INDICE
BREVE ABSTRACT
INTRODUZIONE
CAPITOLO 1 IL REGISTA E IL FILM
1.1. Biografia di Souleymane Cissé
1.2. Filmografia
1.3. Sinopsi di Yeelen
1.4. Dati tecnici
CAPITOLO 2 I LUOGHI DEL FILM
2.1. Magia
ed esoterismo: la foresta
2.2. La
savana
2.3. L'albero: da centro vitale a luogo di riposo
CAPITOLO 3 UNO SGUARDO SULLA TRADIZIONE
ORALE
3.1. Cinema e oralità: il griot e la
parola narrata attraverso le immagini
3.2.
Gli anziani raccontano
3.3. La riunione del Komo: un esempio di narrazione orale
3.4. Breve approfondimento sulla simbologia incontrata nel film
CAPITOLO 4 ALCUNI ASPETTI DEL LINGUAGGIO FILMICO IN
YEELEN
4.1. Ritmi naturali e ritualità nelle inquadrature: dai
movimenti di macchina alla composizione del quadro
4.2. La rappresentazione dei dialoghi e dei conflitti
4.3. Musiche e natura: il sonoro
ALLEGATO
SCENEGGIATURA DESUNTA DEL FILM [PDF 112Kb]
Analisi
di un film africano: Yeelen Eberhard Agatha
L'idea di questa tesina è nata dopo aver visto il film Yeelen
durante le ore di lezione del master. Ho voluto approfondire l'argomento portando
avanti una breve analisi del film stesso, e mettere così in luce alcuni
aspetti di una narrazione propria al cinema africano.
Innanzitutto ho redatto una così detta Sceneggiatura Desunta in cui ho analizzato
ogni singola inquadratura del film, raggruppandole successivamente in sequenze.
Tale lavoro mi è stato indispensabile per portare avanti un'analisi tecnica
del lungometraggio.
Successivamente ho potuto iniziare ad elaborare i dati raccolti procedendo
per gradi.
Prima di tutto ho scritto una brevissima introduzione sul cinema africano
per poi soffermarmi, nel primo capitolo, sulla biografia e la filmografia
di Souleymane Cissè, regista del film. Concluso il primo capitolo, a cui ho
aggiunto un breve riassunto della storia raccontata e i dati tecnici del film,
sono passato con il secondo capitolo alla vera e propria analisi approfondendo
il discorso sui luoghi del film. La storia è ambientata, alternamente, nella
foresta e nella savana: la prima sembra essere luogo di culto, dove vengono
compiute magie e riti, mentre la savana è il luogo dell'errare e dell'azione.
Infine un breve paragrafo sulla figura dell'albero mette in luce alcuni significati
che esso ha nella cultura africana.
Nel terzo capitolo mi sono soffermata sui rapporti che il cinema ha con la
tradizione orale. Il regista, attraverso il cinema, narra delle storie assumendo
in qualche modo la stessa funzione del griot.
Inoltre nel film vi sono molte sequenze esemplificative di una tradizione
orale per quanto riguarda la narrazione come la riunione del Komo e
i lunghi racconti degli anziani, che così assumono il ruolo di trasmettitori
della tradizione e del sapere.
L'ultimo capitolo comporta invece un'analisi del linguaggio filmico vero e
proprio: ho messo in evidenza i ritmi e i meccanismi che sorreggono le inquadrature
e i movimenti di macchina di alcune sequenze. Un breve approfondimento sui
dialoghi e i conflitti è invece volto ad evidenziare alcune differenze tra
la nostra cultura e quella africana.
Infine il paragrafo sul sonoro: come le immagini, anche i suoni sono esplicativi
di un vissuto particolare e di una diversità culturale.
INTRODUZIONE
Il cinema sbarcò in Africa sin dalla sua nascita, quando il continente era
ancora diviso in stati coloniali. Si trattava di un cinema in stretto legame
con le politiche del colonialismo, film girati esclusivamente da operatori
bianchi per fornire un prodotto di facile visione ad un pubblico europeo.
Per lo più l'immagine divulgata rispondeva a stereotipi culturali che presentavano
il nero non tanto come persona, bensì come un selvaggio, non tanto come un
essere pensante ma piuttosto come un essere più vicino al mondo animale.
Dopo la seconda guerra mondiale fu Marcel Griaule a dare impulso ad una nuova
produzione: il cinema poteva essere utilizzato come strumento di ricerca etnografica,
iniziò così la creazione di film aventi come scopo documentare una tradizione
e dare un'immagine rispettosa degli uomini africani. I critici francesi videro
in questi film il primo esempio di collaborazione tra gli uomini filmati e
chi li filmava, tuttavia gli africani contestarono duramente tale produzione
perché ulteriore fonte di deformazione in quanto si trattava di film che parlavano
di africani visti da un regista occidentale e non di africani e dell'immagine
che essi hanno di sé stessi.
Souleymane Cissé è proprio uno di quei registi che (superando l'intento didattico
della maggioranza dei film girati dagli africani fino agli anni Ottanta),
hanno voluto dare un'immagine "interiorizzata" di una delle tante tradizioni
africane, e Yeelen risponde perfettamente a questa linea di pensiero. Lo stesso
Cissé afferma: «Yeelen è stato fatto in parte contro i film etnografici europei.
Ho voluto rispondere a un'immagine esteriore, all'immagine propria di bianchi
colti e tecnici, a un'immagine straniera»
Il fatto che registi africani quali Cissé abbiano frequentato scuole di cinematografia
all'estero (Europa, Russia e USA) e che i finanziamenti arrivino spesso dai
Ministeri delle ex-colonie, non necessariamente preclude loro di avere uno
stile proprio, un modo di narrare attraverso il cinema che rimanda ai ritmi
lenti e ripetitivi dell'Africa.
Con la tesina ho cercato di portare alla luce alcuni aspetti "africani" della
composizione cinematografica in Yeelen, tenendo sempre a mente che
in questa analisi l'altro siamo noi occidentali.
Il primo capitolo è volto a dare brevemente alcune informazioni generali,
tuttavia necessarie, riguardo al film e al suo regista, mentre in un secondo
momento mi sono soffermata nell'analizzare i luoghi entro cui è ambientata
la vicenda, cercando di superare la visione documentaristica che spesso noi
occidentali abbiamo nei confronti dell'Africa e del suo ambiente naturale.
Nel terzo capitolo ho voluto soffermarmi sulla tradizione orale: nel film
vi sono parecchi esempi di come il cinema sia un ottimo mezzo per trasmettere
anche ad un pubblico "profano" questo vissuto interamente africano.
Infine ho approfondito alcuni aspetti del linguaggio filmico cercando di mettere
in luce le caratteristiche proprie del linguaggio filmico usato in Yeelen,
tenendo sempre a mente che l'opera è innanzi tutto il risultato di un espressione
artistica personale, di cui il regista, Cissé, è il creatore.
CAPITOLO
1 - IL REGISTA E IL FILM ![]()
1.1. Biografia di Souleymane Cissé
Nasce nel 1940 a Bamako (Mali). Dopo gli studi
secondari a Dakar, ritorna in Mali nel 1960 anno dell'indipendenza. Ottiene
una borsa di studio dall'URSS per imparare il mestiere di proiezionista, e
si ferma a Mosca per un anno. Rientrato a Bamako lavora come fotografo e proiezionista
prima di ottenere una nuova borsa di studio sovietica nel 1964. Resterà a
Mosca cinque anni per studiare sceneggiatura e regia al VGIK. Di nuovo a
Bamako nel 1969 è impegnato come regista al Ministero dell'Informazione,
dove gira cinque documentari e una trentina di film di attualità. Nel 1972
realizza a proprie spese Cinq jours d'une vie, mediometraggio premiato
al Festival di Cartagine. Con grande difficoltà finisce nel 1975 Den Muso,
suo primo lungometraggio, incentrato sui problemi dei giovani in una società
in transizione, che riscuote grande successo. Nel 1978 Baara che vince
il Gran Premio a Ouagadougou così come nel 1983 finyé concluso l'anno
prima, presentato in selezione ufficiale al 35° Festival di Cannes. Vincitore
del Gran Premio della Giuria al Festival di Cannes del 1987 Yeelen è
stato un vero e proprio evento cinematografico coronato da uno straordinario
successo di critica e di pubblico. Infine, dopo molti anni di lavoro, nel
1995, ancora a Cannes, presenta il lungometraggio waati.
1.2. Filmografia
1965 - L'Homme et les Idoles (cm)
1968 - Sources d'inspiratione (cm) ; L'aspirant (cm)
1970 - Degal et Dialloubé (cm)
1971 - Fete du Sanké (cm)
1972 - Cinq jours d'une vie (cm)
1973 - Dixiéme anniversaire de l 'Oua (cm)
1975 - Den Muso (lm)
1977 - Baara (lm)
1978 - Les chanteures traditionelles des Iles Seychelles (cm)
1982 - Finyé (lm)
1987 - Yeelen (lm)
1995 - Waati (lm)
1.3.
