali
a.a. 2003/2004

Tesina di approfondimento:

Il percorso evolutivo delle 'gender politics' nei paesi ex sovietici:
alle radici della migrazione femminile dall'est Europa

Giulia Cini

Relatrice: Cristina Mazzacurati


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Indice

Introduzione

I. La rivoluzione socialista e l'utopia della donna liberata

II. Madri-eroine. La “socializzazione” della riproduzione

III. Dalla famiglia patriarcale a quella comunista. Lui, lei, lo stato ovvero il terzo incomodo

IV. Transizione o trasformazione? Ascesa e caduta dell'homo sovieticus

V. Relazioni di genere e strategie migratorie. Quali connessioni si intravedono?

VI. Conclusioni

Appendice cronologica (PDF)

Bibliografia

Webgrafia


Introduzione

Perché studiare i fenomeni migratori, in particolare quelli appartenenti all'ex Urss o all'ex blocco sovietico, in un'ottica di genere? Quali prospettive può aprire uno studio su come venivano intesi in periodo sovietico i ruoli dell'uomo e della donna nella società?

Il fine di questa ricerca è di servire da punto di appoggio per l'esplorazione di una problematica ben piu' ampia, senza avanzare la pretesa di dare risposte definitive bensì nell'intento di stimolare la curiosità e il senso critico del lettore tanto verso la questione delle relazioni di genere, in Russia ma non solo, quanto verso quella dell'immigrazione al femminile, dal momento che ritengo essere entrambe molto piu' vicine al cittadino italiano medio di quanto egli stesso si renda conto.

Prima di introdurre i temi principali di questo lavoro è necessario, tuttavia, fare alcune premesse sul significato del termine gender (“genere” nell'imprecisa ma obbligata traduzione italiana) e sul perché figura così spesso fra le pagine di questo volume.

Gender è un termine anglosassone, ma è anche un concetto, come scrive Mila Busoni “La nozione di genere [...] è allo stesso tempo una categoria dell'analisi sociale e un tema di ricerca.” [1] Il termine, che le studiose di scienze sociali degli anni '70 hanno esteso poi ad altri ambiti, è preso in prestito dalle categorie della linguistica e in inglese indica una classificazione grammaticale dei nomi che li suddivide in maschili, femminili e neutri. Il significato assunto da questo vocabolo in seguito travalica tuttavia di gran lunga il discorso sul linguaggio. Negli scritti italiani (ma lo stesso problema si è presentato con le latre lingue romanze) la sua traduzione piu' frequente, “genere”, risulta approssimativa dal momento che nella lingua italiana lo stesso termine presenta almeno tre diversi aspetti semantici: il primo ha a che fare con l'ambito letterario e artistico in generale, il secondo con quello scientifico-biologico (come insieme che racchiude piu' specie) e l'ultimo è appunto quello grammaticale.

Un ulteriore aspetto è costituito dal fatto che il termine “genere” ( gender ) ha intrinsecamente contenuto ed espresso l'idea di asimmetria e di gerarchia , assumendo su di sé parte dell'elaborazione femminista precedente sui “ruoli di sesso” [...]. Il carattere arbitrario delle differenze tra sessi/generi diventa il punto di partenza per una critica all'assetto sociale degli status di donne e uomini. (Busoni, 2000, p.27)

Il concetto di gender ha avuto fortuna perché riesce a racchiudere in un'unica parola frasi appartenenti a piani diversi dell'analisi sociale, concentrando il discorso sui rapporti fra i sessi e sulla loro artificialità, sulle divisioni e le differenze che in qualsiasi epoca e in qualsiasi luogo hanno costituito l'ordine “naturale” delle cose. Questa nuova categoria di analisi ha permesso di dimostrare che non c'era niente di “naturale” nel modo in cui vengono divisi il lavoro o le responsabilità fra i due sessi, al contrario, la presunta superiorità dell'uomo ha molto piu' a che fare con la politica e con il vivere sociale che con la natura. L'importanza dell'approccio di genere sta nell'aver dato avvio ad un modo “altro” di fare critica, guardando gli stessi fenomeni da una prospettiva differente. Se inizialmente l'attenzione era rivolta alla donna e alla sua condizione, alla disparità nei diritti garantiti dalla società ai due sessi e all'origine delle travisazioni sui ruoli “naturali”, lo spettro dei gender studies (conosciuti anche come women's studies) si è in seguito arrichito dando vita ad ambiti di ricerca completamente nuovi, che si rivolgono anche a quella parte della società che non si riconosce in nessuna delle definizioni del tradizionale sistema sessuale “bipolare”. Da qui lo sviluppo dei men's studies, dei gay studies e l'evoluzioni del concetto di genere in termini come transgender e anche in questi casi gli studiosi di Stati Uniti e Gran Bretagna hanno giocato d'anticipo. E' proprio per questa caratteristiche di “alterità” e di sguardo critico “obliquo” che ho deciso di affronare la questione dei rapporti di genere in epoca sovietica combinandola con quella della migrazione dai paesi che dell'area di influenza sovietica fecero parte, per osservare gli stessi fenomeni attraverso una lente forse piu' distorta ma il piu' possibile trasparente.

L'idea per la ricerca è nata dalla constatazione che le mie osservazioni empiriche sulla realtà delle migranti ucraine, moldave, rumene e in misura forse minore russe, nella zona di Firenze e dei comuni ad essa limitrofi trovassero una corrispondenza impressionante in ciò che vedevo passeggiando per le strade di Padova e ascoltavo dalle persone che ho avuto la fortuna di conoscere durante il periodo di soggiorno coinciso con la frequentazione del Master in Studi Interculturali. Nelle nostre città vivono un numero imprecisato ma elevato di donne che per buona parte della giornata e della settimana lavorativa non “vediamo” perché vivono nelle nostre case e si occupano di faccende domestiche, di malati o di anziani che noi non abbiamo piu' tempo per curare. Queste donne hanno spesso alle spalle un passato storico comune, hanno condiviso anni di indottrinamento ideologico, di sospetto verso il prossimo, di libertà pagate a caro prezzo e poi svanite dal giorno alla notte, di disillusione e disorientamento, ma condividono anche un modo di pensare con cui spesso abbiamo difficoltà a confrontarci. E' vero che la somiglianza fisica, “esterna” con i migranti dai paesi dell'est Europa è maggiore rispetto a quelli provenienti da Asia e Africa, ma troppo spesso questa somiglianza ci trae in inganno e ci induce a pensare che anche ciò che sta “all'interno” sia simile. Siamo in molti purtroppo ad essere ancora abituati a vedere l'esperienza del periodo sovietico attraverso immagini distorte, create sia dalla propaganda mediatica dei “cattivi” (il regime comunista) che da quella dei “buoni” (l'occidente e gli Stati Uniti in particolare). Sarebbe curioso condurre un sondaggio su quali immagini rappresentino meglio l'idea che abbiamo degli ultimi venti anni di storia sovietica: l'orso Misha, mascotte delle olimpiadi di Mosca del 1980, la stella rossa a cinque punte oppure le file di fronte ai negozi vuoti di Mosca e il biondo pugile che fissa Sylvester Stallone dall'alto dei suoi centimetri minacciandolo di “spiezzarlo in due”?

La fine dell'Urss ha portato enormi cambiamenti le cui evoluzioni siamo oggi in grado di osservare ma non sempre di comprendere. Gli stessi paesi che ieri chiamavamo “comunisti” oggi li definiamo “democratici” e per la Russia vale un avvertenza suggeritami da un amico moscovita: di ciò che del comunismo è rimasto non è bene parlare (soprattutto di fronte agli statunitensi) e di ciò che ha preso il posto del comunismo è meglio tacere (soprattutto di fronte ai russi).

Volgiamo ora lo sguardo indietro e cerchiamo di rintracciare quei fili di lana colorata che, attraversando la storia di uomini e donne dall'est europeo fino al Pacifico, intersecandosi con le leggi e i codici che regolarono i rapporti di genere, portano ai giorni nostri e alla ridefinizione di quegli stessi rapporti. Osserveremo il percorso di questi gomitoli partendo da un momento storico la cui scelta non può tuttavia dirsi originale, la Rivoluzione del 1917.

I. La rivoluzione socialista e l'utopia della donna “liberata”

Uno degli aspetti piu' contraddittori e quindi interessanti della politica sovietica è senza dubbio l'attenzione rivolta alla discussione sulla donna e il suo ruolo nella futura società comunista. L'ideale diffuso dalla propaganda fin dai primi anni successivi alla rivoluzione è così apparentemente innovativo da aver costituito un elemento di grande fascino anche per donne che del sistema sovietico non facevano parte, ma si trovavano invece al di là del confine.

Alla donna sovietica veniva promessa la liberazione dai legami e dal giogo della famiglia borghese, le venivano offerti lavoro, protezione e sostegno senza dover piu' dipendere da un uomo, le veniva rivolto da colorati plakaty [2] l'appassonato invito ad uscire finalmente “fuori dalle cucine”. Non doveva neppure preoccuparsi per i propri figli o la propria vecchiaia, lo stato socialista avrebbe provveduto a tutti i suoi bisogni. Per quanto le premesse fossero luminose e le intenzioni assai nobili, non era grazie ad alcun disinteressato spirito antesignano del femminismo che le autorità postrivoluzionarie misero in atto misure, da molti definite progressiste, nell'ambito della politica di genere.

All'interno di un contesto così fortemente conservativo come la famiglia patriarcale (soprattutto quella contadina), che in Russia godeva ancora di ottima salute algli inizi del XX secolo, le donne cositituivano un elemento subordinato ma indispensabile, disprezzato e sottomesso, ma forse per questo piu' facilmente attaccabile, manovrabile e quindi pericoloso. La rivoluzione doveva scardinare tutte le istituzioni arcaiche, religiose e borghesi, instaurare un nuovo sistema, inaugurare il nuovo corso, ma per farlo aveva bisogno di sfruttare meccanismi e leve già esistenti. Una di queste leve furono le donne.

E' stato notato da numerosi ricercatori come il potere bolscevico abbia, fin dagli albori del regime, prestato molta piu' attenzione al ruolo della donna che a quello dell'uomo in quanto tale, considerando quest'ultimo attraverso una lente di volta in volta diversa e funzionale al sistema: ora come comunista, lavoratore, leader, soldato o contadino. In questo fervente interesse per la condizione e liberazione della donna si è voluto scorgere uno degli obiettivi spesso celati dietro la propaganda: sfruttare ”l'anello debole” del sistema patriarcale per disgregare le famiglie dall'interno, preparando il terreno per la costruzione della nuova società comunista. Poter controllare la popolazione femminile, facendosi carico delle sue necessità e bisogni quotidiani, “domestici”, significava avere libero accesso alla sfera privata e piu' difficilmente raggiungibile dell'individuo, che veniva in questo modo a costituire un docile e prezioso ingranaggio del nuovo sistema. Sebbene si possa dire con poca certezza che questo scopo nascosto fosse presente già nella politica di governo dei bolscevichi, che per primi sollevarono la “questione donna”, l'interferenza sempre maggiore dello stato nell'ambito privato delle persone è un dato di fatto che in seguito emergerà con un'evidenza sempre maggiore. Il fatto stesso che si riconoscesse l'esistenza di un “problema famiglia” legittimerà, infatti, in epoca staliniana misure sempre piu' invasive e repressive, giustificandone l'azione nell'interesse della collettività tutta.

Durante il pimo ventennio successivo alla rivoluzione vi furono accese discussioni sulla necessità di coinvolgere le donne nel processo di costruzione della nuova società. A questi dibattitti parteciparono anche molte esponenti dei collettivi e portavoci del movimento, presente a quel tempo in Russia come anche in altri paesi occidentali e negli Stati Uniti [3] , per i diritti della donna. Il generale fermento politico e legislativo del periodo fra il 1918 e la fine degli anni '20 permise l'introduzione di norme per l'epoca estremamente avanzate, che diedero la possibilità alla popolazione femminile di partecipare attivamente all'opera di divulgazione, organizzazione e messa in atto del programma di Partito. In ciò i rivoluzionari vennero notevolmente aiutati dalla percezione che un qualsiasi osservatore poteva avere delle reali condizioni di oppressione e arretratezza in cui viveva la maggior parte delle donne, specialmente nelle campagne.

