Universitŕ
degli Studi di Padova
Facoltŕ di Lettere e Filosofia
Master
in Studi Interculturali
a.a. 2003/2004
Tesina di approfondimento:
Il percorso evolutivo delle
'gender politics' nei paesi ex sovietici:
alle radici della migrazione femminile dall'est Europa
Giulia Cini
Relatrice: Cristina Mazzacurati
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Indice
IV. Transizione
o trasformazione? Ascesa e caduta dell'homo sovieticus
V. Relazioni
di genere e strategie migratorie. Quali connessioni si intravedono?
Introduzione
Perché studiare i fenomeni migratori, in particolare quelli appartenenti
all'ex Urss o all'ex blocco sovietico, in un'ottica di genere? Quali prospettive
può aprire uno studio su come venivano intesi in periodo sovietico i
ruoli dell'uomo e della donna nella società?
Il fine di questa ricerca è di servire da punto di appoggio per l'esplorazione
di una problematica ben piu' ampia, senza avanzare la pretesa di dare risposte
definitive bensì nell'intento di stimolare la curiosità e il senso
critico del lettore tanto verso la questione delle relazioni di genere, in Russia
ma non solo, quanto verso quella dell'immigrazione al femminile, dal momento
che ritengo essere entrambe molto piu' vicine al cittadino italiano medio di
quanto egli stesso si renda conto.
Prima di introdurre i temi principali di questo lavoro è necessario,
tuttavia, fare alcune premesse sul significato del termine gender (“genere”
nell'imprecisa ma obbligata traduzione italiana) e sul perché figura
così spesso fra le pagine di questo volume.
Gender è un termine
anglosassone, ma è anche un concetto, come scrive Mila Busoni “La nozione
di genere [...] è allo stesso tempo una categoria dell'analisi sociale
e un tema di ricerca.” [1] Il
termine, che le studiose di scienze sociali degli anni '70 hanno esteso poi
ad altri ambiti, è preso in prestito dalle categorie della linguistica
e in inglese indica una classificazione grammaticale dei nomi che li suddivide
in maschili, femminili e neutri. Il significato assunto da questo vocabolo in
seguito travalica tuttavia di gran lunga il discorso sul linguaggio. Negli scritti
italiani (ma lo stesso problema si è presentato con le latre lingue romanze)
la sua traduzione piu' frequente, “genere”, risulta approssimativa dal momento
che nella lingua italiana lo stesso termine presenta almeno tre diversi aspetti
semantici: il primo ha a che fare con l'ambito letterario e artistico in generale,
il secondo con quello scientifico-biologico (come insieme che racchiude piu'
specie) e l'ultimo è appunto quello grammaticale.
Un ulteriore aspetto è
costituito dal fatto che il termine “genere” ( gender ) ha intrinsecamente
contenuto ed espresso l'idea di asimmetria e di gerarchia ,
assumendo su di sé parte dell'elaborazione femminista precedente sui
“ruoli di sesso” [...]. Il carattere arbitrario delle differenze tra sessi/generi
diventa il punto di partenza per una critica all'assetto sociale degli status
di donne e uomini. (Busoni, 2000, p.27)
Il concetto di gender ha
avuto fortuna perché riesce a racchiudere in un'unica parola frasi appartenenti
a piani diversi dell'analisi sociale, concentrando il discorso sui rapporti
fra i sessi e sulla loro artificialità, sulle divisioni e le differenze
che in qualsiasi epoca e in qualsiasi luogo hanno costituito l'ordine “naturale”
delle cose. Questa nuova categoria di analisi ha permesso di dimostrare che
non c'era niente di “naturale” nel modo in cui vengono divisi il lavoro o le
responsabilità fra i due sessi, al contrario, la presunta superiorità
dell'uomo ha molto piu' a che fare con la politica e con il vivere sociale che
con la natura. L'importanza dell'approccio di genere sta nell'aver dato avvio
ad un modo “altro” di fare critica, guardando gli stessi fenomeni da una prospettiva
differente. Se inizialmente l'attenzione era rivolta alla donna e alla sua condizione,
alla disparità nei diritti garantiti dalla società ai due sessi
e all'origine delle travisazioni sui ruoli “naturali”, lo spettro dei gender
studies (conosciuti anche come women's studies) si è in seguito
arrichito dando vita ad ambiti di ricerca completamente nuovi, che si rivolgono
anche a quella parte della società che non si riconosce in nessuna delle
definizioni del tradizionale sistema sessuale “bipolare”. Da qui lo sviluppo
dei men's studies, dei gay studies e l'evoluzioni del concetto
di genere in termini come transgender e anche in questi casi gli studiosi
di Stati Uniti e Gran Bretagna hanno giocato d'anticipo. E' proprio per questa
caratteristiche di “alterità” e di sguardo critico “obliquo” che ho deciso
di affronare la questione dei rapporti di genere in epoca sovietica combinandola
con quella della migrazione dai paesi che dell'area di influenza sovietica fecero
parte, per osservare gli stessi fenomeni attraverso una lente forse piu' distorta
ma il piu' possibile trasparente. L'idea per la ricerca è
nata dalla constatazione che le mie osservazioni empiriche sulla realtà
delle migranti ucraine, moldave, rumene e in misura forse minore russe, nella
zona di Firenze e dei comuni ad essa limitrofi trovassero una corrispondenza
impressionante in ciò che vedevo passeggiando per le strade di Padova
e ascoltavo dalle persone che ho avuto la fortuna di conoscere durante il periodo
di soggiorno coinciso con la frequentazione del Master in Studi Interculturali.
Nelle nostre città vivono un numero imprecisato ma elevato di donne che
per buona parte della giornata e della settimana lavorativa non “vediamo” perché
vivono nelle nostre case e si occupano di faccende domestiche, di malati o di
anziani che noi non abbiamo piu' tempo per curare. Queste donne hanno spesso
alle spalle un passato storico comune, hanno condiviso anni di indottrinamento
ideologico, di sospetto verso il prossimo, di libertà pagate a caro prezzo
e poi svanite dal giorno alla notte, di disillusione e disorientamento, ma condividono
anche un modo di pensare con cui spesso abbiamo difficoltà a confrontarci.
E' vero che la somiglianza fisica, “esterna” con i migranti dai paesi dell'est
Europa è maggiore rispetto a quelli provenienti da Asia e Africa, ma
troppo spesso questa somiglianza ci trae in inganno e ci induce a pensare che
anche ciò che sta “all'interno” sia simile. Siamo in molti purtroppo
ad essere ancora abituati a vedere l'esperienza del periodo sovietico attraverso
immagini distorte, create sia dalla propaganda mediatica dei “cattivi” (il regime
comunista) che da quella dei “buoni” (l'occidente e gli Stati Uniti in particolare).
Sarebbe curioso condurre un sondaggio su quali immagini rappresentino meglio
l'idea che abbiamo degli ultimi venti anni di storia sovietica: l'orso Misha,
mascotte delle olimpiadi di Mosca del 1980, la stella rossa a cinque punte oppure
le file di fronte ai negozi vuoti di Mosca e il biondo pugile che fissa Sylvester
Stallone dall'alto dei suoi centimetri minacciandolo di “spiezzarlo in due”?
La fine dell'Urss ha portato
enormi cambiamenti le cui evoluzioni siamo oggi in grado di osservare ma non
sempre di comprendere. Gli stessi paesi che ieri chiamavamo “comunisti” oggi
li definiamo “democratici” e per la Russia vale un avvertenza suggeritami da
un amico moscovita: di ciò che del comunismo è rimasto non è
bene parlare (soprattutto di fronte agli statunitensi) e di ciò che ha
preso il posto del comunismo è meglio tacere (soprattutto di fronte ai
russi).
Volgiamo ora lo
sguardo indietro e cerchiamo di rintracciare quei fili di lana colorata che,
attraversando la storia di uomini e donne dall'est europeo fino al Pacifico,
intersecandosi con le leggi e i codici che regolarono i rapporti di genere,
portano ai giorni nostri e alla ridefinizione di quegli stessi rapporti. Osserveremo
il percorso di questi gomitoli partendo da un momento storico la cui scelta
non può tuttavia dirsi originale, la Rivoluzione del 1917.
I.
La rivoluzione socialista e l'utopia della donna “liberata” 
Uno degli aspetti piu' contraddittori e quindi
interessanti della politica sovietica è senza dubbio l'attenzione rivolta
alla discussione sulla donna e il suo ruolo nella futura società comunista.
L'ideale diffuso dalla propaganda fin dai primi anni successivi alla rivoluzione
è così apparentemente innovativo da aver costituito un elemento
di grande fascino anche per donne che del sistema sovietico non facevano parte,
ma si trovavano invece al di là del confine.
Alla donna sovietica veniva
promessa la liberazione dai legami e dal giogo della famiglia borghese, le venivano
offerti lavoro, protezione e sostegno senza dover piu' dipendere da un uomo,
le veniva rivolto da colorati plakaty [2]
l'appassonato invito ad uscire finalmente “fuori dalle cucine”. Non
doveva neppure preoccuparsi per i propri figli o la propria vecchiaia, lo stato
socialista avrebbe provveduto a tutti i suoi bisogni. Per quanto le premesse
fossero luminose e le intenzioni assai nobili, non era grazie ad alcun disinteressato
spirito antesignano del femminismo che le autorità postrivoluzionarie
misero in atto misure, da molti definite progressiste, nell'ambito della politica
di genere.
All'interno di
un contesto così fortemente conservativo come la famiglia patriarcale
(soprattutto quella contadina), che in Russia godeva ancora di ottima salute
algli inizi del XX secolo, le donne cositituivano un elemento subordinato ma
indispensabile, disprezzato e sottomesso, ma forse per questo piu' facilmente
attaccabile, manovrabile e quindi pericoloso. La rivoluzione doveva scardinare
tutte le istituzioni arcaiche, religiose e borghesi, instaurare un nuovo sistema,
inaugurare il nuovo corso, ma per farlo aveva bisogno di sfruttare meccanismi
e leve già esistenti. Una di queste leve furono le donne.
E' stato notato da numerosi
ricercatori come il potere bolscevico abbia, fin dagli albori del regime, prestato
molta piu' attenzione al ruolo della donna che a quello dell'uomo in quanto
tale, considerando quest'ultimo attraverso una lente di volta in volta diversa
e funzionale al sistema: ora come comunista, lavoratore, leader, soldato o contadino.
In questo fervente interesse per la condizione e liberazione della donna si
è voluto scorgere uno degli obiettivi spesso celati dietro la propaganda:
sfruttare ”l'anello debole” del sistema patriarcale per disgregare le famiglie
dall'interno, preparando il terreno per la costruzione della nuova società
comunista. Poter controllare la popolazione femminile, facendosi carico delle
sue necessità e bisogni quotidiani, “domestici”, significava avere libero
accesso alla sfera privata e piu' difficilmente raggiungibile dell'individuo,
che veniva in questo modo a costituire un docile e prezioso ingranaggio del
nuovo sistema. Sebbene si possa dire con poca certezza che questo scopo nascosto
fosse presente già nella politica di governo dei bolscevichi, che per
primi sollevarono la “questione donna”, l'interferenza sempre maggiore dello
stato nell'ambito privato delle persone è un dato di fatto che in seguito
emergerà con un'evidenza sempre maggiore. Il fatto stesso che si riconoscesse
l'esistenza di un “problema famiglia” legittimerà, infatti, in epoca
staliniana misure sempre piu' invasive e repressive, giustificandone l'azione
nell'interesse della collettività tutta. Durante il pimo ventennio
successivo alla rivoluzione vi furono accese discussioni sulla necessità
di coinvolgere le donne nel processo di costruzione della nuova società.
A questi dibattitti parteciparono anche molte esponenti dei collettivi e portavoci
del movimento, presente a quel tempo in Russia come anche in altri paesi occidentali
e negli Stati Uniti [3] , per
i diritti della donna. Il generale fermento politico e legislativo del periodo
fra il 1918 e la fine degli anni '20 permise l'introduzione di norme per l'epoca
estremamente avanzate, che diedero la possibilità alla popolazione femminile
di partecipare attivamente all'opera di divulgazione, organizzazione e messa
in atto del programma di Partito. In ciò i rivoluzionari vennero notevolmente
aiutati dalla percezione che un qualsiasi osservatore poteva avere delle reali
condizioni di oppressione e arretratezza in cui viveva la maggior parte delle
donne, specialmente nelle campagne. Il primo significativo passo
verso l'agognata emancipazione avvenne nel 1918 con la promulgazione del codice
di leggi riguardanti la registrazione dello stato civile e la famiglia
[4] , la legislazione in materia di
matrimoni, nascite, decessi, tutto ciò che riguardava da vicino la sfera
privata della vita di ogni individuo. Venivano ritenuti legali solo i matrimoni
civili, la posizione della donna nei confronti della legge diveniva pari a quella
dell'uomo, le donne acquisivano il pieno controllo dei propri beni e guadagni
successivi al matrimonio, il divorzio era legale e sebbene necessitasse il consenso
di entrambi i coniugi, le pratiche per ottenerlo non presentavano grandi ostacoli
e i figli nati al di fuori del matrimonio, prima considerati illegittimi, venivano
adesso riconosciuti dalla legge. Inoltre, attraverso la creazione di uffici
speciali [5] per la registrazione
delle nascite, dei decessi, dei matrimoni, ma anche dei divorzi, lo stato si
assicurava una prima importante vittoria contro il precedente monopolio della
chiesa nella gestione degli affari civili; ancora una volta furono le campagne
ad essere maggiormente coinvolte e sconvolte nelle loro pratiche secolari. Non
dobbiamo dimenticare, infatti, che uno dei bersagli cui miravano le autorità
erano due istituzioni fra le piu' rappresentative del vecchio regime zarista:
la famiglia contadina conservatrice, dove da secoli regnava un'organizzazione
sociale tipicamente patriarcale, ma ancor piu' la Chiesa, che proprio attraverso
la celebrazione dei vari uffici ( dal battesimo, al matrimonio al funerale )
si garantiva un importante mezzo grazie al quale poteva esercitare la propria
autorità sulle comunità di fedeli. Adesso tutte queste funzioni
venivano assunte dallo stato, l'unica autorità riconosciuta. Ciò che non traspariva
dal codice, tuttavia, era il fatto che il potere bolscevico si trovava ora (consapevolmente
o meno) in possesso di strumenti che in seguito avrebbero garantito al futuro
regime totalitario di entrare nelle case delle persone dalla porta principale,
regolamentando e assumendo il controllo di ogni aspetto del privato. Per i decenni
che seguirono l'ascesa al potere di Stalin, a sentire molti ex cittadini sovietici,
lo stesso termine “privato” di fatto perse ogni significato poiché l'intrusione
dello stato arrivava ben oltre la soglia persino della camera da letto.