Sinopsi di Yeelen
Yeelen è la storia di un percorso iniziatico : Niankoro, un ragazzo
di etnia Bambara, riceve il sapere destinato a garantirgli il dominio delle
forze che lo circondano, quella conoscenza che i Bambara si trasmettono da
generazione in generazione. Il padre del giovane è però geloso delle conoscenze
esoteriche acquisite dal figlio, che sembra aver superato il suo stesso sapere
ed essere deciso ad usarlo a vantaggio del prossimo, senza più tesaurizzarlo
egoisticamente, come gli anziani, che da sempre lo hanno identificato con
il potere.
La madre incoraggia Niankoro a partire alla ricerca dello Zio paterno e portargli
un feticcio per poter così affrontare il padre.
Il ragazzo parte, durante il lungo viaggio viene catturato dai Peul ma grazie
ai suoi poteri riesce a conquistare la simpatia del Re: questi gli chiede
di guarire la moglie dalla sterilità, ma Niankoro fa di lei la sua compagna.
Niankoro prosegue con la donna il suo cammino, incontra lo zio che gli affida
l'ala del Koré.
Avviene lo scontro finale tra padre e figlio, una luce abbacinante annienta
tutta la vita sulla terra. Sopravvivono la donna di Niankoro e il figlio che
nella scena finale trova in mezzo alla sabbia del deserto due uova di struzzo,
simbolo magico della vita: sarà il bambino a ricostruire il paese in una dimensione
ancora legata alla tradizione ma contemporaneamente proiettato in un futuro
multietnico.
Cissé impiegò quattro anni per realizzare il film, egli dovette infatti fare
i conti con i problemi pratici che spesso si incontrano nella cinematografia
africana: le riprese vennero infatti interrotte più volte, cinque settimane
dopo il primo ciack i lavori furono fermati a causa di forti venti di sabbia.
Quando finalmente ricominciarono le riprese, l'attore principale, Ismaïla
Sarr, morì per una crisi cardiaca; successivamente si accorsero che la pellicola
offerta dalla Fuji era troppo vecchia e dovettero ricominciare da capo. Sei
settimane dopo, invece, è il turno del direttore francese della fotografia
che si ammala gravemente e deve essere rimpatriato urgentemente a Parigi.
Problemi tecnici a parte, Yeelen è una delle opere più mature di Cissé, film
di mezzo di una sorta di trilogia che contempla fenomeni quali il vento (Finyé,
1982: Il vento), la luce (Yeelen, 1987: La luce) e il tempo (Waati,
1995: Il tempo), proiettando una visione del regista più specificatamente
teorico-filosofica.
Cissé dimostra tuttavia di avere uno sguardo occidentale riguardo al tema
affrontato, non bisogna infatti dimenticare che egli ha studiato a Mosca ed
una volta tornato nel suo paese ha potuto riflettere su ciò che stava accadendo
in Mali. L'opera allude ad una rottura tra generazioni: il regista sembra
avere la necessità di una rifondazione da attuarsi, oltretutto per mezzo della
tradizione. Niankoro ruba i feticci del Komo, mettendo in moto un progetto
di rifondazione del sapere: siamo in una situazione di opposizione tra la
trasmissione esoterica del sapere/potere a quella essoterica. Un cambiamento
di enorme portata presso un cultura che considera il segreto come base legittimante
dei saperi e dei poteri:
"La nozione di segreto, tradotta in un sistema di simboli
e di regole, è assunta in area mande quale schema di comunicazione determinante
nel fondare e legittimare saperi e poteri. Gli studi sulle associazioni iniziatiche
documentano ampiamente come tutto l'ordinamento della conoscenza in queste
culture sia permeato dal linguaggio della segretezza [...]. L'enfasi
sul divieto di diffondere i segreti in queste società veicola un paradosso
sotteso alla costruzione sociale e culturale del segreto: l'esigenza
della non divulgazione dei saperi come garanzia della loro efficacia."
Niankoro va quindi contro una legge punibile, presso la sua
etnia, con la pena capitale; le società di iniziazione bambara sono infatti
inflessibili al riguardo: chi trasgredisce le leggi ancestrali, chi viola
il segreto dei rituali deve essere punito con la morte.
1.4.
Dati tecnici
Regia e sceneggiatura: Souleymane Cissé
Fotografia: Jean-Noel Ferragut, Jean-Michel Humeau
Musica: Michel Portal
Montaggio: Dounamba Coulibaly
Suono: Daniel Olivier
Interpreti: Issiaka Kane (Niankoro)
Aoua Sangare (Donna peul)
Niamanto Sanoglo (Il padre)
Moussa Keita (Re peul)
Soumba Traore (Madre)
Ismaila Sarr (Zio)
Produzione Souleymane Cissé
Governo Mali
Burkina Faso:
Ministero dell'informazione e della cultura.
Francia:
Ministero della cultura
Ministero degli esteri
Ministero della cooperazione
R.F.T.:
Television W.D.R. (Colonia)
Giappone:
Fuji (Tokyo)
CAPITOLO
2 - I
LUOGHI DEL FILM ![]()
Il film
è girato quasi interamente in esterni, mentre le riprese in interni sono estremamente
ridotte: una sola sequenza è ambientata in una capanna, quando Niankoro e
la madre discutono sull'arrivo de padre (sequenza n° 4), tuttavia bisogna
sottolineare come pur trattandosi di un luogo chiuso, i rumori e i materiali
che compongono la costruzione rimandano fortemente al mondo esterno; è infatti
continuo il cinguettio degli uccellini, mentre l'arredamento è ridotto a pochi
oggetti indispensabili e i personaggi siedono per terra. La sequenza successiva
(n°5) conferma questo aspetto: Soma, accompagnato dai due uomini che trasportano
il pestone magico (un oggetto magico che serve a ritrovare ciò che è perduto,
a scoprire e a castigare i ladri, i criminali, i traditori e gli spergiuri),
irrompe in un abitato per scovare il figlio Niankoro. La macchina da presa
è posta all'interno della capanna, tuttavia è rivolta verso la porta d'ingresso.
L'interno è molto scuro, e l'occhio è inevitabilmente attirato dalla luce
che penetra dall'uscio.
A scandire parte del viaggio di Niankoro troviamo invece la savana, interminabile
distesa di prati e alberi, teatro di guerre tribali e delle difficili prove
che il protagonista dovrà superare per guadagnarsi la simpatia dei Peul, un'etnia
di pastori nomadi, nemici storici dei Bambara.
In montaggio alternato la foresta dove Soma invoca gli dei e compie sacrifici
per scovare il figlio e ucciderlo.
Qualche sequenza è girata nei villaggi ed anche in questo caso l'azione si
svolge all'aria aperta, fuori dalle case, per strada o all'ombra di una pensilina.
2.1. Magia ed esoterismo: la foresta
La foresta appare immediatamente come luogo misterioso, oscuro, dove si compiono
riti e sacrifici.
La seconda sequenza del film mostra un bambino che porta una capra presso
una statua lignea: non si capisce immediatamente cosa stia accadendo, la macchina
da presa accompagna i movimenti del fanciullo celando in parte ai nostri occhi
quello che gli sta attorno; la foresta nasconde l'ambiente circostante, creando
uno spazio chiuso delimitato dalla fitta vegetazione. Una successiva inquadratura
(la n° 276), posta alla fine della sequenza n° 30, che vede riuniti nella
foresta i membri della società iniziatica del Komo, ci svelerà che
il luogo di questo incontro è lo stesso dove il bambino portò la capra: la
macchina da presa ci mostra, tramite una lenta panoramica verticale verso
il basso, un albero che ha dei simboli rossi pitturati sul tronco, gli stessi
che troviamo sull'albero attorno al quale si sono riuniti gli iniziati del
Komo. Altra conferma che si tratta dello stesso luogo della riunione
è la presenza delle anfore e dei vasi da cui gli uomini hanno tratto la birra
di miglio, ora vuote ed inutilizzate.
In seguito il montaggio alternato ed un flashback finale posto al momento
dello scontro tra Niankoro e Soma, (inquadratura n° 357), ci sveleranno che
la statua lignea è la maschera del Komo e che la pala che tiene sottobraccio
è l'ala del Korè.
Non possiamo sapere se il regista abbia avuto intenzione di provocare un effetto
a sorpresa, portando alla luce alcuni dei segreti gelosamente custoditi dagli
anziani di etnia Bambara oppure se sia solo un espediente "rafforzativo",
di ripetizione.
La foresta sembra il luogo più consono a custodire i segreti della millenaria
tradizione dei Bambara, punto di ritrovo della società iniziatica del Komo,
lo stesso "bosco sacro" che Soma nomina più volte nelle sue preghiere.