Il primo significativo passo verso l'agognata emancipazione avvenne nel 1918 con la promulgazione del codice di leggi riguardanti la registrazione dello stato civile e la famiglia [4] , la legislazione in materia di matrimoni, nascite, decessi, tutto ciò che riguardava da vicino la sfera privata della vita di ogni individuo. Venivano ritenuti legali solo i matrimoni civili, la posizione della donna nei confronti della legge diveniva pari a quella dell'uomo, le donne acquisivano il pieno controllo dei propri beni e guadagni successivi al matrimonio, il divorzio era legale e sebbene necessitasse il consenso di entrambi i coniugi, le pratiche per ottenerlo non presentavano grandi ostacoli e i figli nati al di fuori del matrimonio, prima considerati illegittimi, venivano adesso riconosciuti dalla legge. Inoltre, attraverso la creazione di uffici speciali [5] per la registrazione delle nascite, dei decessi, dei matrimoni, ma anche dei divorzi, lo stato si assicurava una prima importante vittoria contro il precedente monopolio della chiesa nella gestione degli affari civili; ancora una volta furono le campagne ad essere maggiormente coinvolte e sconvolte nelle loro pratiche secolari. Non dobbiamo dimenticare, infatti, che uno dei bersagli cui miravano le autorità erano due istituzioni fra le piu' rappresentative del vecchio regime zarista: la famiglia contadina conservatrice, dove da secoli regnava un'organizzazione sociale tipicamente patriarcale, ma ancor piu' la Chiesa, che proprio attraverso la celebrazione dei vari uffici ( dal battesimo, al matrimonio al funerale ) si garantiva un importante mezzo grazie al quale poteva esercitare la propria autorità sulle comunità di fedeli. Adesso tutte queste funzioni venivano assunte dallo stato, l'unica autorità riconosciuta.

Ciò che non traspariva dal codice, tuttavia, era il fatto che il potere bolscevico si trovava ora (consapevolmente o meno) in possesso di strumenti che in seguito avrebbero garantito al futuro regime totalitario di entrare nelle case delle persone dalla porta principale, regolamentando e assumendo il controllo di ogni aspetto del privato. Per i decenni che seguirono l'ascesa al potere di Stalin, a sentire molti ex cittadini sovietici, lo stesso termine “privato” di fatto perse ogni significato poiché l'intrusione dello stato arrivava ben oltre la soglia persino della camera da letto.

Le donne vennero quindi liberate, per loro nel 1919 venne appositamente creato un dipartimento, lo Ženotdel [6] , che si sarebbe velocemente e capillarmente ramificato in numerose sedi locali con il compito fondamentale di diffondere il messaggio del Partito alle donne. Il ruolo di questo dipartimento e dei suoi uffici locali era esplicitamente studiato per coinvolgere attivamente le donne attraverso incontri, pubblicazioni, programmi di alfabetizzazione, indottrinamento sulle basilari norme sanitarie e organizzazione della propaganda. Nelle menti dei rivoluzionari e delle rivoluzionarie le sedi dello Ženotdel si sarebbero anche incaricate di creare speciali centri di gestione “collettiva” delle faccende domestiche (argomento che approfondiremo nel prossimo capitolo), sollevando le donne dai pesanti oneri della casalinga [7] . Queste nuove donne autonome, consapevoli e liberate avrebbero sostenuto e tramandato i nuovi valori socialisti ai propri figli e sarebbero state il collante ideale della nuova famiglia sovietica. Lo Ženotdel, tuttavia, non operava ispirato da filantropia, ma secondo le rigide direttive del Partito, sotto lo stretto controllo del quale si trovava. Per quanto fosse senza dubbio presente una reale volontà di autoemancipazione da parte delle attiviste del dipartimento, quindi, risulta comunque evidente che la creazione e l'operato degli ženotdely si rivelarono per lo stato un pratico espediente in grado di scardinare efficacemente l'assetto familiare tradizionale, erodere lo spazio lasciato alla sfera privata dell'individuo, e inserirsi ulteriormente nella sua vita domestica. D'altra parte sembra che lo stesso Lenin abbia affermato fra gli scopi principali dello Ženotdel vi era quello di "agitare le enormi masse di donne, mettendole in contatto col Partito e mantenendole sotto la sua influenza" (Lenin, cit. in Stites, 1978) [8] Tutto dunque doveva covergere nell'instaurazione di un novyj byt [9] , uno stile di vita quotidiano radicalmente nuovo, dove assumeva maggiore importanza la relazione di ogni singolo uomo e ogni singola donna con lo stato piuttosto che con l'altro. La politica sociale bolscevica degli anni '20 riguardante la famiglia può a prima vista apparire in contrasto con quella adottata successivamente da Stalin e dai suoi successori. In effetti molti studiosi (come ad esempio Robert Thurston) hanno creduto di vedere nella rivalutazione dell'istituzione familiare e del ruolo dei genitori iniziata dalla seconda metà degli anni '30, con misure di restrizione sul divorzio e l'aborto, come un passo indietro rispetto alle posizioni postrivoluzionarie, un ritorno a valori tradizionali e conservatori in contrasto con l'ambizione bolscevica di creare i presupposti per una società dove uomini e donne avessero pari libertà e diritti sia dentro che fuori della famiglia.

Pur non esistendo certezze sulle reali intenzioni del governo bolscevico degli anni '20, soprattutto per quanto riguarda la politica di genere, in un'ottica complessiva, tuttavia, nell'ottica a lungo termine della “costruzione socialista”, questi differenti atteggiamenti verso la famiglia e la donna sembrano quasi derivare spontaneamente l'uno dall'altro, due fasi concatenate di cui solamente la seconda ha avuto un esito palese nel disegno totalitario di Stalin. Nel periodo postrivoluzionario non si delineò una precisa politica riguardo la famiglia poiché era convinzione diffusa che una volta superata la fase di passaggio verso il comunismo, i tradizionali legami familiari, così come erano all'inizio del XX secolo, non avrebbero piu' avuto senso e gli individui sarebbero stati finalmente liberi. Le misure necessarie per attuare l'emancipazione dell'uomo e della donna furono prese “strada facendo” mentre i dibattitti avevano ancora luogo ed esistevano visioni spesso contrapposte anche in seno al partito.

In seguito si resero necessari aggiustamenti e digressioni temporanee da questo programma, dettate in parte dalle contingenze storiche, finchè la dottrina stalinista impose dagli anni '30 un ritmo diverso alla trasformazione sociale. I legami tradizionali erano già stati minati alla base, ma era necessario completare l'opera se lo scopo finale, come dimostrato dalla politica di Stalin, era la sottomissione allo stato di ogni singolo individuo. L'uomo e la donna dovevano essere scissi l'uno dall'altra, avere una relazione diretta con lo stato e divenire “atomi” autosufficienti e ordinati. Ricombinando gli atomi a suo piacimento, Stalin avrebbe così ottenuto un nuovo tipo di famiglia e una cellula primaria del nuovo sistema che, mantenendo da un lato alcune caratteristiche della precedente visione patriarcale, avrebbe infine assunto una struttura assai permeabile all'intervento del sempre piu' invadente Partito e in particolare del suo leader . All'interno di questo progetto la donna, nel suo ruolo di madre, si rivelava uno strumento essenziale di azione e controllo in grado di sostenere la parte piu' gravosa del processo di trasformazione.

Se da un lato, infatti, si tentava ancora di presentare i pericoli dell'influenza materna (come di quella paterna), quando non conforme ai precetti del bolscevismo, sulle giovani menti dei figli, dall'altro si esaltava con tutti i mezzi e le lodi il ruolo di madre, l'eroina per eccellenza in quanto “produttrice” di futuri comunisti, un ruolo che assunse connotati simbolici di grande impatto con la successiva instaurazione e rafforzamento del regime.

Come hanno efficacemente evidenziato Floya Anthias e Nira Yuval-Davis nella loro analisi del rapporto fra donna, etnicità e nazionalismo, uno stato è solito porre particolare attenzione verso le questioni che riguardano la donna come categoria sociale, principalmente perché si ritiene che abbia un ruolo specifico e fondamentale all'interno di qualsiasi società. Le donne risultano quindi oggetto e al tempo stesso agente intermediario nella realizzazione delle politiche statali, in particolare sotto alcuni aspetti in quanto riproduttori biologici di membri della collettività etnica; in quanto riproduttori dei confini fra gruppi etnici/nazionali; in quanto partecipanti con un ruolo centrale nella riproduzione ideologica della collettività e in quanto trasmettitori della sua cultura; in quanto rappresentanti delle differenze etniche/nazionali; in quanto partecipanti agli sforzi nazionali, economici, politici e bellici. (Anthias e Yuval-Davis, 1989 cit. in Ashwin, 2000, p.3) Il tentativo di creare un tipo di famiglia specificamente sovietica, tuttavia, non ebbe che un successo parziale. Sebbene la donna avesse assunto un nuovo importante ruolo e nuove responsabilità, l'assetto originale delle relazioni di genere non venne praticamente intaccato e l'antica immagine della famiglia con a capo l'uomo che provvede a moglie e figli, così come la visione tradizionale dei rapporti fra i coniugi, continuò ad influenzare generazioni di individui.

Una delle principali cause di questo graduale scollamento fra immagine ideale e reali aspettative fu l'atteggiamento ufficiale delle autorità sovietiche verso le problematiche di genere, che era e restava estremamente contraddittorio. La tanto declamata “rivoluzione culturale” fu attuata, dunque, mettendo in campo e strumentalizzando le categorie di genere, operando scelte che condizionarono pesantemente le future evoluzioni nel rapporto fra i due sessi all'interno della famiglia soprattutto, ma non solamente. Indipendentemente dal fatto che il fine ultimo di queste trasformazioni possa dirsi piu' strumentale verso le politiche di controllo sociale che realmente “emancipatorio” della condizione femminile, ciò che è interessante notare è come la prospettiva degli studi di genere sia effettivamente illuminante in questo contesto. Commentando le intuizioni di Elizabeth Wood, Sarah Ashwin scrive "Una volta osservato da questo punto di vista [quello delle categorie di genere], diviene chiaro che la politica dello stato bolscevico non fu mai diretta alla liberazione delle donne dagli uomini, fu diretta a scardinare la subordinazione delle donne nei confronti della famiglia patriarcale al fine di “rendere liberi” sia uomini che donne di servire la causa comunista. Naturalmente, poi può darsi che molti comunisti credessero che alla fine tutto ciò sarebbe risultato nella liberazione dell'intero proletariato (inclusi probabilmente i contadini piu' poveri), ma nel frattempo la parola d'ordine della nuova società non era liberazione, ma disciplina. (Ashwin, 2000, p. 5) Per dare inizio alla costruzione del socialismo era necessario rimboccarsi le maniche e recuperare lo scarto nei confronti dell'occidente, l'avvio del processo accelerato di industrializzazione avrebbe richiesto uno sforzo immane da parte di tutti, ma lo stato scelse di stipulare un'alleanza speciale con le donne.

 

II. Madri-eroine. La “socializzazione” della riproduzione

Una volta liberate dal dominio della famiglia patriarcale, quale nuovo ruolo e quali prospettive di integrazione nella società potevano aprirsi per le donne? Il progetto bolscevico conteneva già in sé, nell'adesione alla dottrina marxista, la risposta: le donne avrebbero fatto ingresso nel mercato del lavoro, la loro integrazione sarebbe avenuta grazie all'inserimento in un rapporto di lavoro salariato con lo stato. In tal modo venivano assicurati alla donna efficaci mezzi per il proprio sostentamento, che non la obbligavano piu' a dipendere dallo stipendio del padre o del marito; mezzi ora trasferiti dalla sfera privata a quella pubblica, sottilineando con particolare enfasi il passaggio dalla precedente “oppressione” all'attuale “protezione” che lo stato offriva a tutte le donne.

Ancora una volta non si trattava di una decisione volta ad emancipare completamente le donne, quanto piuttosto di un efficacissima strategia politica che assolveva contemporaneamente piu' di uno scopo. Il lavoro stipendiato dave alle donne sovietiche la possibilità di sentirsi indipendenti e realizzate, ma le rendeva anche facilmente controllabili dallo stato, specialmente se avevano già dei figli a cui provvedere. Un secondo fine, tutt'altro che trascurabile, era invece lo sfruttamento di un'enorme potenziale di forza lavoro in un momento storico in cui lo sforzo richiesto dai piani di produzione industriale era indubbiamente superiore alle risorse esistenti. Si può a mio avviso affermare che attuare l'impegno di sviluppo industriale e sociale preso dalle autorità sovietiche prima con il varo della Nep [10] e successivamente, dal 1929 in poi, con i piani quinquennali non sarebbe stato in alcun modo possibile senza l'apporto determinante della popolazione lavoratrice femminile.

Il progetto socialista prevedeva che lo stato si facesse concretamente carico della gestione non solo delle faccende domestiche, che le donne non avrebbero piu' avuto tempo né bisogno di fare, ma anche della cura dei piccoli comunisti, dalla prima infanzia alla formazione scolastica. Nella futura società sovietica sarebbero esistiti veri e propri centri collettivi per lo svolgimento di mansioni tipicamente casalinghe: i piani prevedevano la creazione di mense pubbliche per la distribuzione del cibo, lavanderie pubbliche, centri speciali di rammendo degli abiti, accanto naturalmente a nurseries con personale specializzato nella cura dei neonati, colonie dove i bambini sarebbero cresciuti sotto lo sguardo vigile degli educatori e dove le madri avrebbero potuto visitarli in ogni momento, si arrivò persino a progettare speciali stanze adibite all'allattamento o alla raccolta del latte materno all'interno delle fabbriche.