Le donne vennero quindi liberate,
per loro nel 1919 venne appositamente creato un dipartimento, lo Ženotdel
[6] , che si sarebbe velocemente
e capillarmente ramificato in numerose sedi locali con il compito fondamentale
di diffondere il messaggio del Partito alle donne. Il ruolo di questo dipartimento
e dei suoi uffici locali era esplicitamente studiato per coinvolgere attivamente
le donne attraverso incontri, pubblicazioni, programmi di alfabetizzazione,
indottrinamento sulle basilari norme sanitarie e organizzazione della propaganda.
Nelle menti dei rivoluzionari e delle rivoluzionarie le sedi dello Ženotdel
si sarebbero anche incaricate di creare speciali centri di gestione “collettiva”
delle faccende domestiche (argomento che approfondiremo nel prossimo capitolo),
sollevando le donne dai pesanti oneri della casalinga [7]
. Queste nuove donne autonome, consapevoli e liberate avrebbero sostenuto
e tramandato i nuovi valori socialisti ai propri figli e sarebbero state il
collante ideale della nuova famiglia sovietica. Lo Ženotdel, tuttavia, non
operava ispirato da filantropia, ma secondo le rigide direttive del Partito,
sotto lo stretto controllo del quale si trovava. Per quanto fosse senza dubbio
presente una reale volontà di autoemancipazione da parte delle attiviste
del dipartimento, quindi, risulta comunque evidente che la creazione e l'operato
degli ženotdely si rivelarono per lo stato un pratico espediente in grado
di scardinare efficacemente l'assetto familiare tradizionale, erodere lo spazio
lasciato alla sfera privata dell'individuo, e inserirsi ulteriormente nella
sua vita domestica. D'altra parte sembra che lo stesso Lenin abbia affermato
fra gli scopi principali dello Ženotdel vi era quello di "agitare
le enormi masse di donne, mettendole in contatto col Partito e mantenendole
sotto la sua influenza"
(Lenin, cit. in Stites, 1978) [8]
Tutto dunque doveva covergere
nell'instaurazione di un novyj byt [9]
, uno stile di vita quotidiano radicalmente nuovo, dove assumeva
maggiore importanza la relazione di ogni singolo uomo e ogni singola donna
con lo stato piuttosto che con l'altro. La
politica sociale bolscevica degli anni '20 riguardante la famiglia può
a prima vista apparire in contrasto con quella adottata successivamente da
Stalin e dai suoi successori. In effetti molti studiosi (come ad esempio Robert
Thurston) hanno creduto di vedere nella rivalutazione dell'istituzione familiare
e del ruolo dei genitori iniziata dalla seconda metà degli anni '30,
con misure di restrizione sul divorzio e l'aborto, come un passo indietro
rispetto alle posizioni postrivoluzionarie, un ritorno a valori tradizionali
e conservatori in contrasto con l'ambizione bolscevica di creare i presupposti
per una società dove uomini e donne avessero pari libertà e
diritti sia dentro che fuori della famiglia.
Pur non esistendo certezze sulle reali intenzioni
del governo bolscevico degli anni '20, soprattutto per quanto riguarda la
politica di genere, in un'ottica complessiva, tuttavia, nell'ottica a lungo
termine della “costruzione socialista”, questi differenti atteggiamenti verso
la famiglia e la donna sembrano quasi derivare spontaneamente l'uno dall'altro,
due fasi concatenate di cui solamente la seconda ha avuto un esito palese
nel disegno totalitario di Stalin. Nel
periodo postrivoluzionario non si delineò una precisa politica riguardo
la famiglia poiché era convinzione diffusa che una volta superata la
fase di passaggio verso il comunismo, i tradizionali legami familiari, così
come erano all'inizio del XX secolo, non avrebbero piu' avuto senso e gli
individui sarebbero stati finalmente liberi. Le misure necessarie per attuare
l'emancipazione dell'uomo e della donna furono prese “strada facendo” mentre
i dibattitti avevano ancora luogo ed esistevano visioni spesso contrapposte
anche in seno al partito.
In seguito si resero necessari aggiustamenti e digressioni temporanee da questo
programma, dettate in parte dalle contingenze storiche, finchè la dottrina
stalinista impose dagli anni '30 un ritmo diverso alla trasformazione sociale.
I legami tradizionali erano già stati minati alla base, ma era necessario
completare l'opera se lo scopo finale, come dimostrato dalla politica di Stalin,
era la sottomissione allo stato di ogni singolo individuo. L'uomo e la donna
dovevano essere scissi l'uno dall'altra, avere una relazione diretta con lo
stato e divenire “atomi” autosufficienti e ordinati. Ricombinando gli atomi
a suo piacimento, Stalin avrebbe così ottenuto un nuovo tipo di famiglia
e una cellula primaria del nuovo sistema che, mantenendo da un lato alcune caratteristiche
della precedente visione patriarcale, avrebbe infine assunto una struttura assai
permeabile all'intervento del sempre piu' invadente Partito e in particolare
del suo leader . All'interno di questo progetto la donna, nel suo ruolo di madre,
si rivelava uno strumento essenziale di azione e controllo in grado di sostenere
la parte piu' gravosa del processo di trasformazione.
Se da un lato, infatti, si tentava ancora di presentare i pericoli dell'influenza
materna (come di quella paterna), quando non conforme ai precetti del bolscevismo,
sulle giovani menti dei figli, dall'altro si esaltava con tutti i mezzi e le
lodi il ruolo di madre, l'eroina per eccellenza in quanto “produttrice” di futuri
comunisti, un ruolo che assunse connotati simbolici di grande impatto con la
successiva instaurazione e rafforzamento del regime.
Come hanno efficacemente evidenziato
Floya Anthias e Nira Yuval-Davis nella loro analisi del rapporto fra donna,
etnicità e nazionalismo, uno stato è solito porre particolare
attenzione verso le questioni che riguardano la donna come categoria sociale,
principalmente perché si ritiene che abbia un ruolo specifico e fondamentale
all'interno di qualsiasi società. Le donne risultano quindi oggetto
e al tempo stesso agente intermediario nella realizzazione delle politiche
statali, in particolare sotto alcuni aspetti in
quanto riproduttori biologici di membri della collettività etnica;
in quanto riproduttori dei confini fra gruppi etnici/nazionali; in quanto
partecipanti con un ruolo centrale nella riproduzione ideologica della collettività
e in quanto trasmettitori della sua cultura; in quanto rappresentanti delle
differenze etniche/nazionali; in quanto partecipanti agli sforzi nazionali,
economici, politici e bellici. (Anthias
e Yuval-Davis, 1989 cit. in Ashwin, 2000, p.3) Il
tentativo di creare un tipo di famiglia specificamente sovietica, tuttavia,
non ebbe che un successo parziale. Sebbene la donna avesse assunto un nuovo
importante ruolo e nuove responsabilità, l'assetto originale delle
relazioni di genere non venne praticamente intaccato e l'antica immagine della
famiglia con a capo l'uomo che provvede a moglie e figli, così come
la visione tradizionale dei rapporti fra i coniugi, continuò ad influenzare
generazioni di individui.
Una delle principali cause di questo graduale
scollamento fra immagine ideale e reali aspettative fu l'atteggiamento ufficiale
delle autorità sovietiche verso le problematiche di genere, che era
e restava estremamente contraddittorio. La tanto declamata “rivoluzione culturale”
fu attuata, dunque, mettendo in campo e strumentalizzando le categorie di
genere, operando scelte che condizionarono pesantemente le future evoluzioni
nel rapporto fra i due sessi all'interno della famiglia soprattutto, ma non
solamente. Indipendentemente dal fatto che il fine ultimo di queste trasformazioni
possa dirsi piu' strumentale verso le politiche di controllo sociale che realmente
“emancipatorio” della condizione femminile, ciò che è interessante
notare è come la prospettiva degli studi di genere sia effettivamente
illuminante in questo contesto. Commentando le intuizioni di Elizabeth Wood,
Sarah Ashwin scrive "Una volta osservato da questo punto di vista [quello
delle categorie di genere], diviene chiaro che la politica dello stato bolscevico
non fu mai diretta alla liberazione delle donne dagli uomini, fu diretta a
scardinare la subordinazione delle donne nei confronti della famiglia patriarcale
al fine di “rendere liberi” sia uomini che donne di servire la causa comunista.
Naturalmente, poi può darsi che molti comunisti credessero che alla
fine tutto ciò sarebbe risultato nella liberazione dell'intero proletariato
(inclusi probabilmente i contadini piu' poveri), ma nel frattempo la parola
d'ordine della nuova società non era liberazione, ma disciplina. (Ashwin,
2000, p. 5) Per dare inizio
alla costruzione del socialismo era necessario rimboccarsi le maniche e recuperare
lo scarto nei confronti dell'occidente, l'avvio del processo accelerato di
industrializzazione avrebbe richiesto uno sforzo immane da parte di tutti,
ma lo stato scelse di stipulare un'alleanza speciale con le donne.
II.
Madri-eroine. La “socializzazione” della riproduzione 
Una volta liberate dal dominio della famiglia
patriarcale, quale nuovo ruolo e quali prospettive di integrazione nella società
potevano aprirsi per le donne? Il progetto bolscevico conteneva già
in sé, nell'adesione alla dottrina marxista, la risposta: le donne
avrebbero fatto ingresso nel mercato del lavoro, la loro integrazione sarebbe
avenuta grazie all'inserimento in un rapporto di lavoro salariato con lo stato.
In tal modo venivano assicurati alla donna efficaci mezzi per il proprio sostentamento,
che non la obbligavano piu' a dipendere dallo stipendio del padre o del marito;
mezzi ora trasferiti dalla sfera privata a quella pubblica, sottilineando
con particolare enfasi il passaggio dalla precedente “oppressione” all'attuale
“protezione” che lo stato offriva a tutte le donne.
Ancora una volta non si trattava
di una decisione volta ad emancipare completamente le donne, quanto piuttosto
di un efficacissima strategia politica che assolveva contemporaneamente piu'
di uno scopo. Il lavoro stipendiato dave alle donne sovietiche la possibilità
di sentirsi indipendenti e realizzate, ma le rendeva anche facilmente controllabili
dallo stato, specialmente se avevano già dei figli a cui provvedere.