Le società iniziatiche o jow, costituiscono l'ossatura principale della
cultura Bambara. Il Komo è una di quelle confraternite (le altre sono
Kono, Nama, Tyi-wara, Manya, Nya, Nankon ) a cui non è obbligatorio
essere iniziati ma di cui si entra a far parte volontariamente, per aumentare
la propria forza sociale e risolvere problemi di ogni tipo (salute, infortuni,
celibato, sterilità, povertà, attacchi di stregoneria ecc.). Queste istituzioni
rivestono un'importanza considerevole sia in campo politico e giudiziario,
sia in campo strettamente religioso. Una delle particolarità del culto del
Komo è d'essere in genere controllato dai fabbri (i numuw) e
nel film più volte è menzionata l'appartenenza della famiglia Diarra (quella
di Soma e Niankoro) a questa categoria di artigiani. I fabbri sono coloro
che dominano il fuoco ed il metallo, essi sono anche coloro che fabbricano
le maschere. Egli è considerato come detentore dei segreti della fucina e
della terra, inoltre solo chi nasce da un genitore fabbro ha la possibilità
di apprendere formule e incantesimi segreti. I numuw sono temuti e
rispettati per il loro sapere occulto ma anche per la loro funzione di mediatori:
è infatti severamente proibito litigare in presenza di un fabbro e giurare
il falso davanti all'incudine significa condanna a morte certa (l'incudine
è considerata entità protettrice, che gerarchicamente si situa sopra i boliw,
oggetti forti a cui si riversano sacrifici di varia natura).
Il Koré appartiene ad un altro tipo di società iniziatiche, ovvero
quelle di cui ogni individuo di sesso maschile è sempre tenuto a fare parte
(le altre due sono lo Ntomo e il Jo). Il culto del Koré si
manifesta ogni sette anni, quando viene ucciso al Koré, un nuovo gruppo di
adolescenti che poi resuscitano ad un'età adulta. I ragazzi ricevono insegnamenti
relativi alla sessualità, al succedersi delle generazioni e agli obblighi
verso gli antenati. L'iniziazione prevede che si compiano lavori per i più
anziani, sacrifici, offerte e anche che si sostengano prove morali e fisiche.
Queste hanno luogo durante un ritiro del bosco sacro, un territorio legato
al segreto della natura e al mondo antecedente gli uomini.
La maschera del Komo e l'ala del Koré fanno parte
rispettivamente dei due culti sopra descritti.
Come già detto, la foresta, o "bosco sacro", è il luogo in cui si riuniscono
le società iniziatiche, ma è anche il punto prediletto da Soma per compiere
magie e sacrifici volti a trovare il figlio, come nella sequenza n° 25 in
cui l'uomo e i suoi due compagni si fermano per la notte; la macchina da presa
riprende in dettaglio il focolare dell'accampamento, nell'inquadratura successiva
mostra la foresta oscura, poi di nuovo il focolare che si spegne lentamente.
Soma si alza da terra in campo medio e si dirige verso la foresta. E' molto
buio e l'ambientazione si scorge appena, nel frattempo l'uomo viene letteralmente
inghiottito nell'oscurità. E' di nuovo inquadrata la foresta, ma con più luce:
sta albeggiando e Soma inizia il sacrificio di un cane dal pelo rosso e di
un albino; all'improvviso dalla fitta vegetazione compaiono camminando all'indietro
i due esseri destinati al sacrificio. L'atmosfera è carica di mistero, i versi
degli animali si fanno sempre più insistenti fino a quando non vengono coperti
dalla voce di Soma che inizia il rito; la sequenza dà l'impressione che stia
accadendo qualcosa di soprannaturale ed il regista sembra voler accentuare
questa sensazione facendo girare lentamente la macchina da presa intorno al
corpo dell'albino, come se lo guardassimo con gli occhi del sacerdote. Una
scena a cui solo pochi "privilegiati" possono assistere: Soma, i due compagni
impauriti e gli spettatori.
2.2. La savana
La foresta si presenta come uno spazio chiuso e oscuro, tutt'altro impulso
è invece dato dalla savana, spazio aperto e luminoso: sembra essere il luogo
dell'azione, entro cui la vicenda si evolve, teatro del viaggio/fuga di Niankoro,
dell'inseguimento di Soma e dello Zio Bafing e dello scontro finale tra padre
e figlio.
Se la foresta è il luogo entro cui si muove Soma, la savana è protagonista
del percorso errante che Niankoro è costretto ad intraprendere per raggiungere
lo zio paterno.
Le sequenze ambientate nella savana mostrano spesso il cammino del protagonista
con lente panoramiche, lasciando che lo spettatore spazi con gli occhi lungo
la linea dell'orizzonte interrotta qua e la dai tipici alberi dalla chioma
ad ombrello (sequenze n° 9-10-11). L'uso dei campi medi e dei campi lunghi
intensifica ancor più lo spettacolo dell'infinita distesa, mentre il dettaglio
dei piedi in movimento sembra voler sottolineare la fatica cui l'eroe è sottoposto
ormai giunto ai confini della savana, dove la terra è sempre più arida e sterile:
la savana è un'area di mezzo tra la foresta e il deserto ed essa stessa si
sta desertificando a spese della foresta. Nella breve sequenza in cui Niankoro
si inginocchia e stringe un pugno di fango (n° 10), sembra che il regista
voglia far presagire la fine immanente del paese ed è come se la rottura con
la tradizione andasse di pari passo con i cambiamenti atmosferici in atto
in Africa. La foresta, luogo di culto dei Bambara, deve lasciare il posto
alla savana, terra abitata nel film dai Peul, popolo di pastori e guerrieri.
In Yeelen le due etnie si "fondono" nel figlio di Niankoro, a cui spetterà
il compito di ricostruire il paese, distrutto dalla luce e trasformato in
deserto.
Nella savana il protagonista incontra uno spirito che gli predice l'andamento
del suo viaggio, episodio che rafforza l'idea secondo la quale questa ambientazione,
oltre ad essere "luogo dell'azione", è anche luogo di rivelazione e trasformazione,
soprattutto per quel che riguarda le tradizioni: Niankoro usa la magia inizialmente
per auto difesa, in seguito per aiutare i guerrieri peul ed il loro Re; egli
è intenzionato a diffondere il sapere Bambara,e a metterlo a disposizione
del prossimo (anche se di etnia diversa), tradendo inevitabilmente il giuramento
di segretezza che ogni iniziato al culto del Komo deve mantenere.
Infine credo di poter ipotizzare che la savana rappresenti meglio di qualsiasi
altro luogo l'incontro fra il cielo e la terra:
"Dyè Ila, i due mondi, la terra e il cielo, esistono per via della luce."
Con questa frase il regista ci svela con le parole ciò che subito dopo ci
sarà dato di vedere con gli occhi: il sorgere del sole, il nascere della luce
che permette di distinguere i due mondi, la terra ed il cielo, separati dalla
linea dell'orizzonte da cui spunta l'astro. Lo stesso orizzonte che domina
le scene ambientate nella savana.
2.3.
L'albero: da centro vitale a luogo di riposo
Particolare attenzione merita la figura dell'albero che in Yeelen ha una chiara
rilevanza sia nella composizione dell'immagine che nello sviluppo della vicenda;
esso assume infatti diverso significato a seconda delle situazioni raccontate
dal regista.
Al riguardo mi soffermerei sulla sequenza n° 8, in cui Soma e i suoi due compagni
seguono una ragazza lungo il sentiero che porta al villaggio. Quasi giunti
a destinazione, la macchina da presa zooma all'indietro fino a inquadrare
in campo lungo i personaggi; in realtà questo movimento di macchina ci permette
di vedere nella sua interezza uno splendido ed enorme albero posto ai margini
del piccolo villaggio. Soma si ferma proprio ai piedi di questo, ed è raggiunto
poco dopo dal capo del villaggio con il quale avrà una breve discussione riguardo
Niankoro.
Ho subito collegato la vicenda al fatto che al centro di ogni villaggio Bambara
si trova un baobab dove i più anziani dirimono dispute e prendono decisioni.
Questa funzione dell'albero, come centro vitale ove discutere e decidere di
cose importanti, viene confermata in un'altra sequenza del film, la n° 30, ovvero
quella in cui la società del Komo si riunisce nel "bosco sacro" (nominato
più volte da Soma durante le sue preghiere infervorate), esattamente nei pressi
di un grande albero, ai piedi del quale sono seduti Soma ed il maestro della
società. Il tronco è pitturato di rosso, probabilmente si tratta di simboli
legati al culto del Komo. Alla fine della sequenza Cissè carica di misticismo
la figura dell'albero guidando la macchina da presa con una lenta panoramica
verticale verso il basso, che parte dai rami alti, scopre lentamente il tronco
dell'albero e giunge infine alle radici, ove è posta la maschera del Komo
(la statua lignea).
Infine l'incontro tra Niankoro e lo zio Dijgui (sequenza n° 32): quest'ultimo
racconta la storia della loro stirpe seduto su un terreno spoglio e roccioso;
una volta sorto il sole scopriamo che alle spalle dei tre c'è un esile albero.