Questi progetti, tuttavia, restarono quasi sempre al livello embrionale e la maggior parte dei tentativi di socializzare completamente la sfera domestica fallirono in breve tempo. I problemi si presentarono soprattutto a livello pragmatico, dove fu immediatamente evidente che i costi, sia economici che sociali, superavano i benefici, soprattutto per ciò che riguardava la cura dell'infanzia: la mortalità dei bambini nelle nurseries statali risultava altissima, le balie da latte non erano mai sufficienti, si osservavano sempre piu' frequentemente i danni che la mancanza della vicinanza e dell'affetto materno provocava nei bimbi, ed infine il costo che lo stato sosteneva in termini strettamente economici era maggiore rispetto alla molto piu' economica cura familiare. Lo stato si trovò quindi a dover formulare un compromesso: accettare che il compito di allevare i figli restasse nell'ambito privato della famiglia, ma continuare ad esercitare il proprio controllo attraverso l'influenza sulle madri e il parziale sostegno delle nurseries pubbliche.

Per ragioni puramente pratiche, quindi, le voci del Partito iniziarono a promuovere il ruolo centrale della madre nell'educazione dei figli. Lentamente ma gradualmente emersero alcune delle numerose tensioni irrisolte che la politica ufficiale aveva creato, coniugando ancora una volta tradizione e rivoluzione.

L'iniziale idea di trasferire le funzioni domestiche dall'ambito privato a quello pubblico non intaccava, infatti, l'opinione comune e diffusa che tali funzioni fossero comunque una prerogativa esculsivamente femminile e una responsabilità “naturale” della donna, confermando ancora una volta quanto contraddittorio fosse il messaggio dell'autorità sovietica:

[...] sebbene si presentasse come una politica di trasformazione sociale, poggiava su una visione interamente tradizionale della differenza sessuale “naturale”.

(Ashwin, 2000, p.11)

Se da un lato si incitavano le donne ad “uscire dalle cucine” , ad utilizzare il loro tempo per istruirsi, per lavorare, per acquisire una coscienza politica e per realizzarsi nella collettività, dall'altro si chiedeva loro di continuare ad occuparsi del focolare domestico e dei figli mantenendo gli stessi orari lavorativi e le stesse responsabilità.

L'inserimento nel mondo del lavoro, tuttavia, non fu l'unico strumento grazie al quale le autorità operarono importanti trasformazioni al ruolo della donna. A partire dagli anni '30 si dette il via ad una ridefinizione, rivalutazione e mitizzazione simbolica del ruolo di madre, con implicazioni che investiranno la percezione della donna e delle categorie di genere nella società a tutti i livelli.

Non credo sia affatto un caso se fu proprio in Russia che questa particolare elaborazione semantica ebbe luogo. Anche i piu' digiuni di cultura russa avranno almeno una volta sentito l'espressione “(Santa) Madre Russia”, non necessariamente in riferimento al periodo sovietico. Risalire alle origine di questa immagine costituirebbe una digressione, per quanto interessante, troppo lunga per poterla affrontare in questa sede, ma mi preme tuttavia fornire un breve accenno in modo da illuminare quanto meno le argomentazioni successive.

E' indubbio che fin dalla seconda metà del XIX secolo l'associazione fra il neonato concetto di nazione come terra d'origine sia stato connesso strettamente con quello di donna nel duplice aspetto di madre ma anche di amante (entrambe riassumibili se pensate come “donna amata”). Lungi dal voler forzatamente vedere nella visione dei romantici e dei nazionalisti il riflesso di una ipotetica relazione edipica, resta il fatto che questa immagine ha evidentemente attecchito in profondità, aiutata, nel caso della Russia, da presupposti culturali precedenti. Le ipotesi che potrebbero giustificare la nascita dell'immagine della “Madre Russia” sono numerose: dalla semplice ed universale constatazione dell'importanza biologica del dare la vita, all'immagine materna della terra legata all'agricoltura e al mondo contadino, così importanti in Russia fino al XX secolo, oppure addirittura all'eredità di un presunto periodo matriarcale slavo precristiano [11] Senza pretendere di dare in questa sede una risposta esauriente su quale di queste ipotesi (se fu una sola) abbia infine prevalso, basti ricordare come infine si è potuti giungere alla definizione, in periodo illuminista, della “natura” della donna e al suo essere quindi vincolata biologicamente al ruolo di madre (Busoni, 2000, p.32), assunto sul quale si è concentrata la critica femminista prima e molti dei lavori di women's studies successivamente. Dallo stesso assunto, che l'essere madre fosse una prerogativa “naturale”, che quindi rientrava nell'ordine immutabile delle cose, partirono anche gli ideologi sovietici quando costruirono, attraverso il messaggio del partito e alla propaganda, l'immagine politicizzata della madre-eroina, successivamente perfezionata e adeguata di volta in volta al differente momento storico.

La madre degli anni '20 era essenzialmente un congegno miracoloso, una “macchina vivente” per la produzione di comunisti in miniatura, che lo stato avrebbe poi allevato a sua immagine e somiglianza. Ci si aspettava che le donne mettessero al mondo non i propri figli, ma i figli dello stato, che non li considerassero qualcosa di loro proprietà, ma un bene comune, che considerassero di conseguenza il loro essere madri non come un'esperienza privata ma piuttosto come una funzione statale.

Olga Issupova ha identificato, nella politica del nascente stato sovietico riguardo la maternità e l'infanzia, alcune priorità

Primo, la riproduzione era vista come una funzione di stato, per la quale le donne dovrebbero essere ricompensate.
Secondo, in linea con questo, lo stato era interessato alla qualità delle future generazioni. Terzo, i bambini, una volta prodotti, dovevano essere allevati come comunisti. (Issupova in Ashwin, 2000, p. 31)

Poiché il corpo della donna rappresentava un veicolo il cui valore andava preservato nell'interesse dello stato, in quest'ottica si inserirono i numerosi provvedimenti di istruzione sanitaria per le donne (compito assunto spesso dal Ženotdel) e promozione del benessere fisico delle madri, soprattutto durante la gravidanza e il parto. Dal momento che era in gioco l'interesse dello stato, era naturale che fosse quest'ultimo non solo a “proteggere le future madri”, ma a regolamentare ogni aspetto riguardante la maternità, fornendo alle gestanti direttive precise sul “giusto” modo di mangiare, fare o meno esercizio, persino di partorire.

Se la maternità era una funzione sociale, il piu alto servizio reso al proprio popolo e allo stato, oltre che il naturale destino di una donna, una madre che assolvesse a questo servizio dando alla luce quanti piu' figli possibile si meritava senza dubbio di essere portata come esempio e di venir insignita del titolo di madre-eroina, titolo che non ebbe mai un corrispettivo maschile.

Il suo eroismo emergeva quindi propriamente dall'essere madre, oltre che lavoratrice, dal mettere il proprio grembo al servizio della causa comunista, dal partorire figli che sarebbero divenuti potenziali leaders, eroi e soldati. Venivano esaltati e premiati lo spirito di abnegazione e di sopportazione nell'affrontare i dolori piu' penosi: mettere al mondo un figlio e perderlo.

Sebbene non venne esplicitamente annunciata alcuna politica di incremento delle nascite, era abbastanza evidente dalla propaganda di partito quanto lo stato insistesse sulla necessità di aumentare le file della causa comunista, in particolare dopo che la seconda guerra mondiale aveva privato il paese di una cospicua parte della sua popolazione. La dimostrazione di un'attenzione particolare verso la necessità di un massiccio ripopolamento nell'era staliniana si evince da decisioni come quella di introdurre il bando sull'aborto già nel 1936 (verrà nuovamente sollevato solo nel 1955). Lo stato scelse di “allearsi” con le madri, facendo leva sul rapporto privilegiato che il loro status di “macchine viventi” garantiva, per combattere alcuni dei mali piu' perniciosi per la collettività sovietica: l'isolamento dell'individuo e l'alcolismo. Il primo si poteva sconfiggere con la rivalutazione della famiglia in chiave comunista, il secondo facendo delle donne (soprattutto delle madri) un efficace strumento di pressione ideologica sui mariti quando questi si fossero sottratti ai loro doveri verso la società per abbracciare la bottiglia.

Anche dopo l'era Stalin si continuò a dare grande importanza al lavoro delle donne e a glorificare la maternità, legittimando quell'autonomia e quel potere che le donne avevano ormai assunto all'interno della famiglia, a scapito dei loro mariti. Questa alleanza con le madri, come del resto tutta la politica sovietica nelle relazioni di genere, ebbe infatti una conseguenza forse inizialmente sottovalutata: la completa marginalizzazione dell'uomo nel suo ruolo non solo di capofamiglia, ma anche e soprattutto di padre. Per quanto questo potesse rientrare nel progetto delle autorità sovietiche, sempre ansiose di tenere sotto controllo ogni aspetto della vita delle proprie “cellule”, ciò che nessuno poteva prevedere era l'effetto che questo isolamento avrebbe avuto sulla popolazione maschile quando la situazione nel paese, in particolare quella economica, iniziò gradualmente a peggiorare.

III. Dalla famiglia patriarcale a quella comunista. Lui, lei, lo stato ovvero: il terzo incomodo

All'interno dell'istituzione della famiglia e grazie alla ridefinizione del ruolo della donna, lo stato si inserì gradualmente come un cuneo fra la figura della moglie-madre e quellla del marito-padre, isolando e marginalizzando l'uomo nel tentativo di controllare entrambi. Prioritario era non solo inserirsi nel nucleo piu' intimo della sfera privata, ma far sì che fosse chiaro nella mente dell'indiviuo che al primo posto doveva venire non la relazione uomo-donna, includendo in questa l'atto sessuale, ma quella uomo-stato e donna-stato, creando così uno scomodo triangolo in cui fosse palese per tutti chi occupava il vertice.

Con lo stato (e poi la figura di Stalin) come padre, profeta e protettore, uomo e donna potevano al massimo vedere la loro relazione come quella tra fratello e sorella, tra “compagni”. In questo strano ménage-a-trois, tuttavia, il terzo incomodo sembrava essere non l'ultimo arrivato, che pure aveva sovvertito con prepotenza l'equilibrio iniziale della coppia, ma l'uomo, che si trovava ad osservare impotente la distruzione della propria autorità patriarcale mentre la donna celebrava il nuovo legame, sancito dalla priorità del lavoro sulla vita personale, con l'onnipresente stato .

Quando, dopo la seconda guerra mondiale, l'ideologia perse molto del suo potere coercitivo e la politica del terrore venne abbandonata, il senso di responsabilità che in precedenza aveva spinto le donne a lavorare per lo stato venne catalizzato e riversato dalle autorità sui bisogni della famiglia. Il senso del dovere ormai radicato nelle menti, piu' a fondo in quelle delle madri-eroine, continuava a giustificare i sacrifici, ma con la graduale ritirata dello stato dal privato e dal ruolo di protettore si creò un vuoto sociale che produsse conflitti e attriti principalmente sul piano delle relazioni di genere.

Abbiamo avuto modo di osservare come lo stato avesse puntato da subito a indebolire la figura del patriarca, l'unico vero ostacolo alla penetrazione nella sfera privata e all'estensione dell'influenza delle autorità sovietiche su tutti i membri della famiglia, ma come avvenne questa “rimozione dei patriarchi”?

Attraverso il sistema legislativo (con i codici di leggi del 1918 e 1926): il divorzio era legale, estremamente facile da ottenere e i diritti dei figli nati al di fuori del matrimonio erano comunque riconosciuti, quindi la donna poteva decidere di lasciare in qualsiasi momento il marito senza correre il rischio che i figli fossero considerati illegittimi.

Attraverso l'uso strumentale della violenza di stato: il terrore e la repressione erano nella maggior parte dei casi rivolti verso gli uomini ed erano loro a subire direttamente interrogatori, prigionia e deportazione.

Attraverso l'alleanza con le madri: la presenza dello stato accanto alle madri rendeva ridondante quella dei padri individuali, che iniziarono a sentirsi sempre piu' indifferenti verso le vicende domestiche e familiari.

Tutto procedeva in una direzione ben precisa, quella della delegittimazione e repressione dell'uomo come “individuo” (in opposizione all'uomo come parte della collettività) e della trasformazione dello stato nel padre-patriarca universale: in tal modo quest'ultimo si appropriava, portandoli sotto la propria influenza, insieme delle famiglie e dei patriarchi “spodestati”.