Un secondo fine, tutt'altro che trascurabile, era invece lo sfruttamento di
un'enorme potenziale di forza lavoro in un momento storico in cui lo sforzo
richiesto dai piani di produzione industriale era indubbiamente superiore alle
risorse esistenti. Si può a mio avviso affermare che attuare l'impegno
di sviluppo industriale e sociale preso dalle autorità sovietiche prima
con il varo della Nep [10] e
successivamente, dal 1929 in poi, con i piani quinquennali non sarebbe stato
in alcun modo possibile senza l'apporto determinante della popolazione lavoratrice
femminile. Il progetto socialista prevedeva
che lo stato si facesse concretamente carico della gestione non solo delle faccende
domestiche, che le donne non avrebbero piu' avuto tempo né bisogno di
fare, ma anche della cura dei piccoli comunisti, dalla prima infanzia alla formazione
scolastica. Nella futura società sovietica sarebbero esistiti veri e
propri centri collettivi per lo svolgimento di mansioni tipicamente casalinghe:
i piani prevedevano la creazione di mense pubbliche per la distribuzione del
cibo, lavanderie pubbliche, centri speciali di rammendo degli abiti, accanto
naturalmente a nurseries con personale specializzato nella cura dei neonati,
colonie dove i bambini sarebbero cresciuti sotto lo sguardo vigile degli educatori
e dove le madri avrebbero potuto visitarli in ogni momento, si arrivò
persino a progettare speciali stanze adibite all'allattamento o alla raccolta
del latte materno all'interno delle fabbriche. Questi progetti, tuttavia,
restarono quasi sempre al livello embrionale e la maggior parte dei tentativi
di socializzare completamente la sfera domestica fallirono in breve tempo. I
problemi si presentarono soprattutto a livello pragmatico, dove fu immediatamente
evidente che i costi, sia economici che sociali, superavano i benefici, soprattutto
per ciò che riguardava la cura dell'infanzia: la mortalità dei
bambini nelle nurseries statali risultava altissima, le balie da latte non erano
mai sufficienti, si osservavano sempre piu' frequentemente i danni che la mancanza
della vicinanza e dell'affetto materno provocava nei bimbi, ed infine il costo
che lo stato sosteneva in termini strettamente economici era maggiore rispetto
alla molto piu' economica cura familiare. Lo stato si trovò quindi a
dover formulare un compromesso: accettare che il compito di allevare i figli
restasse nell'ambito privato della famiglia, ma continuare ad esercitare il
proprio controllo attraverso l'influenza sulle madri e il parziale sostegno
delle nurseries pubbliche. Per ragioni puramente pratiche,
quindi, le voci del Partito iniziarono a promuovere il ruolo centrale della
madre nell'educazione dei figli. Lentamente ma gradualmente emersero alcune
delle numerose tensioni irrisolte che la politica ufficiale aveva creato, coniugando
ancora una volta tradizione e rivoluzione. L'iniziale idea di trasferire
le funzioni domestiche dall'ambito privato a quello pubblico non intaccava,
infatti, l'opinione comune e diffusa che tali funzioni fossero comunque una
prerogativa esculsivamente femminile e una responsabilità “naturale”
della donna, confermando ancora una volta quanto contraddittorio fosse il messaggio
dell'autorità sovietica:
[...] sebbene si presentasse come una politica di trasformazione sociale, poggiava
su una visione interamente tradizionale della differenza sessuale “naturale”.
(Ashwin, 2000, p.11)
Se da un lato si
incitavano le donne ad “uscire dalle cucine” , ad utilizzare il loro tempo per
istruirsi, per lavorare, per acquisire una coscienza politica e per realizzarsi
nella collettività, dall'altro si chiedeva loro di continuare ad occuparsi
del focolare domestico e dei figli mantenendo gli stessi orari lavorativi e
le stesse responsabilità. L'inserimento nel mondo del
lavoro, tuttavia, non fu l'unico strumento grazie al quale le autorità
operarono importanti trasformazioni al ruolo della donna. A partire dagli anni
'30 si dette il via ad una ridefinizione, rivalutazione e mitizzazione simbolica
del ruolo di madre, con implicazioni che investiranno la percezione della donna
e delle categorie di genere nella società a tutti i livelli. Non credo sia affatto un
caso se fu proprio in Russia che questa particolare elaborazione semantica ebbe
luogo. Anche i piu' digiuni di cultura russa avranno almeno una volta sentito
l'espressione “(Santa) Madre Russia”, non necessariamente in riferimento al
periodo sovietico. Risalire alle origine di questa immagine costituirebbe una
digressione, per quanto interessante, troppo lunga per poterla affrontare in
questa sede, ma mi preme tuttavia fornire un breve accenno in modo da illuminare
quanto meno le argomentazioni successive. E' indubbio che fin dalla
seconda metà del XIX secolo l'associazione fra il neonato concetto di
nazione come terra d'origine sia stato connesso strettamente con quello di donna
nel duplice aspetto di madre ma anche di amante (entrambe riassumibili se pensate
come “donna amata”). Lungi dal voler forzatamente vedere nella visione dei romantici
e dei nazionalisti il riflesso di una ipotetica relazione edipica, resta il
fatto che questa immagine ha evidentemente attecchito in profondità,
aiutata, nel caso della Russia, da presupposti culturali precedenti. Le ipotesi
che potrebbero giustificare la nascita dell'immagine della “Madre Russia” sono
numerose: dalla semplice ed universale constatazione dell'importanza biologica
del dare la vita, all'immagine materna della terra legata all'agricoltura e
al mondo contadino, così importanti in Russia fino al XX secolo, oppure
addirittura all'eredità di un presunto periodo matriarcale slavo precristiano
[11] Senza pretendere di dare in
questa sede una risposta esauriente su quale di queste ipotesi (se fu una sola)
abbia infine prevalso, basti ricordare come infine si è potuti giungere
alla definizione, in periodo illuminista, della “natura” della donna e al suo
essere quindi vincolata biologicamente al ruolo di madre (Busoni, 2000, p.32),
assunto sul quale si è concentrata la critica femminista prima e molti
dei lavori di women's studies successivamente. Dallo stesso assunto,
che l'essere madre fosse una prerogativa “naturale”, che quindi rientrava nell'ordine
immutabile delle cose, partirono anche gli ideologi sovietici quando costruirono,
attraverso il messaggio del partito e alla propaganda, l'immagine politicizzata
della madre-eroina, successivamente perfezionata e adeguata di volta in volta
al differente momento storico. La madre degli anni '20 era
essenzialmente un congegno miracoloso, una “macchina vivente” per la produzione
di comunisti in miniatura, che lo stato avrebbe poi allevato a sua immagine
e somiglianza. Ci si aspettava che le donne mettessero al mondo non i propri
figli, ma i figli dello stato, che non li considerassero qualcosa di loro proprietà,
ma un bene comune, che considerassero di conseguenza il loro essere madri non
come un'esperienza privata ma piuttosto come una funzione statale. Olga Issupova ha identificato,
nella politica del nascente stato sovietico riguardo la maternità e l'infanzia,
alcune priorità
Primo, la riproduzione era vista come una funzione di stato, per la
quale le donne dovrebbero essere ricompensate.
Secondo, in linea con questo, lo stato
era interessato alla qualità delle future generazioni. Terzo, i bambini,
una volta prodotti, dovevano essere allevati come comunisti. (Issupova
in Ashwin, 2000, p. 31)
Poiché il corpo della
donna rappresentava un veicolo il cui valore andava preservato nell'interesse
dello stato, in quest'ottica si inserirono i numerosi provvedimenti di istruzione
sanitaria per le donne (compito assunto spesso dal Ženotdel) e promozione del
benessere fisico delle madri, soprattutto durante la gravidanza e il parto.
Dal momento che era in gioco l'interesse dello stato, era naturale che fosse
quest'ultimo non solo a “proteggere le future madri”, ma a regolamentare ogni
aspetto riguardante la maternità, fornendo alle gestanti direttive precise
sul “giusto” modo di mangiare, fare o meno esercizio, persino di partorire.
Se la maternità era una funzione sociale, il piu alto servizio reso al
proprio popolo e allo stato, oltre che il naturale destino di una donna, una
madre che assolvesse a questo servizio dando alla luce quanti piu' figli possibile
si meritava senza dubbio di essere portata come esempio e di venir insignita
del titolo di madre-eroina, titolo che non ebbe mai un corrispettivo
maschile.
Il suo eroismo emergeva quindi propriamente dall'essere madre, oltre che lavoratrice,
dal mettere il proprio grembo al servizio della causa comunista, dal partorire
figli che sarebbero divenuti potenziali leaders, eroi e soldati. Venivano esaltati
e premiati lo spirito di abnegazione e di sopportazione nell'affrontare i dolori
piu' penosi: mettere al mondo un figlio e perderlo.
Sebbene non venne esplicitamente annunciata alcuna politica di incremento delle
nascite, era abbastanza evidente dalla propaganda di partito quanto lo stato
insistesse sulla necessità di aumentare le file della causa comunista,
in particolare dopo che la seconda guerra mondiale aveva privato il paese di
una cospicua parte della sua popolazione. La dimostrazione di un'attenzione
particolare verso la necessità di un massiccio ripopolamento nell'era
staliniana si evince da decisioni come quella di introdurre il bando sull'aborto
già nel 1936 (verrà nuovamente sollevato solo nel 1955). Lo stato
scelse di “allearsi” con le madri, facendo leva sul rapporto privilegiato che
il loro status di “macchine viventi” garantiva, per combattere alcuni dei mali
piu' perniciosi per la collettività sovietica: l'isolamento dell'individuo
e l'alcolismo. Il primo si poteva sconfiggere con la rivalutazione della famiglia
in chiave comunista, il secondo facendo delle donne (soprattutto delle madri)
un efficace strumento di pressione ideologica sui mariti quando questi si fossero
sottratti ai loro doveri verso la società per abbracciare la bottiglia.
Anche dopo l'era Stalin si continuò a dare grande importanza al lavoro
delle donne e a glorificare la maternità, legittimando quell'autonomia
e quel potere che le donne avevano ormai assunto all'interno della famiglia,
a scapito dei loro mariti. Questa alleanza con le madri, come del resto tutta
la politica sovietica nelle relazioni di genere, ebbe infatti una conseguenza
forse inizialmente sottovalutata: la completa marginalizzazione dell'uomo nel
suo ruolo non solo di capofamiglia, ma anche e soprattutto di padre. Per quanto
questo potesse rientrare nel progetto delle autorità sovietiche, sempre
ansiose di tenere sotto controllo ogni aspetto della vita delle proprie “cellule”,
ciò che nessuno poteva prevedere era l'effetto che questo isolamento
avrebbe avuto sulla popolazione maschile quando la situazione nel paese, in
particolare quella economica, iniziò gradualmente a peggiorare.
III. Dalla famiglia patriarcale a quella comunista. Lui, lei, lo stato ovvero:
il terzo incomodo 
All'interno dell'istituzione della famiglia
e grazie alla ridefinizione del ruolo della donna, lo stato si inserì
gradualmente come un cuneo fra la figura della moglie-madre e quellla del
marito-padre, isolando e marginalizzando l'uomo nel tentativo di controllare
entrambi. Prioritario era non solo inserirsi nel nucleo piu' intimo della
sfera privata, ma far sì che fosse chiaro nella mente dell'indiviuo
che al primo posto doveva venire non la relazione uomo-donna, includendo in
questa l'atto sessuale, ma quella uomo-stato e donna-stato, creando così
uno scomodo triangolo in cui fosse palese per tutti chi occupava il vertice.
Con lo stato (e poi la figura di Stalin) come padre, profeta e protettore, uomo
e donna potevano al massimo vedere la loro relazione come quella tra fratello
e sorella, tra “compagni”. In questo strano ménage-a-trois, tuttavia,
il terzo incomodo sembrava essere non l'ultimo arrivato, che pure aveva sovvertito
con prepotenza l'equilibrio iniziale della coppia, ma l'uomo, che si trovava
ad osservare impotente la distruzione della propria autorità patriarcale
mentre la donna celebrava il nuovo legame, sancito dalla priorità del
lavoro sulla vita personale, con l'onnipresente stato .
Quando, dopo la seconda guerra mondiale, l'ideologia perse molto del suo potere
coercitivo e la politica del terrore venne abbandonata, il senso di responsabilità
che in precedenza aveva spinto le donne a lavorare per lo stato venne catalizzato
e riversato dalle autorità sui bisogni della famiglia. Il senso del dovere
ormai radicato nelle menti, piu' a fondo in quelle delle madri-eroine, continuava
a giustificare i sacrifici, ma con la graduale ritirata dello stato dal privato
e dal ruolo di protettore si creò un vuoto sociale che produsse conflitti
e attriti principalmente sul piano delle relazioni di genere.
Abbiamo avuto modo di osservare come lo stato avesse puntato da subito a indebolire
la figura del patriarca, l'unico vero ostacolo alla penetrazione nella sfera
privata e all'estensione dell'influenza delle autorità sovietiche su
tutti i membri della famiglia, ma come avvenne questa “rimozione dei patriarchi”?
Attraverso il sistema legislativo (con i codici di leggi del 1918 e 1926): il
divorzio era legale, estremamente facile da ottenere e i diritti dei figli nati
al di fuori del matrimonio erano comunque riconosciuti, quindi la donna poteva
decidere di lasciare in qualsiasi momento il marito senza correre il rischio
che i figli fossero considerati illegittimi.
Attraverso l'uso strumentale della violenza di stato: il terrore e la repressione
erano nella maggior parte dei casi rivolti verso gli uomini ed erano loro a
subire direttamente interrogatori, prigionia e deportazione.
Attraverso l'alleanza con le madri: la presenza dello stato accanto alle madri
rendeva ridondante quella dei padri individuali, che iniziarono a sentirsi sempre
piu' indifferenti verso le vicende domestiche e familiari.
Tutto procedeva in una direzione ben precisa, quella della delegittimazione
e repressione dell'uomo come “individuo” (in opposizione all'uomo come parte
della collettività) e della trasformazione dello stato nel padre-patriarca
universale: in tal modo quest'ultimo si appropriava, portandoli sotto la propria
influenza, insieme delle famiglie e dei patriarchi “spodestati”.