Altra funzione assunta dell'albero nel film è quello di essere luogo di sosta
e riposo: poco prima della partenza Niankoro dorme profondamente ai piedi
di un albero (sequenza n°6), mentre una volta incamminatosi nel suo lungo
viaggio deciderà di fermarsi per prendere fiato sedendosi all'ombra di un'acacia
della savana, la stessa sopra la quale si nasconde lo spirito dell'antenato
che gli parlerà (sequenza n° 9); lo stesso Re peul sfrutta l'ombra di un'acacia
per le sue escursioni nella savana, e chiederà a Niankoro di aiutarlo nel
guarire la moglie dalla sterilità facendolo sedere su un tronco morto ai piedi
dello stesso albero (sequenza n° 24).
Nel film l'albero assume diverse facce, da punto di appoggio per anfore e
bacinelle, a nascondiglio, come nella sequenza in cui i pastori peul sorprendono
Niankoro che vuole rubare del bestiame. Punto di riferimento, ma anche luogo
presso il quale vengono esercitate molte azioni quotidiane, tra cui il lavoro:
nella sequenza in cui Soma discute con il capo del villaggio, seduti ai piedi
dello stesso albero vi sono un vecchio ed un bambino che stanno lavorando
il ferro e delle stoffe.
La centralità data alla figura dell'albero può forse essere spiegata con la
forte armonia che i popoli africani hanno sempre dimostrato di avere con la
natura, non va però dimenticato che la figura dell'albero appare anche nel
mito cosmogonico dei Bambara.
Si racconta che al principio c'è il glan, il vuoto originale e il movimento
universale si produce in due spirali a senso inverso liberando una forza,
zo da cui procede lo spirito, yo. Questo, raggiungendo i quattro
punti cardinali, origina quattro mondi, due passati, uno presente e uno futuro
per mezzo della vibrazione cosmica, yereyereli.
Da ciò inizia la creazione dei 22 elementi, caratteri generali degli esseri,
ovvero le idee; una massa pesante, Pemba, cade e origina la terra. Contemporaneamente
nasce da un soffio di saliva di Pemba, Faro, lo spirito che costruisce il
cielo e che cadendo sulla terra sotto forma di acqua vi porta la vita. Pemba
si esibisce in una epifania vegetale nel seme di Balanza (una acacia albida)
che diverrà albero sacro e il suo doppio diventa sua moglie Moussokoroni.
Gli uomini, nati da Faro, rivolgono delle preghiere a quest'albero, sono immortali,
giunti all'età di 59 anni ritornano dei bambini di 7 anni, vivono nudi e non
lavorano.
Balanza esige che tutte le donne si accoppino con lui e Moussokoroni, folle
di gelosia, percorre il mondo mutilando tutte le parti sessuali degli uomini
e delle donne; semina il disordine nella creazione ed introduce le disgrazie
e la morte. Inventa le tecniche agricole per sopravvivere ma al suo contatto
la terra diventa impura. Moussokoroni muore.
Pemba-albero scopre il valore energetico del sangue possedendo una vergine,
da quel momento esigerà che gli uomini gli offrano il loro sangue.
Gli uomini, sfiniti si rivolgono a Faro che ingaggia una lotta con Pemba e
lo vince. Il culto dell'albero Balanza finisce e gli uomini cessano di essere
immortali.
Faro, lo spirito vincitore della materia e del disordine, riorganizza il creato;
crea il giorno e la notte, le stagioni, i sette cieli, le sette parti della
terra; divide gli uomini in razze e caste, indica i divieti, fa dono degli
otto semi destinati alla nutrizione degli uomini. E' il dio d'acqua e tiene
di riserva le dodici acque che sommergeranno un giorno la terra per far posto
al mondo futuro. Si muove in spirale ogni 400 anni per sorvegliare il mondo
e viene rappresentato alcune volte con un cappello a otto spire che è riservato
ai re.
Credo che una lettura del film non possa prescindere dal prendere in considerazione
l'albero come elemento che conferisce al racconto un senso profondo, in quanto
vero e proprio simbolo della cultura africana.
CAPITOLO
3 - UNO SGUARDO SULLA TRADIZIONE ORALE ![]()
3.1.
Cinema e oralità: il griot e la parola narrata attraverso le immagini
Non si può parlare di Africa e delle sue storie senza soffermarsi
sulla tradizione orale; questa, definita come l'insieme dei valori di una
società che si esprimono attraverso le parole e attraverso manifestazioni
non scritte, impernia la struttura di molti film provenienti dal continente
africano.
In questo sistema di cose risulta centrale la figura del narratore, o meglio
del griot: con questo termine
vengono definiti tutti gli individui di una società (africana) incaricati
di trasmettere la cultura, la storia e le regole di vita; solitamente questa
funzione viene rivestita dal cantore professionale, dall'insegnante, dal menestrello,
dall'imam, dagli anziani del villaggio, ecc.
Le storie narrate dai griot possono essere espresse attraverso differenti
tecniche insite nel racconto (in forma di canzone, di poesia, di prosa o di
dramma), è dunque facile accomunare la figura del regista a quella del griot:
anche il cineasta trasmette un racconto, una storia, conoscenza e cultura
di un paese o di un popolo; il cinema stesso utilizza varie forme di espressione
proprie delle tecniche del racconto, quali appunto la canzone, la poesia,
il racconto in prosa per mezzo di differenti canali di informazione (immagini,
musica, sonoro, parola ed effetti speciali).
Probabilmente Cissé, come tanti altri registi africani, tenta di tradurre
in immagini il mito trasmesso negli anni per via orale Il modo in cui procede
la narrazione in Yeelen riflette molti aspetti di un'espressione specificatamente
africana.
La vicenda si sviluppa linearmente, è costruita con un montaggio che alterna
il viaggio di Niankoro alla spasmodica ricerca del figlio da parte di Soma.
Il montaggio alternato diviene sempre più serrato fino a sparire nel momento
dello scontro finale tra padre e figlio, tra il pestone
magico e l'ala del Koré in
chiave simbolica.
Il regista narra la storia privilegiando un sistema di segni, fa largo ricorso
alla simbologia piuttosto che avvalersi di una narrazione diretta. Nella
recitazione si è rivelata più determinante la gestualità accompagnata dell'emissione
del sonoro, e non tanto la mimica facciale.
Tutti questi aspetti supportano con disinvoltura il racconto orale, rispettandolo
nei dialoghi e nei ritmi; Yeelen mantiene manifestamente le caratteristiche
di un racconto e di un modo di narrare che affondano le radici nei valori
sociali quali i proverbi che, assieme alle metafore, sono presenti per tutta
la durata del film.
3.2. Gli anziani raccontano
La tradizione orale può essere considerata alla pari di una tecnica filosofica
di pensiero, accumulazione di conoscenze articolata in un vero e proprio sistema
ideologico. Questo sistema si basa su un preciso ordine gerarchico al cui
vertice possiamo porre gli anziani; essi sono coloro che detengono la chiave
per accedere alla conoscenza, tanto è vero che in Africa si diventa più sapienti
nella misura in cui si invecchia. Intervistare i vecchi significa far raccontare
la loro storia personale e ripercorrere così parte del vissuto di un popolo,
di un paese. Essi sono una delle fonti principali per risalire alla storia
antica dell'Africa, come dice Ahmadou Hampaté Bâ, scrittore del Mali, con
una delle sue frasi più citate: «La storia vera dell'Africa non può essere
fatta che a partire dalla tradizione orale. I monumenti in Africa sono le
teste dei vecchi che vanno a morire. Presso di noi, ogni vecchio che muore
è una biblioteca che brucia».
In Yeelen questa funzione attribuita agli anziani si fa evidente verso la
fine del film, quando Niankoro e Attou, la regina peul, giungono presso il
popolo dove si rifugia lo zio Djigui. Niankoro, prima di incontrare lo zio,
vuole purificarsi alla sorgente sacra di Bongo, chiedendone il permesso ad
un capo (spirituale?) della comunità riunita in preghiera all'interno di una
caverna. Uno degli uomini adunati condurrà Niankoro presso il corso d'acqua.
Una volta bagnatosi il ragazzo chiede al vecchio informazioni sull'origine
della sorgente (sequenza n° 31, da inquadratura n° 286 a 290). L'uomo è seduto
su una roccia e sta fumando una pipa, inizia a raccontare confermando il fatto
che in Africa la trasmissione della tradizione avviene ovunque, ai piedi di
un albero, attorno a un fuoco, su una roccia..., e che la natura è l'archivio
da cui l'uomo attinge un'infinità di segni e informazioni. Egli dice infatti
che la sorgente esiste da prima che la montagna si solidificasse e che sgorga
da un pozzo inesauribile, senza fondo. La sorgente non è però l'unica fonte
di acqua, il vecchio racconta degli altri mezzi usati per procurarsela: accendendo
la pipa sacra essi invocano lo spirito del fuoco; il fumo si innalza nel cielo
e vengono invocati il dio del cielo e della terra: la loro energia si alza
nel cielo in un turbine trasformandosi in nubi colme d'acqua. Il racconto
mescola mito e tradizione, religione e scienza, tant'è vero che Niankoro chiederà
se le generazioni future sapranno far piovere ed il vecchio risponderà: "La
scienza è infinita ed il mondo vedrà sempre dei miracoli".
