RAZZISMO IN CANADA. IL PROBLEMA DELLA DIVERSITA' DAGLI OCCHI A MANDORLA
Francesco Vecchio
Relatore: Chiar.mo Prof. Adone Brandalise
Introduzione
Capitolo I: Le origini e l'affermazione
del razzismo
Capitolo II: Canada. Fenice o serpente?
RAZZISMO IN CANADA. IL PROBLEMA DELLA DIVERSITA' DAGLI OCCHI A MANDORLA
Quando si affronta il tema delle migrazioni umane è importante comprendere come dietro ad ogni numero statistico si nasconda una storia familiare. Individui che hanno scelto, chi per propria volontà, chi per costrizione, la via dell'emigrazione. Uomini, donne e bambini; storie di emarginazione, rifiuto ed esclusione, ma anche successi, personali e di gruppo. E spesso, molto spesso, il razzismo e la discriminazione. Pregiudizi che hanno inciso sul progetto migratorio di ogni immigrato, soprattutto di quelli il cui colore della pelle, la forma degli occhi e la diversità culturale, possono rappresentare un motivo di esclusione. Questo studio vuole analizzare l'immigrazione asiatica in Canada e il grado di accettazione degli orientali nella società nordamericana, perché, se oggi gli asiatici godono di una condizione relativamente stabile dovuta al notevole successo personale raggiunto da diversi esponenti della comunità, l'immagine dei cinesi, degli indiani, dei giapponesi, dei coreani e dei filippini, solo per citarne alcuni, non è sempre stata positiva. Fin dall'arrivo dei primi immigrati cinesi sbarcati sulla costa occidentale, il “nativism” si impose come un atteggiamento popolare volto ad escludere gli stranieri che minacciavano lo stile di vita canadese. In questo studio, i termini “nativism”, anglo-conformismo e razzismo vengono spesso usati come sinonimi per descrivere un comportamento violentemente discriminatorio che si basava sul presupposto che la razza determinasse il carattere degli individui e che i bianchi anglosassoni occupassero il grado più elevato di una ideale gerarchia delle culture. Queste convinzioni rimasero impresse nella società canadese fino al termine della seconda guerra mondiale, quando la diffusione di un vigoroso spirito egualitario influì sull'affievolimento di tali idee. Il venir meno dell'anglo-conformismo non coincise tuttavia con la sua scomparsa. Le minoranze asiatiche sono ancora oggi oggetto di atteggiamenti discriminatori che rendono difficile l'integrazione. Il razzismo è evidente in tutti gli aspetti della multiculturale società canadese; un fenomeno che tocca a fondo la vita degli individui e che si inserisce pienamente nel discorso sul futuro della diversità in Canada.
Le origini e l'affermazione
del razzismo
La storia degli asiatici in Canada comincia nel 1858. In quell'anno, dalla nave a vapore “Oregon” proveniente da San Francisco, sbarcarono nella piccola colonia agricola della British Columbia i primi cinesi attratti dalla voce secondo cui sulle rive del fiume Fraser fosse stato trovato l'oro. Inizialmente provenienti dalla costa occidentale degli Stati Uniti, dove lavorarono nelle miniere californiane, in seguito giunsero dalla Cina a bordo di navi a vapore salpate dai porti di Hong Kong e Macao. In pochi anni la presenza degli immigrati cinesi in Canada crebbe notevolmente. Secondo alcune stime, nei due anni successivi al primo ingresso nel paese, la popolazione cinese ammontava già ad un totale compreso tra le 1,700 e le 4,000 unità A questo numero, tra il 1876 e il 1880 si aggiunsero altri 2,326 immigrati, [1] mentre un notevole aumento della popolazione si ebbe nei quattro anni compresi tra il 1881 e il 1885, quando 15,700 cinesi entrarono nella provincia canadese in gran parte introdotti come manodopera temporanea per lavorare al completamento della ferrovia che avrebbe collegato Vancouver a Toronto.
I cinesi non furono oggetto di particolare ostilità nel periodo iniziale del loro insediamento nella British Columbia. Nonostante fossero considerati una razza inferiore e appartenenti ad una cultura semi-civile, la prosperità economica dovuta alla corsa all'oro e l'esiguità numerica dei cinesi giunti nella colonia nei primi anni sessanta, permise agli abitanti di origine europea di guardare gli asiatici con benevolenza. In questo periodo, i giornali descrissero positivamente i nuovi immigrati, apprezzandone le doti lavorative e il carattere docile e paziente. [2] Dal canto loro, gli imprenditori si dicevano soddisfatti della laboriosità dei nuovi operai e le signore che potevano permetterseli rimasero compiaciute di trovare negli orientali dei domestici efficienti. Ciò non toglie che non accadessero episodi di violenza. Nell'estate del 1858 fu permesso ad un gruppo di cinesi di sbarcare da un vaporetto attraccato al porto di Fort Hope solo dopo che un rappresentante della Hudson's Bay Company si fece largo a colpi di pistola tra una folla di inferociti minatori che ne impedivano la discesa a terra. Negli stessi giorni, per protestare contro un imminente ulteriore sbarco di immigrati orientali, alcuni giornali sottolinearono come in California e Australia gli asiatici avessero causato danni all'economia locale e le donne cinesi fossero una fonte costante di malcostume e corruzione sociale. [3]
Tuttavia, nonostante alcuni sfortunati episodi, fu solo dagli anni settanta che la discriminazione anti-orientale cominciò ad assumere toni violenti. L'emigrazione dei minatori bianchi e la lunga stagnazione economica conseguente all'esaurimento delle vene d'oro trasformarono la timida benevolenza mostrata negli anni precedenti in aperta ostilità e antipatia nei confronti degli orientali. I cinesi diventarono l'oggetto di una serie interminabile di pregiudizi e il bersaglio preferito di continui soprusi. Con il nome denigratorio di “Chinaman” si indicava una persona privata della sua individualità; un uomo considerato poco più che un semplice utensile, un macchinario le cui prestazioni lavorative erano utili nel momento in cui gli operai bianchi erano indisponibili. Privati della loro personalità, i cinesi venivano considerati come un gruppo, il più delle volte assunti con contratti collettivi e sfruttati opportunisticamente dagli imprenditori e dai politici per ottenere il consenso dei canadesi cavalcando l'onda del rancore anti-asiatico.
L'“anti-orientalism” era un sentimento radicato nella società canadese, specialmente nella British Columbia dove l'immigrazione asiatica era più numerosa. Ai cinesi venivano associati una serie di stereotipi e luoghi comuni che ne mostravano l'inferiorità e l'impossibile assimilazione ai modi di vita nordamericani. I canadesi credevano che l'ignoranza e la cattiveria, la crudeltà e la povertà fossero caratteristiche comuni del popolo asiatico e che qualunque fosse stata la grandezza della società cinese nei secoli passati, il glorioso impero orientale versasse ormai in decadenza. Nella pubblicistica canadese era costantemente sottolineata l'inferiorità e la povertà spirituale e culturale dei cinesi, il sospetto che questi nutrivano negli stranieri e l'ignoranza dei grandi risultati raggiunti dalla civiltà britannica. Il carattere cinese era alieno ai valori occidentali e poiché considerato immutabile, gli immigrati orientali erano inadeguati alla permanenza nella società canadese.
Il razzismo si basava sull'idea che i cinesi fossero sporchi e ignoranti delle più elementari norme igieniche e rappresentassero una minaccia per la salute pubblica della società ospite. I cinesi erano creduti responsabili di ogni nuova epidemia che colpisse la comunità, e il fatto che questi vivessero in case sovraffollate e in condizioni di vita precarie, non poteva che confermare le voci di quanti sostenevano la frugalità del popolo cinese e la sua adattabilità a condizioni di vita miserevoli, al di sotto degli standard occidentali. La depravazione dei costumi era poi rafforzata dalla convinzione che le donne orientali fossero tutte prostitute e concubine, donne di facili costumi che minacciavano l'integrità morale dei ragazzi bianchi. Nel 1876 il quotidiano “Victoria Colonist” scriveva: “Chinese women are in the habit of luring boys of tender age into their dens after dark, and several fine, promising lads have been ruined for life in consequence”. [4]
Un pregiudizio molto radicato nella popolazione della British Columbia riguardava la convinzione che la presenza dei cinesi minacciasse la stabilità economica dei lavoratori bianchi. Secondo gli abitanti della colonia, gli asiatici, corrotti nei costumi e abituati a vivere in condizioni precarie e al di sotto della soglia della povertà, accettavano di essere pagati meno di altri operai per la medesima prestazione d'opera e producevano una simultanea riduzione degli stipendi dei lavoratori bianchi. Inoltre, dei guadagni che i cinesi riuscivano a raccogliere, ne impiegavano nella comunità solamente una minima parte mentre spedivano gran parte della propria paga in Cina causando una grave perdita economica alla provincia canadese. La mancanza delle donne cinesi rafforzava poi un'altra convinzione che rimarrà radicata nei canadesi sino ai giorni nostri. Il mito del cinese come “sojouner” e la razza cinese come inassimilabile.
Alla metà del diciannovesimo secolo la Cina fu sconvolta nelle sue fondamenta da una serie di guerre che marcarono l'inizio della dominazione straniera. La presenza di nuovi capitali entrati nel paese dopo la firma dei trattati ineguali portarono al collasso la già problematica economia cinese e accelerarono la disintegrazione di un impero già fortemente minato da problemi interni. L'instabilità politica e le difficoltà economiche persistettero per tutto il diciannovesimo e l'inizio del ventesimo secolo. La Cina fu investita a più riprese da ribellioni, rivolte, guerre civili, carestie ed epidemie e le dure condizioni di vita che la popolazione si trovò ad affrontare spiegano perché, nonostante ci fosse un editto imperiale che proibisse di lasciare il paese, e nonostante l'emigrazione non fosse una pratica frequente, molti contadini decisero di lasciare la propria casa e cercare fortuna altrove. Da alcuni studi effettuati risulta che i cinesi giunti in Canada provenissero per la maggior parte da alcune contee nella provincia di Guangdong, una regione costiera nel sud della Cina. [5] Secondo alcune statistiche riportate da Peter Li, il 23% della popolazione cinese della British Columbia proveniva dalla contea di Taishan, una regione che tra il 1851 e il 1908 fu colpita da una serie di disastri naturali che si andarono ad aggiungere ad una guerra locale che in otto anni causò la morte di trenta mila persone. [6] La vicinanza alle coste che si affacciavano sull'oceano Pacifico e le calamità naturali e sociali che questa gente dovette affrontare, spiegano chiaramente perché molti cinesi scelsero la via del mare.
In genere erano gli uomini che emigravano. Contadini in età da lavoro che sceglievano di affidarsi a delle compagnie di reclutamento, le quali anticipavano il costo del viaggio e trattenevano poi una parte del compenso dell'immigrato quando questo avrebbe cominciato a lavorare nel Nuovo Mondo. L'immigrato si legava alla compagnia fino a che il proprio debito non fosse estinto, un periodo di tempo che mediamente durava dai cinque agli otto anni. Il fatto che gli immigrati non partissero con la propria famiglia, e che la presenza femminile fosse molto ridotta, formava nella mentalità comune dei canadesi l'idea che i cinesi non emigrassero per restare nel paese di accoglienza, ma partissero con l'obbiettivo di ritornare in Cina dopo aver accumulato una grande ricchezza. Qui nasceva il mito del “sojourner” Il cinese emigrava con la chiara intenzione di fermarsi nel paese ospite solo momentaneamente e di ritornare a casa una volta arricchitosi, nel frattempo supportando con le rimesse la propria famiglia rimasta in patria. L'emigrazione cinese in Canada era quindi caratterizzata da una presenza quasi esclusivamente maschile e questo fatto alimentava un altro stereotipo per comprendere la posizione sociale che gli asiatici ricoprirono, e ancora oggi ricoprono, nella società canadese: l'inassimilabilità dei cinesi. Che i cinesi non fossero una razza che venisse considerata all'altezza di quella bianca era evidente, ma che i cinesi non fossero assimilabili era un assioma che tra la fine dell'ottocento e la metà del ventesimo secolo, nessuno osò mettere in discussione. I cinesi erano estranei alla società canadese e poiché il loro carattere veniva considerato immutabile, non potevano essere integrati e fatti partecipi delle meraviglie della cultura occidentale e anglosassone. I cinesi appartenevano ad una civiltà inferiore. Erano sporchi, perversi e viziosi, causavano grave danno all'economia locale e, dato che era generalmente ritenuto che i cinese fossero disposti ad accettare paghe inferiori a quelle dei bianchi, danneggiavano gli operai di origine europea. Ma soprattutto i cinesi erano “sojourner” inassimilabili. Si credeva che proprio per la mancanza delle donne i cinesi fossero particolarmente legati alle tradizioni del paese d'origine e poco interessati ad integrarsi nella società ospite. Ma era proprio così?