Si rende tuttavia necessaria una precisazione. Ciò che tramite queste
misure veniva messo in questione non era la tradizionale posizione di dominio
dell'uomo nella società, ma solamente quella all'interno della sfera
privata, dove il posto del patriarca era occupato dallo stato. Il dominio maschile
durante tutto il periodo sovietico era e restò la norma condivisa, il
suo ambito e la sue legittimazione vennero semplicemente relegati nella sfera
pubblica. E' precisamente qui infatti che il “maschio sovietico” aveva la possibilità
di mettere in campo le proprie risorse e guadagnarsi il diritto ad essere considerato,
rispettato e ricompensato. Se nella vita personale la sua autorità di
marito e padre era minata nelle sue basi legislative ed economiche (dal momento
che non era piu' l'unico a guadagnare), nella vita pubblica e soprattutto lavorativa,
quella che lo stato incitava a privilegiare, l'uomo aveva enormi chances per
la realizzazione di sé e del proprio ego. Per quanto, infatti, i privilegi
dell'uomo fossero stati legalmente abbattuti, l'ideologia patriarcale tradizionale
si rivelò estremamente tenace e riuscì a sopravvivere, grazie
anche all'insospettabile apporto delle stesse donne
Nonostante la tanto pubblicizzata liberazione
della donna con il suo conseguente ingresso nel mondo del lavoro, la bilancia
del potere continuava visibilmente ad abbassarsi dal lato maschile. Gli stipendi
di uomini e donne, anche quando queste ultime riuscivano ad occupare posti
di rilievo pari a quelli dei colleghi maschi, non vennero mai equiparati,
lasciando così che venisse perpetrata l'idea della “naturalità”
nel fatto che fosse l'uomo a guadagnare di piu' e ad avere quindi maggior
peso decisionale in famiglia. Il termine kormilec, colui che “nutre”
la famiglia [12] , era ancora
appannaggio del marito e il perpetrarsi di questa situazione costituiva un
importante fonte di rassicurazione per l'uomo riguardo la propria identità
e la nozione della propria mascolinità.
A questo punto mi permetto di anticipare
gli avvenimenti storici con una domanda: cosa accadrebbe se tutto ciò
su cui gli uomini, e come vedremo anche le donne, hanno finora costruito le
proprie certezze, se il sistema che aveva sostenuto e garantito per decenni
uno status quo che, per quanto fragile e contraddittorio, era pur sempre reale,
iniziasse a sgretolarsi? La risposta è oggi davanti ai nostri occhi.
Il vuoto lasciato dall'ideologia non è stato riempito, il posto prima
occupato dallo stato nelle famiglie è tuttora vacante, sia uomini che
donne in modo diverso sembrano essere disorientati dall'incertezza non solo
riguardo alla loro vita pubblica, ma in particolar modo a quella privata,
dal caos generalizzato che si è creato nelle categorie di genere e
nei ruoli sociali.
Dopo la fine della seconda guerra mondiale e ancor maggiormente in seguito,
i settori dell'industria pesante che erano stati la gloria dell'impero sovietico
(estrazione mineraria, lavorazione primaria dei metalli, forniture per l'apparato
bellico etc) iniziarono ad essere considerati obsoleti, mestieri che un tempo
avevano costituito motivo di orgoglio e vanto per l'uomo russo (il “vero uomo”
nell'iconografia sovietica era soprattutto il lavoratore di fabbrica, il minatore,
il soldato) venivano messi da parte in favore di tecnici, ingegneri, accademici,
che niente avevano a che vedere con la forza fisica o il “machismo”. Lentamente
l'uomo vide svanire intorno a sé le condizioni che gli garantivano sicurezza
di sé e dominio.
Non tutto era però necessariamente perduto: se possedeva un carattere
intraprendente, l'uomo poteva sperare di fare affari nel settore che molti studiosi
ritengono fosse il piu' sviluppato e che è giustamente stato definito
“seconda economia”, vivere quindi dei proventi del mercato nero e del commercio
dei prodotti sottobanco, pagare tangenti a ufficiali e funzionari di stato per
ottenere occasionali “favori”, oppure rivolgersi alla sempre funzionale rete
di relazioni informali, fenomeno comunemente chiamato blat [13]
, per accedere a servizi, assistenza sanitaria, merci pregiate, o
posti di lavoro. Un cittadino con uno stipendio qualunque non avrebbe mai potuto
permettersi di raggiungere gli standard di material comfort che l'uomo
sovietico, già ampiamente influenzato dai contatti con l'opulento occidente,
desiderava e invidiava e che erano invece accessibili per il collega piu' “furbo”
o che possedeva le giuste conoscenze (Šlapentoh, 1989, p.70). Quando nessuna
di queste strade, tuttavia, si rivelava praticabile, l'unica prospettiva e l'unico
conforto finiva nuovamente con l'essere l'alcol. Se osservati come all'interno
di uno schema a piramide, il grado di coinvolgimento e senso di responsabilità
dell'uomo all'interno della famiglia e della società risultano nel caso
dell'uomo sovietico inversamente proporzionali all'insorgere di problemi legati
all'alcolismo. Piu' in generale purtroppo, si può osservare come ovunque
si crei un qualunque genere di vuoto, materiale o morale, la vokda tenda a scorrere
copiosa fino a riempirlo.
Nel caso in cui non riuscisse ad affermarsi sul lavoro o nella vita pubblica,
cosa peraltro affatto facile considerata la rigida struttura gerarchica dello
stato e dei suoi apparati, l'uomo aveva ben poche alternative di sopravvivenza
materiale e psicologica. Nell'era sovietica lo stato legittimava tacitamente
il dominio dell'uomo nella sfera pubblica, ma non in quella privata, dove il
suo status e la sua autorità finivano col dipendere dal grado di successo
ottenuto nella prima. La realizzazione sul lavoro, dunque, era divenuta la chiave
per il dominio, la sicurezza e l'indipendenza anche a casa. A differenza della
donna, il cui status è “naturalmente” dato, l'uomo poteva contare solo
su di un ruolo socialmente costruito (quello di kormilec), una volta
che questo fosse venuto meno avrebbe messo in crisi non solo la propria identità
di uomo, ma anche il concetto di sé e della propria mascolinità
di fronte ai suoi simili. Per un uomo sovietico non poteva esistere vergogna
maggiore (peggiore ancora dell'essere chiamato “femminuccia”) che mostrare ai
suoi compagni o colleghi di essere tanto poco “uomo” da farsi mettere i piedi
in testa dalla moglie. Non tutti però sembravano in grado di cavarsela
facimente.
Per poter dimostrare ai compagni del collettivo di non dare troppa importanza
alle opinioni della moglie, era vitale che egli avesse sempre a disposizione
per sé una piccola somma di denaro (di solito variabile fra il 10 e il
20 per cento della propria paga) da spendere di solito nel bere, nell'acquisto
di regali o altri oggetti superflui. Il fatto di avere dei soldi propri in tasca,
trattenuti in quanto diritto di colui che “portava a casa lo stipendio”, costituiva
una fonte di sicurezza psicologica e la garanzia del fatto che possedeva ancora
il controllo dell'andamento economico familiare. In Russia esiste da tempo immemore
una vera e propria cultura del bere alcolico, che si esprime attraverso rituali
sociali estremamente importanti, soprattutto per la popolazione maschile. Offrire
da bere e bere insieme ai compagni uomini rinsaldava i legami di amicizia e
fiducia reciproci, costituendo allo stesso tempo una sorta di cerimonia di riaffermazione
dell'identità maschile. I limiti accettabili dell'idea di “mascolinità”
venivano definiti e sanciti nella sfera pubblica, stava poi al singolo uomo
fare in modo che venissero mantenuti e rispettati anche in quella privata; solo
così egli poteva essere sicuro che nessuno avrebbe messo in questione
il suo essere un “vero uomo”. Una sorta di dramma invisibile si consumava sul
piano delle relazioni di genere, all'esterno e in particolare all'interno delle
famiglie: appariva ormai evidente che il significato di “vero uomo” assumeva
per la moglie un significato ben diverso da quello che avevano in mente il marito
e i compagni di bevuta. Nonostante il fatto che lavorassero anch'esse, l'idea
che dovesse essere l'uomo a sostenere il ruolo di kormilec in famiglia
era condivisa dalle donne, che tuttavia si aspettavano dal marito un atteggiamento
responsabile e una coscienza sviluppata riguardo ai propri doveri di capofamiglia
e ciò non prevedeva, ad esempio, che egli si bevesse con gli amici tutto
lo stipendio appena ricevuto. Indipendentemente dalla cifra guadagnata, se la
paga se ne andava in vodka l'uomo non era ritenuto degno dello status di kormilec.
I mariti, al contrario, pur essendo consapevoli di dover essere loro a portare
a casa i soldi necessari per provedere alla famiglia, erano al tempo stesso
convinti che fosse giusto (nonché loro sacrosanto diritto) trattenere
per sé una parte del denaro che avevano guadagnato.
Il tradizionalismo ancora saldamente radicato nella mente delle donne sovietiche
le portava a desiderare un genere di uomo che lo stato aveva accuratamente “eliminato
dalla piazza” e si ritrovavano quindi con mariti che deludevano costantemente
le loro aspettative. Così, mentre gli uomini erano impegnati a conciliare
il proprio ruolo pubblico con quello privato, le donne si trovavano adesso a
dover lavorare almeno otto ore al giorno (per far fronte alle spese che la vodka
non pagava), sbrigare le faccende domestiche e preparare i pasti per la famiglia
come sempre, accudire i propri figli e in piu', dicevano le autorità,
sostenere e rassicurare i propri mariti sul fatto che fossero ancora loro a
“portare i pantaloni”, a costo di qualche piccola bugia bianca, come nascondere
il denaro se guadagnavano piu' del proprio compagno. A volte capitava, tuttavia,
che le rassicurazioni non fossero sufficienti, che non riuscendo piu' ad affermare
il proprio potere neanche nella sfera pubblica, la rabbia del “vero uomo” per
la perdita della propria dignità si riversasse spesso, aiutata dalla
vodka, in quella privata e che la violenza sui familiari (le mogli naturalmente
avevano la peggio) ripristinasse per qualche alcolico istante il dominio della
forza e l'ordine “naturale” delle cose.
Per sommare peggio al peggio ci si mettevano anche le mogli, con i loro continui
rimproveri e accuse. Lo stato le aveva messe in condizione di poter provvedere
a loro stesse e ai propri figli (anche se di rado lo stipendio di uno solo dei
genitori era sufficiente), aveva promesso loro che se si fossero fatte carico
delle responsabilità familiari le avrebbe aiutate, di fatto le donne
avevano preso il controllo della sfera familiare, non di rado iniziavano a guadagnare
piu' del loro compagno, a prendere scelte importanti per i figli, avevano senza
accorgersene assunto il ruolo di kormilec. Era assai naturale che fossero
in molte a chiedersi cosa dovevano farsene di un marito che in casa non era
di alcun aiuto, anzi, spesso tornava ubriaco anche dal posto di lavoro. Fu così
che a mantenere la famiglia forono sempre piu' spesso le mogli, alle quali lo
stato finiva per fare richieste alquanto contraddittorie.
Se fino al secondo dopoguerra lo stato incoraggiava le donne a mettere in riga
e spronare i mariti piu' pigri, dagli anni '50-'60 e piu' ancora con l'amplificarsi
dei problemi “esterni” nell'era Brežnev, venne sottolineato con frequenza sempre
maggiore quanto la situazione attuale fosse difficile da sostenere per gli uomini
e quanto il loro essere “minacciati” nel privato non li aiutasse affatto ad
agire con successo nella sfera pubblica. Involontariamente, quindi, lo stato
ammetteva che i ruoli di uomo e donna che esso stesso aveva progettato e creato
non combaciavano l'uno con l'altro; non solo, l'elevato numero di divorzi registrati
nel dopoguerra dimostrava anche che quelle comuniste non erano certo famiglie
felici.
La società sovietica aveva
insomma dato luogo ad un paradosso: coesistevano, infatti, sotto lo stesso
tetto
[...] donne forti e indipendenti che nonostante
tutto finivano con l'occuparsi di tutte le faccende domestiche, e uomini deboli,
“femminei”, che godevano non di meno dell'autonomia per rilassarsi, bere e
fuggire dall'arena domestica. (Ashwin, 2000)
Le autorità decisero
allora che era piu' saggio tornare alla tradizionali divisione dei ruoli e restituire
a ciascuno la propria, “naturale” identità di genere. Con gli anni '70
si assiste, nella stampa come nella cinematografia e letteratura ufficiali,
ad una riproposizione della famiglia vecchio stile, dando ovviamente per scontato
che da un lato gli uomini fossero pronti e in grado di riprendere il posto di
capifamiglia, con tutte le responsabilità che ciò comportava,
dall'altro lato che le donne fossero disposte a rinunciare alle libertà
di cui finora avevano goduto, mantenendo quei doveri che d'altronde non erano
mai stati risparmiati loro.
Mai aspettative furono di tanto superiori alla realtà. La sensazione
condivisa da molti studiosi e osservatori è che la frattura e la confusione
che solo allora inizavano a prodursi a causa della contradditoria politica sociale
sovietica subirono semmai un'accelerazione con la perestrojka, fino a
giungere oggi, dopo il crollo del regime che le aveva manipolate, al collasso
delle identità di genere, all'ansia e all'incertezza di individui che
attendono solo che qualcuno dica loro una volta per tutte cosa devono essere.