Durante il racconto la sequenza alterna il primo piano del vecchio a quello
di Attou che nel frattempo si bagna alla sorgente: il continuo scrosciare
dell'acqua sembra far doverosamente parte del racconto dell'anziano, permettendo
allo spettatore di immedesimarsi nella natura propria di quel vissuto d'Africa.
Non siamo più nell'arido sahel, terra dei peul, dove Niankoro e Attou non
hanno trovato neanche un corso d'acqua (così dice il ragazzo all'anziano),
ma in una terra straniera (ancora una volta, per noi occidentali), dove preghiere
e gesti sembrano avere un senso altro
rispetto ai precedenti sacrifici di Soma e alle magie di Niankoro.
La sequenza successiva (n°32) è ancor più dimostrativa riguardo a quanto detto
sinora sulla trasmissione del sapere e della tradizione: è notte, la prima
inquadratura è un dettaglio di un focolare acceso. La seconda inquadratura
mostra in primo piano Niankoro, il suo sguardo rivolto a sinistra e la voce
di un uomo in fuori campo introducono la presenza dello zio Dijgui; è lui
a parlare, tuttavia la macchina da presa lo inquadrerà solo alla sesta inquadratura
della sequenza: essa passa infatti dal primo piano di Niankoro a quello di
Attou, la quale è direttamente coinvolta dal discorso dello zio. Egli preannuncia
la nascita del loro figlio, in questo caso l'anziano non si fa solo detentore
di un sapere passato, ma anche di quello futuro. Una volta inquadrato in volto,
ci rendiamo conto che si tratta del fratello gemello di Soma. Presso i Bambara
i gemelli godono di un'importanza particolare: essi sono venerati e sono oggetto
di un culto speciale, tanto che le loro madri possono far parte dell'associazione
del Koré a cui normalmente le donne non possono accedere.
Durante il racconto la telecamera non manca di riprendere ancora una volta
in dettaglio il focolare, per poi spaziare con lente panoramiche lungo il
profilo di un orizzonte che lascia intravedere il sorgere della luce.
Dijgui si dilunga parecchio sulle previsioni che riguardano la famiglia Diarra
ed il futuro del paese, predicendone la distruzione totale. Poi racconterà
la sua storia personale, di come chiese al padre di rivelargli i segreti del
Komo per diffonderli a tutti, questi arrabbiato lo accecò con l'ala del Korè
e Dijgui fu costretto a lasciare il paese e a separarsi dal fratello gemello
Soma.
La conoscenza che Dijgui dimostra di avere sia sui fatti passati che su quelli
futuri dimostra la veridicità riguardo a quanto detto sinora sugli anziani:
essi sono l'archivio di un sapere che tuttora, nonostante una forte crisi
generazionale in atto, viene tramandato ai posteri; anzi, in questo caso il
sapere tramandato implica necessariamente la trasformazione: il cambiamento
nasce dalla tradizione.
3.3. La riunione del Komo: un esempio di narrazione orale
La parola è soffio vitale, è Faro, Dio dell'acqua
e della luce. Presso i bambara, come presso altre culture orali, la parola
è importante non solo per il suo contenuto, ma anche per il suo apparato fisico:
spesso i racconti, le dispute, i dialoghi sono costruiti secondo regole ben
precise da cui derivano tutta una serie di ruoli e modi di procedere.
La riunione del Komo è esemplare in quanto tocca diversi punti importanti
della struttura del racconto orale.
Innanzitutto bisogna precisare come in molte culture africane vi siano tre
grandi modi di raccontare: il primo è quello della "seduta seria" dove il
narratore non da spettacolo ma concentra tutto sulla parola dovendo comunicare
fatti seriosi. Egli è sostenuto però da una seconda persona, il così detto
epicentro del circuito narrativo che ha la funzione di ritmare la sua
parola. Un secondo modo di raccontare consiste nella seduta teatro in cui
il narratore si concentra maggiormente sull'aspetto spettacolare; il racconto
è gioco ed esibizione a cui partecipano anche i bambini e la folla che può
interagire col narratore. Quest'ultimo, inoltre, è accompagnato da uno strumento
musicale. Infine la seduta popolare il cui narratore può avere il compito
di annunciare riunioni importanti indette dalle autorità. Egli attraversa
le strade dell'abitato battendo un tamburo.
Ciò che emerge dall'analisi di queste sedute è che la parola ha un ritmo binario:
prima di tutto la parola emessa dal narratore, in secondo luogo la risposta
dell'epicentro che, più povera semanticamente, ha la funzione di chiudere
il circuito comunicativo tra il narratore e il pubblico. L'epicentro accompagna
ogni singola frase del narratore pronunciando monosillabi (hum, hem, ha),
avverbi, frasi convenzionali ("proprio come dici tu", "lo sappiamo tutti")
per rimarcare che le parole del narratore non cadono nel vuoto.
Risulta quindi di estrema rilevanza la figura dell'epicentro che assume anche
la funzione di agente ritmico: egli modula le parole permettendo ad un testo
orale di essere più facilmente memorizzato e ritrasmesso. Contenuto e struttura
di un testo sono quindi intimamente legati, e risulta chiaro che un testo
è più facile da memorizzare nella misura in cui è scomposto in sequenze ritmate.
Questo modo di comunicare viene spesso usato anche nella vita quotidiana (vedo
la sequenza in cui Soma incontra prima la donna che raccoglieva il miglio
e poi il capo del villaggio: anche in questo caso sembra che l'apparato comunicativo
si avvalga di alcuni elementi sopra descritti oltre che al tono cantilenante.).
La struttura del racconto orale, quindi, non può che rimandarci alla sequenza
in cui Soma e gli altri iniziati si riuniscono nel bosco sacro per discutere
della condotta di Niankoro. Dopo una lunga serie di inquadrature che mostrano
singolarmente i componenti del Komo bere della birra di miglio, Soma leva
un canto dai toni acuti invocando Nyalé (Moussokoroni, personificazione degli
elementi dell'aria e del fuoco). Una seconda voce alterna quella di Soma,
pronunciando alcune frasi di rito. Soma emette suoni acuti, la seconda voce
interviene con cadenza precisa, ritmando la performance in atto.
Il canto e le parole vengono ripetuti più di una volta, mentre la macchina
da presa inquadra, soffermandovisi per parecchi secondi, i primi piani degli
altri uomini riuniti.
La riunione fin qui descritta assume più che altro i toni di un momento rituale,
ma una volta terminato il canto inizia il vero forum; alcuni attimi di silenzio
sono seguiti da un dialogo fra Soma ed il maestro prima, e successivamente
tra Soma e gli altri iniziati che intervengono uno alla volta. Anche in questo
caso, come nella struttura dei racconti orali sopra descritti, la parola si
sviluppa in due sensi, anzi, in tre: Soma che racconta del figlio, il maestro
e gli altri iniziati che intervengono con domande e frasi di circostanza ("Tu
fra noi? E' un buon presagio?", "Chi viola le leggi del Komo verrà eliminato
da noi"). A ogni frase la persona interpellata emette dei monosillabi come
quelli sopra descritti, sembra quasi che a fare da epicentro del discorso
siano in successione le varie persone che intervengono al dibattito.
La riunione prosegue con uno scambio serrato
di proverbi che conducono in forma dialettica la narrazione. I sacerdoti del
Komo rimproverano Soma di non essere stato capace di punire Niankoro:
"Le pallotole da elefanti non vanno sprecate per una lepre", dice il maestro
e continua: "Per sacrificare un pollo bisogna prima prenderlo" come a far
intendere che Niankoro è solo un giovane ed inesperto iniziato e che è inutile
sprecare tante forze; l'importante è riuscire a catturarlo. Ma un altro iniziato
lo avverte preoccupato dalla forza della magia che Niankoro ha dimostrato
di aver acquisito: "Che le nuvole non si trasformino in pioggia" ma Soma prontamente
risponde:"Se Niankoro è la lama del coltello, io, Soma, sono il manico. La
lama affilata non può intaccare il suo manico". Tuttavia interviene il maestro:
"Gloria all'aquila, l'uccello reale! Ma l'aquila non può sollevare l'elefante".
Questo modo di procedere nella comunicazione viene utilizzato altre volte
nel film, come quando Soma incontra il capo del villaggio per chiedere notizie
di Niankoro. Il capo gli risponde:"Dove va la capra senza la pastora?" per
dire che il ragazzo si è separato dalla madre e che potrebbe essere andata
in qualsiasi direzione; anche nella sequenza in cui lo zio Bafing incontra
il re peul esso si avvale di un proverbio per introdurre il discorso riguardo
a Niankoro: "Quando si vede il rospo arrampicarsi verso il cielo non è bene".
Queste forme espressive, oltre a dare sapore al racconto,
ci permettono di capire molto del vissuto delle culture che li hanno prodotti.