I cinesi erano visti come stranieri, “aliens” utilizzati come manodopera a basso costo che non dovevano trattarsi da eguali. Il mito del “sojourner” nasceva da questa necessità. Nonostante la storiografia contemporanea abbia accettato questo termine per descrivere una condizione comune dell'immigrato cinese di quel periodo, lo storico Anthony Chan contesta il fatto che questa condizione sia applicabile ai cinesi in Canada. [7] Nonostante sia innegabile che il legame con la madrepatria e il desiderio di potervi tornare fosse un pensiero condiviso nell'immaginario cinese, secondo Chan l'inadattabilità dei cinesi era dovuta più alla discriminazione cui erano oggetto che non ad una presunta volontà di rimanere distinti dalla società ospite. Intorno ai primi anni ottanta era opinione diffusa nel governo federale di Ottawa che una volta conclusi i lavori della “Canadian Pacific Railway”, per cui erano stati ingaggiati migliaia di operai dalla Cina, i cinesi sarebbero tornati al paese d'origine. Dopotutto non avendo portato con sé le proprie mogli, dimostravano apertamente di non volersi stabilire permanentemente in Canada. Tuttavia, Chan sottolinea come il sistema di contratto collettivo cui erano soggetti i cinesi, e il tipo di occupazione per cui i cinesi erano assunti in Canada, impediva l'arrivo delle donne che, diversamente, avrebbero rappresentato un gravoso peso economico. La povertà della terra d'origine, la tipologia di lavoro che i cinesi erano chiamati a svolgere, nella costruzione delle ferrovie, nelle miniere e nell'industria del legno e della pesca, e il tipo di contratto cui erano sottoposti, rendeva la presenza femminile particolarmente inopportuna.
Al completamento della ferrovia, fu poi il razzismo istituzionalizzato a impedire l'arrivo delle donne e a perpetrare il mito del cinese come “sojourner”. Non a caso, già nel 1885, appena terminati i lavori della CPR, il governo passò il primo di una lunga serie di “Chinese Immigration Act” che imponeva una tassa di 50 dollari su ogni cinese che volesse entrare in Canada. La tassa venne poi aumentata a 100 dollari nel 1900 e a 500 nel 1904, fino ad escludere definitivamente i cinesi con il “Chinese Immigration Act” del 1923. La possibilità che le donne potessero emigrare in Canada era quindi subordinata all'offerta di lavoro e al pagamento della “head tax” imposta ai nuovi arrivati.
Il mito del “sojourner” e del cinese come immigrato inassimilabile era perpetrato inoltre da forti interessi economici. Nel momento in cui nella British Columbia si aprivano nuove imprese e fiorivano i commerci con le altre province, era necessario usufruire di una manodopera a basso costo che solo gli immigrati potevano offrire. Inoltre, l'uso dei cinesi era particolarmente attraente perché gli asiatici rappresentavano, nell'immaginario collettivo, una forza lavoro docile e sottomessa, non sindacalizzata e soprattutto temporanea. Per questo tipo di uso utilitaristico era necessario però che i cinesi fossero mantenuti in una condizione di inferiorità. L'inassimilabilità dei cinesi diveniva così una condizione necessaria per il loro sfruttamento, mentre chiamarli “sojourner” aiutava a definirli socialmente, mantenendoli in una sottoclasse sociale caratterizzata dalla mancanza di diritti umani e dalla bassa retribuzione economica. Segregati nella società ospite, i cinesi venivano così discriminati anche sul posto di lavoro, dove in media percepivano uno stipendio pari alla metà, o ai due terzi, della paga riscossa dagli operai bianchi per il medesimo lavoro.
Il “Chinese Immigratin Act” del 1885 non rappresentò un fulmine a cielo sereno. Oltre a questa legge furono discussi e approvati numerosi provvedimenti con lo scopo di limitare la libertà degli immigrati asiatici e circoscriverne i diritti civili, sia a livello provinciale che federale. Come accennato in precedenza, dagli anni settanta l'“anti-orientalism” nella British Columbia assunse toni violenti e divenne una questione di rilevanza pubblica. Tra i primi anni settanta e la fine degli anni venti del novecento i cinesi furono bersaglio di un odio profondo, esacerbato dai politici, dai sindacati, e dai giornali. L'“anti-orientalism” era un'onda da cavalcare soprattutto per i politici locali alla caccia di voti in prossimità delle elezioni. I parlamentari e i delegati impegnati in campagna elettorale per il rinnovo delle cariche promettevano nuove leggi che avrebbero ristretto e disciplinato l'immigrazione cinese. Nel 1978 il Premier della British Columbia, A.C. Elliott, dichiarò la propria opposizione ad un ulteriore arrivo di asiatici, mentre nei dibattiti pubblici non era infrequente sentire riferirsi ai cinesi come “grasshoppers”, una piaga che avrebbe divorato la provincia canadese. [8] A più riprese i cittadini della British Columbia chiesero che l'immigrazione cinese cessasse definitivamente, ma, essendo l'immigrazione un tema di competenza del governo federale, il primo ministro Macdoland [9] , pur non insensibile alle richieste dell'Ovest, si mostrò sempre riluttante ad approvare una legge che limitasse l'arrivo dei cinesi e mettesse in pericolo la conclusione dei lavori alla ferrovia. L'inattività del governo federale esasperava tuttavia il clima sociale della provincia. Nell'estate del 1885 la sino-fobia era ormai molto diffusa e durante una delle consuete manifestazioni di protesta i dimostranti espressero la propria rabbia diffondendo slogan anti-cinesi come:
“NO YELLOW SLAVE SHALL EAT OUR CHILDREN'S BREAD
DOWN WITH THE DRAGON FLAG
LET NO CHINESE LEPER CROSS OUR THRESOLD
CUT OUT THE CHINESE CANCER” [10]
In questo periodo vennero fondate alcune organizzazioni anti-asiatiche che, se non prosperarono negli anni, raccolsero tuttavia un notevole consenso nei momenti di più alta tensione. È questo, ad esempio, il caso della “Anti-Chinese Union”, un sindacato che si proponeva l'esclusione dei cinesi dal mercato del lavoro per garantire un alto stipendio agli operai bianchi. Nel frattempo il governo provinciale non rimase insensibile alle richieste dei propri elettori. Oltre alle continue petizioni inviate a Ottawa per una legge che riducesse il flusso degli immigrati orientali, la provincia approvò un provvedimento che privava i cinesi dei fondamentali diritti civili, impedendogli il voto sia nelle elezioni municipali che in quelle provinciali. Questa legge era particolarmente importante perché sanciva legalmente la condizione d'inferiorità dei cinesi nei confronti dei coloni bianchi.
Negli anni successivi seguirono altri provvedimenti per rimarcare
il nuovo status degli orientali. I cinesi vennero interdetti dall'acquisto di
terreni di proprietà della Corona, dal deviare il corso naturale dei
fiumi, dal lavorare in miniera, dall'utilizzo degli ospizi provinciali, dalla
possibilità di essere assunti nella costruzione di opere pubbliche, dall'assumere
personale non cinese e dal detenere la licenza per alcolici. Inoltre, non possedendo
più il diritto di voto, i cinesi furono esclusi da ogni impiego pubblico,
dall'insegnamento, dalle corti di giustizia e dalla professione di farmacista,
mentre altri provvedimenti, anche se non riferiti esplicitamente ai cinesi,
di fatto ne limitavano l'autonomia.
Per quanto riguarda il governo federale, alla
legge del 1885, che stabiliva una tassa di 50 dollari su ogni nuovo arrivato
e prevedeva che le navi dirette in Canada non portassero più di un cinese
per ogni cinquanta tonnellate di peso, fece seguire nuove misure sempre più
restrittive quando il malcontento degli abitanti della British Columbia si inaspriva
ogniqualvolta si temesse l'arrivo in massa di nuovi immigrati. Nonostante la
popolazione bianca crescesse ad un ritmo superiore di quella cinese, non diminuiva
l'ostilità nei confronti degli asiatici e accadeva spesso che, allo sbarco
di nuovi arrivati, i cinesi divenissero il bersaglio di violenza gratuita, come
il lancio di pietre, insulti e sputi. Comportamenti che non potevano considerarsi
incidentali o venir licenziati come semplici gesti irrazionali di singoli individui.
Secondo lo storico canadese Peter Ward, tali atteggiamenti facevano parte di
un bagaglio di comportamenti largamente diffusi e caratteristici di una società
che promuoveva diverse forme di razzismo. Erano il segno evidente di un diffuso
sentimento anti-cinese e anti-asiatico. [11]
Non è quindi così strano che
i cinesi sembrassero estranei alla società canadese. Discriminati sul
posto di lavoro, segregati e ridotti a cittadini di seconda classe, esposti
alla violenza e sottoposti a pagare una pesante tassa d'ingresso pro capite,
quando non addirittura esclusi, i cinesi erano virtualmente impossibilitati
a inserirsi nella vita sociale canadese. Il razzismo istituzionalizzato forzò
i cinesi ad arrangiarsi costruendo una propria comunità all'interno della
quale trovare sostegno e protezione. Non fu colpa dei cinesi se questi non riuscirono
ad integrarsi nel tessuto sociale del paese ospite. Fu soprattutto l'atteggiamento
dei bianchi che ne impedì l'assimilazione. Come sostiene Peter Ward riferendosi
alla British Columbia:
“The multicultural nature of the west
coast province stirred a profound psychological impulse within the white community
to strengthen its collective identity by striving for a homogeneous society.
The unremitting hostility evidenced by the Chinese image was one manifestation
of this drive. Social pluralism was unacceptable to nativists in British Columbia.
John Chinaman seemed unassimilable and therefore he thwarted the drive toward
the goal of homogeneity. To many whites he was nothing but a unfortunate wen
on the face of their community; his very presence marred its fair appearance.
At the bottom of west coast racialism lay the frustrated vision of a “white”
British Columbia. [12]
L'omogeneità sociale della British
Columbia fu sottoposta a dura prova nei primi anni del novecento. Tra il 1899
e il 1900, 20,000 asiatici entrarono in Canada. Si trattava in parte di indiani
e cinesi, ma soprattutto di giapponesi reclutati per lavorare alle Hawaii e
da cui erano scappati in seguito allo scoppio di una grave epidemia. Il pericolo
di una nuova immigrazione di massa che potesse sconvolgere e minare l'ideale
di una British Columbia bianca, provocò nuove manifestazioni anti-asiatiche.
Questa volta però il prestigio internazionale del Giappone, col quale
la Gran Bretagna aveva firmato un trattato di alleanza, impedì al governo
di limitare apertamente l'immigrazione giapponese. Così, mentre da una
parte, per placare le richieste degli abitanti della British Columbia, si innalzava
la tassa d'ingresso sui cinesi da 50 a 100 dollari, e poi a 500 dollari dopo
che nel 1903 la commissione regia per l'immigrazione confermò la pericolosità
sociale dell'immigrazione asiatica, dall'altra si sperava che il Giappone limitasse
volontariamente la propria emigrazione. Tuttavia, se il governo di Ottawa si
mostrò attento alle politiche imperiali e guardò l'immigrazione
giapponese con occhi diversi rispetto a quella cinese, nell'immaginario collettivo
i giapponesi, gli indiani e i cinesi furono tutti identificati come stranieri
indesiderabili. E il governo provinciale della British Columbia non perse tempo
nell'equiparare i tre gruppi a cittadini di seconda classe.
Alcuni dei più frequenti e abusati
stereotipi attribuiti ai cinesi vennero applicati anche ai nuovi arrivati. I
coloni si riferivano agli indiani e ai giapponesi descrivendoli come sporchi,
malati e inadatti ai rigidi inverni canadesi. I nuovi immigrati, così
come i loro predecessori, rappresentavano una minaccia per la salute pubblica
e un pericolo economico. Inoltre, per il modo di vestire, la religione e la
cultura di cui erano portatori, risultavano estranei alla civiltà occidentale.
In genere esisteva molta ignoranza riguardo ai paesi d'origine dei nuovi arrivati.
L'Asia sembrava un grande continente omogeneo, misterioso e sovraffollato da
cui orde di immigrati avrebbero preso la via del mare per invadere il Nord America.
Il pericolo giallo era una minaccia proveniente indistintamente da Cina e Giappone,
i cui abitanti, soprattutto nei primi tempi, venivano spesso confusamente accomunati.
Una chiara distinzione tra i due popoli si formò solo dopo la vittoria
del Giappone nella guerra che la vide contrapposta alla Russia nel 1905.
Dopo la guerra sino-giapponese del 1894-95,
nella provincia della British Columbia si levarono numerose voci a lodare le
gesta eroiche del Giappone. Si ebbe l'impressione che le forze propulsive dell'Occidente
avessero sconfitto il vecchio e appesantito gigante cinese. Dieci anni più
tardi, però, gli elogi si tramutarono in paura e inutili allarmismi.
Improvvisamente il Giappone era assurto al tavolo dei grandi mostrandosi un
paese moderno, aggressivo, ambizioso, sovrappopolato e impaziente di espandersi
nel mondo. Il settimanale “Westward Ho! Magazine” commentò l'evento scrivendo
che: “The ambition of Japan is to stand on International equality with the white
races. It admits no point of inferiority, and is straining every nerve to gain
and maintain its forces”. [13]
L'idea di un Giappone aggressivo e militarista si fissò nella mente dei
canadesi e il fatto che i giapponesi osassero sfidare le potenze occidentali
senza timore di inferiorità veniva considerato un affronto intollerabile.
L'immagine dei giapponesi in Canada risentì fortemente di questi giudizi.
Dopo la guerra con la Russia, emerse l'idea che il giapponese appartenesse ad
una razza aggressiva, molto diversa da quella cinese. Secondo alcuni allarmati
mezzi d'informazione, la compresenza di un Giappone aggressivo in oriente e
di immigrati giapponesi altrettanto battaglieri in casa, faceva temere un'imminente
invasione. Agli occhi di molti coloni, i giapponesi mettevano seriamente in
pericolo la sicurezza militare della provincia stabilendosi lungo la costa in
attesa di un segnale da oltre oceano per sollevare la rivolta e permettere l'arrivo
dell'esercito giapponese. I giapponesi erano chiaramente una minaccia. Inassimilabili
e aggressivi, vennero accusati di illegalità, di espandersi economicamente
a scapito delle imprese dei bianchi e di costituire una quinta colonna in seno
alla società ospite.