IV. Transizione o trasformazione? Ascesa e caduta dell'
homo sovieticus
Volgendo indietro lo sguardo all'ultimo secolo di storia russa, è facile
avere l'impressione che a questo popolo in particolare, di tutti quelli che
fecero parte dell'impero zarista prima e sovietico in seguito, non piaccia perder
tempo in sottigliezze e che quando abbia deciso che il vento deve cambiare,
sia capace di scrollarsi con naturale disinvoltura abbattendo il regime di turno
nel giro di una notte. Non credo sia necessario essere storici di professione
per comprendere che, per quanto repentini possano apparire, anche terremoti
come la rivoluzione d'ottobre e lo scioglimento dell'Unione Sovietica furono
preceduti da scosse preparatorie spesso passate inosservate o ritenute poco
significative.
E' questo uno dei motivi per cui alcuni studiosi,
con i quali concordo, ritengono che sia piu' corretto parlare del decennio
seguito alla disgregazione dell'Urss non come periodo di “transizione”, ma
di “trasformazione” [14] .
L'idea che l'ex-blocco sovietico (ma di recente il termine è spesso
riferito unicamente all'attuale Federazione Russa) stia effettivamente “transitando”
verso qualcosa, come se esistesse una reale meta di approdo cui dirigersi,
un ideale cui uniformarsi, esiste probabilmente solo nelle menti di ingenui
politici occidentali, ansiosi di poter dire che finalmente anche la Russia,
dopo decenni di “arretratezza” dovuti al regime comunista, ha messo la testa
a posto e preso la strada del capitalismo, della democrazia. Una profonda
trasformazione è invece quella che sta avvenendo tuttora sotto i nostri
occhi, un complesso dinamico di forze che premono in diverse direzioni, ma
la cui risultante è ancora sconosciuta.
Le riforme “democratiche” degli
anni '90 e le privatizzazioni selvagge compiute su ricetta occidentale hanno
piuttosto dato il colpo di grazia ad un sistema economico-finanziario la cui
crisi risaliva già alla seconda metà degli anni '70. L'effetto
che le riforme hanno avuto sui singoli cittadini e risparmiatori è
stato tanto devastante (soprattutto nelle zone di provincia e periferia) che
la Russia, da sempre terra di immigrazione, anche se “interna”, è andata
a raggiungere le altre ex-repubbliche popolari dell'impero sovietico negli
elenchi di nazionalità migranti delle nostre questure.
La crisi economica, divenuta catastrofe nel '98 [15]
, ha letteralmente gettato sul lastrico milioni di cittadini i cui risparmi
vennero fagocitati da banche fantasma, i cui stipendi nessuno pagava per mesi,
e le cui prospettive di vita stavano assumendo improbabili contorni. Una concatenazione
di fenomeni come la liberalizzazione dei prezzi, l'erosione del potere d'acquisto
dei salari, l'inflazione galoppante e una dilagante disoccupazione generò
un caos a livello sociale di proporzioni inedite. I problemi economici, tuttavia,
non colpirono indiscriminatamente: un ristretto numero di persone, quelle che
si adattarono piu' velocemente, quelle piu' disposte a mettere da parte scrupoli
e coscienza, quelli in poche parole che riuscirono ad accaparrarsi gli affari
migliori e a sviluppare un “primitivo” (in tutti i sensi) spirito imprenditoriale,
andarono a costituire un'élite che ogni giorno si adoperava indisturbata
per aumentare il divario con il resto del paese (Chiesa, 1997, p.189-208).
Termini come “democrazia”, “economia di mercato”, “liberalizzazione”, tanto
cari ai giornalisti occidentali, non avevano, per i russi soprattutto, molto
piu' senso di un piatto di pel'meny [16]
siberiani senza smetana [17]
, per il semplice fatto che, a casa loro, la “democrazia” si può
considerare come mai esistita. Negli anni di Eltsin si è provveduto ad
importare riforme soprattutto economiche e finanziarie, guidati da organizzazioni
come la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale. Nessun organismo
internazionale ha tuttavia pensato di suggerire alla Russia un modello, alternativo
a quello socialista, che fosse chiaro nei suoi principi non solo economici e
applicabile alla realtà nazionale. Nessuno, nella fretta di creare “libere
elezioni in libero mercato”, si è chiesto chi avrebbe sostenuto i costi
“imprevisti” e i “danni collaterali”. E' stata invece riproposta la formula
che oggi sembra riscuotere maggior favore nei paesi “a sviluppo avanzato” (Psa):
esportare il capitalismo in chiave liberista sotto la bandiera della democrazia
e una volta che le strutture economiche primarie sono state create, una volta
che i dazi sono stati abbattuti (almeno quelli per l'export), ecco che
le autorità sembrano venir colte da amnesia collettiva e i processi politici
di “democratizzazione”, quelli che permetterebbero di dare stabilità
interna ad un paese, perdono stranamente concretezza e visibilità. Questa
mancanza di un'alternativa concreta al sistema preesistente ha impedito che
venisse colmato il vuoto istituzionale e politico lasciato dal Partito, ha aumentato
l'instabilità sociale e l'insicurezza dei cittadini, ha contribuito a
infondere un senso di disorientamento a tutti i livelli del quale in molti,
specialmente fra le generazioni meno giovani, non sono ancora riusciti a liberarsi.
Quali effetti si riscontrano, dunque,
sulle problematiche di genere e i rapporti all'interno delle famiglie? Quali
prospettive si stanno delineando nella ridefinizione delle categorie di genere
e quanto peso in essa dobbiamo attribuire all'influenza dello stile di vita
“occidentale”?
Un'eclatante novità dei primi
anni '90 fu che il triangolo sovietico era tornato improvvisamente ad essere
una coppia.
Lo stato aveva arretrato su tutta la linea, lasciando dietro di sé
incertezza, rabbia e un destabilizzante vuoto normativo. Tutti i processi
che nei capitoli precedenti abbiamo visto affacciarsi fin dagli anni '70 subirono
un'accelerazione forzata portando, come era (forse) prevedibile, all'esasperazione
tutte le tensioni sociali che il peso dell'ideologia aveva finora trattenuto.
L'etica socialista del lavoro aveva perduto anche l'ultima parvenza di adesione
da parte dei cittadini, il lavoro stesso, così come la maternità,
non costituivano piu' un onorevole (e retribuito) dovere verso lo stato, lo
stato stesso sembrava essersi volatilizzato senza che alcuna autorità
di pari peso e potere ne prendesse il posto. In tali condizioni venne a mancare
anche il controllo sulle identità di genere e sui ruoli imposti dal
Partito, con il risultato di alimentare una generale confusione di ruoli e
responsabilità dove i principali imperativi sembravano ora essere:
“ognuno per sé” e “chi non sa adattarsi è perduto”.
Gli uomini persero definitvamente quella legittima autorità garantita
dallo stato sul lavoro, in molti si ritrovarono disoccupati e incapaci, quindi,
di sostenere il ruolo di capifamiglia. La perdita di potere nella sfera pubblica
andò di pari passo con il declino dell'autorità in quella privata
e l'incubo di dover effettivamente dipendere dalla propria moglie divenne per
molti realtà. L'identità e l'orgoglio maschili subirono un durissimo
colpo, ancora piu' bruciante poiché non veniva da alcuna autorità
politica, fisica, su cui potersi sfogare, ma da una crisi finanziaria e da processi
economici che nessuno di essi era in grado di controllare. Questo shock causò
spesso fenomeni di depressione che portavano gli uomini a chiudersi in casa
senza tentare di reagire, quasi troppo increduli per cercare un senso a ciò
che stava loro accadendo, per ammettere di doversi rimboccare le maniche e ripartire
praticamente da zero. Non sorprende affatto scoprire dalle statistiche che fu
la generazione dei quarantenni e cinquantenni ad accusare maggiormente il colpo.
Queste persone, oltre ad avere ereditato (non necessariamente condividendolo)
il sistema di pensiero sovietico e abitudini costruite in decenni di regime,
erano ancora legate ad una concezione del mondo (e delle relazioni di genere)
che era stata capovolta e messa in questione nel giro di pochi mesi; quello
che fino a ieri costituiva un'inossidabile legge di “natura”, ossia il loro
status superiore rispetto alle donne, si era rivelato tutt'altro che scontato
(Ashwin, 2000, p.90-104). Dal momento che il lavoro costituiva il valore piu'
importante per un vero comunista e che il conflitto di genere ebbe inizio proprio
nella diversa concezione del lavoro che uomini e donne svilupparono in epoca
sovietica, sarebbe interessante indagare come i cambiamenti introdotti dalle
riforme “capitalistiche” nella definizione e valutazione delle diverse figure
professionali abbiano finito col premiare l'intraprendenza e la flessibilità
della forza lavoro femminile rispetto all'incapacità di adattamento dimostrata
invece dalla maggioranza di quella maschile. Un suggerimento potrebbe nascere
ricordando quanta considerazione fosse riservata alle figure di tecnici, scienziati,
accademici e operai specializzati nelle fabbriche. L'altissima qualificazione
garantiva loro un potere contrattuale che gli operai odierni neanche immaginano;
erano in grado di tener testa persino ai manager di piu' alto grado poiché
coscienti di essere indispensabili [18]
. Questo naturalmente valeva nel sistema industriale sovietico, dove prioritari
erano la produzione e il rispetto dei piani regolatori, ma nell'odierna azienda
capitalista chi ha bisogno di onerosi specialisti quando si possono abbattere
i costi di produzione con manodopera economica e “flessibile”?
Si può senz'altro a mio
parere tracciare un nesso fra l'incidenza di disoccupazione, depressione e
alcolismo negli uomini appartenenti alla fascia d'età sopra descritta
e le motivazioni che spingono un numero sempre crescente di donne provenienti
dai paesi ex-Urss a migrare verso ovest in cerca di lavoro. Le statistiche
rilevano, infatti, che queste donne hanno in media fra i 40 e i 55 anni, hanno
un buon livello di istruzione e, guarda caso, sono per la maggior parte vedove,
divorziate o di fatto separate [19]
. E' opinione diffusa che sia stato realmente piu' duro per gli uomini
che per le donne adattarsi alle condizioni attuali del mercato del lavoro
e della perdita di sicurezza; se è vero, infatti che la disoccupazione
e l'erosione dei salari ha colpito in egual misura sia uomini che donne, i
primi partivano pur sempre da una posizione gerarchica piu' alta e piu' forte,
erano abituati a pensarsi indipendenti e inattaccabili, laddove invece le
donne, precisamente grazie al loro status di “lavoratori secondari”, hanno
avuto meno difficoltà nel sopportare privazioni e precarietà
senza che ciò influisse gravemente sulla propria autostima.
Il piu' fedele amico dell'uomo russo,
dopo essere stato messo in crisi, sebbene solo al livello del mercato “legale”,
dalla politica antialcolica iniziata da Gorbaèëv nel 1985, si
vide nuovamente spalancare le porte grazie alla benevolenza di Eltsin che,
incline egli stesso a far ricorso alla sua compagnia, ripristinò nel
1992 la libera produzione e importazione degli alcolici, rimuovendo anzi ogni
ostacolo che sembrava frapporsi fra i propri bisognosi connazionali e la bottiglia.
La politica del premuroso ex-compagno Boris Nikolaeviè fu tanto efficace
che
Una marea di liquori esteri a buon mercato
si riversò in Russia. La vodka diventò incredibilmente economica.
Nel 1992-93 il potere d'acquisto del salario medio si ridusse quasi della
metà, ma riguardo alla vodka triplicò.
Tutto questo era un deliberato tentativo del governo di favorire l'uso dell'alcol
rendendolo accessibile anche agli strati piu' poveri della popolazione.(Medvedev,
2002, p.189)
L'aspettativa media di vita per gli uomini
negli anni '90 colò a picco così repentinamente da raggiungere
in breve uno dei limiti piu' bassi (56 anni) mai registrati nei paesi dell'ex-blocco,
neanche durante gli anni del terrore staliniano. L'homo
sovieticus di mezza età emerge da questo quadro come una categoria
perdente sia sul piano lavorativo che su quello privato, familiare. Incapace
di adattarsi al cambiamento si trova a dover dipendere economicamente dalla
moglie, non riesce ad accettare di doversi adeguare a lavori un tempo disprezzati,
come il commerciante o l'intermediario nell'import-export, si trova di fronte
ad uno dei tanti paradossi della “transizione”, dove qualità come l'affidabilità,
l'onestà e la professionalità non sono solo poco valutate, ma
costituiscono un vero e proprio ostacolo verso il successo. Non bisogna tuttavia
credere che i furbi e i disonesti oppure quelli che la stampa ha definito
i “nuovi russi” siano stati gli unici ad uscire dalla depressione e dalla
crisi degli ultimi anni. Coloro che sono stati in grado di reagire hanno dimostrato
di poter ridefinire sia il proprio status nella sfera pubblica del mercato
del lavoro che la propria identità di uomo e le proprie aspettative
nei confronti della donna. Grazie ad una riguadagnata fiducia nel lavoro,
non di rado anche individui delle generazioni piu' giovani hanno intrapreso
un'attività in proprio e guardano al futuro forse con un po' meno ansia
e rassegnazione . Questa nuova immagine
della mascolinità russa appare comunque ancora piuttosto incerta e
contraddittoria, la sensazione è che ne sia uscito un grossolano collage
in cui i vari ritagli presi dalla visione tradizionale del “vero uomo”, dal
duro di periferia, dal vanitoso businessman occidentale e magari anche dall'affascinante
“macho” latino si stiano gradualmente scollando ai bordi e non riescano a
formare un'immagine coerente, tantomeno convincente. In
tutto ciò le donne non costituiscono certo un grande aiuto, dal momento
che loro stesse sembrano aver tutto fuorchè le idee chiare su che tipo
di uomo desiderano accanto. Numerose inchieste e sondaggi (è sufficiente
sfogliare qualche numero di una rivista femminile) rivelano che le donne sono
effettivamente stanche, anche se molto orgogliose, di dover continuare a comportarsi
da Wonderwoman e vorrebbero che gli uomini la smettessero di autocommiserarsi
e riprendessero il posto che finora esse sono state costrette ad occupare
per il bene della propria famiglia. Per quanto siano coscienti del fatto che
la visione tradizionale patriarcale è ormai irrimediabilmente incrinata,
uomo e donna stanno ancora oggi facendo enormi sforzi pur di non ammettere
che le cose sono cambiate, per salvare almeno le apparenze della “normalità”
ed evitare di sentirsi entrambi a disagio. La donna, pur non avendo piu' bisogno
di un marito per il sostegno economico (è lei stessa ad accorgersi
che sarebbe comunque troppo tardi per tornare al focolare), sembra invece
avere ancora bisogno di “spalle forti, presenti” che le diano sicurezza e
senso di protezione. Ciò non significa che sia disposta ad essere di
nuovo sottomessa, probabilmente cerca un uomo che esiste ormai solo nella
sua mente, qualcuno che la faccia, una volta tanto, sentire meno sola.