Essi sono il frutto della saggezza popolare e rispecchiano per certi versi
abitudini e costumi del vivere quotidiano di questi popoli, come il proverbio
sul pollo, sopra citato: esso ci rivela che sacrificare questi animali è un'abitudine
assodata presso i bambara: solitamente si sacrificano animali domestici, solo
nei casi gravi, in cui è in gioco la salvezza del regno si praticavano sacrifici
umani, generalmente albini il cui colore bianco è gradito a Faro (anche Soma
arriva a sacrificare un albino, come per sottolineare la grave minaccia che
incombe sul paese).
Spesso, quindi, i protagonisti dei proverbi derivano dal mondo animale. Lo
scopo è quello di rendere evidenti, per poi uguagliarli all'operato umano,
qualità e difetti, abitudini e stranezze (la forza dell'elefante, la debolezza
della lepre, la maestosità dell'aquila, la goffaggine di un rospo, ecc.).
Tornando alla riunione del Komo, mi è sembrato importante notare come il discorso,
di tanto in tanto, è intervallato da urla e sussulti esagerati che apparentemente
hanno la funzione di enfatizzare l'esibizione: sembra di assistere ad una
vera e propria recitazione teatrale che termina con danze e canti: Soma inizia
a danzare in circolo, contemporaneamente intona un canto simile a quello di
inizio riunione. Diverse voci sembrano intervenire per recitare una singolare
preghiera, sviluppata secondo il modello enunciato-risposta a volte, o facendo
terminare le frasi ad un secondo uomo altre volte. Il regista sembra accentuare
la scansione ritmica di questo momento; egli inquadra in primo piano uno degli
iniziati, (dal viso molto particolare dovuto ad un leggero strabismo), che
alza e abbassa la testa seguendo il ritmo della preghiera-danza.
Abbiamo visto l'importanza cruciale rivestita dai proverbi, tuttavia, nel
film si incontrano spesso altrettanti modi di esprimersi che hanno la funzione
di dare colore e di accompagnare le azioni dei personaggi: si tratta delle
espressioni metaforiche, come quella usata da Soma durante la riunione per
rimarcare l'infedeltà e l'inadeguatezza del figlio: "I discendenti del coccodrillo
non hanno ereditato le sue qualità. Essi sono dei semplici varani o serpenti".
Anche in questo caso protagonisti dell'espressione sono gli animali.
La riunione è un bellissimo esempio della ricchezza culturale dell'Africa
insita nella tradizione orale, tuttavia nella nostra cultura alcune componenti
della struttura di questi racconti possono essere facilmente fraintesi. Prendiamo
ad esempio il caso dell'agente ritmico: esso, come detto, nelle culture orali
ricopre un ruolo primario nella conduzione della narrazione. Esso serve a
scomporre in sequenze ritmate il testo, ma è anche elemento di sostegno e
di approvazione del discorso stesso. Anche in occidente i monosillabi ha
ha, hum hum, sono di sostegno al discorso, assicurando all'interlocutore
un feedback che lo porta a proseguire nella comunicazione. Tuttavia vi è il
caso, non poco frequente, in cui questo agente ritmico viene utilizzato in
senso parodistico, di scherno, soprattutto nelle conversazioni telefoniche
riprese in alcuni film comici: colui che si trova dall'altra parte del telefono
fa finta di ascoltare chi parla emettendo di tanto in tanto suoni di approvazione,
quando in verità è del tutto disinteressato alla conversazione.
Per non parlare dei canti che completano la seduta: i suoni emessi dai personaggi
sono del tutto estranei alle nostre orecchie, e possono apparire buffi e stonati,
portandoci a sottovalutare la portata emotiva che sicuramente hanno presso
popoli vicini a questo modo di comunicare.
3.5. Breve approfondimento sulla simbologia incontrata nel film
In molti film dell'Africa nera, i simboli invadono le immagini creando
una risonanza particolare, segno di una particolarità culturale che a volte
è difficile per uno straniero (in questo caso noi occidentali) decifrare.
Prendiamo l'esempio dei sacrifici: essi appaiono copiosamente nei film provenienti
dall'Africa e possono urtare la sensibilità dello spettatore occidentale:
ricordo che quando il film è stato proiettato durante le lezioni del Master,
una studentessa ha lasciato inorridita l'aula dopo aver visto il cruento sacrificio
della gallina ad opera di Soma. Il film era appena iniziato e si era già alla
seconda gallina bruciata viva. La nostra compagna ha pensato che il resto
del film continuasse sulla stessa linea, eppure mi dispiace dirlo, si è sbagliata
enormemente. Anch'io ho avuto un attimo di disapprovazione di fronte a tali
scene, tuttavia credo sia doveroso tenere in considerazione il significato
che tali sacrifici rivestono per un pubblico africano. L'intento del regista
non era sicuramente quello di fare del cinema splatter (tant'è vero che il
sacrificio del cane e dell'albino non vengono mostrati), ma di rendere l'idea
riguardo la gravità della situazione.
Non bisogna poi dimenticare che l'Africa è plurale e che la diversità delle
culture rende difficile l'accesso ai simboli strettamente specifici di un'etnia:
lo stesso sacrificio può assumere significati diversi, non solo da un'etnia
all'altra, ma anche all'interno della stessa comunit, come vedremo nel paragrafo
4.1. del capitolo 4.
L'uso della simbologia permette di creare del mistero attorno a fatti,
rivelandone tuttavia il senso: il simbolo nasconde ma allo stesso tempo svela
dei significati profondi.
Uno dei simboli che dominano l'intero film sembra essere il numero due: esso
è il secondo concetto delle ventidue idee fautrici della creazione e si riferisce
ai gemelli (1 è Faro, 2 i gemelli, 3 l'uomo, 4 la donna, 7 il mondo completo,
ecc.). Essi alludono alla dualità dell'essere umano e la sua connessione con
Faro, il Dio d'acqua androgino e patrono della società del Koré. I Bambara
credono in un solo Dio, Pemba, il Creatore, che con un soffio di saliva ha
creato Faro: questi è la Parola che Pemba ha pronunciato, è acqua, luce e
vita.
Pemba e Faro rappresentano rispettivamente il Cielo e la Terra, la loro interazione
comporta conservazione e cambiamento: il primo è la forza o l'essere delle
cose, mentre Faro è il modellatore del mondo.
"Pemba e Faro è dunque la coppia dialettica che
simbolizza, si potrebbe dire, l'Essere e il Divenire, le cose come sono e
come saranno. Il benessere dei bambara richiede rispetto per entrambi: per
«l'ordine assegnato» difeso dagli antenati, ma anche per il potere di cambiamento,
l'impulso dinamico di Pemba-Faro che fa girare il mondo, guida le stelle nel
loro corso e fa progredire gli affari degli uomini"
Questa concezione rispecchia pienamente gli intenti del regista: egli ha voluto
rappresentare attraverso le immagini una rottura con la tradizione, mettendo
in atto un cambiamento forte; una rifondazione che però si basa sul passato,
che trae origine dalla conservazione; è infatti il fratello gemello di Soma
a fornire a Niankoro il mezzo per affrontare il padre, ovvero l'ala del
Korè, che a sua volta simbolizza Faro, la divinità.
Il numero due si ripresenta poi nel finale, quando il bambino di Niankoro
trova nella sabbia due uova di struzzo, simbolo di vita e quindi di rifondazione
di un nuovo equilibrio.
Il
ritmo del film è molto lento, le inquadrature sono delimitate da stacchi
che però non interrompono in alcun modo lo svolgimento fluido del racconto.
Ho potuto costatare come il regista abbia preferito più volte soffermarsi
su una stessa inquadratura, soprattutto durante i dialoghi, piuttosto che
cambiare continuamente angolazione o punto di vista. Il film si è dimostrato
tutt'altro genere di spettacolo rispetto a quello a cui siamo abituati in
occidente. Oggigiorno il cinema, soprattutto di derivazione USA, tende ad
accelerare il montaggio, creando ritmi serrati e racconti frammentati, pezzi
ad incastro, che solo nei finali a sorpresa trovano la loro giusta collocazione.
Il film di Cissé, invece, segue tutt'altra linea; sembra quasi che la macchina
da presa sia in continua sintonia con la natura circostante ed i personaggi
che popolano le immagini. Inserisce nella storia magia e mistero senza usare
strabilianti effetti speciali, facendo intendere allo spettatore che questi
elementi appartengono realmente ad una tradizione millenaria ancora viva
in Mali.
4.1. Ritmi naturali e ritualità nelle inquadrature: dai movimenti
di macchina alla composizione del quadro
La regia di Cissé si è dimostrata abile nel guidare i movimenti
della macchina da presa facendola passare da un personaggio all'altro con
panoramiche ora lente ora veloci, rispettando il naturale ritmo dei corpi
in movimento.