La paura generata dagli ultimi avvenimenti
internazionali e il continuo crescere dell'immigrazione dall'Asia portò
ad occasionali incidenti razziali e a un continuo montare di sentimenti anti-asiatici
che trovarono espressione violenta nel sollevamento di Vancouver del 1907. Nell'estate
di quell'anno, l'immigrazione di provenienza orientale era stata particolarmente
significativa. La neonata “Asian Exclusion League” contò subito un forte
seguito tra la popolazione e nella serata del 7 settembre organizzò una
marcia di protesta per chiedere l'esclusione degli asiatici e garantire un futuro
bianco e anglosassone alla British Columbia. La manifestazione riunì
davanti al municipio più di duemila persone. Verso sera, alcuni gruppi
di facinorosi si allontanarono dalla comitiva e si diressero verso il quartiere
cinese dove fecero scempio delle finestre delle abitazioni e delle vetrine dei
negozi con il lancio di sassi e bastoni. Poi si spostarono nel quartiere giapponese
e diedero mostra del medesimo misero spettacolo. La polizia di Vancouver impiegò
diverse ore per ristabilire la calma e soffocare la sommossa. Come scrive Ward:
“The league's parade and meeting provided
an occasion for the collective expression of fears and animosities that were
broadly shared in Vancouver. The riot vented racial tensions which had been
building up for several weeks. The outbreak itself was leaderless, precipitated
by a single brick thrown in a highly charged atmosphere. But though the mob
acted spontaneously and lacked any disciplined organization, it was far from
blind, for it selected its targets carefully. It broke the windows in buildings
which Orientals occupied, but with one or two exceptions left those of neighbouring,
white-owned businesses untouched” . [14]
Il tutto lasciava pensare ad un'azione dettata
non tanto dall'isteria del momento, quanto ad un gesto che testimoniava l'esistenza
di una tensione crescente e di un profondo razzismo condiviso dagli abitanti
di Vancouver. Nelle settimane successive, l'eccitazione rimase alta e il governo
di Ottawa si trovò nella necessità di investigare l'accaduto.
Un certo grado di opportunismo diplomatico impose un rapido indennizzo dei giapponesi,
mentre le continue petizioni inviate ad Ottawa dal governo della British Columbia
per sottrarre il Canada al pericoloso arrivo di nuove e minacciose ondate migratorie
dall'Asia, dovettero necessariamente trovare soddisfazione per evitare ulteriori
atti di violenza. Stretto tra due fuochi, il governo rispose con un decreto
che imponeva ai nuovi immigrati diretti in Canada un viaggio ininterrotto dal
paese d'origine. Il provvedimento, applicato agli immigrati di qualsiasi provenienza,
era in realtà finalizzato a interrompere l'immigrazione degli indiani,
che per la particolare lontananza erano costretti a fare scalo alle Hawaii,
e dei giapponesi, che inizialmente immigrati nelle isole americane sceglievano
poi di spostarsi verso il continente nordamericano. Contemporaneamente il governo
federale firmò col Giappone una serie di “gentlemen agreement”
che limitarono ad un numero di 400 all'anno il numero di giapponesi che sarebbero
emigrati in Canada. Di fronte all'apparente invasione gialla e minacciati dalla
“Hindu invasion”, [15] la risposta
di Ottawa fu lenta ma decisa.
Sembra ormai assodato che la discriminazione
degli orientali non fosse episodica, ma rappresentasse una costante del comportamento
razzista degli abitanti della British Columbia e del governo di Ottawa. La discriminazione
era visibile, sistematica e legalmente riconosciuta e la supremazia della razza
bianca era affermata attraverso il riconoscimento dell'inferiorità degli
asiatici. Le differenze che potevano intercorrere tra cinesi, giapponesi e indiani
venivano tralasciate data la loro comune e presunta inassimilabilità.
Gli orientali vennero considerati indesiderabili in quanto impedivano la realizzazione
di una società omogenea, dove per omogeneità si intendeva l'adesione
ai valori condivisi nel mondo anglosassone, e avere la pelle bianca. Conferma
di quanto qui affermato viene dal fatto che gli asiatici furono discriminati
non come individui, ma come gruppo razziale. Non si faceva alcuna distinzione
per chi era canadese per nascita o naturalizzazione. Tutti venivano spogliati
dei propri diritti civili e politici per il fatto di appartenere ad una presunta
razza asiatica e rappresentare una minoranza visibile nel seno della società
ospite. Il tutto in evidente conflitto con il “Dominion Naturalization Act”
del 1914 che attestava:
“A person to whom a certificate of naturalization
is granted by the Secretary of State of Canada shall be enlisted to all political
and other rights, powers and privileges, and be subject to all obligations,
duties and liabilities, to which a natural-born British subject is entitled
or subject, and as from the date of his naturalization have to all intents and
purposes the status of a natural-born British subject”. [16]
Nonostante l'evidente contrasto, gli asiatici
furono ridotti a cittadini di seconda classe e fatti oggetto di continue violenze
e discriminazioni. La presenza di pregiudizi ben radicati nella mente dei canadesi
rendeva il loro utilizzo ricorrente anche quando la percentuale di asiatici
in Canada fu in netto calo. L'unica differenza percepibile nell'immaginario
collettivo riguardava la maggior pericolosità attribuita ai giapponesi.
La tendenza ad associare l'immagine aggressiva del Giappone contemporaneo ai
giapponesi presenti in Canada, risultava nella formazione di uno stereotipo
pericoloso che vedeva nella pacifica penetrazione dei “Jap” una minaccia non
solo sociale, ma anche militare; un problema che riproponeva lo spettro dell'invasione
gialla e che ossessionò i canadesi fino a decretare negli anni quaranta
l'evacuazione dei giapponesi dalla costa e il loro trasferimento nell'interno
del paese.
Il trattamento iniquo cui furono sottoposti
gli asiatici venne riaffermato ancora una volta con l'approvazione del “Chinese
Immigration Act” del 1923. Con la fine del primo conflitto mondiale il Canada
si trovò ad affrontare una serie di problemi economici e sociali molto
gravi. Il ritorno dei veterani dai campi di battaglia poneva il governo nella
necessità di trovare un loro collocamento nella società e riconvertire
la propria economia. Il problema era particolarmente avvertito nella British
Columbia, perché il crollo dei salari e la disoccupazione crescente contribuirono
ad acuire un problema razziale mai risolto. Gli asiatici diventarono ancora
una volta il bersaglio preferito delle critiche e i capri espiatori di una situazione
insostenibile. In questo clima di pesante intolleranza, le associazioni anti-asiatiche
e i sindacati si fecero portavoce dei veterani nel richiedere che i bianchi
prendessero il posto degli operai orientali. Tra i politici, il più fervente
“nativist” fu il ministro del lavoro provinciale A. M. Manson. Secondo lui,
“the Oriental is not possible as a permanent citizen in British Columbia, […]
ethnologically they cannot assimilate with our Anglo-Saxon race. […] They labor
harder and subsist on harder living conditions than the white man cares to live
under, or should live under, and they are still the toiling slave they were
in their own country, with a pittance for wages and long hours of work. They
have no desire for luxury and ease which the white man finds increasingly necessary
to his existence.” [17] Dopo
una continua ed eccessiva campagna anti-asiatica promossa dal governo provinciale
per richiedere una totale esclusione degli asiatici dalla provincia, il governo
federale si trovò nella necessità di soddisfare le richieste della
British Columbia e nel 1923 introdusse nuove misure per correggere le norme
in vigore riguardo all'immigrazione cinese. Abolita la “head tax”, vennero introdotti
nuovi regolamenti ancora più severi. Con la nuova legislazione, l'ingresso
in Canada venne concesso soltanto a quattro classi di immigrati: i rappresentanti
governativi, i cinesi nati in Canada, gli studenti universitari e i mercanti.
Vennero esclusi gli altri e, dato che la maggioranza degli aspiranti immigrati
era formata da contadini, di fatto la nuova legislazione chiudeva la via dell'emigrazione
cinese in Canada.
Tuttavia, la vittoria ottenuta con l'esclusione
dei cinesi non soddisfece la popolazione della British Columbia. L'approvazione
del nuovo provvedimento era senza dubbio un passo avanti. Finalmente si realizzava
uno dei desideri più agognati dagli abitanti della British Columbia,
ma i cinesi erano solo una parte del problema. La porta dell'immigrazione giapponese
restava ancora aperta. Per la prima volta l'opinione pubblica si schierò
in favore di misure ancora più dure nei confronti degli orientali e chiese,
cosa mai accaduta in precedenza, la confisca delle proprietà e il rimpatrio
degli asiatici. In risposta a questa tensione anti-orientale, e non insensibile
all'illusione di una società omogenea, il primo ministro MacKenzie King
[18] iniziò nuove contrattazioni
con il governo giapponese per rivedere gli accordi già esistenti in materia
di immigrazione e ridurre i permessi per emigrare in Canada ad un totale di
150 all'anno. Le trattative si conclusero nel 1928 e nel maggio dello stesso
anno il nuovo “gentlemen agreement” entrò in vigore. Le richieste della
Birtish Columbia erano state ancora una volta soddisfatte e, anche se non esclusa
totalmente, l'immigrazione asiatica era ormai ridotta a poca cosa. Il nuovo
“Chinese Immigration Act”, il “continuous journey” e il “gentlemen agreement”
appena firmato garantivano una quasi totale protezione dal pericolo giallo.
A quel tempo il razzismo e i comportamenti
discriminatori nei confronti degli asiatici erano ormai aspetti del vivere quotidiano
radicati nella società. Il trattamento ineguale era accettato socialmente
e sostenuto legalmente. Le restrizioni dei diritti civili, l'antagonismo con
i lavoratori bianchi, il trattamento ineguale cui erano soggetti sul posto di
lavoro e le violenze fisiche e verbali che spesso gli orientali affrontarono
in quanto appartenenti ad una presunta razza inferiore, ponevano gli asiatici
in una posizione particolarmente svantaggiata che minacciava la stessa sopravvivenza
degli individui. Il razzismo istituzionalizzato limitava il potere contrattuale
degli asiatici e li confinava ai margini del mercato del lavoro. Per ovviare
a questi problemi, i cinesi e i giapponesi intrapresero delle attività
che nelle intenzioni non avrebbero dovuto incontrare la concorrenza dei bianchi
e quindi non avrebbero suscitato nuove critiche e provvedimenti limitatori nei
loro confronti. Esclusi da molti mercati, gli asiatici si convertirono all'impresa
etnica, lavorando specialmente nella ristorazione, nelle lavanderie e, per quanto
riguarda i giapponesi, nella raccolta della frutta. Erano queste attività
che i bianchi ritenevano poco qualificanti e che lasciarono volentieri agli
orientali, i quali poterono così ritagliarsi una propria nicchia nel
mercato del lavoro. Ciò nonostante, anche in questi settori dell'economia
la competizione non era inesistente. Non di rado i bianchi si lamentarono della
presenza orientale e della scorrettezza con cui questi operavano. La concorrenza
era tuttavia molto ridotta. Questo tipo di rimostranze erano soprattutto il
risultato di uno stereotipo diffuso che dipingeva gli asiatici come infaticabili
e competitivi lavoratori che minacciavano la supremazia e gli interessi economici
dell'uomo bianco.
Ma se i cinesi e i giapponesi soffrirono per
le restrizioni economiche a loro imposte, le nuove misure adottate per abolire
l'immigrazione asiatica contribuirono a deteriorare ulteriormente la condizione
sociale ed emotiva di chi si trovava in Canada. Il “Chinese Immigration Act”
del 1923 condannò la comunità cinese a rimanere una “married-bachelor
society” fino al 1947, anno in cui la legge venne abrogata. Come ricordato in
precedenza, la maggior parte dei cinesi immigrati in Canada erano uomini in
età da lavoro che affrontarono il viaggio da soli, senza il supporto
degli affetti familiari. Le difficoltà economiche e l'ostilità
con cui i nuovi arrivati erano accolti nella società ospite sconsigliava
che le donne e i bambini seguissero gli uomini all'estero. Tuttavia, confrontando
l'esperienza cinese con quella giapponese, si può affermare che furono
soprattutto le leggi canadesi a impedire il ricongiungimento familiare. Se i
giapponesi furono esenti dal pagamento di una tassa d'ingresso in Canada, la
tassa imposta agli immigrati cinesi fu molto elevata e colpì tutti indistintamente.
Nella comunità giapponese era consueta la pratica dei matrimoni per fotografia.
L'immigrato giapponese, che come il cinese arrivava in Canada da solo, tornava
in Giappone per congiungersi in matrimonio con una ragazza scelta dai genitori
e conosciuta soltanto in fotografia. Questo fenomeno delle “picture brides”,
o “picture marriages”, era molto praticato e, una volta uniti in matrimonio,
la sposa seguiva nel Nuovo Mondo il marito col quale avrebbe condiviso gioie
e sofferenze. Questa pratica era tuttavia possibile grazie all'uso delle quote
stabilite nei “gentlemen agreement” e nulla fa pensare che i cinesi, per i quali
i matrimoni avvenivano in maniera molto simile, avrebbero agito in modo diverso
se non sottoposti alla “head tax”. La mancanza delle donne e lo sviluppo di
una comunità cinese essenzialmente maschile, e la solitudine che comportò
la divisione prolungata del nucleo familiare appena formatosi, fu il risultato
di una politica canadese discriminatoria. Dal 1923 l'immigrazione cinese in
Canada fu completamente abolita, impedendo non solo l'arrivo di uomini in età
da lavoro, ma, soprattutto, delle mogli che desideravano ricongiungersi ai propri
mariti.
