Precipitando nel presente
Lineamenti di una critica postcoloniale al culturalismo
Alessandro Corio
Relatore: Chiar.mo Prof. Adone Brandalise
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Indice
Abstract
Introduzione
Capitolo I
I.1 In limine: le culture non esistono?
I.2 La parola dei “subalterni”: il discorso postcoloniale come filosofia politica antagonista
I.3 Il Terzo Spazio: dinamiche di ibridità e di ambivalenza nel discorso coloniale
I.4 Strade, diaspore, nomadismi: per una nuova ecologia sociale dell’identità culturale
Capitolo II
II.1 Viaggio nel cuore dell’etnia: dalla “ragione etnologica” alle “logiche meticce”
II.2 Hic sunt leones: la costruzione coloniale dell’etnicità e le implicazioni neocoloniali della Francia alle radici del genocidio in Rwanda
II.3 “A terceira margem do rio”: verso un pensiero del tremore e una poetica dell’attraversamento
Bibliografia
Abstract
Questo lavoro di tesi consiste in un attraversamento di alcuni territori della critica culturale, all’incrocio interdisciplinare di più livelli tradizionali di discorso: dall’antropologia culturale ai postcolonial studies, dal poststrutturalismo alla letteratura. Il nucleo della trattazione consiste in una disamina critica dei concetti “autoevidenti” di identità e cultura nel quadro storico del presente postnazionale, caratterizzato da fenomeni di delocalizzazione, migranza e diaspora, ma anche da nuove forme di riterritorializzazione e da insorgenze identitarie essenzialiste che, in contrapposizione con le forme di potere e di discorso più tradizionali dello Stato-nazione e alle dinamiche omogeneizzanti del “tardo capitalismo”, tendono a riformulare in chiave etnica l’appartenenza identitaria dando origine a tensioni e conflitti molteplici e distribuiti a vari livelli e location specifiche.
Partendo da un’analisi dei processi di costruzione e narrazione dell’identità e dalle dinamiche di relazione con l’alterità, che mostrano chiaramente l’ambivalenza insita nelle costruzioni discorsive e negli atti linguistici, cerchiamo di metterne in evidenza il carattere performativo. Questo ci permette di mostrare come ciò che tende ad autorappresentarsi come centro, in realtà funzioni necessariamente attraverso dinamiche e processi che si realizzano ai margini, nel continuo attraversamento dei confini, che siano questi di ordine politico, geografico, linguistico o immaginario. Gli studi postcoloniali, in particolare, negli ultimi anni si sono occupati approfonditamente della analisi e della decostruzione in termini siffatti del “discorso coloniale”, fondato su una netta contrapposizione tra Centro e Periferia/e e sull’esclusione delle minoranze, ma in realtà ben più ambiguo ed ambivalente. Le politiche postcoloniali contemporanee lavorano, sia sul piano teorico che su quello politico, ad una riattivazione delle soggettività subalterne e all’apertura di nuovi spazi di ripresa di parola che si articolano in complesse ed interstiziali forme politiche di lotta e di rivendicazione, nonché in fenomeni di soggettivazione assolutamente disomogenei ed alternativi rispetto all’economia culturale imposta dal neocapitalismo. I fenomeni migratori e diasporici costituiscono dunque, in quest’ottica, fondamentali elementi di dis-ordine globale.
Nella seconda parte di questo lavoro focalizziamo la nostra attenzione sull’analisi del concetto di “etnia” e sulle modalità di costruzione e di declinazione coloniale e postcoloniale delle identità etniche. Osserviamo come le forme di gestione del potere coloniale di dominio delle società altre abbiano collaborato con le scienze sociali occidentali, come l’antropologia, nella costruzione dell’“oggetto etnico” e nella rappresentazione semplificata e stereotipizzata dell’altro. L’analisi del contesto specifico del Rwanda ci permette di evidenziare le terribili conseguenze prodotte da questa dialettica discorsiva, strumentalizzata a livello locale e transnazionale dalle nuove forme di potere neocoloniale.
Di fronte alle terribili insorgenze identitarie ed etniciste del presente, che si inseriscono in dinamiche globali di imposizione e di proliferazione della mercificazione capitalista, le quali cercano di mantenere ben saldo e di rafforzare il divario tra Nord e Sud del mondo, non ci resta che cercare di articolare nuove forme di pensiero e di azione che diano spazio alle molteplici alternative, peraltro ben presenti nelle nostre società. Tentiamo dunque, in conclusione, di abbozzare, sulla scia di un grande poeta come Édouard Glissant, un “pensiero del tremore”, un pensiero fluido che si lasci attraversare dal cambiamento e dall’erranza senza formulare nuove forme di essenzialismo e di sistematicità; un pensiero profondamente immanente, che si collochi nel tessuto degli eventi e che sia esso stesso evento, un “pensiero sismico del mondo che trema in noi e attorno a noi”.
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