Pensiamo alla breve sequenza (n° 13) che vede Niankoro catturato dai Peul:
il protagonista è legato per le mani e segue faticosamente i suoi aguzzini;
questi ad un certo punto si fermano per bere del latte. Il primo pastore
a bere è ripreso in mezza figura, è a cavallo, passa la bisaccia ad un compagno,
c'è un cambio di inquadratura: qui la macchina da presa fa una serie di
lenti movimenti seguendo la bisaccia che viene passata da un compagno all'altro,
fino a fermarsi sul volto crucciato di Niankoro, il quale, assetato, tenta
di fuggire.
Spesso la macchina da presa segue, precedendo o rimanendo leggermente indietro
il cammino o la corsa dei soggetti, magari riprendendo in dettaglio i piedi
del protagonista che cammina nella savana, oppure seguendone la corsa, come
quella furtiva del ragazzino peul che fa la guardia al bestiame nella savana:
questi si sposta velocemente da un albero all'altro, nascondendosi dietro
ai tronchi per non farsi notare da Niankoro. In un'unica inquadratura (la
n° 69), la macchina da presa esegue veloci panoramiche amalgamandosi alla
corsa scattante del bambino.
Vi è poi il caso in cui una serie di azioni vengono mostrate in un'unica
inquadratura, come la n° 170: una donna con in mano una bacinella cammina
nel villaggio peul fino a raggiungere il Re seduto fuori dalla sua capanna
con Niankoro. La donna saluta il Re e gli porge del latte fresco, questi
beve poi passa il latte a Niankoro che beve a sua volta. La donna riprende
la bacinella ed esce dal quadro, contemporaneamente si avvicina un'altra
donna che si inginocchia davanti al Re, è sua moglie. Il Re le comunica
che Niankoro cercherà di guarirla dalla sterilità.
Il fatto che l'azione si svolga in un'unica inquadratura accentua maggiormente
il ritmo lento (tuttavia naturale) della scena.
Cissé si sofferma su particolari che a noi possono sembrare inutili: il
punto centrale della scena è la comparsa della moglie del Re, eppure il
regista ci mostra con estrema dovizia una serie di particolari rispettando
la ritualità dei gesti compiuti dai personaggi. In altre sequenze il regista
compie qualcosa di simile: alla riunione del Komo, prima che inizi la discussione
i partecipanti bevono della birra di miglio e la macchina da presa, in un
succedersi di primi piani, ci mostra uno ad uno gli uomini intenti a bere
dalle anfore.
Lo spettatore è "costretto" a seguire una sorta di cerimoniale che precede
la riunione vera e propria; bisogna arrendersi alla contemplazione (per
noi occidentali) e alla partecipazione (forse, per un pubblico africano)
del momento rituale.
Oppure basti pensare all'ultima sequenza del film: il figlio di Niankoro
ha trovato due uova di struzzo e ne prende una. In un'unica inquadratura
la macchina da presa segue il cammino prima del bambino e poi della madre
che scambia l'uovo con l'ala del Koré. Un'altra volta la regia di Cissé
coinvolge lo spettatore in una sorta di momento rituale pretendendone la
piena e paziente attenzione.
Infine, credo meriti attenzione la sequenza in cui la madre di Niankoro
rivolge una preghiera alla dea delle acque presso il fiume (sequenza n°
12): anche in questo caso il momento del rituale è delicatamente rispettato
dalla regia, inoltre la sequenza non può che suscitare ammirazione per la
bellezza e l'intensità della fotografia.
A volte scopriamo che la macchina da presa si muove sinuosamente per cogliere
l'intensità di alcuni elementi simbolici presenti nel film. E' il caso dell'albero,
più di una volta infatti, la macchina da presa parte dai rami più alti per
seguirne il profilo ondulato e planare verticalmente fino alle radici (inquadrature
n° 276); oppure le panoramiche in dettaglio sul pestone magico e sull'ala
del Koré o della costruzione infuocata nell'inquadratura n° 15 (la costruzione
sembra essere un gigante boliw, oggetto di culto bambara fabbricato
con diversi elementi organici particolarmente carichi di forza quali radici,
alcuni tipi di legno, ossa, peli, piume, zampe, artigli, zanne, creste,
code, minerali, metalli, tele, fili e diversi tipi di terra; una o due volte
l'anno i boliw ricevono sacrifici cruenti di polli e quadrupedi.
Solitamente durante i sacrifici i giovani iniziati arrostiscono gli animali
e poi portano la carne al villaggio, preparata e consumata. Altri boliw
vengono invece spostati una o due volte l'anno per ricevere sacrifici che
hanno luogo in un bosco sacro a poca distanza dal villaggio).
Un espediente interessante usato da Cissè per caricare la situazione di
emotività, è quello di far ruotare la macchina da presa intorno alla figura
umana, come accade nella scena in cui Soma sacrifica un albino (inquadratura
n° 193), oppure durante il duello finale: Soma ascolta la voce dello spirito
del pestone, è ripreso di profilo in piano americano. La macchina da presa
inizia a ruotare intorno la sua figura e contemporaneamente zooma in avanti
fino a inquadrarlo in primo piano (inquadratura n° 356).
4.2. La rappresentazione dei dialoghi e dei conflitti
Spesso nei film africani il primo piano viene maggiormente utilizzato
quale legame tra due inquadrature piuttosto che per conferire pathos ad
un'azione drammatica. I cineasti africani preferiscono servirsi del campo
lungo o del piano medio, integrando elementi scenografici, invece dei tradizionali
effetti di campo/controcampo, per filmare le conversazioni. La scena "dell'addio"
tra Niankoro e la sua donna si svolge tutta in un'unica inquadratura (la
n° 325); i due sono ripresi lateralmente in piano americano, lei supplica
Niankoro di non lasciarla, ma lui le risponde che deve affrontare la lotta
da solo. Ad un pubblico occidentale, la scena può apparire molto "fredda":
l'assenza di primi piani ed il distacco che pare esserci fra i due fa pensare
che il protagonista sia un po' insensibile nei confronti della donna, e
che dall'altra parte lei sia sottomessa alla volontà del suo uomo. I due
non si guardano negli occhi (se non per pochi secondi), e la donna china
continuamente il capo in segno di riverenza. Ad una più approfondita analisi,
questo tipo di opinione si rivela sbagliata: nella maggioranza dei casi,
in Africa, guardarsi negli occhi è un segno di sfida; due innamorati che
incrociano i loro sguardi con insistenza non possono che confondere le idee
ad un pubblico africano.
Di contro vi sono casi in cui la scena di un dialogo non è costruita con
un'unica inquadratura, ma con una serie di campi e controcampi in cui però
non si segue il ritmo del dialogo tradizionale dell'enunciato-risposta,
ma quello delle emozioni che ne derivano, come quello tra Niankoro e la
madre. La madre parla, mettendo in guardia il figlio o rimproverandolo,
e la macchina da presa si sofferma spesso sul primo piano di Niankoro, che
china continuamente il capo. Anche in questo caso i due non si guardano
direttamente negli occhi, ma compiono altri gesti, come se fossero poco
interessati all'argomento, quando poi il contenuto del dialogo è molto intenso
e basilare per lo sviluppo della storia.
Subito dopo vi è un altro caso di campo contro campo, ovvero quando Niankoro
sta per partire. La madre lo raggiunge per dargli un feticcio e dopo poche
parole lei inizia ad incamminarsi, Niankoro fa lo stesso nella direzione
opposta: qui inizia un campo/controcampo dei due che di volta in volta fanno
due passi e si voltano, come se volessero salutarsi senza proferire parola.
La questione dei saluti andrebbe sicuramente approfondita, essi assumono
infatti valenza diversa a seconda della situazione, come del resto è reso
palese nel film: il pathos che a noi sembra doveroso nel momento degli addii
viene meno, mentre i saluti tra persone che si incontrano sembrano far capo
a determinate formule di cortesia. Un esempio nel film lo si trova quando
la donna che raccoglie il miglio incontra Soma e i suoi due compagni (sequenza
n° 7). Il breve dialogo si svolge tutto in una stessa inquadratura e si
presenta estremamente serrato:
- "Benvenuto!"
- "Come stanno i tuoi?"
- "Bene!"
- "Dove vai?"
- "Avvisa il capo del villaggio che devo passare col mio pestone magico!"
- "Vado ad avvisarlo"
Oppure pensiamo al successivo incontro di Soma col capo del villaggio:
- "Una iena di giorno, cattivo presagio!"
- "E' vero!"
- "I tuoi stanno bene?"
- "Ti salutano"
- "Che succede?"
ecc. ecc.
In entrambi i casi durante i saluti vengono chieste notizie dei parenti,
un'usanza questa che vige in parecchie zone dell'Africa.
Per quanto riguarda la rappresentazione dei conflitti, invece, partirei
dal prendere subito in esame lo scontro finale tra Niankoro e Soma. Nell'insieme
la sequenza richiama fortemente le emozioni e non tanto l'azione in sé:
i due si scambiano alcune battute, Niankoro saluta doverosamente il padre,
mentre quest'ultimo lo minaccia spietatamente. I due si guardano a lungo
minacciosi, la macchina da presa riprende in dettaglio i loro occhi che
comunicano manifestamente rabbia ed intimazione. La drammaticità della scena
viene accentuata dal montaggio analogico, in cui i due sono equiparati ad
animali che si fronteggiano.