Durante questi lunghi periodi di separazione,
anche chi era sposato viveva in Canada come “single”, supportando la famiglia
con le rimesse. Quelli economicamente più fortunati riuscirono a metter
da parte abbastanza denaro per permettersi un viaggio occasionale in Cina, ma
i più non riuscirono a rivedere le proprie mogli che solo dopo l'abolizione
del “Chinese Immigration Act”. Molti altri invece non riuscirono più
a ricongiungersi ai propri cari. L'invasione giapponese della Cina alla fine
degli anni trenta e le difficoltà economiche, le epidemie e le carestie
patite durante la seconda guerra mondiale, fecero perdere i contatti tra i due
mondi. In seguito, la presa del potere da parte del partito comunista in Cina
e il generarsi della tensione che determinò la guerra fredda, ridussero
notevolmente il sogno di una possibile riunificazione. Alcune toccanti testimonianze
che descrivono la durezza di quegli anni sono state raccolte da Peter Li:
“I came to Canada in 1913. I came from Taishan…
When I came, I was seventeen years old. It was very hard. I was young and no
one came with me. I had no money then… I got married in 1919… I went back to
China… My parents matched us. I was back for one year or so… my wife came when
she was sixty-three years old [1964]. Now [1980] she is seventy-nine.”
[19]
Una donna descrive le difficoltà e
la tragedia vissuta dalla propria famiglia:
“During the starvation, there was nothing
to eat…We went to pick the pea leaves, and boiler them [for food]… Back home
at that time, it was very hard, the people had nothing to eat and they died,
starved to death… at that time, my husband could not send money back… He sent
money but it did not reach me… In 1958 I came, on Christmas Day. I came for
one year and then my husband died.” [20]
La separazione dei mariti dalle proprie mogli
era un'esperienza condivisa da molti. Il risultato della discriminazione e del
razzismo istituzionalizzato voluti dalla società canadese risultò
in una serie infinita di piccole tragedie familiari spesso sottaciute e dimenticate
che caratterizzarono la struttura sociale ed emotiva della comunità cinese
e compromisero l'affermazione della seconda generazione di canadesi di origine
cinese.
Esperienze diverse, ma altrettanto miserevoli,
le vissero i giapponesi. L'avanzata del Giappone in Cina e le facili conquiste
militari dell'Impero del Sol Levante alla fine degli anni trenta esasperarono
e ossessionarono fortemente gli abitanti della British Columbia. Il Giappone
sembrava impegnato in un grandioso e spaventevole progetto di conquista che
avrebbe coinvolto tutto il Nord America e alla luce di queste convinzioni, la
minoranza giapponese in Canada sembrava rappresentare un pericolo reale. Si
sottolineava soprattutto la fedeltà dei giapponesi canadesi alla patria
d'origine e la possibilità che questi minassero la stabilità e
le difese del Canada occidentale. Nonostante la popolazione di origine giapponese
non ammontasse a più del 3% dell'intera popolazione della British Columbia,
[21] la paura di un'imminente invasione
gialla si acuì improvvisamente con i facili successi del Giappone in
Asia. I giapponesi in Canada divennero così i capri espiatori del militarismo
giapponese oltreoceano. L'isteria del momento e la paura di rimanere isolati
e con poche difese ad affrontare l'imminente invasione, scatenò una violenta
campagna denigratoria nei confronti dei giapponesi per richiederne l'evacuazione
dalle zone costiere. I giornali, i politici, i sindacati e gli operai bianchi
si schierarono compatti per ottenere la chiusura delle frontiere e il trasferimento
di tutti i giapponesi nell'interno del paese. Inizialmente il governo federale
reagì al crescere delle proteste applicando la legge marziale prevista
dal “War Measures Act” e arrestando trentasei giapponesi, chiudendo le scuole
e le redazioni dei giornali in lingua giapponese e sequestrando i pescherecci.
Tuttavia, di fronte al precipitare della situazione e al sorgere di spontanei
atti di violenza, il governo federale decise di usare il pugno di ferro e nel
febbraio del 1942 ordinò che i giapponesi fossero evacuati dalla costa
occidentale e trasferiti nei centri d'internamento in quanto “enemy aliens”.
Ancora una volta il governo di Ottawa si era
piegato ai voleri dell'opinione pubblica e ai biechi pregiudizi diffusi nella
società canadese che dipingevano i giapponesi come una minaccia per la
sicurezza pubblica. L'apparente capitolazione del governo federale in seguito
alla pressione popolare, in realtà non spiega completamente quanto era
accaduto. Secondo un approfondito studio condotto da M. Ann Sunahara, la decisione
di evacuare i giapponesi fu presa solo dopo attente e opportunistiche valutazioni
politiche. [22] Il dilagare
di una profonda isteria collettiva sulla costa occidentale, la paura dell'invasione
e il susseguirsi di voci secondo cui i giapponesi stessero preparandosi per
compiere sabotaggi e attentati che avrebbero danneggiato le difese del paese,
crearono un clima favorevole per risolvere il problema della leva. Quando fu
eletto, il governo King promise che non avrebbe fatto ricorso alla coscrizione
obbligatoria per missioni militari oltreoceano. Tuttavia, la carenza di uomini
e il peggiorare della situazione interna e internazionale spaccarono il governo
in due blocchi, tra chi riconosceva la necessità di far fronte alle difficoltà
ricorrendo alla coscrizione e chi invece chiedeva il mantenimento della promessa
fatta in campagna elettorale. Per risolvere il problema e promuovere un plebiscito
che liberasse il governo da quell'impegno, il clima di incertezza creatosi intorno
alla presenza dei giapponesi sulla costa occidentale faceva il gioco del primo
ministro canadese il quale attendeva soltanto il momento più opportuno
per indire il referendum. In secondo luogo, l'evacuazione in massa dei giapponesi
e il loro trasferimento nei campi di lavoro e nelle fattorie nell'interno del
paese, fu decretato soltanto dopo che gli americani si mossero nella medesima
direzione.
Sanahara sottolinea inoltre l'importanza della
presenza nel governo di una forte lobby anti-asiatica che nel Comitato di Guerra
era rappresentata dal ministro della salute e delle pensioni Ian Alistair Mackenzie,
del ministro della giustizia Luois St. Laurent e del ministro del lavoro Humphrey
Mitchell. Questi uomini consigliarono MacKenzie King di attuare una completa
evacuazione in tempi brevi pensando che i giapponesi rappresentassero una grave
minaccia sociale. La presenza di forti e duraturi pregiudizi anti-asiatici nell'apparato
governativo è testimoniata anche dalla condivisione e dal perdurare di
tanti abusati stereotipi in molti burocrati. Nel 1947, ad esempio, Stewart Bates,
vice ministro per la pesca, si pronunciò contro la concessione delle
licenze di pesca a dieci giapponesi trasferitisi nei Territori del Nordovest
per le seguenti ragioni:
“On account of their frugal means of living
and their acceptance of long hours of work, together with their fishing ability,
fishermen of Japanese origin would likely make it impossible for white fishermen
to compete with them if licensing privileges are granted.” [23]
Ancora una volta il pregiudizio razziale poneva
il rapporto tra bianchi e asiatici in termini concorrenziali nonostante la cooperazione
fosse la chiave per superare le incomprensioni.
In tempo di guerra, un piccolo gruppo, politicamente
impotente, di cultura inferiore e appartenente alla medesima razza del nemico,
subì le decisioni di un governo che in politica interna contraddiceva
apertamente gli ideali di giustizia e libertà per i quali il Canada combatteva
in Europa. Il problema della coscrizione e la necessità di mantenere
una politica comune riguardo a un problema continentale furono più importanti
dei diritti umani e delle sofferenze inflitte ingiustamente ad una sparuta e
impopolare minoranza etnica. I giapponesi furono licenziati, espropriati, fatti
oggetto di violenza quotidiana, ridotti alla fame ed internati. Alcune famiglie
vennero separate durante la deportazione e molte proprietà andarono perse
per sempre, il più delle volte vendute all'asta a prezzi insignificanti.
Ma soprattutto i giapponesi soffrirono un intenso sradicamento che distrusse
per sempre i luoghi e il modello di vita che questi avevano costruito in Canada,
ad un livello tale che nel dopoguerra non si formò più una comunità
giapponese così variegata e unita come era esistita prima del 1941.
Dall'arrivo dei primi immigrati cinesi fino
alla metà degli anni quaranta del novecento, il Canada, e soprattutto
la British Columbia, furono pervasi da forti sentimenti anti-asiatici. Il razzismo
era endemico. Una volta che il pregiudizio prendeva forma, si radicava nella
mente dei nativi e si fissava in stereotipi statici e duraturi che venivano
largamente condivisi in tutti gli strati della società Gli asiatici assumevano
la forma dei concorrenti sleali, della manodopera a basso costo, degli inservienti
di razza inferiore e del nemico inassimilabile. Il razzismo si basava soprattutto
sulla paura che la superiorità della razza bianca e la capacità
di perpetrare i valori, le tradizioni e le istituzioni del mondo anglosassone,
venissero minacciate se l'omogeneità razziale e culturale della società
canadese fosse stata alterata. Questa paura irrazionale gravò per oltre
un secolo sul normale sviluppo delle relazioni interculturali tra i gruppi di
diversa origine etnica presenti in Canada.
Non tutti i canadesi la pensarono allo stesso
modo. Agli inizi degli anni trenta si levarono alcune voci di protesta che nella
British Columbia chiedevano la concessione di diritti civili alla seconda generazione
di giapponesi e agli immigrati di origine asiatica arruolatisi nell'esercito
canadese durante la prima guerra mondiale. Di questo gruppo fecero parte alcune
associazioni d'arma e i membri appartenenti ad un partito politico di ispirazione
socialista guidato dall'intellettuale J. S. Woodsworth [24]
, la “Co-operative Commonwealth Federation”. Queste voci furono tuttavia
minoritarie e non riuscirono ad attecchire nel seno di un'opinione pubblica
che aveva già deciso per un futuro del Canada bianco e anglosassone.
L'evacuazione e lo sradicamento della piccola comunità giapponese dalla costa occidentale e il suo ricollocamento nell'interno del paese, rappresentò senza alcuna ombra di dubbio una delle pagine più nere della storia della giovane democrazia canadese. Questo provvedimento ingiusto e discriminatorio, preso in seguito ad opportunistiche valutazioni politiche e alla condivisione di diffusi pregiudizi anti-orientali, fu aggravato dal progetto di deportare in Giappone alla fine della guerra questi cittadini indesiderati. Il piano fu tuttavia abbandonato quando il governo dovette affrontare l'opinione pubblica contraria al provvedimento. Sindacati, organizzazioni politiche ed ecclesiastiche e associazioni per la promozione dei diritti civili, si unirono nel contestare apertamente la politica anti-asiatica del governo e chiesero il rispetto dei diritti umani delle minoranze orientali. Questo momento rappresentò un fondamentale cambiamento di rotta riguardo al modo di percepire il problema della diversità asiatica in Canada. Come risultato, nel 1947 il governo federale abrogò il “Chinese Immigration Act” e, nel giro di pochi anni, abolì tutte le norme discriminatorie che limitavano la libertà dei cittadini canadesi di origine orientale. All'inizio degli anni cinquanta, il razzismo istituzionalizzato poteva considerarsi ormai una cosa del passato, mentre erano chiaramente sulla difensiva l'anglo-conformismo e la folle devozione dei canadesi per tutto ciò che ricordava il legame del Canada con la madre patria.
Il cambiamento impresso alla politica asiatica del governo fu il risultato di forti pressioni interne. Tuttavia, altri fattori incisero sulle scelte governative in materia di diritti civili. Da una parte, il moltiplicarsi delle pressioni internazionali perché il paese abrogasse le restrittive politiche migratorie e permettesse l'ingresso dei rifugiati e degli sfollati del periodo bellico. Dall'altra, la presa di coscienza dei terribili e disumani risultati a cui una politica razzista poteva condurre. Le rivelazioni circa gli orrori compiuti nei campi di concentramento nazisti e le atrocità commesse nell'illusione di creare una superiore razza ariana condizionarono fortemente l'opinione pubblica delle società occidentali e promossero nel mondo un nuovo idealismo democratico e libertario. Inoltre, altri aspetti concorsero nel modificare l'immagine degli immigrati orientali: la fedeltà dimostrata dai gruppi asiatici durante la guerra, la crescente assimilazione degli inassimilabili orientali, soprattutto dopo la comparsa della seconda generazione, e la crescente convinzione che esistesse un legame profondo tra immigrazione e crescita economica. Tuttavia, come era cambiata l'immagine degli orientali? Quali politiche sostenne il governo per promuovere l'integrazione delle minoranze? Come riuscì il Canada del dopoguerra a liberarsi del proprio passato xenofobo? Ma soprattutto, ci riuscì davvero?