Si rende tuttavia necessaria una precisazione. Ciò che tramite queste misure veniva messo in questione non era la tradizionale posizione di dominio dell'uomo nella società, ma solamente quella all'interno della sfera privata, dove il posto del patriarca era occupato dallo stato. Il dominio maschile durante tutto il periodo sovietico era e restò la norma condivisa, il suo ambito e la sue legittimazione vennero semplicemente relegati nella sfera pubblica. E' precisamente qui infatti che il “maschio sovietico” aveva la possibilità di mettere in campo le proprie risorse e guadagnarsi il diritto ad essere considerato, rispettato e ricompensato. Se nella vita personale la sua autorità di marito e padre era minata nelle sue basi legislative ed economiche (dal momento che non era piu' l'unico a guadagnare), nella vita pubblica e soprattutto lavorativa, quella che lo stato incitava a privilegiare, l'uomo aveva enormi chances per la realizzazione di sé e del proprio ego. Per quanto, infatti, i privilegi dell'uomo fossero stati legalmente abbattuti, l'ideologia patriarcale tradizionale si rivelò estremamente tenace e riuscì a sopravvivere, grazie anche all'insospettabile apporto delle stesse donne

Nonostante la tanto pubblicizzata liberazione della donna con il suo conseguente ingresso nel mondo del lavoro, la bilancia del potere continuava visibilmente ad abbassarsi dal lato maschile. Gli stipendi di uomini e donne, anche quando queste ultime riuscivano ad occupare posti di rilievo pari a quelli dei colleghi maschi, non vennero mai equiparati, lasciando così che venisse perpetrata l'idea della “naturalità” nel fatto che fosse l'uomo a guadagnare di piu' e ad avere quindi maggior peso decisionale in famiglia. Il termine kormilec, colui che “nutre” la famiglia [12] , era ancora appannaggio del marito e il perpetrarsi di questa situazione costituiva un importante fonte di rassicurazione per l'uomo riguardo la propria identità e la nozione della propria mascolinità.

A questo punto mi permetto di anticipare gli avvenimenti storici con una domanda: cosa accadrebbe se tutto ciò su cui gli uomini, e come vedremo anche le donne, hanno finora costruito le proprie certezze, se il sistema che aveva sostenuto e garantito per decenni uno status quo che, per quanto fragile e contraddittorio, era pur sempre reale, iniziasse a sgretolarsi? La risposta è oggi davanti ai nostri occhi. Il vuoto lasciato dall'ideologia non è stato riempito, il posto prima occupato dallo stato nelle famiglie è tuttora vacante, sia uomini che donne in modo diverso sembrano essere disorientati dall'incertezza non solo riguardo alla loro vita pubblica, ma in particolar modo a quella privata, dal caos generalizzato che si è creato nelle categorie di genere e nei ruoli sociali.

Dopo la fine della seconda guerra mondiale e ancor maggiormente in seguito, i settori dell'industria pesante che erano stati la gloria dell'impero sovietico (estrazione mineraria, lavorazione primaria dei metalli, forniture per l'apparato bellico etc) iniziarono ad essere considerati obsoleti, mestieri che un tempo avevano costituito motivo di orgoglio e vanto per l'uomo russo (il “vero uomo” nell'iconografia sovietica era soprattutto il lavoratore di fabbrica, il minatore, il soldato) venivano messi da parte in favore di tecnici, ingegneri, accademici, che niente avevano a che vedere con la forza fisica o il “machismo”. Lentamente l'uomo vide svanire intorno a sé le condizioni che gli garantivano sicurezza di sé e dominio.

Non tutto era però necessariamente perduto: se possedeva un carattere intraprendente, l'uomo poteva sperare di fare affari nel settore che molti studiosi ritengono fosse il piu' sviluppato e che è giustamente stato definito “seconda economia”, vivere quindi dei proventi del mercato nero e del commercio dei prodotti sottobanco, pagare tangenti a ufficiali e funzionari di stato per ottenere occasionali “favori”, oppure rivolgersi alla sempre funzionale rete di relazioni informali, fenomeno comunemente chiamato blat [13] , per accedere a servizi, assistenza sanitaria, merci pregiate, o posti di lavoro. Un cittadino con uno stipendio qualunque non avrebbe mai potuto permettersi di raggiungere gli standard di material comfort che l'uomo sovietico, già ampiamente influenzato dai contatti con l'opulento occidente, desiderava e invidiava e che erano invece accessibili per il collega piu' “furbo” o che possedeva le giuste conoscenze (Šlapentoh, 1989, p.70). Quando nessuna di queste strade, tuttavia, si rivelava praticabile, l'unica prospettiva e l'unico conforto finiva nuovamente con l'essere l'alcol. Se osservati come all'interno di uno schema a piramide, il grado di coinvolgimento e senso di responsabilità dell'uomo all'interno della famiglia e della società risultano nel caso dell'uomo sovietico inversamente proporzionali all'insorgere di problemi legati all'alcolismo. Piu' in generale purtroppo, si può osservare come ovunque si crei un qualunque genere di vuoto, materiale o morale, la vokda tenda a scorrere copiosa fino a riempirlo.

Nel caso in cui non riuscisse ad affermarsi sul lavoro o nella vita pubblica, cosa peraltro affatto facile considerata la rigida struttura gerarchica dello stato e dei suoi apparati, l'uomo aveva ben poche alternative di sopravvivenza materiale e psicologica. Nell'era sovietica lo stato legittimava tacitamente il dominio dell'uomo nella sfera pubblica, ma non in quella privata, dove il suo status e la sua autorità finivano col dipendere dal grado di successo ottenuto nella prima. La realizzazione sul lavoro, dunque, era divenuta la chiave

per il dominio, la sicurezza e l'indipendenza anche a casa. A differenza della donna, il cui status è “naturalmente” dato, l'uomo poteva contare solo su di un ruolo socialmente costruito (quello di kormilec), una volta che questo fosse venuto meno avrebbe messo in crisi non solo la propria identità di uomo, ma anche il concetto di sé e della propria mascolinità di fronte ai suoi simili. Per un uomo sovietico non poteva esistere vergogna maggiore (peggiore ancora dell'essere chiamato “femminuccia”) che mostrare ai suoi compagni o colleghi di essere tanto poco “uomo” da farsi mettere i piedi in testa dalla moglie. Non tutti però sembravano in grado di cavarsela facimente.

Per poter dimostrare ai compagni del collettivo di non dare troppa importanza alle opinioni della moglie, era vitale che egli avesse sempre a disposizione per sé una piccola somma di denaro (di solito variabile fra il 10 e il 20 per cento della propria paga) da spendere di solito nel bere, nell'acquisto di regali o altri oggetti superflui. Il fatto di avere dei soldi propri in tasca, trattenuti in quanto diritto di colui che “portava a casa lo stipendio”, costituiva una fonte di sicurezza psicologica e la garanzia del fatto che possedeva ancora il controllo dell'andamento economico familiare. In Russia esiste da tempo immemore una vera e propria cultura del bere alcolico, che si esprime attraverso rituali sociali estremamente importanti, soprattutto per la popolazione maschile. Offrire da bere e bere insieme ai compagni uomini rinsaldava i legami di amicizia e fiducia reciproci, costituendo allo stesso tempo una sorta di cerimonia di riaffermazione dell'identità maschile. I limiti accettabili dell'idea di “mascolinità” venivano definiti e sanciti nella sfera pubblica, stava poi al singolo uomo fare in modo che venissero mantenuti e rispettati anche in quella privata; solo così egli poteva essere sicuro che nessuno avrebbe messo in questione il suo essere un “vero uomo”. Una sorta di dramma invisibile si consumava sul piano delle relazioni di genere, all'esterno e in particolare all'interno delle famiglie: appariva ormai evidente che il significato di “vero uomo” assumeva per la moglie un significato ben diverso da quello che avevano in mente il marito e i compagni di bevuta. Nonostante il fatto che lavorassero anch'esse, l'idea che dovesse essere l'uomo a sostenere il ruolo di kormilec in famiglia era condivisa dalle donne, che tuttavia si aspettavano dal marito un atteggiamento responsabile e una coscienza sviluppata riguardo ai propri doveri di capofamiglia e ciò non prevedeva, ad esempio, che egli si bevesse con gli amici tutto lo stipendio appena ricevuto. Indipendentemente dalla cifra guadagnata, se la paga se ne andava in vodka l'uomo non era ritenuto degno dello status di kormilec. I mariti, al contrario, pur essendo consapevoli di dover essere loro a portare a casa i soldi necessari per provedere alla famiglia, erano al tempo stesso convinti che fosse giusto (nonché loro sacrosanto diritto) trattenere per sé una parte del denaro che avevano guadagnato.

Il tradizionalismo ancora saldamente radicato nella mente delle donne sovietiche le portava a desiderare un genere di uomo che lo stato aveva accuratamente “eliminato dalla piazza” e si ritrovavano quindi con mariti che deludevano costantemente le loro aspettative. Così, mentre gli uomini erano impegnati a conciliare il proprio ruolo pubblico con quello privato, le donne si trovavano adesso a dover lavorare almeno otto ore al giorno (per far fronte alle spese che la vodka non pagava), sbrigare le faccende domestiche e preparare i pasti per la famiglia come sempre, accudire i propri figli e in piu', dicevano le autorità, sostenere e rassicurare i propri mariti sul fatto che fossero ancora loro a “portare i pantaloni”, a costo di qualche piccola bugia bianca, come nascondere il denaro se guadagnavano piu' del proprio compagno. A volte capitava, tuttavia, che le rassicurazioni non fossero sufficienti, che non riuscendo piu' ad affermare il proprio potere neanche nella sfera pubblica, la rabbia del “vero uomo” per la perdita della propria dignità si riversasse spesso, aiutata dalla vodka, in quella privata e che la violenza sui familiari (le mogli naturalmente avevano la peggio) ripristinasse per qualche alcolico istante il dominio della forza e l'ordine “naturale” delle cose.

Per sommare peggio al peggio ci si mettevano anche le mogli, con i loro continui rimproveri e accuse. Lo stato le aveva messe in condizione di poter provvedere a loro stesse e ai propri figli (anche se di rado lo stipendio di uno solo dei genitori era sufficiente), aveva promesso loro che se si fossero fatte carico delle responsabilità familiari le avrebbe aiutate, di fatto le donne avevano preso il controllo della sfera familiare, non di rado iniziavano a guadagnare piu' del loro compagno, a prendere scelte importanti per i figli, avevano senza accorgersene assunto il ruolo di kormilec. Era assai naturale che fossero in molte a chiedersi cosa dovevano farsene di un marito che in casa non era di alcun aiuto, anzi, spesso tornava ubriaco anche dal posto di lavoro. Fu così che a mantenere la famiglia forono sempre piu' spesso le mogli, alle quali lo stato finiva per fare richieste alquanto contraddittorie.

Se fino al secondo dopoguerra lo stato incoraggiava le donne a mettere in riga e spronare i mariti piu' pigri, dagli anni '50-'60 e piu' ancora con l'amplificarsi dei problemi “esterni” nell'era Brežnev, venne sottolineato con frequenza sempre maggiore quanto la situazione attuale fosse difficile da sostenere per gli uomini e quanto il loro essere “minacciati” nel privato non li aiutasse affatto ad agire con successo nella sfera pubblica. Involontariamente, quindi, lo stato ammetteva che i ruoli di uomo e donna che esso stesso aveva progettato e creato non combaciavano l'uno con l'altro; non solo, l'elevato numero di divorzi registrati nel dopoguerra dimostrava anche che quelle comuniste non erano certo famiglie felici.

La società sovietica aveva insomma dato luogo ad un paradosso: coesistevano, infatti, sotto lo stesso tetto

[...] donne forti e indipendenti che nonostante tutto finivano con l'occuparsi di tutte le faccende domestiche, e uomini deboli, “femminei”, che godevano non di meno dell'autonomia per rilassarsi, bere e fuggire dall'arena domestica. (Ashwin, 2000)

Le autorità decisero allora che era piu' saggio tornare alla tradizionali divisione dei ruoli e restituire a ciascuno la propria, “naturale” identità di genere. Con gli anni '70 si assiste, nella stampa come nella cinematografia e letteratura ufficiali, ad una riproposizione della famiglia vecchio stile, dando ovviamente per scontato che da un lato gli uomini fossero pronti e in grado di riprendere il posto di capifamiglia, con tutte le responsabilità che ciò comportava, dall'altro lato che le donne fossero disposte a rinunciare alle libertà di cui finora avevano goduto, mantenendo quei doveri che d'altronde non erano mai stati risparmiati loro.

Mai aspettative furono di tanto superiori alla realtà. La sensazione condivisa da molti studiosi e osservatori è che la frattura e la confusione che solo allora inizavano a prodursi a causa della contradditoria politica sociale sovietica subirono semmai un'accelerazione con la perestrojka, fino a giungere oggi, dopo il crollo del regime che le aveva manipolate, al collasso delle identità di genere, all'ansia e all'incertezza di individui che attendono solo che qualcuno dica loro una volta per tutte cosa devono essere.