Potremmo a questo punto chiederci che compagna
immaginano gli uomini della “trasformazione”, se anche loro cerchino qualche
dama inesistente. Qui la potenza dei mass media ha davvero dispiegato tutte
le sue forze, poiché nonostante esistano in Russia (come in Bulgaria
o in Moldova o in Ucraina, non è possibile stilare classifiche) donne
bellissime e reali, i ragazzi chi sognano? Le modelle delle riviste
occidentali e le attrici televisive del genere Pamela Anderson. Qualcosa evidentemente
ancora non quadra.
Si può parlare allora di un “neotradizionalismo”
nelle relazioni di genere, o quantomeno di un tentativo di salvare ciò
che resta dei ruoli considerati la “norma”? Non credo sia possibile. I processi
che hanno portato le donne alla costruzione di un'autocoscienza e che hanno
permesso loro di decidere (in molti casi letteralmente) delle sorti dei propri
cari non sono reversibili, gli effetti collaterali della politica di genere
sovietica hanno dato modo alle donne di sentirsi non tanto “liberate” quanto
responsabili, necessarie e a tutto ciò adesso sentono di non voler
rinunciare. Tuttavia sono queste stesse donne a sperare di poter incarnare
un'immagine di donna tradizonale, un'ideale di femminilità che risale
a decenni prima. Quale potrebbe essere la causa e il punto d'origine di una
tale persistenza nelle convinzioni patriarcali sui ruoli e sul genere? Nell'era
del programma di industrializzazione a tappe forzate, lo stato socialista
decise che era necessario reclutare quanta piu' forza lavoro possibile, caricando
di un ulteriore fardello le spalle già curve per i lavori domestici
delle donne russe. Ma chi restava a casa con i figli quando entrambi i genitori
erano occupati a “costruire il socialismo”? Dal momento che l'età pensionabile
era piuttosto bassa, nonni e soprattutto nonne finivano per essere incaricati
ufficiosamente di gestire le faccende domestiche, mettersi in coda per gli
acquisti, e naturalmente occuparsi dei nipoti. In questo modo si tramandavano
valori, saggezza e visione del mondo appartenenti a molto tempo prima
[20] ; le nozioni basilari per
il vivere comune, incluse le norme dei rapporti di genere quindi, passavano
spesso e volentieri non di padre in figlio, come sarebbe “naturale”, ma di
nonno in nipote, saltando costantemente di una generazione. Sebbene ciò
non costituisca l'unica ragiione plausibile, rappresenta comunque un dettaglio
importante da tener presente per comprendere come mai molte donne russe (anche
contemporanee) sembrino ansiose di riprendere quello che ritengono normale
essere il proprio ruolo e di trovare un uomo che le liberi dal peso della
libertà. E' indubbio che non solo in Russia, ma anche in paesi come
la Moldova, la Romania, l'Ucraina e in parte anche la Polonia convivano ancora
numerose contraddizioni sul piano delle identità di genere e queste
contraddizioni sono spesso all'origine del senso di insoddisfazione ed irrequietezza
che, unito con il ben piu' frequente “movente” economico, spingono un numero
sempre maggiore di individui a cercare di migliorare la propria situazione
e quella dei propri familiari lavorando per qualche anno all'estero.
V. Relazioni di genere e strategie migratorie. Quali
connessioni si intravedono? 
Solitamente l'osservazione dei fenomeni in
qualsiasi disciplina del sapere dovrebbe risultare funzionale alla soluzione
di determinati quesiti, dovrebbe fornire risposte quanto piu' possibile “scientifiche”
alle domande che hanno dato vita alla ricerca.
Non sempre, tuttavia, accade
che tali risposte si presentino in forma di ordinate proposizioni affermative.
Piu' spesso, infatti, si ha la fortuna di tirar fuori, come dal baule senza
fondo riposto nell'angolo di una polverosa soffitta, una nuova matassa di domande
aggrovigliate che attende solo di essere sbrogliata da dita pazienti. Così
appare ai miei occhi l'insieme di linee che collegano una questione tanto affascinante
come quella della ridefinizione dei rapporti di genere nei paesi dell'ex-Unione
Sovietica e quella altrettanto ricca di stimoli e applicazioni concrete dell'immigrazione
al femminile. Il rischio piu' frequente è cositituito dalla tentazione
di fornire la risposta facile e definitiva laddove le dinamiche storiche
e socio-economiche sono invece estremamente complesse.
Perché emigrano le donne? E' possibile che la motivazione possa esaurirsi
nel solo “perché è piu' facile x le donne trovare lavoro”? Eppure
è questa la risposta che la stragrande maggioranza delle donne migranti
(la testimonianza indiretta di alcune delle quali ho avuto modo di ascoltare
io stessa) intervistate dai ricercatori fornisce senza alcuna esitazione. Il
fenomeno del lavoro domestico e di cura può in questo senso rappresentare
un settore a sé stante del problema. Il fatto che in Italia negli ultimi
anni si siano create le condizioni per un incontro ideale fra domanda e offerta
di lavoro, come nel caso dell'assistenza domiciliare ad anziani e malati, è
sufficiente per giustificare dati come quelli relativi al comune di Ferrara
dove, a seguito delle regolarizzazioni del 2002/2003, Ucraina e Moldavia (i
due paesi piu' rappresentati in assoluto) contassero rispettivamente 53 presenze
maschili contro 1.087 femminili la prima e 125 contro 261 la seconda e dove
le percentuali sul tipo di lavoro svolto sono del 26,59% per il lavoro domestico
e del 42,45% per quello di cura e assistenza? [21]
Dovremmo forse iniziare a parlare di monopolio est-europeo nei
servizi di cura?
Per quanto sia comprensibile il fatto che in lavori “nati di recente” nel nostro
paese come quello di badante [22]
, svolti a stretto contatto con persone appartenenti ad una categoria
debole, le famiglie preferiscano pregiudizialmente affidarsi ad un lavoratore
di sesso femminile (dunque ritenuto piu' adatto e affidabile), è possibile
comunque intravedere in tali scelte la presenza di zone inesplorate da perlustrare.
Come evidenziato da alcune ricerche nel settore [23]
, la sproporzione fra la componente maschile e quella femminile, pur non
essendo quantificabile in mancanza di dati accurati precedenti al 2002, è
tuttavia osservabile “sul campo”, letteralmente “per strada”, oppure parlando
con gli operatori del settore (in particolare quelli degli sportelli di ascolto
e informazione o delle associazioni che forniscono assistenza e domicilio agli
stranieri). Per quanto i ricongiungimenti familiari e le nuove prospettive aperte
dal recente allargamento ad est dell'Unione Europea (e di quello futuro, che
probabilmente segnerà l'ingresso di Romania, Bulgaria, altri due paesi
appartenenti all'ex blocco sovietico), sembrino destinati a portare in Italia
un numero sempre maggiore di uomini a colmare il presente divario, resta da
capire se emergerà da uno dei settori della nostra economia una richiesta
altrettanto notevole, come è stata quella del lavoro domestico e di cura,
tale da impiegare la manodopera che si renderà disponibile.
Parlando con le migranti che lavorano in Italia, è assai frequente sentirle
riferirsi alla propria esperienza in termini che alludono al “sacrificio” e
l'autoimmolazione; una stringa ricorrente di pensiero collega frasi del tipo
“la situazione nel mio paese imponeva di prendere decisioni drastiche” con “i
soldi non bastavano mai, qualcuno doveva fare qualcosa” e inevitabilmente “quindi
decisi/decidemmo che era necessario che qualcuno si sacrificasse. [...] Pensai
che potevo andare io” (Tassinari e Vanzania, 2003). A prevalere sopra tutte
le motivazioni sembra essere il senso di responsabilità verso la propria
famiglia e i figli in particolare; le necessità primarie cui di solito
queste donne devono provvedere, da un abbigliamento decoroso alle (spesso proibitive)
tasse scolastiche ad eventuali spese mediche, hanno molto a che fare con il
“retaggio” sovietico: le rimesse verso il paese d'origine, infatti, vengono
di solito utilizzate per colmare proprio quei vuoti nel welfare in precedenza
occupati dai servizi gratuiti e dall'assisitenza dello stato socialista.
Da questi paesi migrano quindi solo donne? No, se teniamo in considerazione
le destinazioni. Il passaparola in patria ha fatto sì che l'Italia sia
la meta favorita di moldave, ucraine, rumene, polacche e anche russe provenienti
dalle province piu' colpite dalla crisi, ma gli uomini sembrano piuttosto preferire
destinazioni “interne” all'area ex-sovietica (principalmente le grandi metropoli
della Russia) [24] . Minore
spirito di adattamento? Maggiore facilità nell'ottenimento dei visti
d'ingresso? Oppure semplice calcolo di probabilità economiche? Se si
trattasse unicamente del primo caso potremmo imputarne le ragioni alla già
citata “rigidità” lavorativa dell'ex-homo sovieticus, con i suoi
problemi di autostima e di incertezza verso il proprio nuovo ruolo; considerando
invece la seconda ipotesi e le difficoltà causate finora da una legge
come la Bossi-Fini, resta da chiarire perché la stessa motivazione non
dovrebbe incoraggiare in egual misura le donne; forse perché una sistemazione
vantaggiosa (lavoro-vitto-alloggio) come quella del lavoro domestico o di cura
e assistenza agli anziani comporta meno rischi, soprattutto per chi è
ancora “irregolare”, del lavoro in un cantiere? Se dovessimo infine dare maggior
credito alla terza ipotesi allora dovremmo supporre che esistono condizioni
e opportunità migliori a Mosca (il che può senza'altro dirsi vero
per il settore edilizio e immobiliare) che in qualche prospera impresa del nord-est
italiano.
E' possibile parlare di spirito d'iniziativa imprenditoriale nelle donne e spinta
della disperazione negli uomini senza cadere nuovamente nel pregiudizio di genere,
anche se di segno opposto? Dove potremmo cercare una plausibile chiave di lettura
per interpretare “abitudini migratorie” che appaiono sempre piu' legate a questioni
relative non solo ai fattori espulsivi dei paesi di provenienza, ma anche a
storie e vicende personali? Dopotutto sono queste ultime a determinare i cambiamenti
nella realtà di tutti i giorni, non le statistiche.
Rispetto agli anni in cui l'immigrazione cosituiva ancora un fenomeno piuttosto
marginale nel contesto sociale italiano, mi riferisco al periodo dei i primi
anni '90, sembrano essere cambiati notevolmente alcuni aspetti determinanti
del progetto migratorio inizialmente previsto da molte delle donne provenienti
dall'est Europa. Motivazioni, caratteristiche dell'inserimento lavorativo, durata
e prevedibilità sono oggi maggiormente diversificate e variano in corrispondenza
di fattori come l'appartenenza ad una determinata fascia di età, la situazione
familiare nel paese di appartenenza, eventuali prospettive di carriera o di
studio e non di rado persino di matrimonio in Italia. La lontananza dal paese
d'origine, vissuta anche sotto forma di nostalgia, preoccupazione per i propri
cari, mancanza di affetti vicini, dei figli, può essere vista solo come
un freno e un ostacolo alla realizzazione del progetto migratorio? Dopotutto
non è raro che qualcuna fra le migranti decida di tornare a casa anzitempo
perché incapace di reggere le innumerevoli fonti di stress psicofisico
che lavori come quello di badante, ad esempio, comportano. Non è forse
altrettanto vero che di frequente la distanza da casa si presenta come l'occasione
irripetibile per dare una svolta alla propria vita, per tagliare i ponti con
il passato e magari mettere fine ad un rapporto coniugale che ormai non ha piu'
nulla da offrire? L'ago della bilancia potrebbe essere costituito dall'età,
ma forse ancor di piu' dalla determinazione di carattere, dalla disponibilità
a rimettersi in gioco, a rischiare di dover vedere nuovamente deluse le proprie
aspettative (lavorative o personali che siano).