Nel 1947, Mackenzie King dichiarò l'intenzione del governo di favorire l'immigrazione sostenendo che il Canada necessitasse di essere maggiormente popolato. Secondo lo stesso primo ministro, “a lager population will help to develop our resources. By providing a larger number of consumers… it will reduce the present dependence of Canada on the export of primary products”. [25] Tuttavia, nel promuovere tale nuovo indirizzo, King aggiunse che l'immigrazione sarebbe stata attentamente selezionata e ammessa soltanto nella misura in cui fosse stata utile alla crescita economica del paese. Inoltre, il governo non era disposto ad accettare un tipo d'immigrazione che alterasse il carattere anglosassone del Canada e minacciasse “the fundamental composition of the Canadian population” con l'arrivo in massa di immigrati non assimilabili. Le finalità della nuova politica impressa dal leader liberale erano chiare. Se da un lato si proponeva, attraverso un'attenta selezione degli immigrati, e un'altrettanto accorta valutazione della capacità di assorbimento umano dell'economia del paese, di eliminare il luogo comune secondo cui l'immigrazione conducesse alla povertà e alla disoccupazione, dall'altra, ancora una volta, si chiudeva la porta a quanti venivano considerati indesiderabili adducendo che “Canada is perfectly within her rights in selecting the persons whom we regard as desirable future citizens”. E che “it is not a “fundamental human right” of any alien to enter Canada. It is a privilege”. [26]
Se immigrare in Canada era un privilegio per pochi, gli asiatici ne erano senza dubbio esclusi. Difatti, l'immigrazione orientale rimase regolata secondo le precedenti disposizioni approvate nei primi tre decenni del secolo e da un decreto legge del 1930 che proibiva l'arrivo in Canada di qualsiasi asiatico eccezion fatta delle mogli e dei figli, non coniugati e inferiori ai diciotto anni d'età, di immigrati residenti e naturalizzati canadesi. [27] Come disse Mackenzie King:
“Large-scale immigration from the orient would change the fundamental composition of the Canadian population. Any considerable oriental immigration would, moreover, be certain to give rise to social and economic problems of a character that might lead to serious difficulties in the field of international relations. The government, therefore, has no thought of making any change in immigration regulations which would have consequences of the kind. […] Apart from the repeal of the Chinese Immigration Act and the revocation of the order in council P.C. 1378 of June 17, 1931, regarding naturalization, the government had no intention of removing the existing regulations respecting Asiatic immigration unless and until alternative measures of effective control have been worked out”. [28]
Ne conseguì che l'immigrazione degli asiatici venne ancora una volta scoraggiata. Le restrizioni imposte agli orientali rifletterono chiaramente i pregiudizi basati su un distorto concetto di razza largamente condivisi nella società. Inoltre, alla fine degli anni quaranta, i cinesi videro la propria condizione sociale peggiorare notevolmente con l'accrescersi di una situazione conflittuale che vedeva contrapporsi i paesi capitalisti e il blocco comunista. La guerra di Corea (1950-53) e la Guerra Fredda crearono una forte diffidenza verso la comunità cinese e contribuirono al formarsi di una nuova ondata di sinofobia che comportò il ritorno dei soliti vecchi stereotipi. Se è innegabile che la paura del comunismo e il timore di una possibile infiltrazione di spie fosse molto elevata, la minaccia rappresentata dal socialismo asiatico divenne un pretesto per ricordare l'estraneità dei cinesi e ridurre il loro afflusso in Canada, che di fatto, fino alla metà degli anni sessanta, fu permesso soltanto alle donne e ai bambini sponsorizzati dai familiari canadesi.
Nonostante l'eliminazione del “Chinese Immigration Act” e la restituzione agli immigrati orientali dei più importanti diritti civili, la politica adottata dal governo canadese negli anni quaranta e cinquanta non fu molto diversa dal periodo precedente. Così come era accaduto all'inizio del secolo, anche nei primi anni del dopoguerra la cultura popolare e la politica governativa furono influenzate dal darwinismo sociale e dalle teorie socio-scientifiche di J. S. Woodsworth, che nel popolare “Strangers within Our Gates” offriva una soluzione al problema della diversità in modo che le tradizioni anglosassoni non venissero travolte dal caos dell'eterogeneità che la presenza degli immigrati avrebbe necessariamente comportato. In questo importante compendio di studi dell'epoca, gli asiatici venivano descritti come un gruppo inassimilabile e poco adatto ai rigidi climi canadesi. Può sembrare che questi giudizi poco lusinghieri contraddicessero l'impegno profuso da Woodsworth e dalla CCF nel promuovere i diritti civili degli immigrati orientali. In realtà, Woodsworth era convinto che il Canada dovesse preservare il proprio carattere anglosassone riducendo l'incidenza negativa che i gruppi di immigrati ritenuti inassimilabili potevano produrre nella società Per far questo, si evidenziavano due linee di condotta. La prima, prevedeva l'assimilazione al modello anglosassone per gli immigrati già presenti sul territorio; la seconda, professava l'esclusione per quelli il cui ingresso nel paese non avrebbe contribuito al mantenimento dei valori e delle tradizioni britanniche. [29] Procedendo con l'ausilio di queste teorie, nel dopoguerra il governo non alterò le linee guida del proprio operato e ribadì che dovevano essere esclusi gli immigrati ritenuti inferiori per razza, o cultura. E ciò avvenne secondo la pratica consueta di non specificare chi fossero gli indesiderati e preferendo la via della discriminazione implicita piuttosto che esplicita. Ancora nel 1952, il governò approvò una legge sull'immigrazione che permise l'esclusione dei potenziali immigrati indesiderati per motivi di nazionalità, provenienza culturale e “peculiar customs, habits, modes of life or methods of holding property”. [30] La situazione non cambiò neanche quattro anni più tardi, quando una sentenza della corte suprema obbligò il governo a definire quali fossero le classi eleggibili all'immigrazione in Canada. Il governo rispose pubblicando una lista delle categorie accreditate per l'ammissione corredata da un elenco dei paesi da cui era ammessa l'immigrazione. Dato che i paesi asiatici non figurarono in quest'ultima elencazione, gli orientali vennero collocati in una classe speciale il cui arrivo in Canada era previsto solo per le mogli, i figli non sposati e di età inferiore ai ventuno anni, e i genitori di chi già possedeva una cittadinanza canadese. [31]
Fu solo dagli anni sessanta che la crescente percezione dell'esistenza di una forte iniquità in materia di immigrazione indusse il governo federale a introdurre alcune norme che eliminassero i pregiudizi etnici e razziali. Nel 1962, ad esempio, vennero eliminate le vecchie preferenze geografiche e introdotte nuove categorie per l'ammissione basate sul grado d'istruzione e le abilità professionali in possesso del candidato, senza fare alcun riferimento all'origine razziale o al paese di provenienza. Nel 1967, questa iniziale politica universalista venne aggiornata e consolidata con l'introduzione del “point system”, un sistema di norme che prevedeva la selezione degli immigrati tramite la valutazione del grado d'istruzione, delle capacità tecniche e professionali e di altre qualifiche in possesso dell'esaminando che il Canada ritenesse opportuno valutare in riferimento alla situazione economica del momento. Nell'affermare una base non discriminatoria per la selezione degli immigrati, la politica del “point system” rappresentò una svolta storica che comportò notevoli cambiamenti nel modo di concepire l'immigrazione in Canada.
Si può affermare che negli anni sessanta crebbe nell'opinione pubblica una maggior consapevolezza della diversità e dell'esistenza di una notevole frammentazione della società canadese, un complesso sistema strutturale nel quale risultava sempre più difficile uniformare le minoranze alla maggioranza. Inoltre, l'evidente contraddittorietà con cui il Canada aderiva alla Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo, firmata nel 1948, e contemporaneamente applicava politiche immigratorie discriminatorie, poneva il paese in una situazione imbarazzante non più sostenibile davanti all'opinione pubblica internazionale. Ma, soprattutto, il governo comprese appieno l'importanza del capitale umano in suo possesso e della stretta relazione esistente tra immigrazione e sviluppo economico. Difatti, l'industrializzazione del Canada attraeva immigrati sempre più qualificati che il paese aveva bisogno a sua volta per migliorare le proprie conoscenze tecnologiche e sopperire alla mancanza di operai qualificati. Si imponeva quindi la necessità di una politica accorta sotto il profilo umano che tenesse in considerazione gli obbiettivi economici e le pressioni politiche e sociali provenienti dall'interno e dall'esterno del paese.
La liberalizzazione della politica immigratoria e l'eliminazione delle discriminazioni razziali ed etniche dalle normative ufficiali, permisero agli immigrati orientali di poter competere equamente con gli europei e gli americani per entrare in Canada. L'ingresso dei cinesi fu consistente. Tra il 1956 e il 1967 entrarono nel paese circa 30,000 cinesi, mentre il numero triplicò nel periodo compreso tra il 1968 e il 1976, arrivando a superare i 90,000. [32] Si può affermare che l'introduzione del “point system” eliminò definitivamente quelle norme che prima degli anni sessanta avevano impedito l'immigrazione cinese. Tuttavia, come spesso accadde in passato, dietro all'apparenza di una legge egualitaria si nascondeva l'esistenza di alcuni elementi discriminatori. L'intenzione di offrire un'immagine del Canada tollerante e liberale, che permetteva indistintamente a tutti i potenziali immigrati di competere per l'ammissione partendo dalla medesima linea di partenza, non era infatti supportata nella pratica. Nel 1962, le caute aperture universaliste del governo in materia di immigrazione furono bilanciate dall'introduzione di una rigida selezione geografica per l'ammissione dei parenti sponsorizzati da cittadini canadesi. Mentre nel 1967, per compensare lo squilibrio che il “point system” avrebbe causato, il governo intervenne attribuendo un notevole peso all'istruzione e alla conoscenza di una lingua tra l'inglese e il francese, così avvantaggiando chi proveniva da quelle aeree culturali, e permettendo che il funzionario incaricato alla selezione potesse valutare il potenziale immigrato sulla base di giudizi personali. Infine, gli uffici canadesi per l'immigrazione rimanevano più numerosi in Europa, in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, i luoghi da sempre privilegiati per l'ottenimento dei nuovi immigrati. A questo proposito si può notare come gli uffici per l'immigrazione fossero più diffusi là dove esisteva una camera di commercio canadese, a sottolineare il forte legame esistente tra economia ed immigrazione.
Il Canada era uscito dalla seconda guerra mondiale notevolmente rafforzato nel prestigio e nell'economia e il consolidamento dell'industria necessitava di nuovi mercati e uomini che potessero coprire la crescente necessità di operai specializzati, ed entrambi erano da ricercare all'estero. Come sostiene Doreen M. Indra, esisteva un forte legame tra la diffusione degli uffici per l'immigrazione e i paesi verso cui il Canada intratteneva rapporti economici. Soprattutto dopo il 1967, il Canada aumentò il commercio con l'oriente e dal misero 7% totale dell'immigrazione canadese proveniente dall'Asia alla metà degli anni sessanta, si passò ad un più consistente 25% alla metà degli anni settanta. Questo dato indica come ad un aumento delle relazioni economiche del Canada con l'Asia, aumentasse anche il tasso d'immigrazione proveniente da quella regione. L'importanza degli obiettivi economici nella scelta della politica immigratoria, veniva quindi ancora una volta confermata. Tuttavia, il crescente flusso immigratorio proveniente dall'Asia non fu caratteristico di tutti i paesi del continente. L'incidenza dell'immigrazione proveniente da quegli stati che non intrattenevano col Canada relazioni economiche importanti, rimase molto bassa. Inoltre, il Canada mantenne relazioni commerciali con quei paesi che tradizionalmente avevano intrattenuto prolungati contatti col mondo anglosassone. L'immigrazione asiatica proveniva da Hong Kong, India, Singapore, Taiwan, Corea del Sud e Filippine, tutti paesi che rientravano nella sfera d'influenza britannica, o americana. [33] In un certo senso, si potrebbe ritenere che il governo canadese privilegiasse l'immigrazione da quei paesi con cui non solo commerciava, ma dai cui cittadini potesse attendersi una più rapida assimilazione ai valori anglosassoni una volta che questi avessero scelto di trasferirsi in Canada.
Se alla metà degli anni sessanta l'85% dei nuovi arrivati proveniva ancora dall'Europa e dagli Stati Uniti e solo un ridotto 7% giungeva dall'Asia, dopo l'introduzione del “point system”, quest'ultima percentuale si alzò notevolmente producendo un visibile cambiamento nella composizione etnica della popolazione canadese, soprattutto nei grandi centri urbani di Toronto, Vancouver e Montreal, dove si concentrò la maggior parte dei nuovi arrivati. Come accennato in precedenza, dalla metà degli anni sessanta, i cinesi iniziarono ad arrivare in Canada in gran numero, alterando notevolmente la preesistente comunità cinese nelle dimensioni e nella struttura sociale. I nuovi immigrati si differenziarono notevolmente dai loro predecessori. Spesso provenivano da realtà urbane molto sviluppate come Hong Kong e Taiwan e possedevano un grado d'istruzione elevato, in netto contrasto con il patrimonio culturale contadino condiviso dai primi immigrati cinesi. Se nel 1961 la presenza degli asiatici in Canada si componeva quasi solamente di circa 58,000 cinesi e 8,000 giapponesi sparsi per tutto il paese, nel 1991, su un totale di 27,3 milioni di abitanti, si contavano 633,933 canadesi di origine cinese. Questo numero aumentò notevolmente nel 2001. Come emerge dai dati raccolti nell'ultimo censimento, su un totale di oltre 29,6 milioni di abitanti, 1,029,395 dichiararono la propria origine cinese e 853,745 affermarono di parlare il cinese come primo idioma. Tra questi, 322,315 erano di lingua cantonese e 101,790 di lingua mandarina. I cinesi si affermavano così come la prima minoranza linguistica nel paese e come l'ottavo gruppo etnico dopo quello canadese, inglese, francese, scozzese, irlandese, tedesco e italiano. [34] Sempre nel 2001, in Ontario si contavano 481,505 canadesi di origine cinese, di cui 409,530 presenti nella sola città di Toronto, mentre nella British Columbia risiedevano 365,485 canadesi di origine cinese, di cui 342,665 nella città di Vancouver. [35] Come altri gruppi etnici, i cinesi si stabilirono nelle grandi metropoli dove contribuirono alla formazione di una visibile classe media e produssero una nuova immagine della comunità cinese ora percepita come una forza sociale ed economica in forte crescita nella società. I nuovi cinesi non erano più i contadini che in Canada erano stati emarginati e sfruttati come manodopera a basso costo agli inizi del secolo. La nuova immigrazione era qualificata, istruita e spesso in possesso di notevoli capitali da investire nel paese d'accoglienza.