IV. Transizione o trasformazione? Ascesa e caduta dell'
homo sovieticus

Volgendo indietro lo sguardo all'ultimo secolo di storia russa, è facile avere l'impressione che a questo popolo in particolare, di tutti quelli che fecero parte dell'impero zarista prima e sovietico in seguito, non piaccia perder tempo in sottigliezze e che quando abbia deciso che il vento deve cambiare, sia capace di scrollarsi con naturale disinvoltura abbattendo il regime di turno nel giro di una notte. Non credo sia necessario essere storici di professione per comprendere che, per quanto repentini possano apparire, anche terremoti come la rivoluzione d'ottobre e lo scioglimento dell'Unione Sovietica furono preceduti da scosse preparatorie spesso passate inosservate o ritenute poco significative.

E' questo uno dei motivi per cui alcuni studiosi, con i quali concordo, ritengono che sia piu' corretto parlare del decennio seguito alla disgregazione dell'Urss non come periodo di “transizione”, ma di “trasformazione” [14] . L'idea che l'ex-blocco sovietico (ma di recente il termine è spesso riferito unicamente all'attuale Federazione Russa) stia effettivamente “transitando” verso qualcosa, come se esistesse una reale meta di approdo cui dirigersi, un ideale cui uniformarsi, esiste probabilmente solo nelle menti di ingenui politici occidentali, ansiosi di poter dire che finalmente anche la Russia, dopo decenni di “arretratezza” dovuti al regime comunista, ha messo la testa a posto e preso la strada del capitalismo, della democrazia. Una profonda trasformazione è invece quella che sta avvenendo tuttora sotto i nostri occhi, un complesso dinamico di forze che premono in diverse direzioni, ma la cui risultante è ancora sconosciuta.

Le riforme “democratiche” degli anni '90 e le privatizzazioni selvagge compiute su ricetta occidentale hanno piuttosto dato il colpo di grazia ad un sistema economico-finanziario la cui crisi risaliva già alla seconda metà degli anni '70. L'effetto che le riforme hanno avuto sui singoli cittadini e risparmiatori è stato tanto devastante (soprattutto nelle zone di provincia e periferia) che la Russia, da sempre terra di immigrazione, anche se “interna”, è andata a raggiungere le altre ex-repubbliche popolari dell'impero sovietico negli elenchi di nazionalità migranti delle nostre questure.

La crisi economica, divenuta catastrofe nel '98 [15] , ha letteralmente gettato sul lastrico milioni di cittadini i cui risparmi vennero fagocitati da banche fantasma, i cui stipendi nessuno pagava per mesi, e le cui prospettive di vita stavano assumendo improbabili contorni. Una concatenazione di fenomeni come la liberalizzazione dei prezzi, l'erosione del potere d'acquisto dei salari, l'inflazione galoppante e una dilagante disoccupazione generò un caos a livello sociale di proporzioni inedite. I problemi economici, tuttavia, non colpirono indiscriminatamente: un ristretto numero di persone, quelle che si adattarono piu' velocemente, quelle piu' disposte a mettere da parte scrupoli e coscienza, quelli in poche parole che riuscirono ad accaparrarsi gli affari migliori e a sviluppare un “primitivo” (in tutti i sensi) spirito imprenditoriale, andarono a costituire un'élite che ogni giorno si adoperava indisturbata per aumentare il divario con il resto del paese (Chiesa, 1997, p.189-208).

Termini come “democrazia”, “economia di mercato”, “liberalizzazione”, tanto cari ai giornalisti occidentali, non avevano, per i russi soprattutto, molto piu' senso di un piatto di pel'meny [16] siberiani senza smetana [17] , per il semplice fatto che, a casa loro, la “democrazia” si può considerare come mai esistita. Negli anni di Eltsin si è provveduto ad importare riforme soprattutto economiche e finanziarie, guidati da organizzazioni come la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale. Nessun organismo internazionale ha tuttavia pensato di suggerire alla Russia un modello, alternativo a quello socialista, che fosse chiaro nei suoi principi non solo economici e applicabile alla realtà nazionale. Nessuno, nella fretta di creare “libere elezioni in libero mercato”, si è chiesto chi avrebbe sostenuto i costi “imprevisti” e i “danni collaterali”. E' stata invece riproposta la formula che oggi sembra riscuotere maggior favore nei paesi “a sviluppo avanzato” (Psa): esportare il capitalismo in chiave liberista sotto la bandiera della democrazia e una volta che le strutture economiche primarie sono state create, una volta che i dazi sono stati abbattuti (almeno quelli per l'export), ecco che le autorità sembrano venir colte da amnesia collettiva e i processi politici di “democratizzazione”, quelli che permetterebbero di dare stabilità interna ad un paese, perdono stranamente concretezza e visibilità. Questa mancanza di un'alternativa concreta al sistema preesistente ha impedito che venisse colmato il vuoto istituzionale e politico lasciato dal Partito, ha aumentato l'instabilità sociale e l'insicurezza dei cittadini, ha contribuito a infondere un senso di disorientamento a tutti i livelli del quale in molti, specialmente fra le generazioni meno giovani, non sono ancora riusciti a liberarsi.

Quali effetti si riscontrano, dunque, sulle problematiche di genere e i rapporti all'interno delle famiglie? Quali prospettive si stanno delineando nella ridefinizione delle categorie di genere e quanto peso in essa dobbiamo attribuire all'influenza dello stile di vita “occidentale”?

Un'eclatante novità dei primi anni '90 fu che il triangolo sovietico era tornato improvvisamente ad essere una coppia. Lo stato aveva arretrato su tutta la linea, lasciando dietro di sé incertezza, rabbia e un destabilizzante vuoto normativo. Tutti i processi che nei capitoli precedenti abbiamo visto affacciarsi fin dagli anni '70 subirono un'accelerazione forzata portando, come era (forse) prevedibile, all'esasperazione tutte le tensioni sociali che il peso dell'ideologia aveva finora trattenuto. L'etica socialista del lavoro aveva perduto anche l'ultima parvenza di adesione da parte dei cittadini, il lavoro stesso, così come la maternità, non costituivano piu' un onorevole (e retribuito) dovere verso lo stato, lo stato stesso sembrava essersi volatilizzato senza che alcuna autorità di pari peso e potere ne prendesse il posto. In tali condizioni venne a mancare anche il controllo sulle identità di genere e sui ruoli imposti dal Partito, con il risultato di alimentare una generale confusione di ruoli e responsabilità dove i principali imperativi sembravano ora essere: “ognuno per sé” e “chi non sa adattarsi è perduto”.

Gli uomini persero definitvamente quella legittima autorità garantita dallo stato sul lavoro, in molti si ritrovarono disoccupati e incapaci, quindi, di sostenere il ruolo di capifamiglia. La perdita di potere nella sfera pubblica andò di pari passo con il declino dell'autorità in quella privata e l'incubo di dover effettivamente dipendere dalla propria moglie divenne per molti realtà. L'identità e l'orgoglio maschili subirono un durissimo colpo, ancora piu' bruciante poiché non veniva da alcuna autorità politica, fisica, su cui potersi sfogare, ma da una crisi finanziaria e da processi economici che nessuno di essi era in grado di controllare. Questo shock causò spesso fenomeni di depressione che portavano gli uomini a chiudersi in casa senza tentare di reagire, quasi troppo increduli per cercare un senso a ciò che stava loro accadendo, per ammettere di doversi rimboccare le maniche e ripartire praticamente da zero. Non sorprende affatto scoprire dalle statistiche che fu la generazione dei quarantenni e cinquantenni ad accusare maggiormente il colpo. Queste persone, oltre ad avere ereditato (non necessariamente condividendolo) il sistema di pensiero sovietico e abitudini costruite in decenni di regime, erano ancora legate ad una concezione del mondo (e delle relazioni di genere) che era stata capovolta e messa in questione nel giro di pochi mesi; quello che fino a ieri costituiva un'inossidabile legge di “natura”, ossia il loro status superiore rispetto alle donne, si era rivelato tutt'altro che scontato (Ashwin, 2000, p.90-104). Dal momento che il lavoro costituiva il valore piu' importante per un vero comunista e che il conflitto di genere ebbe inizio proprio nella diversa concezione del lavoro che uomini e donne svilupparono in epoca sovietica, sarebbe interessante indagare come i cambiamenti introdotti dalle riforme “capitalistiche” nella definizione e valutazione delle diverse figure professionali abbiano finito col premiare l'intraprendenza e la flessibilità della forza lavoro femminile rispetto all'incapacità di adattamento dimostrata invece dalla maggioranza di quella maschile. Un suggerimento potrebbe nascere ricordando quanta considerazione fosse riservata alle figure di tecnici, scienziati, accademici e operai specializzati nelle fabbriche. L'altissima qualificazione garantiva loro un potere contrattuale che gli operai odierni neanche immaginano; erano in grado di tener testa persino ai manager di piu' alto grado poiché coscienti di essere indispensabili [18] . Questo naturalmente valeva nel sistema industriale sovietico, dove prioritari erano la produzione e il rispetto dei piani regolatori, ma nell'odierna azienda capitalista chi ha bisogno di onerosi specialisti quando si possono abbattere i costi di produzione con manodopera economica e “flessibile”?

Si può senz'altro a mio parere tracciare un nesso fra l'incidenza di disoccupazione, depressione e alcolismo negli uomini appartenenti alla fascia d'età sopra descritta e le motivazioni che spingono un numero sempre crescente di donne provenienti dai paesi ex-Urss a migrare verso ovest in cerca di lavoro. Le statistiche rilevano, infatti, che queste donne hanno in media fra i 40 e i 55 anni, hanno un buon livello di istruzione e, guarda caso, sono per la maggior parte vedove, divorziate o di fatto separate [19] . E' opinione diffusa che sia stato realmente piu' duro per gli uomini che per le donne adattarsi alle condizioni attuali del mercato del lavoro e della perdita di sicurezza; se è vero, infatti che la disoccupazione e l'erosione dei salari ha colpito in egual misura sia uomini che donne, i primi partivano pur sempre da una posizione gerarchica piu' alta e piu' forte, erano abituati a pensarsi indipendenti e inattaccabili, laddove invece le donne, precisamente grazie al loro status di “lavoratori secondari”, hanno avuto meno difficoltà nel sopportare privazioni e precarietà senza che ciò influisse gravemente sulla propria autostima.

Il piu' fedele amico dell'uomo russo, dopo essere stato messo in crisi, sebbene solo al livello del mercato “legale”, dalla politica antialcolica iniziata da Gorbaèëv nel 1985, si vide nuovamente spalancare le porte grazie alla benevolenza di Eltsin che, incline egli stesso a far ricorso alla sua compagnia, ripristinò nel 1992 la libera produzione e importazione degli alcolici, rimuovendo anzi ogni ostacolo che sembrava frapporsi fra i propri bisognosi connazionali e la bottiglia. La politica del premuroso ex-compagno Boris Nikolaeviè fu tanto efficace che

Una marea di liquori esteri a buon mercato si riversò in Russia. La vodka diventò incredibilmente economica. Nel 1992-93 il potere d'acquisto del salario medio si ridusse quasi della metà, ma riguardo alla vodka triplicò. Tutto questo era un deliberato tentativo del governo di favorire l'uso dell'alcol rendendolo accessibile anche agli strati piu' poveri della popolazione.(Medvedev, 2002, p.189)