Esemplare è poi la sequenza in cui un gruppo di guerrieri dai volti pitturati
sfidano i guerrieri peul di guardia al villaggio nella savana.
La scena alterna insistenti primi piani dei guerrieri che assistono allo
scontro, a riprese in piano americano dei due che combattono testa contro
testa. Prima di iniziare la lotta i due si guardano a lungo negli occhi,
ciò a conferma di quanto detto sopra su questo tipo di gesto. Anche in questo
caso vengono richiamate fortemente le emozioni anche se l'azione si sviluppa
coinvolgendo lo spettatore con una sorta di suspence creata dal rispettoso
silenzio mantenuto da entrambe le parti durante lo scontro e dal particolare
di una lama affilata conficcata nel terreno.
La lotta tra i due è in sé innocua: l'uno deve cercare di spingere l'altro
oltre una linea bianca disegnata per terra, tuttavia lo scontro avrà esito
drammatico per il perdente,in questo caso l'uomo peul: questi si toglierà
la vita conficcandosi nel ventre il coltello che poco prima ci veniva mostrato
in particolare.
4.3. Musiche e natura: il sonoro
Così come le immagini ed il montaggio, anche il sonoro gioca un
ruolo fondamentale nella creazione di un film.
Le scelte operate da Michel Portal per Yeelen sembrano cogliere nel
vivo quello che potremmo definire un "suono africano": più che di melodie,
dovremmo parlare di suoni e ritmi che crescono di intensità la dove vi sono
momenti drammatici, per poi affievolirsi quando la situazione torna ad essere
quieta;.
Si tratta di una colonna sonora appena percettibile ed ossessiva nella ripetizione
le cui note sono spesso accompagnate da un tintinnio metallico, lo stesso
che a inizio film scandisce l'apparizione delle scritte sulla cosmogonia
bambara, un suono questo, che continua a risuonare nelle nostre menti anche
quando il film è finito.
Si tratta di musiche e suoni spesso inquietanti, volti a creare un'atmosfera
carica di mistero, soprattutto quando vi sono scene in cui i protagonisti
compiono delle magie: quando Niankoro pietrifica il guerriero peul vi è
prima uno scoppio poi inizia la musica che bene si addice ai volti esterrefatti
degli astanti peul.
Alcune scene sono accompagnate da percussioni, tuttavia il loro suono si
fa notare realmente solo nel finale, quando il figlio di Niankoro risale
la duna nel deserto: i tamburi battono con più vigore e il ritmo è deciso
e coinvolgente;
Quando musica e suoni non sono presenti, subentrano i rumori di scena: versi
di animali (galli, uccellini, grilli, api, ecc...) e voci dalla natura circostante
(il vento, lo scrosciare dell'acqua, il crepitare del fuoco....). Questi
rumori scandiscono le due dimensioni dello spazio e del tempo, variando
a seconda del luogo e del momento della giornata. Di notte si ode l'insistente
cri-cri dei grilli, mentre di giorno è il canto degli uccellini a fare da
sottofondo musicale. Nella savana è più facile udire il vento soffiare,
mentre nella foresta c'è una tale mescolanza di versi animali da far sprofondare
la mente in una sorta di rilassamento ipnotico.
Le sequenze ambientate nei villaggi sono spesso accompagnate dal canto dei
galli e dal cinguettare degli uccellini presumibilmente appollaiati nei
vicini alberi.
Particolarmente suggestivo è il canto di un gallo in lontananza nella sequenza
in cui lo zio Djigui racconta a Niankoro la storia della famiglia Diarra:
è notte, i due e la donna peul sono seduti presso un focolare, a parlare
è l'anziano. Le inquadrature passano da un personaggio all'altro, alternando
brevi panoramiche del paesaggio circostante. Pian piano comincia ad esserci
più luce; una ripresa in controluce del profilo di un villaggio è accompagnata
dal lontano canto di un gallo, facendoci capire che tra non molto sorgerà
il sole. Il verso dell'animale intervalla le parole dello zio, creando un'atmosfera
al tempo stesso misteriosa ed affascinante.
Le musiche adattate da Michel Portal si fondono benissimo con i rumori di
scena, senza infrangere il connubio che nel film si è venuto a creare tra
uomo e natura.
Più di una volta la musica lascia il posto ai suoni provenienti dalla natura,
creando atmosfere suggestive e penetranti come nelle sequenze in cui Niankoro
è in viaggio : egli cammina in una zona molto arida, la musica è sommessa
ed accentua la gravità del momento (dovuta in parte alla desertificazione
del paese, ma anche alle fatiche a cui è sottoposto il protagonista). C'è
un cambio di inquadratura, e di sequenza, la musica riprende con lo stesso
ritmo e tono. Niankoro è giunto presso una mandria di buoi e di capre, la
musica diventa sempre più debole fino a scomparire; ora si sentono solo
i muggiti del bestiame ed il soffio del vento che alza una coltre di terra
e polvere. La sequenza sembra essere posta fuori dal tempo, sembra quasi
la scenografia di un sogno che viene poi bruscamente interrotto dalle grida
di allarme del piccolo pastore che faceva la guardia alla mandria, nascosto
dietro gli alberi.
Non possiamo immaginare il film con un'altra colonna sonora: Yeelen è una
storia fuori dal tempo che mal sopporterebbe le melodie a cui è abituato
un pubblico occidentale.
Dire
che la narrazione nel film Yeelen è tipicamente africana sarebbe
troppo riduttivo: si tratta infatti di una realtà oltremodo variegata per
poterla compattare in un'unica soluzione fedele alla formula del "tipico".
Yeelen è innanzitutto il risultato del lavoro di una personalità di spicco,
quella del regista, Souleymane Cissè. Attraverso il film egli esprime la
sua arte, la sua interiorità e non solo un modo di pensare (e di filmare)
"africano".
Tuttavia non si può negare che il film presenti dei caratteri comuni alle
altre produzioni cinematografiche provenienti dall'Africa Nera: mi riferisco
alla forte presenza di elementi simbolici, ai ritmi lenti, alla narrazione
che è inscindibile per certi versi dal racconto orale; tutti elementi che
ho riscontrato in Yeelen e di cui ho cercato il senso. E' indubbio che il
vissuto di una cultura di un determinato paese si rispecchi nelle forme
d'arte, anche di quegli artisti che hanno dovuto migrare all'estero per
accedere ad una formazione professionale (come del resto è avvenuto per
Cissé).
Da un nostro punto di vista, Yeelen può essere visto come
un mezzo "spettacolare" (perché in fondo il cinema è spettacolo) per conoscere
un cultura altra: con la tesina ho potuto infatti approfondire alcune
tematiche toccate da diversi studi etnografici, in particolare riguardo
ai riti di iniziazione presso i Bambara; diciamo che è stato il punto di
partenza per svolgere un lavoro di indagine e di scoperta, un'esperienza
che consiglio a tutti gli spettatori del film in questione.
Non voglio poi esulare dal fatto che la tesina è soprattutto una mia opera
e in quanto tale, non ho potuto fare a meno di scrivere partendo da un mio
punto di vista: spesso mi sono chiesta se le ipotesi da me formulate non
fossero troppo artificiose, tuttavia ho capito, anche grazie ai preziosi
consigli della Prof.ssa Silvia Failli, che il lavoro è prima di tutto opera
di una mia valutazione personale, e l'obbiettività non sempre è il fine
ultimo di un lavoro di questa portata.
Ho comunque tentato di vedere le cose anche da un punto di vista strettamente
legato alla realtà esaminata: ho cercato di coniugare quello che ho provato
io vedendo il film, a quello che io immagino abbiano provato gli abitanti
del Mali, soprattutto quelli di etnia Bambara
La storia tocca infatti un tema molto delicato: parla di una crisi generazionale
proponendo per certi versi una soluzione, oserei dire, illuminante anche
se incerta.
Sarebbe interessante approfondire alcuni argomenti che ho potuto toccare
solo superficialmente, ad esempio la questione del tempo: come viene concepito
dai Bambara? Esso è ciclico?
Il film si svolge linearmente, tuttavia la trama ha un finale aperto che
contemporaneamente rimanda ad un futuro ricreato dalle origini, dal passato.
Forse Yeelen può essere visto come una rivisitazione filosofica di una storia
in cui troviamo mito e scienza combinati nelle sequenze in cui si racconta
degli elementi che creano la vita.
Credo infine, che le chiavi di lettura del film siano molteplici, e sono
altrettanto convinta che sarebbe effettivamente riduttivo limitare il campo
di indagine ad una mera lettura del solo aspetto tecnico.
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Retorica, Lupetti-Editori di Comunicazione, Milano, 1999.
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ALLEGATO SCENEGGIATURA DESUNTA DEL FILM