Si può affermare che il forte aumento dell'immigrazione cinese si ebbe negli anni ottanta, quando il governo canadese promosse il “Business Immigration Program”, un piano che nelle intenzioni doveva attirare nel paese finanziamenti e imprenditori che aiutassero a sviluppare l'economia canadese. Approvato per la prima volta nel 1978, il “Business Immigration Program” venne ampliato nel 1985 per includere tre categorie di immigrati: i professionisti autonomi, gli imprenditori, i quali si impegnavano ad aprire un'attività che comportasse l'assunzione di almeno un canadese, e gli investitori, ai quali era richiesto di impiegare nel paese un minimo di 250,000 dollari. Di questo programma beneficiarono soprattutto gli abitanti di Hong Kong quando i residenti della colonia britannica paventarono il peggio per le proprie attività economiche e commerciali nel momento in cui nel 1984 fu annunciato che la Gran Bretagna avrebbe restituito la colonia alla Cina il primo luglio del 1997. In una città dove la maggior parte della popolazione era emigrata dall'entroterra per sfuggire al comunismo, la paura di ricadere nelle mani delle Guardie Rosse e vedersi sottrarre il proprio patrimonio assorbito nella burocrazia statale cinese, determinò la fuga all'estero di capitali e persone. Il primo dei ricchissimi uomini d'affari di Hong Kong a investire in Canada, e ad aprire la strada a successive lucrose operazioni di mercato per quelli che seguirono, fu Li Ka-Shing, l'uomo che alla metà degli anni ottanta era ritenuto il più ricco e influente imprenditore della colonia britannica. Li era l'uomo le cui mosse erano le più seguite, analizzate, studiate e copiate da tutti gli uomini d'affari dell'isola. Il suo primo colpo in Canada lo mise a segno acquistando la compagnia energetica dell'Alberta “Husky Oil”, con il supporto della “Canadian Imperial Bank of Commerce” e grazie alla cittadinanza canadese acquisita dal figlio Victor. Continuò in seguito con l'acquisizione dell'Expo di Vancouver, una zona residenziale pari a un terzo di tutta downtown, e con l'acquisto e la costruzione di immobili e hotel di lusso in tutto il paese. L'esempio venne seguito da molti altri imprenditori, tra cui gli influenti Stanley Ho, considerato il re delle case da gioco di Macao, e Cheng Yu-Tung e Lee Shau-Kee, i due immancabili partner d'affari di Li, tanto che i tre si guadagnarono in patria l'appellativo di “i tre moschettieri”.
Dalla metà degli anni ottanta, Hong Kong è stata la prima fonte d'immigrazione cinese e uno dei primi paesi al mondo per numero di immigrati arrivati in Canada. Tra il 1986 e il 1996 il governo canadese permise l'ingresso di 13,149 imprenditori e 6,472 investitori, senza contare i familiari. Insieme a quelli provenienti da Taiwan, gli immigrati di Hong Kong contarono per oltre la metà di tutti i nuovi arrivati che beneficiarono del “Business Immigration Program” nel decennio menzionato, e per quattro quinti del numero complessivo degli investitori. [36] L'arrivo di questi immigrati dalle elevate possibilità finanziarie produsse significativi cambiamenti non solo nella struttura sociale della comunità cinese, ma soprattutto risultò in un mutamento profondo dell'economia e della società canadese. Una bella descrizione di come il coinvolgimento economico dei cinesi di Hong Kong stesse cambiando Toronto negli anni ottanta e novanta viene illustrata da John DeMont e Thomas Fennel:
“They arrive at Toronto's Lester B. Pearson International Airport in small, sober, conservatively dressed groups; only their Rolex watches and glittering diamond rings hint at their wealth. No sooner do they complete landing formalities than they are led to limousines or spacious mini-vans that whish them off to the city. These men and women are representatives of some of the richest and most powerful families of Hong Kong, Taiwan and Singapore. They are on a shopping trip of sorts. But, instead of trendy Yorkville or Eaton Centre merchandise, they are scouting for houses, office towers, condominium blocks, shopping malls and any garment factories, restaurant or other thriving business with might be up for sale. They do not stay for long, sometimes measuring their visits in mere hours rather than days. Yet, by the time they leave, the wealthy visitors will often have spent millions of dollars on buying spree that might include a palatial family house, a string of condominium which may sit empty for months, a strip shopping mall in a Toronto suburb and an office tower near one of the city's burgeoning Chinatowns. They are transforming Toronto's downtown skylines and neighborhoods, and even altering the orderly, conservative city's WASPish social fabric”. [37]
Gli ingenti finanziamenti e i capitali spesi nell'apertura e nell'acquisto di nuove imprese e condomini, determinò una nuova immagine positiva dei cinesi in Canada. Tuttavia, il benessere mostrato dai nuovi arrivati e il repentino impatto visivo del cambiamento a cui la società fu sottoposta, sollevarono diverse e amare reazioni da parte di quei canadesi che sentirono la propria cultura minacciata da uno stile di vita estraneo. I cinesi furono accusati di favorire un aumento incontrollato del costo delle abitazioni e di alterare con la loro presenza il carattere anglosassone dei quartieri di lusso abitati dalla classe medio-alta dei canadesi. Soprattutto nella British Columbia, gli antichi sentimenti anti-asiatici appena sopiti furono destati dalla nuova congiuntura immigratoria, e i cinesi furono accusati di ogni cosa: dal cattivo gusto dimostrato nella costruzione delle case, all'affollare a dismisura le aule di scuola con bambini che non parlavano l'inglese e ritardavano il regolare sviluppo del programma didattico. Nel 1988, un sondaggio condotto nell'isola di Vancouver mostrò come il 70% della popolazione ritenesse che fosse necessario restringere le maglie dell'immigrazione e più del 70% degli intervistati concordasse sul fatto che le principali fonti d'immigrazione dovessero ritenersi la Gran Bretagna e l'Europa. [38] A dimostrazione della diffusione di questi sentimenti, in questo periodo venne fondata la “British-European Immigration Aid Foundation” con lo scopo di combattere le leggi immigratorie canadesi e proteggere il carattere anglosassone ed europeo del Canada, mentre a Vancouver andarono a ruba le magliette con scritto sul davanti la parola “Hongcouver”, che, nonostante oggi sia considerato dai turisti un simpatico vezzeggiativo per descrivere il carattere pluralista e multietnico della città, allora voleva enfatizzare il timore di un nuovo pericolo giallo. In realtà, tutte le accuse rivolte ai cinesi erano infondate. La partecipazione degli immigrati asiatici nel determinare l'aumento del costo dei terreni e delle case fu minimo, mentre il sovraffollamento delle scuole di Kerrisdale, uno dei quartieri più esclusivi di Vancouver, fu il risultato della presenza in quel vicinato delle migliori scuole di lingua inglese. I figli dei nuovi immigrati vennero tuttavia discriminati dai compagni di scuola che spesso ripetevano quanto appreso a casa dai propri genitori.
L'attenzione rivolta a questa classe di facoltosi immigrati tende a creare l'impressione che tutti i cinesi abbiano raggiunto un tenore di vita molto elevato, progredendo nella scala sociale e occupando posizioni importanti sul piano occupazionale e finanziario. In realtà, esistono ancora oggi alcune sacche di povertà e ineguaglianze con le quali i canadesi di origine cinese devono confrontarsi ogni giorno. Esistono tutt'oggi discriminazioni sul posto di lavoro e disparità di salario, [39] mentre la razza e l'origine etnica sembrano ancora importanti nel determinare il prestigio sociale goduto da un determinato gruppo. [40] Lo studioso canadese Leo Driedger sottolinea come la classe sociale, la condizione di immigrato e l'appartenenza ad una minoranza visibile possa determinare la segregazione residenziale e uno status sociale dell'immigrato inferiore alla propria condizione economica e lavorativa. Inoltre, sempre Driedger rileva come, nonostante molti canadesi ritengano di trovarsi a proprio agio al contatto con le minoranze visibili, generalmente viene riconosciuto un prestigio sociale superiore per i canadesi di origine inglese e francese, mentre in un datato, ma ancora attuale, studio condotto nelle scuole di Winnipeg, lo stesso autore mostra come i pregiudizi etnici e gli atteggiamenti discriminatori siano tanto diffusi quanto l'intenzione della maggioranza degli intervistati di sposarsi con un canadese di origine europea piuttosto che con una persona di diversa discendenza. [41]
La rimozione delle barriere legali esistenti fino alla seconda guerra mondiale e il successivo miglioramento dello status sociale dei nuovi immigrati hanno contribuito in minima parte all'eliminazione dello stereotipo secondo cui gli asiatici appartengano ad una razza straniera, le cui differenze linguistiche e culturali, rimarcate dalla propria fisionomia, minacciano la sopravvivenza delle tradizioni e la sicurezza economica dei canadesi. Il termine “chinatown”, introdotto nel diciannovesimo secolo per descrivere negativamente un quartiere abitato da una razza indesiderabile e caratterizzato dalla particolare insalubrità del luogo, oggi viene utilizzato più positivamente per circoscrivere una parte della città particolarmente colorata e caratteristica, meta turistica fondamentale di ogni viaggio in una grande metropoli nordamericana, che tuttavia non ha perso quella connotazione esotica che denota la sua estraneità al tessuto sociale. Numerosi episodi occorsi negli anni confermano come la discriminazione razziale sia ancora oggi presente in Canada. Un caso spesso ricordato fa riferimento al programma televisivo “W5”, trasmesso il 30 settembre 1979 sul canale CTV, il quale sosteneva come la sempre più evidente presenza nei campus universitari di studenti stranieri escludesse i canadesi dalla possibilità di ricevere un'educazione superiore. Nel presentare il servizio, la stazione televisiva posizionò alcune erronee statistiche su immagini che mostravano un'alta percentuale di studenti di origine asiatica nelle aule universitarie, lasciando intendere che questi studenti stessero occupando ingiustamente dei posti che dovevano essere riservati ai canadesi. I ragazzi di origine asiatica vennero così raffigurati come stranieri, ignorando il fatto che anche un viso dalle sembianze orientali potesse appartenere ad un cittadino canadese. [42]
Più recentemente, oltre al già citato caso di Vancouver, a Toronto venne percepita con preoccupazione la crescente invasione da parte dei cinesi dei quartieri residenziali periferici tradizionalmente occupati dalla classe media dei canadesi di origine europea. Le cittadine di Scarborough e Markham, alla periferia di Toronto, hanno oggi una larghissima presenza asiatica tra i loro residenti, ma l'apertura dei grandi centri commerciali cinesi e il crescente aumento delle imprese etniche e delle insegne a caratteri orientali furono avvertiti dalla popolazione tradizionale come un cambiamento negativo dell'immagine e della vivibilità del luogo. Nel 1995, ad esempio, la vice sindaco di Markham, Carole Bell, accusò i cinesi di costringere i tradizionali residenti della cittadina a trasferirsi altrove perché le insegne delle attività commerciali erano scritte con caratteri incomprensibili. [43] I rapporti interetnici nella metropoli di Toronto furono sottoposti a dura prova anche nel marzo del 2003, quando la rapida diffusione della “Severe Acute Respiratory Syndrome” (SARS) fece sprofondare la città nel panico per diverse settimane. La paura del contagio svuotò dei loro clienti i ristoranti e i grandi magazzini cinesi, mentre le autorità chiudevano gli ospedali infetti e chiedevano ai cittadini di mettersi in quarantena nel caso accusassero sintomi preoccupanti. Lo stesso primo ministro canadese Jean Chretien si recò a pranzo in un deserto ristorante di “chinatown” per interrompere l'assurdo ostracismo rivolto contro i canadesi di origine orientale. Un tassista descrisse così l'isteria anti-asiatica del momento: “This Chinese lady, she starts coughing in my cab. I just pulled over and let her out. I felt bad, but I'm not going to get sick just for money. A lot of Chinese people have this”. [44]
L'occorrere di questi incidenti e l'articolare di tali sbrigativi giudizi mostrano come le minoranze visibili non siano ancora interamente accettate dalla popolazione di origine anglosassone, specialmente in quelle aree dove la particolare fisionomia del viso viene percepita come un segno di estraneità non riconducibile alla tradizione. Gli asiatici sono sentiti come un elemento estraneo alla società e alla cultura dominante, e l'assurdità di questo pregiudizio risiede nel fatto che le successive generazioni, nonostante la cittadinanza canadese e un'adesione ormai completa alla cultura prevalente, debbano confrontarsi con la difficoltà di farsi accettare per quello che sono, cittadini canadesi. La sensazione di estraneità condivisa da chi vive costantemente con l'“handicap” del colore della pelle, o della conformazione degli occhi, diversa dal modello generalmente accettato, è stata meravigliosamente descritta da Ritz Chow in queste poche righe:
“In the pharmacy, I can don my white lab coat, do the health-professional routine, and feel valued for the advice I offer until the next racist, sexist, or heterosexist comment tries my workday. On the street, I am just an Asian woman in a cotton jacket and a blue jeans. On the street, I get jostled, snarled at, pushed off busses, like any other Asian woman finding herself at the wrong place…” [45]
Così come accadde prima della seconda guerra mondiale, ancora oggi viene attuato un processo di disumanizzazione che identifica il singolo individuo con il gruppo etnico di appartenenza, permettendo la discriminazione e l'uso di comportamenti violenti. Paradossalmente, il tanto decantato multiculturalismo introdotto nel 1971 non sembra aver prodotto che una superficiale comprensione delle minoranze etniche, mantenendo inalterata la sopravvivenza di quei comportamenti razzisti che per oltre un secolo hanno prevalso nella psiche dei canadesi.