L'aspettativa media di vita per gli uomini negli anni '90 colò a picco così repentinamente da raggiungere in breve uno dei limiti piu' bassi (56 anni) mai registrati nei paesi dell'ex-blocco, neanche durante gli anni del terrore staliniano. L'homo sovieticus di mezza età emerge da questo quadro come una categoria perdente sia sul piano lavorativo che su quello privato, familiare. Incapace di adattarsi al cambiamento si trova a dover dipendere economicamente dalla moglie, non riesce ad accettare di doversi adeguare a lavori un tempo disprezzati, come il commerciante o l'intermediario nell'import-export, si trova di fronte ad uno dei tanti paradossi della “transizione”, dove qualità come l'affidabilità, l'onestà e la professionalità non sono solo poco valutate, ma costituiscono un vero e proprio ostacolo verso il successo. Non bisogna tuttavia credere che i furbi e i disonesti oppure quelli che la stampa ha definito i “nuovi russi” siano stati gli unici ad uscire dalla depressione e dalla crisi degli ultimi anni. Coloro che sono stati in grado di reagire hanno dimostrato di poter ridefinire sia il proprio status nella sfera pubblica del mercato del lavoro che la propria identità di uomo e le proprie aspettative nei confronti della donna. Grazie ad una riguadagnata fiducia nel lavoro, non di rado anche individui delle generazioni piu' giovani hanno intrapreso un'attività in proprio e guardano al futuro forse con un po' meno ansia e rassegnazione . Questa nuova immagine della mascolinità russa appare comunque ancora piuttosto incerta e contraddittoria, la sensazione è che ne sia uscito un grossolano collage in cui i vari ritagli presi dalla visione tradizionale del “vero uomo”, dal duro di periferia, dal vanitoso businessman occidentale e magari anche dall'affascinante “macho” latino si stiano gradualmente scollando ai bordi e non riescano a formare un'immagine coerente, tantomeno convincente. In tutto ciò le donne non costituiscono certo un grande aiuto, dal momento che loro stesse sembrano aver tutto fuorchè le idee chiare su che tipo di uomo desiderano accanto. Numerose inchieste e sondaggi (è sufficiente sfogliare qualche numero di una rivista femminile) rivelano che le donne sono effettivamente stanche, anche se molto orgogliose, di dover continuare a comportarsi da Wonderwoman e vorrebbero che gli uomini la smettessero di autocommiserarsi e riprendessero il posto che finora esse sono state costrette ad occupare per il bene della propria famiglia. Per quanto siano coscienti del fatto che la visione tradizionale patriarcale è ormai irrimediabilmente incrinata, uomo e donna stanno ancora oggi facendo enormi sforzi pur di non ammettere che le cose sono cambiate, per salvare almeno le apparenze della “normalità” ed evitare di sentirsi entrambi a disagio. La donna, pur non avendo piu' bisogno di un marito per il sostegno economico (è lei stessa ad accorgersi che sarebbe comunque troppo tardi per tornare al focolare), sembra invece avere ancora bisogno di “spalle forti, presenti” che le diano sicurezza e senso di protezione. Ciò non significa che sia disposta ad essere di nuovo sottomessa, probabilmente cerca un uomo che esiste ormai solo nella sua mente, qualcuno che la faccia, una volta tanto, sentire meno sola. Potremmo a questo punto chiederci che compagna immaginano gli uomini della “trasformazione”, se anche loro cerchino qualche dama inesistente. Qui la potenza dei mass media ha davvero dispiegato tutte le sue forze, poiché nonostante esistano in Russia (come in Bulgaria o in Moldova o in Ucraina, non è possibile stilare classifiche) donne bellissime e reali, i ragazzi chi sognano? Le modelle delle riviste occidentali e le attrici televisive del genere Pamela Anderson. Qualcosa evidentemente ancora non quadra.

Si può parlare allora di un “neotradizionalismo” nelle relazioni di genere, o quantomeno di un tentativo di salvare ciò che resta dei ruoli considerati la “norma”? Non credo sia possibile. I processi che hanno portato le donne alla costruzione di un'autocoscienza e che hanno permesso loro di decidere (in molti casi letteralmente) delle sorti dei propri cari non sono reversibili, gli effetti collaterali della politica di genere sovietica hanno dato modo alle donne di sentirsi non tanto “liberate” quanto responsabili, necessarie e a tutto ciò adesso sentono di non voler rinunciare. Tuttavia sono queste stesse donne a sperare di poter incarnare un'immagine di donna tradizonale, un'ideale di femminilità che risale a decenni prima. Quale potrebbe essere la causa e il punto d'origine di una tale persistenza nelle convinzioni patriarcali sui ruoli e sul genere? Nell'era del programma di industrializzazione a tappe forzate, lo stato socialista decise che era necessario reclutare quanta piu' forza lavoro possibile, caricando di un ulteriore fardello le spalle già curve per i lavori domestici delle donne russe. Ma chi restava a casa con i figli quando entrambi i genitori erano occupati a “costruire il socialismo”? Dal momento che l'età pensionabile era piuttosto bassa, nonni e soprattutto nonne finivano per essere incaricati ufficiosamente di gestire le faccende domestiche, mettersi in coda per gli acquisti, e naturalmente occuparsi dei nipoti. In questo modo si tramandavano valori, saggezza e visione del mondo appartenenti a molto tempo prima [20] ; le nozioni basilari per il vivere comune, incluse le norme dei rapporti di genere quindi, passavano spesso e volentieri non di padre in figlio, come sarebbe “naturale”, ma di nonno in nipote, saltando costantemente di una generazione. Sebbene ciò non costituisca l'unica ragiione plausibile, rappresenta comunque un dettaglio importante da tener presente per comprendere come mai molte donne russe (anche contemporanee) sembrino ansiose di riprendere quello che ritengono normale essere il proprio ruolo e di trovare un uomo che le liberi dal peso della libertà. E' indubbio che non solo in Russia, ma anche in paesi come la Moldova, la Romania, l'Ucraina e in parte anche la Polonia convivano ancora numerose contraddizioni sul piano delle identità di genere e queste contraddizioni sono spesso all'origine del senso di insoddisfazione ed irrequietezza che, unito con il ben piu' frequente “movente” economico, spingono un numero sempre maggiore di individui a cercare di migliorare la propria situazione e quella dei propri familiari lavorando per qualche anno all'estero.

V. Relazioni di genere e strategie migratorie. Quali connessioni si intravedono?

Solitamente l'osservazione dei fenomeni in qualsiasi disciplina del sapere dovrebbe risultare funzionale alla soluzione di determinati quesiti, dovrebbe fornire risposte quanto piu' possibile “scientifiche” alle domande che hanno dato vita alla ricerca.

Non sempre, tuttavia, accade che tali risposte si presentino in forma di ordinate proposizioni affermative. Piu' spesso, infatti, si ha la fortuna di tirar fuori, come dal baule senza fondo riposto nell'angolo di una polverosa soffitta, una nuova matassa di domande aggrovigliate che attende solo di essere sbrogliata da dita pazienti. Così appare ai miei occhi l'insieme di linee che collegano una questione tanto affascinante come quella della ridefinizione dei rapporti di genere nei paesi dell'ex-Unione Sovietica e quella altrettanto ricca di stimoli e applicazioni concrete dell'immigrazione al femminile. Il rischio piu' frequente è cositituito dalla tentazione di fornire la risposta facile e definitiva laddove le dinamiche storiche e socio-economiche sono invece estremamente complesse.

Perché emigrano le donne? E' possibile che la motivazione possa esaurirsi nel solo “perché è piu' facile x le donne trovare lavoro”? Eppure è questa la risposta che la stragrande maggioranza delle donne migranti (la testimonianza indiretta di alcune delle quali ho avuto modo di ascoltare io stessa) intervistate dai ricercatori fornisce senza alcuna esitazione. Il fenomeno del lavoro domestico e di cura può in questo senso rappresentare un settore a sé stante del problema. Il fatto che in Italia negli ultimi anni si siano create le condizioni per un incontro ideale fra domanda e offerta di lavoro, come nel caso dell'assistenza domiciliare ad anziani e malati, è sufficiente per giustificare dati come quelli relativi al comune di Ferrara dove, a seguito delle regolarizzazioni del 2002/2003, Ucraina e Moldavia (i due paesi piu' rappresentati in assoluto) contassero rispettivamente 53 presenze maschili contro 1.087 femminili la prima e 125 contro 261 la seconda e dove le percentuali sul tipo di lavoro svolto sono del 26,59% per il lavoro domestico e del 42,45% per quello di cura e assistenza? [21] Dovremmo forse iniziare a parlare di monopolio est-europeo nei servizi di cura?

Per quanto sia comprensibile il fatto che in lavori “nati di recente” nel nostro paese come quello di badante [22] , svolti a stretto contatto con persone appartenenti ad una categoria debole, le famiglie preferiscano pregiudizialmente affidarsi ad un lavoratore di sesso femminile (dunque ritenuto piu' adatto e affidabile), è possibile comunque intravedere in tali scelte la presenza di zone inesplorate da perlustrare. Come evidenziato da alcune ricerche nel settore [23] , la sproporzione fra la componente maschile e quella femminile, pur non essendo quantificabile in mancanza di dati accurati precedenti al 2002, è tuttavia osservabile “sul campo”, letteralmente “per strada”, oppure parlando con gli operatori del settore (in particolare quelli degli sportelli di ascolto e informazione o delle associazioni che forniscono assistenza e domicilio agli stranieri). Per quanto i ricongiungimenti familiari e le nuove prospettive aperte dal recente allargamento ad est dell'Unione Europea (e di quello futuro, che probabilmente segnerà l'ingresso di Romania, Bulgaria, altri due paesi appartenenti all'ex blocco sovietico), sembrino destinati a portare in Italia un numero sempre maggiore di uomini a colmare il presente divario, resta da capire se emergerà da uno dei settori della nostra economia una richiesta altrettanto notevole, come è stata quella del lavoro domestico e di cura, tale da impiegare la manodopera che si renderà disponibile.

Parlando con le migranti che lavorano in Italia, è assai frequente sentirle riferirsi alla propria esperienza in termini che alludono al “sacrificio” e l'autoimmolazione; una stringa ricorrente di pensiero collega frasi del tipo “la situazione nel mio paese imponeva di prendere decisioni drastiche” con “i soldi non bastavano mai, qualcuno doveva fare qualcosa” e inevitabilmente “quindi decisi/decidemmo che era necessario che qualcuno si sacrificasse. [...] Pensai che potevo andare io” (Tassinari e Vanzania, 2003). A prevalere sopra tutte le motivazioni sembra essere il senso di responsabilità verso la propria famiglia e i figli in particolare; le necessità primarie cui di solito queste donne devono provvedere, da un abbigliamento decoroso alle (spesso proibitive) tasse scolastiche ad eventuali spese mediche, hanno molto a che fare con il “retaggio” sovietico: le rimesse verso il paese d'origine, infatti, vengono di solito utilizzate per colmare proprio quei vuoti nel welfare in precedenza occupati dai servizi gratuiti e dall'assisitenza dello stato socialista.

Da questi paesi migrano quindi solo donne? No, se teniamo in considerazione le destinazioni. Il passaparola in patria ha fatto sì che l'Italia sia la meta favorita di moldave, ucraine, rumene, polacche e anche russe provenienti dalle province piu' colpite dalla crisi, ma gli uomini sembrano piuttosto preferire destinazioni “interne” all'area ex-sovietica (principalmente le grandi metropoli della Russia) [24] . Minore spirito di adattamento? Maggiore facilità nell'ottenimento dei visti d'ingresso? Oppure semplice calcolo di probabilità economiche? Se si trattasse unicamente del primo caso potremmo imputarne le ragioni alla già citata “rigidità” lavorativa dell'ex-homo sovieticus, con i suoi problemi di autostima e di incertezza verso il proprio nuovo ruolo; considerando invece la seconda ipotesi e le difficoltà causate finora da una legge come la Bossi-Fini, resta da chiarire perché la stessa motivazione non dovrebbe incoraggiare in egual misura le donne; forse perché una sistemazione vantaggiosa (lavoro-vitto-alloggio) come quella del lavoro domestico o di cura e assistenza agli anziani comporta meno rischi, soprattutto per chi è ancora “irregolare”, del lavoro in un cantiere? Se dovessimo infine dare maggior credito alla terza ipotesi allora dovremmo supporre che esistono condizioni e opportunità migliori a Mosca (il che può senza'altro dirsi vero per il settore edilizio e immobiliare) che in qualche prospera impresa del nord-est italiano.

E' possibile parlare di spirito d'iniziativa imprenditoriale nelle donne e spinta della disperazione negli uomini senza cadere nuovamente nel pregiudizio di genere, anche se di segno opposto? Dove potremmo cercare una plausibile chiave di lettura per interpretare “abitudini migratorie” che appaiono sempre piu' legate a questioni relative non solo ai fattori espulsivi dei paesi di provenienza, ma anche a storie e vicende personali? Dopotutto sono queste ultime a determinare i cambiamenti nella realtà di tutti i giorni, non le statistiche.

Rispetto agli anni in cui l'immigrazione cosituiva ancora un fenomeno piuttosto marginale nel contesto sociale italiano, mi riferisco al periodo dei i primi anni '90, sembrano essere cambiati notevolmente alcuni aspetti determinanti del progetto migratorio inizialmente previsto da molte delle donne provenienti dall'est Europa. Motivazioni, caratteristiche dell'inserimento lavorativo, durata e prevedibilità sono oggi maggiormente diversificate e variano in corrispondenza di fattori come l'appartenenza ad una determinata fascia di età, la situazione familiare nel paese di appartenenza, eventuali prospettive di carriera o di studio e non di rado persino di matrimonio in Italia. La lontananza dal paese d'origine, vissuta anche sotto forma di nostalgia, preoccupazione per i propri cari, mancanza di affetti vicini, dei figli, può essere vista solo come un freno e un ostacolo alla realizzazione del progetto migratorio? Dopotutto non è raro che qualcuna fra le migranti decida di tornare a casa anzitempo perché incapace di reggere le innumerevoli fonti di stress psicofisico che lavori come quello di badante, ad esempio, comportano. Non è forse altrettanto vero che di frequente la distanza da casa si presenta come l'occasione irripetibile per dare una svolta alla propria vita, per tagliare i ponti con il passato e magari mettere fine ad un rapporto coniugale che ormai non ha piu' nulla da offrire? L'ago della bilancia potrebbe essere costituito dall'età, ma forse ancor di piu' dalla determinazione di carattere, dalla disponibilità a rimettersi in gioco, a rischiare di dover vedere nuovamente deluse le proprie aspettative (lavorative o personali che siano).