Nell'analizzare le variabili che compongono a vari livelli i progetti migratori
di cittadini dell'ex Urss, è di fondamentale importanza non incorrere
in una facile e comoda generalizzazione. I paesi che facevano parte dell'Unione
Sovietica erano sì accomunati da esperienze politiche, economiche e sociali,
da pratiche del quotidiano legate all'ideologia di regime, ma mantennero pur
sempre una loro specificità che non deve essere sottostimata (Verdery,
1996, p.11). Se teniamo conto dell'estrema eterogeneità nella composizione
geografica, etnica, religiosa e linguistica delle nazioni che appartenevano
all'ex blocco sovietico, risulta alquanto assurdo, oltre che inutile, pensare
che in Romania fossero presenti le stesse problematiche e fenomeni del Tatarstan
o della Lettonia, piuttosto che dell'Azerbajgian o persino della piu' vicina
Ungheria. Ogni paese ha avuto la sua “storia del periodo sovietico”, considerando
anche la differente durata che tale periodo ha avuto per l'Europa orientale
(circa 40 anni) e per i paesi centroasiatici (quasi 70 anni), ed è naturale
che affronti diversamente anche le conseguenze della fine di quel periodo.
Un dato appare tuttavia costante, un elemento che si presenta nel paese d'origine
del migrante e che si ripropone una volta che viene raggiunto il paese d'arrivo
del percorso migratorio. La visione tradizionale, “rimodernata” in seguito al
periodo di trasformazione recente, dei ruoli di uomo e donna resta uno dei fattori
di crisi e di conflitto maggiori per ogni individuo, indipendentemente dal sesso.
Mi riferisco all'incontrarsi, nel contesto già piuttosto incerto e instabile
delle relazioni di genere “occidentale”, di punti di vista e stereotipi spesso
in contrasto l'uno con l'altro, portati non solamente dall'est e dall'area ex-sovietica,
ma anche dal medio oriente, dal nord Africa, dal resto dell'Europa. Come si
identifca in Italia un “vero uomo”? Che immagine ne hanno gli stranieri? Il
martellamento mediatico è riuscito a creare aspettative non piu' solo
nelle donne di casa nostra; persino a migliaia di chilometri di distanza, oltre
l'ex cortina di ferro, adesso lo stereotipo dell'uomo latino o macho
o del tipo da spiaggia esercita un certo fascino nelle donne, che poi restano
però spesso deluse una volta venute a contatto con la realtà di
casa nostra, dove, soprattutto al centro e al nord, pare che il macho
abbia perso molta della sua precedente popolarità. Dobbiamo allora abituarci
a nuove figure di uomo “autoritario” e “virile”, magari anche “esotico” e “misterioso”?
Un esempio potrebbe essere l'immagine del maghrebino, o dell'uomo musulmano
in generale, che sembra (non a caso) riscuotere molto successo anche fra le
migranti dai paesi ex comunisti, ma si tratta di ipotesi che necessiterebbero
verifiche e approfondimenti, potrebbero persino costituire il punto di partenza
per uno studio di genere sull'argomento.
Comunista o meno, la donna russa per l'italiano medio è sempre bella,
appariscente, curata nell'aspetto e nelle maniere, ma soprattutto estremamente
femminile [25] , è
l'oggetto ideale dello sguardo di un uomo, sembra quasi che il fine ultimo della
sua esistenza sia l'essere guardata senza necessariamente avere il dono della
parola. Naturalmente ci sono anche stereotipi di donne russe di sicuro meno
attraenti, come ad esempio le ufficiali dell'esercito; è curioso notare
come l'immagine, tanto amata dai registi di film comico-demenziali, della robusta,
imponente e spesso baffuta tenente, caporale o maggiore (il grado non raggiunge
mai le posizioni al vertice) sia comune non solo per le donne russe, tedesche
o comunque appartenenti ad un paese ex-sovietico, ma per la categoria in genere,
non sono state risparmiate neanche le cattivissime ufficiali della Germania
nazista. Che dipenda dal fatto che quando
nell'occidente sviluppato una donna si trova ad esercitare una dose sufficientemente
elevata di potere (soprattutto se intellettuale) diviene automaticamente brutta
o sessualmente equivoca? Oppure dobbiamo risalire all'antico ma tuttora latente
tabu' del travestimento in abiti maschili, motivo per il quale una donna
che indossa indumenti connotati come tipicamente maschili non può venir
presa seriamente e può sperare nel migliore dei casi di suscitare ilarità?
Forse riflettendoci nelle immagini altrui riveliamo anche noi occidentali alcune
deformazioni nelle categorie di genere, incertezze profonde che fanno dire ad
una osservatrice esterna [26]
Domanda: cosa accade alle donne
che rifiutano di adeguarsi alla parte, in questo teatro occidentale dove l'arma
in uso presso i maschi èl'immagine? Risposta: le donne che osano non
conformarsi all'immagine di silenziosa bellezza dell'Occidente [...] saranno
punite in quanto brutte. (Mernissi,
2000, p.97)
L'idea che sia il potere (stato, Chiesa, e
le sue molte altre forme), per mantenere il proprio controllo sugli uomini
e in particolare sulle donne, ad assegnare le parti e a decidere le regole
del gioco non è certo nuova, ma ci permette di comprendere meglio perché
scambiarsi ruoli e costumi di scena non sia consentito. E' innegabilmente
piu' facile: se occupati entrambi a rincorrere un'immagine, non c'è
il rischio che uomo e donna sviluppino un'autocoscienza politica o pericolose
aspirazioni di uguaglianza e parità. Tutto ciò assume evidentemente
un valore ancora piu' significativo se hai vissuto per decenni sotto un regime
totalitario che ha fatto del controllo sulla popolazione uno dei suoi fini
primari.
VI. Conclusioni
L'intento di questo breve viaggio attraverso la storia sovietica delle gender
relations in epoca sovietica era di tracciare alcune importanti linee parallele
dal passato che potessero porre interrogativi mirati a questioni invece molto
presenti.
Perché adesso dovremmo avere piu' chiare alcune peculiarità della
migrazione dai paesi ex-Urss? Forse perché vediamo con piu' chiarezza
quale insieme di eventi storici e politici è all'origine del tipo di
relazioni che siamo in grado di osservare oggi, alle contraddizioni che questi
uomini e donne “post-sovietici” portano con sé e alle conseguenze che
possono scaturire dall'incontro fra due visioni delle identità di genere
storicamente lontane.
Il primo decennio dopo la rivoluzione, caratterizzato da un incredibile dinamismo,
dalla sperimentazione in campo legislativo e dall'entusiasmo rivolto alla sollevazione
del ženskij vopros [27] lasciò
con gli anni '30 il posto ad un tipo di politica di genere in linea con la svolta
totalitaria operata da Stalin. Se negli anni '20 del XX secolo l'imperativo
era stato liberare l'uomo e la donna dall'oppressivo regime tradizionale borghese
a arretrato attraverso l'esaltazione del lavoro, il nuovo regime li rese liberi
di essere assoggettati allo stato. Molte delle misure piu' “progressiste” della
legislazione postrivoluzionaria (come quelle contenute nei codici del 1918 e
del 1926) vennero ritirate, diritti come la parità sul lavoro non acquisirono
valore concreto nella realtà, il divorzio divenne sempre piu' difficile
da ottenere, anche l'aborto cessò di essere un diritto e istituzioni
come gli ženotdely, che pure avevano sempre seguito le direttive di Partito,
vennero abolite. In questo clima nettamente piu' rigido rispetto al tumultuoso
decennio bolscevico, lo stato attuò un programma che gli avrebbe permesso
di scardinare le relazioni di genere all'interno della famiglia e di stabilire
il controllo sul singolo individuo, slegato ormai dal contesto della propria
vita privata. Il “piccolo padre” Stalin si alleò con le madri di Russia
e di tutta l'Urss, ne fece delle eroine a servizio dello stato e le pose a difesa
dell'ordine sociale, mentre gli uomini venivano fatti uscire dalla porta di
servizio delle case sovietiche e relegati nell'arena della vita pubblica, dove
avrebbero dovuto tenersi occupati con la propria autorealizzazione. Sebbene
la ricompensa per la loro scomparsa dal focolare domestico fosse il mantenimento
del dominio maschile al di fuori della vita privata e i numerosi privilegi che
una carriera politica di successo ad esempio garantivano, i mariti vennero gradualmente
espropriati anche dello status di breadwinner [28]
ad opera delle loro stesse mogli e si ritrovarono a lamentarsi della
propria sorte di fronte all'amica vodka. Con la fine dell'epoca staliniana e
l'avvento del disgelo iniziarono anche a sciogliersi i nodi che finora avevano
trattenuto le tensioni nella famiglia e nella società, facendo emergere
gradualmente tutte le contraddizioni che la politica adottata nei confronti
delle gender relations durante i decenni precedenti aveva creato. Proprio
negli anni '70, paradossalmente quando il mondo occidentale scopriva le questioni
che avevano animato i dibattiti in Urss cinquant'anni prima, la stampa e la
letteratura ufficiali proponevano ai cittadini sovietici un ritorno alla famiglia
tradizionale dove ognuno avrebbe assunto nuovamente il proprio ruolo “naturale”.
L'anacronismo non avrebbe potuto obiettivamente sopravvivere a lungo, specie
dopo le novità, i cambiamenti e le nuove difficoltà introdotti
dalla perestrojka e i sempre piu' frequenti contatti con l'occidente
capitalista. La fine dell'Urss ha aperto un periodo di trasformazione non solo
per la Russia, ma anche per tutti quei paesi che, piu' o meno volontariamente,
l'avevano seguita al di là della cortina di ferro. Questa trasformazione
unita ai conflitti, i problemi economici e politici, i disastri sociali che
ha portato con sé non potevano non avere un enorme impatto anche sui
rapporti di genere, sulle relazioni fra gli individui. Le donne restano sempre
piu' deluse nelle loro aspettative verso i partners, sembrano combattute sulla
decisione di tornare a dipendere dagli uomini, ma non vogliono rinunciare al
senso di libertà che hanno provato, eppure desiderano qualcuno con cui
dividere il fardello delle occupazioni quotidiane, qualcuno in grado di caricarsi
della responsabilità per la famiglia e per i figli e se poi nessuno risulta
corrispondere a questi requisiti allora sono disposte a sacrificarsi, magari
scegliendo di lavorare all'estero per periodo piu' o meno brevi. Gli uomini
nel frattempo si guardano intorno, alcuni si adattano all'ambiente circostante
in continua evoluzione, altri restano incerti a fissare i colori sbiaditi di
ciò che una volta era l'immagine della loro mascolinità, altri
ancora si mettono in movimento e seguono le intraprendenti mogli andate a cercar
fortuna e migliori opportunità. Esiste la possibilità che le connessioni
qui ipotizzate fra la storia del gender system sovietico (e post-sovietico)
e i fenomeni relativi alle strategie migratorie femminili verso l'Italia emerse
nell'ultimo decennio possano essere applicate ad altri ambiti che non unicamente
quello della ricerca accademica? Con cosciente ambizione speriamo che sia così,
dal momento che nella realtà del vivere di ogni giorno non avremo sempre
di fronte storici o sociologi, ma probabilmente la donna cui affideremo la salute
dei nostri genitori o nonni o zii. Per superare molti malintesi potrebbe allora
essere sufficiente improvvisarsi ogni tanto antropologi e semplicemente osservare,
prestare ascolto e perché no, provare a capire.
Questo primo percorso, tutt'altro che esaustivo, sulle dinamiche storiche che
hanno contribuito a dar vita ad un fenomeno ancora da esplorare come quello
dell'immigrazione al femminile dai paesi dell'ex blocco sovietico si ferma di
fronte ad un crocevia dal quale partono tre diversi sentieri.
Seguendo il primo è necessario continuare a camminare a ritroso nella
storia, avere buona memoria, la mente il piu' possibile sgombra dall'influenza
degli avvenimenti recenti, una buona mappa per non perdersi attraverso i decenni
e, non da ultimo, il fiato allenato perché risalire attraverso le diverse
fasi del periodo sovietico e tenere presenti al contempo le esperienze dei singoli
paesi è impresa alquanto faticosa e disseminata di ostacoli.
Il secondo sentiero può apparire lineare al primo sguardo, si distende
fino all'orizzonte visibile ed abbraccia il presente in tutta la sua complessità
e continua evoluzione. Qui il passo dev'essere estremamente cauto poiché
la zona è ancora parzialmente inesplorata; è necessario condurre
ricerche approfondite sul campo, esaminare il terreno e le problematiche con
un approccio attento ai dettagli e alle singole sfumature.
Il terzo ed ultimo sentiero è avvolto da una nebbia poco incoraggiante.
Si intravedono a malapena i contorni dei fenomeni che ci interessano e le nostre
mappe, per quanto approssimative, mostrano un percorso visibilmente tortuoso.
Sarebbe inutile e infruttuoso addentrarsi negli interrogativi sul futuro delle
relazioni di genere, sia nel paese di provenieneza dei migranti che in quello
di arrivo, e sulle conseguenze che queste relazioni avranno su piu' larga scala
senza prima aver percorso almeno un tratto del cammino presente.