Quando nel 1971 il primo ministro canadese Pierre Trudeau annunciò l'introduzione di “a policy of multiculturalism within a bilingual framework”, le linee guida della nuova politica si riassunsero in quattro punti. Primo, aiutare economicamente i gruppi culturali che contribuivano alla crescita del paese. Secondo, eliminare le barriere culturali che impedivano ai gruppi etnici una completa partecipazione alla cittadinanza. Terzo, facilitare la comunicazione e i rapporti interetnici. Infine, assistere gli immigrati perché potessero apprendere almeno una delle lingue ufficiali. Con questi quattro punti, la politica del multiculturalismo si poneva l'obbiettivo di eliminare i pregiudizi e di produrre un livellamento delle gerarchie culturali attraverso il riconoscimento della presenza in Canada di identità complesse che godevano tutte della medesima importanza. Inoltre, il governo si impegnava ad offrire ad ogni canadese equità di trattamento e completa partecipazione alla vita economica e sociale.
Negli anni la politica del multiculturalismo venne perfezionata e arricchita di numerose normative volte a garantire e valorizzare la diversità culturale. La legge riconosceva il contributo storico fornito dalle singole culture e il diritto di ogni individuo di partecipare, mantenere e condividere con gli altri il proprio patrimonio culturale. Tuttavia, come spesso accadde nella storia canadese, quel trionfo di egualitarismo espresso nei testi di legge non sempre trovò riscontro nell'attuazione. Negli anni settanta il multiculturalismo rappresentò ancora un misterioso oggetto politico. Il governo sostenne soltanto il primo dei punti illustrati nel programma. Finanziò le mostre di prodotti tipici, le fiere, i balli e ogni attività culturale promossa dai gruppi etnici, ma si interessò solamente in minima parte all'eliminazione dei pregiudizi e alla rimozione di quelle barriere che impedivano alle minoranze una egualitaria partecipazione alla cittadinanza. Il risultato fu di ottenere l'effetto opposto a quello desiderato. La ricercata valorizzazione della cultura si trasformò in una banalizzazione dei comportamenti etnici delle minoranze e in un rafforzamento dell'immagine degli immigrati come stranieri.
Una grave critica alla politica del multiculturalismo giunge da Neil Bissoondath. Secondo questo scrittore canadese dalle origini caraibiche, la cultura è vita. “It is a living, breathing, multi-faced entity in constant evolution. It alters every day, is never the same thing from one day to the next. Stasis is not possible. A culture that fails to grow from within inevitably becomes untrue to itself, inevitably descends into folklore”. [46] La critica di Bissoondath alla politica del multiculturalismo è tanto decisa quanto attuale. La cultura non può considerarsi un bene statico e immobile al cambiamento come vuole descriverla il multiculturalismo. Secondo tale approccio, la vitalità e le passioni di un popolo vengono perse nella memoria, relegate in secondo piano per dare forma ad una semplificazione visiva della cultura espropriata dal suo contesto. Le culture diventano folklore, un oggetto da esporre ed esibire al pubblico, ma private dell'anima che ne rappresenta il fondamento. Inoltre, il multiculturalismo rinchiude i canadesi in gruppi definiti arbitrariamente secondo i canoni di etnia e cultura e li costringe a portare un “trattino” che li definisca e diversifichi dagli altri canadesi. Ogni comunità etnica, in realtà, contiene al suo interno singoli individui che per idee, credenze ed esperienze personali possono difficilmente confluire in un unico insieme omogeneo. Le differenze possono riguardare il luogo di nascita, la lingua parlata e l'appartenenza alla prima piuttosto che alla seconda, terza o ottava generazione di canadesi. Chi non si sente legato al luogo d'origine dei propri antenati, o possiede più di un'unica origine etnica, difficilmente può accettare di sentirsi identificato con un termine altro che quello di “Canadian”. [47] Il multiculturalismo sembrerebbe, in questo caso, corresponsabile di quel processo che, espropriando il singolo della sua individualità, promuove l'affermazione dello stereotipo e una superficiale comprensione della diversità. Le minoranze visibili, per le quali non è possibile nascondere l'origine di provenienza data la diversità dei propri tratti somatici, anche quando integrate culturalmente alla maggioranza, vengono così identificate come estranee alla tradizione e ridotte al ruolo di capro espiatorio nel momento in cui nella società sorgono delle particolari problematiche che le coinvolgono.
Per oltre un secolo il Canada scelse con cura i propri immigrati in base alla razza e al paese di provenienza adducendo che era perfettamente legale e nell'interesse nazionale costruire una società omogenea. Si credeva difatti che l'uniformità sociale rappresentasse un prerequisito fondamentale per costruire una solida democrazia e una nazione unita. Dagli anni sessanta è venuta meno l'insistenza sulla razza, tuttavia le restrizioni applicate in passato hanno avuto come grave effetto quello di ingranare nella mente dei canadesi un senso di distinzione ancora oggi presente nella società. Alcuni membri delle minoranze visibili trovano difficoltà ad inserirsi nel mondo del lavoro perché discriminati. Altri devono assistere con preoccupazione alla nascita di gruppi neo-nazisti e subire il ripetersi di isolati episodi di violenza difficilmente razionalizzabili. Secondo quanto sostiene la “Canadian Race Relations Foundation” (CRRF), fondazione nata per intervento governativo nel 1988 con lo scopo di combattere il razzismo in Canada, anche nell'odierna politica immigratoria sono presenti alcuni fattori discriminatori. Questa si basa oggi su tre principi. Contribuire alla crescita economica del paese, riunire le famiglie divise e accogliere i rifugiati per motivi umanitari. Secondo la CRRF, tuttavia, questi fondamenti non trovano un completo riscontro nella pratica. Difatti, la discriminazione dei più poveri avviene attraverso il mantenimento di un'elevata tassa da pagare per l'apertura delle pratiche immigratorie e tramite la pretesa che i rifugiati siano in possesso di un documento d'identità, o che i familiari che entrano in Canada per ricongiungersi ai propri cari posseggano un certificato di parentela valido. Il problema nasce quando nel paese di provenienza dell'immigrato non esiste un apparato burocratico funzionante o i documenti presentati non vengono riconosciuti legalmente. Inoltre, per la stessa condizione di rifugiato, l'immigrato è spesso sprovvisto di documenti e impossibilitato a richiederli in patria onde evitare che i propri familiari rimasti nel paese d'origine siano oggetto di rappresaglie. Un'ulteriore motivo di critica nasce dal fatto che la legge preveda una larga gamma di esclusioni per motivi di sicurezza nazionale, tra i quali l'affiliazione ad un gruppo terrorista o la partecipazione ad azioni terroriste, senza tuttavia specificare in cosa consista il termine “terrorista”. [48]
La discriminazione, oltre ad avere un costo sociale, comporta anche una perdita economica notevole. Secondo alcune stime, la discriminazione sul posto di lavoro costa all'economia canadese quindici miliardi di dollari all'anno per la scarsa utilizzazione delle abilità professionali degli immigrati e circa quaranta miliardi di dollari agli immigrati perché pagati meno dei canadesi. [49] Una volta giunti in Canada, gli immigrati spesso non riescono ad ottenere un impiego adatto alle proprie abilità e si rifugiano in altri settori per i quali possiedono capacità superiori alla media. Spesso, su questo aspetto influiscono la scarsa informazione riguardo alle opportunità d'impiego e la necessità di assicurare alla propria famiglia un'entrata economica sicura; ma molto è dovuto alla discriminazione. Negli ultimi anni il governo canadese si è impegnato nel promuovere una maggiore informazione tra gli immigrati e nel sostenere attivamente la lotta al razzismo. Uno degli aspetti a cui il governo si è interessato in modo particolare riguarda la riproduzione nel personale impiegato negli uffici pubblici e privati di un numero percentuale rappresentativo delle minoranze etniche presenti nella società. Secondo i dati riportati in uno studio effettuato nel 2002, su una popolazione di 22,4 milioni di abitanti al di sopra dei quindici anni d'età, solo il 46% della popolazione ha dichiarato la propria origine britannica, francese o canadese, mentre il 13%, circa 2,9 milioni, ha sostenuto di appartenere al gruppo delle minoranze visibili. [50] In un altro studio condotto nel 2003, risulta che i membri appartenenti a queste minoranze rappresentano il 7,4% degli impiegati federali. Il governo cerca oggi di incrementare quella percentuale ritenuta ancora insufficiente attraverso la costituzione di una banca dati contenente i nomi di personale qualificato e promuovendo programmi di formazione specifici. [51] L'impegno è notevole, ma alcuni studiosi hanno rilevato come, per promuove la partecipazione delle minoranze, si indicano concorsi per gruppi determinati discriminando i membri della maggioranza. Se il fine è lodevole, il mezzo è insoddisfacente. Oltre alla possibilità che dalla competizione vengano respinti chi possiede delle qualifiche più adatte al tipo di lavoro da svolgere, in questo modo si corre il rischio di frammentare ulteriormente il tessuto sociale della comunità e sollevare il risentimento di chi è stato escluso. Si attuerebbe così una sorta di razzismo al contrario, un eccesso di sensibilità verso le categorie “svantaggiate” che dimostra, ancora una volta, come le minoranze vengano distinte dalla maggioranza e pensate come un corpo estraneo alla società.
Contro questo tipo di politiche si sono scagliati con violenza i sostenitori dell'individualismo. Secondo questa scuola di pensiero, valorizzare la diversità, così come viene intesa in una società multiculturale, equivale a considerare l'individuo portatore di una propria identità e cultura solo in quanto appartenente ad un gruppo. La morale e il carattere del singolo diventano un prodotto non della sua volontà, ma dei geni che condivide con i membri della comunità d'appartenenza. Il multiculturalismo rappresenta così una grave minaccia per la società in quanto perpetua il razzismo e l'affermazione di una società divisa e frammentaria. I membri del californiano “Ayn Rand Institute”, ad esempio, criticano con fermezza la posizione di alcune università americane che regolano l'ammissione degli studenti secondo un sistema basato sulle quote rappresentative dei gruppi etnici. Per i sostenitori di tale modello, la diversità etnica e culturale dell'ambiente in cui si studia aiuta gli studenti ad allargare i propri orizzonti e prepararsi a vivere nel mondo attuale. La rappresentatività delle minoranze diviene una necessità per rispecchiare nelle istituzioni il carattere variegato e multiculturale della società. Se la diversità aiuta giustamente il confronto di idee e crea un ambiente culturalmente stimolante, gli individualisti tuttavia sostengono che la diversità non può essere ridotta all'aspetto fisico, ma deve considerare le idee e i punti di vista razionalmente sostenuti dagli individui. La diversità fisica non rappresenta di per sé alcun valore. Gli individui non dovrebbero essere valutati in base al colore della pelle, ma in conformità alle proprie conoscenze e ai valori umani che condividono. Inoltre, le università dovrebbero qualificarsi come luoghi d'insegnamento dove si applica e si sviluppa la ragione, non rappresentare uno specchio demografico della società. [52] Gli individui devono essere giudicati per la loro individualità. La razza, il gruppo etnico, o la particolare conformazione e colorazione del viso, non determinano il pensiero e la volontà delle persone.
Più contenuto nei toni, ma non nelle conclusioni, è il già citato Neil Bissoondath, secondo il quale le politiche di un governo non possono preservare il patrimonio culturale dei gruppi etnici perché la cultura non è un elemento monolitico, statico e immutabile nel tempo, ma rappresenta invece il prodotto delle esperienze personali dell'individuo. Ogni persona si qualifica come un singolo essere umano capace di modificare il proprio carattere in seguito alle esperienze e alle circostanze in cui si trova ad agire. Il colore della pelle, la forma degli occhi, del naso e della bocca, sono solo accezioni esteriori, delle decorazioni insignificanti che non influiscono, o almeno non dovrebbero, sulla formazione culturale e sull'umanità dell'individuo. Il multiculturalismo, invece che insistere sulla diversità dei singoli, ha insistito sulla diversità dei gruppi e ha ridotto la persona, da membro autonomo della società in generale, a membro dipendente di una comunità ristretta per etnia, razza e cultura. In conclusione, il razzismo non è stato sconfitto dal multiculturalismo, al contrario si è rafforzato.
Ancora oggi, il Canada si trova ad affrontare un problema dalla non facile soluzione, la cui ricerca ha ossessionato i canadesi fin dall'arrivo dei primi mercanti di pellicce inglesi. Dagli indiani ai neri dell'Acadia, dagli europei del sud agli asiatici, il problema della diversità è sempre stato al centro del pensiero politico e sociale del paese. Gli asiatici, in particolar modo, sono stati oggetto di un odio profondo sino alla metà del secolo scorso e ancora oggi vengono discriminati in seguito alla sopravvivenza di stereotipi duri a scomparire. Negli ultimi anni, le minoranze visibili in Canada sono cresciute notevolmente di numero. Tra il 1996 e il 2001, questo gruppo minoritario è aumentato del 25%, mentre si prevede che entro il 2016 il loro numero si accresca fino a riprodurre il 20% della popolazione canadese. Nella città di Toronto, su una popolazione stimata nel 2001 di 4,647,960 di abitanti, 1,712,535 hanno dichiarato la propria appartenenza alle minoranze visibili. Di questo numero, più di un milione era di origine asiatica. [53] Il continuo afflusso di immigrati orientali e il rapido cambiamento nella composizione della popolazione ha creato le condizioni per la formazione di una società complessa ed eterogenea, la quale, tuttavia, non ha comportato la rinuncia da parte di alcuni canadesi dell'illusoria speranza di plasmare un Canada culturalmente omogeneo. È evidente che ci siano ancora oggi comportamenti che dimostrano la diffusione di pregiudizi e luoghi comuni discriminatori. Le stesse “quote” sembrano indicare più dei cambiamenti cosmetici che non una reale comprensione delle problematiche razziali. Nel 2002 la polizia di Toronto ha riportato 219 casi di crimini commessi con l'aggravante del movente discriminatorio di segno razziale, etnico o religioso. Nel 2001 i casi riportati furono 338. [54] Senza dubbio è diminuito il numero di questi “hate crime”, ma il fatto che continuino a verificarsi pericolosi incidenti razziali dimostra come una parte dei canadesi creda ancora nei “bei vecchi tempi”, quando i valori e le tradizioni anglosassoni non erano minacciate dalla presenza di orde migratorie asiatiche e africane.