Nell'analizzare le variabili che compongono a vari livelli i progetti migratori di cittadini dell'ex Urss, è di fondamentale importanza non incorrere in una facile e comoda generalizzazione. I paesi che facevano parte dell'Unione Sovietica erano sì accomunati da esperienze politiche, economiche e sociali, da pratiche del quotidiano legate all'ideologia di regime, ma mantennero pur sempre una loro specificità che non deve essere sottostimata (Verdery, 1996, p.11). Se teniamo conto dell'estrema eterogeneità nella composizione geografica, etnica, religiosa e linguistica delle nazioni che appartenevano all'ex blocco sovietico, risulta alquanto assurdo, oltre che inutile, pensare che in Romania fossero presenti le stesse problematiche e fenomeni del Tatarstan o della Lettonia, piuttosto che dell'Azerbajgian o persino della piu' vicina Ungheria. Ogni paese ha avuto la sua “storia del periodo sovietico”, considerando anche la differente durata che tale periodo ha avuto per l'Europa orientale (circa 40 anni) e per i paesi centroasiatici (quasi 70 anni), ed è naturale che affronti diversamente anche le conseguenze della fine di quel periodo.

Un dato appare tuttavia costante, un elemento che si presenta nel paese d'origine del migrante e che si ripropone una volta che viene raggiunto il paese d'arrivo del percorso migratorio. La visione tradizionale, “rimodernata” in seguito al periodo di trasformazione recente, dei ruoli di uomo e donna resta uno dei fattori di crisi e di conflitto maggiori per ogni individuo, indipendentemente dal sesso. Mi riferisco all'incontrarsi, nel contesto già piuttosto incerto e instabile delle relazioni di genere “occidentale”, di punti di vista e stereotipi spesso in contrasto l'uno con l'altro, portati non solamente dall'est e dall'area ex-sovietica, ma anche dal medio oriente, dal nord Africa, dal resto dell'Europa. Come si identifca in Italia un “vero uomo”? Che immagine ne hanno gli stranieri? Il martellamento mediatico è riuscito a creare aspettative non piu' solo nelle donne di casa nostra; persino a migliaia di chilometri di distanza, oltre l'ex cortina di ferro, adesso lo stereotipo dell'uomo latino o macho o del tipo da spiaggia esercita un certo fascino nelle donne, che poi restano però spesso deluse una volta venute a contatto con la realtà di casa nostra, dove, soprattutto al centro e al nord, pare che il macho abbia perso molta della sua precedente popolarità. Dobbiamo allora abituarci a nuove figure di uomo “autoritario” e “virile”, magari anche “esotico” e “misterioso”? Un esempio potrebbe essere l'immagine del maghrebino, o dell'uomo musulmano in generale, che sembra (non a caso) riscuotere molto successo anche fra le migranti dai paesi ex comunisti, ma si tratta di ipotesi che necessiterebbero verifiche e approfondimenti, potrebbero persino costituire il punto di partenza per uno studio di genere sull'argomento.

Comunista o meno, la donna russa per l'italiano medio è sempre bella, appariscente, curata nell'aspetto e nelle maniere, ma soprattutto estremamente femminile [25] , è l'oggetto ideale dello sguardo di un uomo, sembra quasi che il fine ultimo della sua esistenza sia l'essere guardata senza necessariamente avere il dono della parola. Naturalmente ci sono anche stereotipi di donne russe di sicuro meno attraenti, come ad esempio le ufficiali dell'esercito; è curioso notare come l'immagine, tanto amata dai registi di film comico-demenziali, della robusta, imponente e spesso baffuta tenente, caporale o maggiore (il grado non raggiunge mai le posizioni al vertice) sia comune non solo per le donne russe, tedesche o comunque appartenenti ad un paese ex-sovietico, ma per la categoria in genere, non sono state risparmiate neanche le cattivissime ufficiali della Germania nazista.
Che dipenda dal fatto che quando nell'occidente sviluppato una donna si trova ad esercitare una dose sufficientemente elevata di potere (soprattutto se intellettuale) diviene automaticamente brutta o sessualmente equivoca? Oppure dobbiamo risalire all'antico ma tuttora latente tabu' del travestimento in abiti maschili, motivo per il quale una donna che indossa indumenti connotati come tipicamente maschili non può venir presa seriamente e può sperare nel migliore dei casi di suscitare ilarità? Forse riflettendoci nelle immagini altrui riveliamo anche noi occidentali alcune deformazioni nelle categorie di genere, incertezze profonde che fanno dire ad una osservatrice esterna [26]

Domanda: cosa accade alle donne che rifiutano di adeguarsi alla parte, in questo teatro occidentale dove l'arma in uso presso i maschi èl'immagine? Risposta: le donne che osano non conformarsi all'immagine di silenziosa bellezza dell'Occidente [...] saranno punite in quanto brutte. (Mernissi, 2000, p.97)

L'idea che sia il potere (stato, Chiesa, e le sue molte altre forme), per mantenere il proprio controllo sugli uomini e in particolare sulle donne, ad assegnare le parti e a decidere le regole del gioco non è certo nuova, ma ci permette di comprendere meglio perché scambiarsi ruoli e costumi di scena non sia consentito. E' innegabilmente piu' facile: se occupati entrambi a rincorrere un'immagine, non c'è il rischio che uomo e donna sviluppino un'autocoscienza politica o pericolose aspirazioni di uguaglianza e parità. Tutto ciò assume evidentemente un valore ancora piu' significativo se hai vissuto per decenni sotto un regime totalitario che ha fatto del controllo sulla popolazione uno dei suoi fini primari.

VI. Conclusioni

L'intento di questo breve viaggio attraverso la storia sovietica delle gender relations in epoca sovietica era di tracciare alcune importanti linee parallele dal passato che potessero porre interrogativi mirati a questioni invece molto presenti.

Perché adesso dovremmo avere piu' chiare alcune peculiarità della migrazione dai paesi ex-Urss? Forse perché vediamo con piu' chiarezza quale insieme di eventi storici e politici è all'origine del tipo di relazioni che siamo in grado di osservare oggi, alle contraddizioni che questi uomini e donne “post-sovietici” portano con sé e alle conseguenze che possono scaturire dall'incontro fra due visioni delle identità di genere storicamente lontane.

Il primo decennio dopo la rivoluzione, caratterizzato da un incredibile dinamismo, dalla sperimentazione in campo legislativo e dall'entusiasmo rivolto alla sollevazione del ženskij vopros [27] lasciò con gli anni '30 il posto ad un tipo di politica di genere in linea con la svolta totalitaria operata da Stalin. Se negli anni '20 del XX secolo l'imperativo era stato liberare l'uomo e la donna dall'oppressivo regime tradizionale borghese a arretrato attraverso l'esaltazione del lavoro, il nuovo regime li rese liberi di essere assoggettati allo stato. Molte delle misure piu' “progressiste” della legislazione postrivoluzionaria (come quelle contenute nei codici del 1918 e del 1926) vennero ritirate, diritti come la parità sul lavoro non acquisirono valore concreto nella realtà, il divorzio divenne sempre piu' difficile da ottenere, anche l'aborto cessò di essere un diritto e istituzioni come gli ženotdely, che pure avevano sempre seguito le direttive di Partito, vennero abolite. In questo clima nettamente piu' rigido rispetto al tumultuoso decennio bolscevico, lo stato attuò un programma che gli avrebbe permesso di scardinare le relazioni di genere all'interno della famiglia e di stabilire il controllo sul singolo individuo, slegato ormai dal contesto della propria vita privata. Il “piccolo padre” Stalin si alleò con le madri di Russia e di tutta l'Urss, ne fece delle eroine a servizio dello stato e le pose a difesa dell'ordine sociale, mentre gli uomini venivano fatti uscire dalla porta di servizio delle case sovietiche e relegati nell'arena della vita pubblica, dove avrebbero dovuto tenersi occupati con la propria autorealizzazione. Sebbene la ricompensa per la loro scomparsa dal focolare domestico fosse il mantenimento del dominio maschile al di fuori della vita privata e i numerosi privilegi che una carriera politica di successo ad esempio garantivano, i mariti vennero gradualmente espropriati anche dello status di breadwinner [28] ad opera delle loro stesse mogli e si ritrovarono a lamentarsi della propria sorte di fronte all'amica vodka. Con la fine dell'epoca staliniana e l'avvento del disgelo iniziarono anche a sciogliersi i nodi che finora avevano trattenuto le tensioni nella famiglia e nella società, facendo emergere gradualmente tutte le contraddizioni che la politica adottata nei confronti delle gender relations durante i decenni precedenti aveva creato. Proprio negli anni '70, paradossalmente quando il mondo occidentale scopriva le questioni che avevano animato i dibattiti in Urss cinquant'anni prima, la stampa e la letteratura ufficiali proponevano ai cittadini sovietici un ritorno alla famiglia tradizionale dove ognuno avrebbe assunto nuovamente il proprio ruolo “naturale”. L'anacronismo non avrebbe potuto obiettivamente sopravvivere a lungo, specie dopo le novità, i cambiamenti e le nuove difficoltà introdotti dalla perestrojka e i sempre piu' frequenti contatti con l'occidente capitalista. La fine dell'Urss ha aperto un periodo di trasformazione non solo per la Russia, ma anche per tutti quei paesi che, piu' o meno volontariamente, l'avevano seguita al di là della cortina di ferro. Questa trasformazione unita ai conflitti, i problemi economici e politici, i disastri sociali che ha portato con sé non potevano non avere un enorme impatto anche sui rapporti di genere, sulle relazioni fra gli individui. Le donne restano sempre piu' deluse nelle loro aspettative verso i partners, sembrano combattute sulla decisione di tornare a dipendere dagli uomini, ma non vogliono rinunciare al senso di libertà che hanno provato, eppure desiderano qualcuno con cui dividere il fardello delle occupazioni quotidiane, qualcuno in grado di caricarsi della responsabilità per la famiglia e per i figli e se poi nessuno risulta corrispondere a questi requisiti allora sono disposte a sacrificarsi, magari scegliendo di lavorare all'estero per periodo piu' o meno brevi. Gli uomini nel frattempo si guardano intorno, alcuni si adattano all'ambiente circostante in continua evoluzione, altri restano incerti a fissare i colori sbiaditi di ciò che una volta era l'immagine della loro mascolinità, altri ancora si mettono in movimento e seguono le intraprendenti mogli andate a cercar fortuna e migliori opportunità. Esiste la possibilità che le connessioni qui ipotizzate fra la storia del gender system sovietico (e post-sovietico) e i fenomeni relativi alle strategie migratorie femminili verso l'Italia emerse nell'ultimo decennio possano essere applicate ad altri ambiti che non unicamente quello della ricerca accademica? Con cosciente ambizione speriamo che sia così, dal momento che nella realtà del vivere di ogni giorno non avremo sempre di fronte storici o sociologi, ma probabilmente la donna cui affideremo la salute dei nostri genitori o nonni o zii. Per superare molti malintesi potrebbe allora essere sufficiente improvvisarsi ogni tanto antropologi e semplicemente osservare, prestare ascolto e perché no, provare a capire.

Questo primo percorso, tutt'altro che esaustivo, sulle dinamiche storiche che hanno contribuito a dar vita ad un fenomeno ancora da esplorare come quello dell'immigrazione al femminile dai paesi dell'ex blocco sovietico si ferma di fronte ad un crocevia dal quale partono tre diversi sentieri.

Seguendo il primo è necessario continuare a camminare a ritroso nella storia, avere buona memoria, la mente il piu' possibile sgombra dall'influenza degli avvenimenti recenti, una buona mappa per non perdersi attraverso i decenni e, non da ultimo, il fiato allenato perché risalire attraverso le diverse fasi del periodo sovietico e tenere presenti al contempo le esperienze dei singoli paesi è impresa alquanto faticosa e disseminata di ostacoli.

Il secondo sentiero può apparire lineare al primo sguardo, si distende fino all'orizzonte visibile ed abbraccia il presente in tutta la sua complessità e continua evoluzione. Qui il passo dev'essere estremamente cauto poiché la zona è ancora parzialmente inesplorata; è necessario condurre ricerche approfondite sul campo, esaminare il terreno e le problematiche con un approccio attento ai dettagli e alle singole sfumature.