Sento di dover dedicare due ultime righe al fil rouge che attraversa
tutto il presente lavoro. Adottare la prospettiva dei gender studies
è stata una scelta poco casuale, quasi obbligata. Alcune delle connessioni
che cercavo, delle domande intorno alle quali mi arrovellavo hanno acquisito
un senso solo dopo l'incontro fra la mia esperienza nello studio della lingua
e cultura russe e un metodo di ricerca che da subito mi ha incuriosito. Ho avuto
la spiacevole sensazione di aver dato finora molte cose per scontate, di aver
presunto invece che compreso, di essere stata in fondo poco umile e rispettosa
verso una cultura che sostengo di amare e voler conoscere. Ciò non ha
fatto altro che aumentare la curiosità e la voglia di sperimentare un
approccio diverso. Come potrebbe dimostrare anche la piu' semplice delle illusioni
ottiche, spesso è sufficiente cambiare angolazione e punto di osservazione
per svelare particolari che apparivano nascosti, pur trovandosi in realtà
sotto i nostri stessi occhi
Appendice
cronologica [29]
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di una badante, Scandiano, Comune, stampa, 2003
Shlapentokh V., Public and Private life of the soviet people: changing values
in post-Stalin Russia , New York, Oxford University Press, 1989
Tassinari A., Valzania A., a cura di, Storie invisibili. Percorsi migratori
delle donne dai paesi dell'ex Urss, Ires Toscana, 2000 pubblicato all'indirizzo
http://soant.comune.fi.it/immigrazione/files/paper.pdf
Thurston R., The Soviet family during the great terror, 1935-1941 in
Soviet Studies 43(3), 1991
Verdery K., What was socialism and what comes next?, Princeton, 1996
Notes
[Note
1] Busoni M., Genere, sesso, cultura. Uno sguardo
antropologico, Carocci, Roma, 2000, p. 23-26.
[Note
2] I poster della propaganda affissi per le strade
delle città, spesso opera di famosi artisti. Alcuni portavano la firma
di Majakovskij, Maleviè, del fotografo Rodèenko.
[Note
3] Ricordiamo, fra gli altri, il movimento suffragista
(dall'inglese suffrage, “elezione”), che reclamava per le donne il diritto
do voto, quello delle socialiste, che sostenevano anche il diritto al lavoro
e ad un pari stipendio per le donne, nonché le numerose associazioni
benefiche di carità (religiose e laiche) che si svilupparono tra la fine
del XIX e l'inizio del XX secolo.
[Note
4] Kodeks zakonov ob aktah graždanskogo sostojanija,
braènom, semejnom i opekunskom prave (Codice di Leggi sugli atti
di stato civile, sul diritto in materia di Matrimonio, Famiglia e Tutela).
[Note
5] Chiamati ZAGS, acronimo russo per Uffici di
Registrazione dello Stato Civile.
[Note
6] Acronimo per Ženskoe otdelenie, Dipartimento
per le donne.
[Note
7] Vedi soprattutto le opere di propaganda di
Alexandra Kollontaj, una dei membri dello Ženotdel, del quale assunse la guida
nel 1920.
[Note
8] Tutte le citazioni riportate nel presente lavoro
sono state da me tradotte, ove necessario, dall'originale inglese o dal russo.
[Note
9] Byt è un termine della lingua
russa il cui significato risulta difficilmente traducibile senza alterarne il
senso. Spesso ritenuto equivalente ad espressioni come “vita quotidiana”, “quotidianità”,
“routine”, identifica l'insieme di abitudini e usanze caratteristiche di un
popolo o di un determinato gruppo sociale, in particolare quelle relative al
vivere quotidiano. L'aggettivo Novy j (nuovo) sottolineava naturalmente
la rottura, portata dalla rivoluzione, con l'ordine tradizionale precedente
della quotidianità.
[Note
10] La Nuova Politica Economica. Così viene
chiamato il periodo storico compreso fra il 1921 e il 1928, durante il quale
Lenin operò una svolta rispetto al precedente indirizzo economico dell'ancora
giovane stato sovietico. Svanita, infatti, la possibilità di estendere
rapidamente la rivoluzione al resto dell'Europa, la Nep permise di portare stabilità
e dare inizio alla ripresa industriale in un paese geograficamente assai vasto,
che era uscito enormemente provato dai disastrosi anni della guerra civile (1918-20).
Per una visione globale degli avvenimenti storici del periodo sovietico rimandiamo
all'Appendice cronologica in fondo al testo.
[Note
11] Il concetto di matriarcato viene discusso
in ambito scientifico a seguito delle teorie dello studioso svizzero J.J. Bachofen
(1815-1887), la cui opera piu' importante, Das Mutterrecht: Eine Untersuchung
über die Gynaikokratie der alten Welt nach ihrer religiösen und rechtlichen
Natur ( Il diritto matriarcale: un saggio sulla ginecocrazia del mondo antico
nella sua natura religiosa e giuridica, 1861), è dedicata alla ricostruzione
del mondo mediterraneo antico negli aspetti che attestarono il prevalere dell'archetipo
femminile (ad esempio quello della Grande Dea, di Ishtar o di Afrodite). Pur
ritenuta superata dal punto di vista della documentazione filologica e archeologica,
l'opera di Bachofen rappresenta uno dei punti di partenza fondamentali per i
numerosi futuri studi sulla religione della Grande Dea Madre mediterranea e
sull'istituzione del matriarcato come forma organizzativa sociale in cui l'autorità
politica è detenuta dalla donna. Queste ipotesi vennero confutate e sconfessate
dall'antropologia culturale, che le abbandonò insieme all'idea, che non
presenta seri provati fondamenti scientifici, dell'esistenza di società
in cui fossero le donne ad esercitare il potere. E' attestata invece, nella
maggior paarte delle società da noi conosciute, la consuetudine dello
scambio delle donne, al centro dell'indagine sui sistemi di parentela condotta
da Levy- Strauss. In seguito l'indagine di Bachofen venne ripresa da J.L. Seifert
che nel suo Le sette idee slave: origine e significato delle rivoluzioni
nell'Europa dell'Est (l'edizione italiana è del 1992) mette in relazione
alcune caratteristiche della rivoluzione russa con il presupposto substrato
matriarcale degli antichi slavi, e poi ancora piu' tardi dallo slavista italiano
E. Gasparini, il quale nel volume Il matriarcato slavo. Antropologia culturale
dei protoslavi (1973) analizza i rapporti di parentela e discendenza nelle
antiche popolazioni slave e ripropone l'ipotesi che il matriarcato abbia costituito
lo statuto originario delle genti che popolavano l'est Europa nell'antichità.
Anche le ipotesi di questi ultimi rimasero tuttavia all'interno di un filone
di studi isolato che venne successivamente accantonato, lasciato tuttora ad
impolverire sugli scaffali delle biblioteche.
[Note
12] Il verbo kormit' viene spesso utilizzato
nel contesto dell'allevamento e della cura ospedaliera, in ambiti dove solitamente
esiste un agente che somministra il cibo ad un ricevente passivo, o comunque
incapace di provvedere al proprio nutrimento. Nella lingua inglese il termine
in questione corrisponde a breadwinner, spesso utilizzato dagli studiosi,
sociologi in particolare, perché riassume in un unico vocabolo un concetto
che in molte lingue (fra cui l'italiano) richiede lunghe perifrasi.
[Note
13] Lo scambio reciproco di favori fra conoscenti
e terzi, che non implicava mai ricompense in denaro ma in altri favori o servizi
(sul blat vedi Mazzacurati C. Il “blat”: reti di solidarietà
e reciprocità in trasformazione dall'Urss alla Russia post-sovietica,
Slavia, Roma, 2004).
[Note
14] Stark, Burawoy, e Bounce in Verdery K.,
What was socialism and what comes next?, Princeton, 1996, p.15.
[Note
15] Nel 1998, la Russia affrontò dapprima,
in marzo-aprile, una grave crisi politica che fu seguita in maggio da ondate
di protesta sociale cui si aggiunsero complicazioni sia politiche che economiche
(è il periodo degli scontri armati che coinvolsero Daghestan, Abcasia
e Cecenia) e in agosto dall'aggravarsi della situazione nel bilancio statale,
che portò il paese sull'orlo della bancarotta e del crollo finanziario.
In seguito alla crisi nell'economia asiatica iniziata ancora nel 1997, la Russia
subì numerose ripercussioni che contribuirono a peggiorare i problemi
interni. La ridotta circolazione di merci, il conseguente aumento della disoccupazione,
il costante ritardo nel pagamento dei salari e delle pensioni e la continua
minaccia di crolli finanziari (il 27 maggio si scatenò il panico quando
i prezzi di borsa subirono un'impressionante caduta), crearono un clima di sempre
maggior sfiducia negli investitori stranieri che fecero defluire i capitali
dal paese e misero banche e governo in ginocchio, impossibilitati a far fronte
ai pagamenti non solo dei debiti accumulati all'estero, ma anche delle obbligazioni
a breve termine in patria, dichiarando di fatto bancarotta. Da metà agosto
a metà settembre vi fu una nuova crisi politica, accompagnata stavolta
dalla grave crisi economica e finanziaria; il rublo, cui era già stata
imposta una svalutazione, era adesso in caduta libera e l'intera situazione
nazionale non accennava a migliorare. A fine agosto Eltsin annunciò che
non si sarebbe dimesso, ma che alle presidenziali del 2000 il suo nome non avrebbe
figurato fra i candidati. A metà settembre la crisi di governo venne
infine risolta con l'elezione a premier di Evgenij Primakov, ma il 1998 si chiuse
nella piu' totale incertezza (per approfondimenti vedi Medvedev R., La Russia
post-sovietica. Viaggio nell'era Eltsin, Einaudi, Torino, 2002, p.319-346).
[Note
16] Piatto costituito da ravioli ripieni di carne,
molto simili nella forma ai tortellini nostrani, ma diversi per grandezza e
consistenza della pasta. Tipici delle province siberiane, sono ormai diffusi
in quasi tutta la Russia europea.
[Note
17] Uno dei prodotti-base della cucina russa.
Si avvicina molto alla comune panna acida, ma il sapore risulta meno marcato
e piu' dolciastro. Utilizzata pressochè ovunque come condimento, base
per salse, nei cibi sia dolci che salati.
[Note
18] Cfr. Verdery K., op. cit., p.21-23
[Note
19] Vedi Osret, 2001 e Anci Veneto, 2003 cit.
in Mazzacurati C., Colf e badanti ucraine e moldave a Padova, in corso
di pubblicazione in Stranieri in Italia, a cura di G. Sciortino e A.
Colombo, Il Mulino, 2005, p. 2
[Note
20]
Quello dei “supernonni” è
un fenomeno che sta interessando sempre piu' anche i paesi occidentali, cfr.
Verdery K., op. cit., p. 65
[Note
21] Questi dati sono reperbili al sito http://www.provincia.fe.it/lavoro/atti_immigrati.htm.
Significative risultano anche le cifre che interessano le richieste di regolarizzazione
per colf e badanti registrate nel corso della sanatoria 2002: una percentuale
del 73,4% per i moldavi e del 84,2% per gli ucraini. cfr. Caritas/Migrantes,
Dossier Statistico Immigrazione, 2003.
[Note
22] Termine in origine dialettale, identifica
ormai l'intera categoria lavorativa che presta assistenza ad anziani, malati
o disabili presso le loro abitazioni, dove spesso risiedono. Il vocabolo è
significativamente utilizzato quasi unicamente come nome femminile.
[Note
23] Mi riferisco in particolare all'articolo di
Mazzacurati C., Colf e badanti ucraine e moldave a Padova, in corso di
pubblicazione su Stranieri in Italia voll.3, Il Mulino, 2005 e alla ricerca
Storie invisibili. Percorsi migratori delle donne dai paesi dell'ex Urss,
a cura di Tassinari A., Valzania A., Ires Toscana, 2003.
[Note
24] Vedi Mazzacurati C., op.cit., p.11-12 e Kirillova
E., Ukrainskie trudovye migranty v Rossii, pubblicato all'indirizzo http://pubs.carnegie.ru/books/1998/9810gv-04ek.pdf.
[Note
25] Per un approfondimento sul concetto di cosa
appartenga al “femminile” e cosa al “maschile” vedi l'interessante l'articolo
di Meshcherkina E., New Russian men. Masculinity regained? in Ashwin,
p.105, 2000.
[Note
26] Nel saggio L'harem e l'occidente, Firenze,
Giunti, 2000, la sociologa marocchina Fatema Mernissi attraverso l'immagine
occidentale dell'harem tenta di rintracciare le origini del diverso atteggiamento
di due culture, quella europea-occidentale e quella araba-orientale, nei confronti
delle donne e del concetto di bellezza.
[Note
27] L'espressione, riferita alla “Questione Donna”,
era fequente soprattutto nei discorsi ufficiali delle autorità e nella
propaganda. Stalin annunciò poi nel 1930 che la questione femminile era
stata risolta e che quindi non era piu' necessario che rappresentasse un argomento
a sé nella discussione politica.
[Note
28] Vedi nota al capitolo 3
[Note
29] Fino al 31 gennaio 1918, quando venne adottato
quello gregoriano (lo stesso utilizzato in occidente), la Russia si atteneva
al calendario giuliano, introdotto dallo zar Pietro I nel XVIII secolo, che
comporta uno spostamento in avanti di dodici o tredici giorni.