Nonostante col dopoguerra le minoranze visibili abbiano acquisito importanti diritti civili e le ingiuste politiche immigratorie volte ad escludere gli orientali siano state eliminate per sempre, oggi gli asiatici non vengono interamente accettati nella società come canadesi a tutti gli effetti, col diritto di scegliere il luogo dove risiedere, il tipo di casa in cui abitare e l'occupazione professionale nella quale impiegarsi. Con lo sviluppo nei prossimi anni di una società sempre più pluralista e il moltiplicarsi di minoranze ancora più visibili, i canadesi dovranno superare l'attuale tolleranza di facciata e promuovere una vera comprensione della diversità, mentre la crescente mescolanza delle origini etniche renderà più difficile il mantenimento dei ristretti confini esistenti tra le varie comunità. Il Canada rappresenta oggi un laboratorio sperimentale che, per la variegata presenza di etnie e culture, interessa tutta l'umanità. Il suo futuro sembra risiedere nella capacità dei canadesi di comprendere i cambiamenti attuali e dare forma ad un paese unito e rispettoso dell'unicità dei suoi cittadini. Con la globalizzazione e un crescente movimento migratorio delle popolazioni, l'esperienza canadese sarà seguita da vicino da quei paesi interessati a creare una società equilibrata e giusta entro i propri confini nazionali.
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Razzismo in Canada. Il problema della
diversità dagli occhi a mandorla.
I primi cinesi arrivarono nella colonia inglese
della British Columbia nel 1858 a bordo di un vaporetto proveniente dalla California.
Inizialmente accolti positivamente, il crescente afflusso nel paese di cinesi,
e poi di giapponesi e indiani, indusse i canadesi ad attuare politiche discriminatorie
che mantenessero gli asiatici confinati in alcuni quartieri della città
e sottomessi ad uno status sociale di cittadini di seconda classe. Dall'arrivo
dei primi immigrati fino alla metà degli anni quaranta del novecento,
la condizione degli orientali rimase sempre precaria. Il razzismo era endemico.
Gli asiatici vennero raffigurati come uomini infimi, sporchi e viziosi, aggettivi
che ne rimarcavano l'inferiorità razziale e culturale. Una volta che
il pregiudizio prendeva forma, si radicava nella mente dei canadesi e si fissava
in stereotipi statici e duraturi che venivano largamente condivisi in tutti
gli strati della società. Il razzismo si basava sulla paura che la superiorità
della razza bianca e la capacità di perpetrare i valori, le tradizioni
e le istituzioni del mondo anglosassone venissero minacciate se l'omogeneità
razziale e culturale fosse stata alterata dall'arrivo in massa di queste orde
di immigrati provenienti da paesi orientali generalmente ritenuti sovrappopolati.
Nel secondo dopoguerra la rivelazione degli orrori nazisti portò ad una
affievolimento dell'anglo-conformismo e alla riabilitazione civile degli asiatici
attraverso l'abolizione di quello che oggi viene chiamato “razzismo istituzionalizzato”.
Tuttavia la restrittiva politica immigratoria canadese rimase invariata e soltanto
negli anni sessanta gli orientali vennero accettati come una forza immigratoria
propulsiva e necessaria allo sviluppo economico del paese. Oggi le minoranza
asiatiche rappresentano una notevole percentuale della popolazione canadese.
Il Canada ha sviluppato una politica multiculturale intenta a salvaguardare
il patrimonio culturale di quei gruppi etnici che hanno avuto un'importanza
storica nella costruzione e definizione del Canada moderno. Ma anche in questa
società pluralista, molti orientali denunciano trattamenti discriminatori
nelle modalità d'assunzione, nello stipendio e nello scarso prestigio
sociale ricoperto dalle minoranze visibili. A tutt'oggi gli asiatici trovano
difficoltà nel venire accettati come canadesi, col diritto di scegliere
il luogo dove risiedere, il tipo di casa in cui abitare e l'occupazione professionale
nella quale impiegarsi. Il problema della diversità rimane quindi una
questione di difficile soluzione che il Canada si trova ad affrontare da sola,
sotto lo sguardo attento dell'opinione pubblica internazionale pronta a carpire,
in caso di successo, il segreto di una convivenza pacifica tra etnie, culture
e razze differenti.
[Note 1] Vedi Peter S. Li, Chinese in Canada , Oxford University Press 1998, p.16
[Note 2] Vedi Peter S. Li, Chinese in Canada , op. cit ., p.27
[Note 3] Vedi W. Peter Ward, White Canada Forever, Popular Attitudes and Public Policy Toward Orientals in British Columbia , McGill Queen's University Press 1978
[Note 4] “Victoria Colonist”, 14 giugno 1876. citato in W. Peter Ward, op. cit. , p.8
[Note 5] Vedi Chuenyan David Lai, The Population Structure of North American Chinatowns in the Mid-Twentieth Century: A Case Study , in Visible Minorities and Multiculturalism: Asians in Canada , Butterworths 1980
[Note 6] Vedi Peter S. Li, Chinese in Canada , op. cit. , p.20
[Note 7] Vedi Anthony B. Chan, The Myth of the Chinese Sojourner in Canada , in Visible Minorities and Multiculturalism: Asians in Canada , Butterworths 1980
[Note 8] Vedi W. Peter Ward, White Canada Forever , op. cit. , p.32
[Note 9] Sir John A. Macdonald, nato in Scozia nel 1815, emigrò con la famiglia in Upper Canada quando aveva l'età di cinque anni. Studiò legge a Kingston e si affermò come brillante avvocato. Entrato molto presto sulla scena politica provinciale, Macdonald lavorò per costruire un forte partito conservatore e promuovere la nascita del Canada moderno. Passò alla storia come il primo primo ministro della neonata confederazione canadese e per aver dato avvio alla costruzione della “Canadian Pacific Railway” (CPR). Morì nel 1891 all'età di 76 anni.
[Note 10] Vedi W. Peter Ward, White Canada Forever , op. cit. , p.41
[Note 11] Vedi W. Peter Ward, White Canada Forever , op. cit. , p.49
[Note 12] Vedi W. Peter Ward, White Canada Forever , op. cit. , p.22
[Note 13] Vedi W. Peter Ward, White Canada Forever, op. cit. , p.99
[Note 14] Vedi W. Peter Ward, White Canada Forever, op. cit. , p.69
[Note 15] I primi immigrati indiani arrivarono in Canada nel 1899 quando un piccolo numero di ex soldati imperiali cercarono un luogo confortevole per passare gli ultimi anni di vita al riparo delle magnifiche montagne rocciose della British Columbia. Ai 45 indiani entrati nel paese tra il 1904 e il 1905, se ne aggiunsero 4,747 nel biennio 1906-08, mentre in seguito all'approvazione del decreto riguardante il “continuous journey from the country of origin” , solo 6 indiani entrano tra il 1908 il 1909. Vedi Samuel Raj, Some Aspects of East Indian Struggle in Canada, 1905-1947 , in Visible Minorities and Multiculturalism: Asians in Canada , Butterworths 1980
[Note 16] Citato in Peter S. Li, Chinese in Canada , op. cit. , p.38
[Note 17] Vedi W. Peter Ward, White Canada Forever , op. cit. , p.131
[Note 18] William Lyon MacKenzie King è forse uno degli uomini più importanti e ricordati della storia canadese. Nato nel 1874 in Ontario, a Kitchener (a quel tempo chiamata Berlin), nel 1900 cominciò una brillante carriera politica che in breve tempo lo portò a ricoprire diverse cariche importanti. Nel 1909 King era già ministro del lavoro nel governo Laurier, mentre nel 1921 venne insignito della carica di primo ministro che non lasciò più, se non per una breve pausa agli inizi degli trenta, fino al 1948. Morì nel 1950, due anni dopo essersi ritirato a vita privata.
[Note 19] Peter S. Li, Chinese in Canada , op. cit. , p.69
[Note 20] Peter S. Li, Chinese in Canada , op. cit. , p.69
[Note 21] Vedi W. Peter Ward, White Canada Forever, op. cit. , p.109
[Note 22] Vedi M. Ann Sunahara, Federal Policy and the Japanese Canadians: The Decision to Evacuate, 1942 , in Visible Minorities and Multiculturalism: Asians in Canada , Butterworths 1980
[Note 23] M. Ann Sunahara, Federal Policy and the Japanese Canadians: The Decision to Evacuate, 1942 in Visible Minorities and Multiculturalism: Asians in Canada , Butterworths 1980
[Note 24] James Shaker Woodsworth, nato nel 1874 in Ontario, venne fortemente influenzato nel suo agire politico e sociale dall'educazione religiosa ricevuta in giovane età dal padre, un ministro della chiesa metodista e sovrintendente delle missioni metodiste per tutto il Canada occidentale. Nella sua esperienza di missionario, Woodsworth si scontrò spesso con le ingiustizie e le storture create dall'emergere della società industriale e mostrò, in numerose pubblicazioni, di comprendere e condividere la sofferenza e la disperata povertà esistente negli “slum” cittadini. Come membro del parlamento, promosse gli interessi degli agricoltori, degli operai e degli immigrati e nel 1933 divenne leader indiscusso della “Co-operative Commonwealth Federation”, partito politico riconosciuto oggi come il precursore del “New Democratic Party” guidato da Jack Layton.
[Note 25] W. L. Mackenzie King, 1 maggio 1947, citato in Richard J.F. Day, Multiculturalism and the History of Canadian Diversity, University of Toronto Press 2000, p.166
[Note 26] W. L. Mackenzie King, 1 maggio 1947, citato in Richard J.F. Day, Multiculturalism and the History of Canadian Diversity, op. cit. , p.178
[Note 27] Tale provvedimento non includeva i cinesi in quando esisteva il “Chinese Immigration Act” che ne regolamentava l'ingresso.
[Note 28] W. L. Mackenzie King, citato in Peter S. Li, Chinese in Canada, op. cit.
[Note 29] Vedi Richard J. F. Day, Multiculturalism and the History of Canadian Diversity, University of Toronto Press 2000, p.127-45
[Note 30] Vedi Monica Stellin, Il Mosaico Dinamico. Il Multiculturalismo in Canada. Forum 1999, p.60
[Note 31] Vedi Peter S. Li, Chinese in Canada, op. cit., p.92
[Note 32] Vedi Peter, S. Li, Chinese in Canada, op. cit. , p.97
[Note 33] Vedi Doreen M. Indra, Changes in Canadian Immigration Patterns Over the Past Decade With Special Reference to Asia, in “Visible Minorities and Multiculturalism: Asians in Canada, op. cit.
[Note 34] Statistic Canada, Census of Population
[Note 35] Statistic Canada, Census of Population
[Note 36] Vedi Peter S. Li, Chinese in Canada, op. cit.
[Note 37] Vedi John DeMont e Thomas Fennel, Hong Kong Money. How Chinese Families and Fortunes are Changing Canada. Key Porter Books Limited 1989, p.110-1
[Note 38] Vedi John DeMont e Thomas Fennel, Hong Kong Money. op. cit. , p.108
[Note 39] Vedi Peter S. Li, Chinese in Canada, op. cit., p.136
[Note 40] Vedi Leo Driedger, Multi-Ethnic Canada. Identities & Inequalities. Oxford University Press 1996
[Note 41] Vedi Leo Driedger, Multi-Ethnic Canada, op. cit.
[Note 42] Vedi Peter S. Li, Chinese in Canada, op. cit., p.144
[Note 43] Vedi Peter S. Li, Chinese in Canada, op. cit., p.147
[Note 44] Vedi A city Full of Fears and Snap Judgments , “TIME”, 14 aprile 2003
[Note 45] Vedi Ritz Chow, Fire at my Face: Growing up Immigrant, in Anti-Asian Violence in North-America. Asian-American and Asian-Canadian Reflections on Hate, Healing, and Resistance. AltaMira Press 2001
[Note 46] Vedi Neil Bissoondath, Selling Illusions. The Cult of Multiculturalism in Canada, Penguins Books 1994
[Note 47] Vedi Neil Bissoondath, Selling Illusions. The Cult of Multiculturalism in Canada, op. cit.
[Note 48] Vedi Lincoln Alexander, Message from the Chair: Racism in Immigration, e Janet Dench, Canada's Immigration Policies. Contraddictions and Shortcomings, in CRRF Perspectives. Focus on Immigration and Refugess Issues, 2001 Autumn/Winter
[Note 49] Vedi Lincoln Alexander, Message from the Chair: Racism in Immigration, cit.
[Note 50] Statistic Canada, Housing, Family and Social Statistics, Ethnic Diversity Survey: Portrait of a Multicultural Society
[Note 51] Employment Equity in the Federal Public Service 2002-2003
[Note 52] Vedi Michael S. Berliner e Gary Hull, Diversity and Multiculturalism: The New Racism, Ayn Rand Institute
[Note 53] Statistic Canada
[Note 54] Statistiche raccolte in 2002 Hate Bias Crime Statistical Report. Detective Services. Intelligent Support