Il terzo ed ultimo sentiero è avvolto da una nebbia poco incoraggiante. Si intravedono a malapena i contorni dei fenomeni che ci interessano e le nostre mappe, per quanto approssimative, mostrano un percorso visibilmente tortuoso. Sarebbe inutile e infruttuoso addentrarsi negli interrogativi sul futuro delle relazioni di genere, sia nel paese di provenieneza dei migranti che in quello di arrivo, e sulle conseguenze che queste relazioni avranno su piu' larga scala senza prima aver percorso almeno un tratto del cammino presente.

Sento di dover dedicare due ultime righe al fil rouge che attraversa tutto il presente lavoro. Adottare la prospettiva dei gender studies è stata una scelta poco casuale, quasi obbligata. Alcune delle connessioni che cercavo, delle domande intorno alle quali mi arrovellavo hanno acquisito un senso solo dopo l'incontro fra la mia esperienza nello studio della lingua e cultura russe e un metodo di ricerca che da subito mi ha incuriosito. Ho avuto la spiacevole sensazione di aver dato finora molte cose per scontate, di aver presunto invece che compreso, di essere stata in fondo poco umile e rispettosa verso una cultura che sostengo di amare e voler conoscere. Ciò non ha fatto altro che aumentare la curiosità e la voglia di sperimentare un approccio diverso. Come potrebbe dimostrare anche la piu' semplice delle illusioni ottiche, spesso è sufficiente cambiare angolazione e punto di osservazione per svelare particolari che apparivano nascosti, pur trovandosi in realtà sotto i nostri stessi occhi

Appendice cronologica [29]


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Notes

[Note 1] Busoni M., Genere, sesso, cultura. Uno sguardo antropologico, Carocci, Roma, 2000, p. 23-26.

[Note 2] I poster della propaganda affissi per le strade delle città, spesso opera di famosi artisti. Alcuni portavano la firma di Majakovskij, Maleviè, del fotografo Rodèenko.

[Note 3] Ricordiamo, fra gli altri, il movimento suffragista (dall'inglese suffrage, “elezione”), che reclamava per le donne il diritto do voto, quello delle socialiste, che sostenevano anche il diritto al lavoro e ad un pari stipendio per le donne, nonché le numerose associazioni benefiche di carità (religiose e laiche) che si svilupparono tra la fine del XIX e l'inizio del XX secolo.

[Note 4] Kodeks zakonov ob aktah graždanskogo sostojanija, braènom, semejnom i opekunskom prave (Codice di Leggi sugli atti di stato civile, sul diritto in materia di Matrimonio, Famiglia e Tutela).

[Note 5] Chiamati ZAGS, acronimo russo per Uffici di Registrazione dello Stato Civile.

[Note 6] Acronimo per Ženskoe otdelenie, Dipartimento per le donne.

[Note 7] Vedi soprattutto le opere di propaganda di Alexandra Kollontaj, una dei membri dello Ženotdel, del quale assunse la guida nel 1920.

[Note 8] Tutte le citazioni riportate nel presente lavoro sono state da me tradotte, ove necessario, dall'originale inglese o dal russo.

[Note 9] Byt è un termine della lingua russa il cui significato risulta difficilmente traducibile senza alterarne il senso. Spesso ritenuto equivalente ad espressioni come “vita quotidiana”, “quotidianità”, “routine”, identifica l'insieme di abitudini e usanze caratteristiche di un popolo o di un determinato gruppo sociale, in particolare quelle relative al vivere quotidiano. L'aggettivo Novy j (nuovo) sottolineava naturalmente la rottura, portata dalla rivoluzione, con l'ordine tradizionale precedente della quotidianità.

[Note 10] La Nuova Politica Economica. Così viene chiamato il periodo storico compreso fra il 1921 e il 1928, durante il quale Lenin operò una svolta rispetto al precedente indirizzo economico dell'ancora giovane stato sovietico. Svanita, infatti, la possibilità di estendere rapidamente la rivoluzione al resto dell'Europa, la Nep permise di portare stabilità e dare inizio alla ripresa industriale in un paese geograficamente assai vasto, che era uscito enormemente provato dai disastrosi anni della guerra civile (1918-20). Per una visione globale degli avvenimenti storici del periodo sovietico rimandiamo all'Appendice cronologica in fondo al testo.

[Note 11] Il concetto di matriarcato viene discusso in ambito scientifico a seguito delle teorie dello studioso svizzero J.J. Bachofen (1815-1887), la cui opera piu' importante, Das Mutterrecht: Eine Untersuchung über die Gynaikokratie der alten Welt nach ihrer religiösen und rechtlichen Natur ( Il diritto matriarcale: un saggio sulla ginecocrazia del mondo antico nella sua natura religiosa e giuridica, 1861), è dedicata alla ricostruzione del mondo mediterraneo antico negli aspetti che attestarono il prevalere dell'archetipo femminile (ad esempio quello della Grande Dea, di Ishtar o di Afrodite). Pur ritenuta superata dal punto di vista della documentazione filologica e archeologica, l'opera di Bachofen rappresenta uno dei punti di partenza fondamentali per i numerosi futuri studi sulla religione della Grande Dea Madre mediterranea e sull'istituzione del matriarcato come forma organizzativa sociale in cui l'autorità politica è detenuta dalla donna. Queste ipotesi vennero confutate e sconfessate dall'antropologia culturale, che le abbandonò insieme all'idea, che non presenta seri provati fondamenti scientifici, dell'esistenza di società in cui fossero le donne ad esercitare il potere. E' attestata invece, nella maggior paarte delle società da noi conosciute, la consuetudine dello scambio delle donne, al centro dell'indagine sui sistemi di parentela condotta da Levy- Strauss. In seguito l'indagine di Bachofen venne ripresa da J.L. Seifert che nel suo Le sette idee slave: origine e significato delle rivoluzioni nell'Europa dell'Est (l'edizione italiana è del 1992) mette in relazione alcune caratteristiche della rivoluzione russa con il presupposto substrato matriarcale degli antichi slavi, e poi ancora piu' tardi dallo slavista italiano E. Gasparini, il quale nel volume Il matriarcato slavo. Antropologia culturale dei protoslavi (1973) analizza i rapporti di parentela e discendenza nelle antiche popolazioni slave e ripropone l'ipotesi che il matriarcato abbia costituito lo statuto originario delle genti che popolavano l'est Europa nell'antichità. Anche le ipotesi di questi ultimi rimasero tuttavia all'interno di un filone di studi isolato che venne successivamente accantonato, lasciato tuttora ad impolverire sugli scaffali delle biblioteche.

[Note 12] Il verbo kormit' viene spesso utilizzato nel contesto dell'allevamento e della cura ospedaliera, in ambiti dove solitamente esiste un agente che somministra il cibo ad un ricevente passivo, o comunque incapace di provvedere al proprio nutrimento. Nella lingua inglese il termine in questione corrisponde a breadwinner, spesso utilizzato dagli studiosi, sociologi in particolare, perché riassume in un unico vocabolo un concetto che in molte lingue (fra cui l'italiano) richiede lunghe perifrasi.

[Note 13] Lo scambio reciproco di favori fra conoscenti e terzi, che non implicava mai ricompense in denaro ma in altri favori o servizi (sul blat vedi Mazzacurati C. Il “blat”: reti di solidarietà e reciprocità in trasformazione dall'Urss alla Russia post-sovietica, Slavia, Roma, 2004).

[Note 14] Stark, Burawoy, e Bounce in Verdery K., What was socialism and what comes next?, Princeton, 1996, p.15.

[Note 15] Nel 1998, la Russia affrontò dapprima, in marzo-aprile, una grave crisi politica che fu seguita in maggio da ondate di protesta sociale cui si aggiunsero complicazioni sia politiche che economiche (è il periodo degli scontri armati che coinvolsero Daghestan, Abcasia e Cecenia) e in agosto dall'aggravarsi della situazione nel bilancio statale, che portò il paese sull'orlo della bancarotta e del crollo finanziario. In seguito alla crisi nell'economia asiatica iniziata ancora nel 1997, la Russia subì numerose ripercussioni che contribuirono a peggiorare i problemi interni. La ridotta circolazione di merci, il conseguente aumento della disoccupazione, il costante ritardo nel pagamento dei salari e delle pensioni e la continua minaccia di crolli finanziari (il 27 maggio si scatenò il panico quando i prezzi di borsa subirono un'impressionante caduta), crearono un clima di sempre maggior sfiducia negli investitori stranieri che fecero defluire i capitali dal paese e misero banche e governo in ginocchio, impossibilitati a far fronte ai pagamenti non solo dei debiti accumulati all'estero, ma anche delle obbligazioni a breve termine in patria, dichiarando di fatto bancarotta. Da metà agosto a metà settembre vi fu una nuova crisi politica, accompagnata stavolta dalla grave crisi economica e finanziaria; il rublo, cui era già stata imposta una svalutazione, era adesso in caduta libera e l'intera situazione nazionale non accennava a migliorare. A fine agosto Eltsin annunciò che non si sarebbe dimesso, ma che alle presidenziali del 2000 il suo nome non avrebbe figurato fra i candidati. A metà settembre la crisi di governo venne infine risolta con l'elezione a premier di Evgenij Primakov, ma il 1998 si chiuse nella piu' totale incertezza (per approfondimenti vedi Medvedev R., La Russia post-sovietica. Viaggio nell'era Eltsin, Einaudi, Torino, 2002, p.319-346).

[Note 16] Piatto costituito da ravioli ripieni di carne, molto simili nella forma ai tortellini nostrani, ma diversi per grandezza e consistenza della pasta. Tipici delle province siberiane, sono ormai diffusi in quasi tutta la Russia europea.

[Note 17] Uno dei prodotti-base della cucina russa. Si avvicina molto alla comune panna acida, ma il sapore risulta meno marcato e piu' dolciastro. Utilizzata pressochè ovunque come condimento, base per salse, nei cibi sia dolci che salati.

[Note 18] Cfr. Verdery K., op. cit., p.21-23

[Note 19] Vedi Osret, 2001 e Anci Veneto, 2003 cit. in Mazzacurati C., Colf e badanti ucraine e moldave a Padova, in corso di pubblicazione in Stranieri in Italia, a cura di G. Sciortino e A. Colombo, Il Mulino, 2005, p. 2

[Note 20]

Quello dei “supernonni” è un fenomeno che sta interessando sempre piu' anche i paesi occidentali, cfr.

Verdery K., op. cit., p. 65

[Note 21] Questi dati sono reperbili al sito http://www.provincia.fe.it/lavoro/atti_immigrati.htm. Significative risultano anche le cifre che interessano le richieste di regolarizzazione per colf e badanti registrate nel corso della sanatoria 2002: una percentuale del 73,4% per i moldavi e del 84,2% per gli ucraini. cfr. Caritas/Migrantes, Dossier Statistico Immigrazione, 2003.

[Note 22] Termine in origine dialettale, identifica ormai l'intera categoria lavorativa che presta assistenza ad anziani, malati o disabili presso le loro abitazioni, dove spesso risiedono. Il vocabolo è significativamente utilizzato quasi unicamente come nome femminile.

[Note 23] Mi riferisco in particolare all'articolo di Mazzacurati C., Colf e badanti ucraine e moldave a Padova, in corso di pubblicazione su Stranieri in Italia voll.3, Il Mulino, 2005 e alla ricerca Storie invisibili. Percorsi migratori delle donne dai paesi dell'ex Urss, a cura di Tassinari A., Valzania A., Ires Toscana, 2003.

[Note 24] Vedi Mazzacurati C., op.cit., p.11-12 e Kirillova E., Ukrainskie trudovye migranty v Rossii, pubblicato all'indirizzo http://pubs.carnegie.ru/books/1998/9810gv-04ek.pdf.

[Note 25] Per un approfondimento sul concetto di cosa appartenga al “femminile” e cosa al “maschile” vedi l'interessante l'articolo di Meshcherkina E., New Russian men. Masculinity regained? in Ashwin, p.105, 2000.

[Note 26] Nel saggio L'harem e l'occidente, Firenze, Giunti, 2000, la sociologa marocchina Fatema Mernissi attraverso l'immagine occidentale dell'harem tenta di rintracciare le origini del diverso atteggiamento di due culture, quella europea-occidentale e quella araba-orientale, nei confronti delle donne e del concetto di bellezza.

[Note 27] L'espressione, riferita alla “Questione Donna”, era fequente soprattutto nei discorsi ufficiali delle autorità e nella propaganda. Stalin annunciò poi nel 1930 che la questione femminile era stata risolta e che quindi non era piu' necessario che rappresentasse un argomento a sé nella discussione politica.

[Note 28] Vedi nota al capitolo 3

[Note 29] Fino al 31 gennaio 1918, quando venne adottato quello gregoriano (lo stesso utilizzato in occidente), la Russia si atteneva al calendario giuliano, introdotto dallo zar Pietro I nel XVIII secolo, che comporta uno spostamento in avanti di dodici o tredici giorni.